Il sogno del maratoneta – Leone Pompucci

Il sogno del maratoneta

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Lectura Dantis – Carmelo Bene

Carmelo Bene Lectura Dantis (film)

Mapplethorpe – Fenton Bailey, Randy Barbato

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Il sogno del maratoneta – Leone Pompucci

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Lelio Luttazzi – Il giovanotto matto – Pupi Avati

Lelio Luttazzi - Il giovanotto mattoPer completare la lettura recente su Luttazzi, mi viene incontro un documentario a lui dedicato diretto oltretutto da Pupi Avati e trattandosi del piu’ importante regista italiano vivente, non poteva essere altro che un ottimo lavoro e cosi’ e’ stato. Girato nel 2008 con un Luttazzi ottantacinquenne che nell’ultima fase della sua vita, torna alla ribalta dopo una sorta di autoesilio dalle scene. In breve, vi fu una telefonata che nel 1970 lo coinvolse in un tragico errore giudiziario, uno dei tanti, troppi della cara Repubblica. Ventisette giorni di carcere che gli sconvolsero la vita al punto di mollare tutto al clou della carriera. Avati inizia il racconto su Luttazzi con un ritorno alla sua Trieste, citta’ natale e dove decidera’ di vivere i suoi ultimi anni di vita.
E’ la storia di un bambino rimasto orfano di padre a tre anni dalla sua nascita, la madre maestra di scuola, pochi studi di musica che un grande talento trasformarono in mestiere e l’amore per lo swing che lo condusse a traghettare verso nuovi suoni un’Italia appena uscita dalla guerra. Un pizzico di fortuna con i giusti incontri, l’avanspettacolo, la radio e la televisione, quando la televisione era per gli italiani un evento.
Poi il cinema con quegli strani eventi che lo portarono a recitare sotto Antonioni, insomma una vita piena, tanti successi e un’unica definitiva sconfitta. La cronaca di Avati che si divide tra intervista, immagini di repertorio e documentario si ferma qui, al 1969, ad un passo dall’anno successivo.
Non insiste, non ci prova neppure a far parlare Luttazzi, anzi lo lascia con una domanda che e’ anche riflessione per lui e per noi, un invito dopo tanti anni, a liberarsi di un grande peso come gesto taumaturgico.
Lo stile dolce e pacato di Avati si sposa perfettamente alla classe di Luttazzi che nel tempo resta immutata, l’oretta abbondante scivola via forse con troppa celerita’, molto viene omesso e la sensazione e’ che il poco tempo a disposizione sia solo un pretesto. Ad ogni modo "Il giovanotto matto" non  e’ soltanto un documentario su un artista che nel frattempo e’ scomparso ma un’importante riflessione sulla televisione che fu, sui suoi protagonisti e come in fondo, fosse lo specchio di un’Italia irrimediabilmente perduta.

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Halo: La caduta di Reach

Halo la caduta di ReachRestiamo su Halo e le sue trasposizioni cinematografiche.
Questa volta il protagonista e’ Master Chief in persona, Spartan o John 117, colui che abbiamo imparato a conoscere sin dai primi episodi del gioco e che rappresenta l’emblema stesso della saga. In effetti, gioco, romanzo e tutto l’universo Halo converge in questo episodio che narra la storia di John, bambino ultradotato. Prelevato dalla sua colonia all’eta’ di sei anni, sara’ destinato alle avventure guerriere che ben conosciamo. Assieme ad altre centinaia di bambini come lui, formera’ quello che sara’ definito il corpo degli Spartan, l’elite guerriera in prima linea contro i Covenant.
Sara’ un viaggio nella memoria di un individuo ma non di meno della guerra in corso, dell’UNSC e di tutto il sistema politico e militare che ruota attorno alla vicenda.
Il taglio e’ interessante, fattuale ma non di meno emotivo parlando di un John bambino eppure gia’ leader, un seme a cui serviva il giusto humus per germogliare e crescere.
Assieme a lui, anzi protagonista alla pari, la dottoressa Halsey alla quale si deve la fondazione del Progetto Spartan e la crescita psicologica e fisica di John e degli altri soldati, una madre forse non biologica ma di fatto  per tutto il resto. Molto molto interessante. La grafica lascia a desiderare, e’ evidente che non stiamo parlando di un prodotto di fascia alta, ma con l’animazione andiamo un po’ meglio. 
Bene invece la trama che comunque sfrutta un immaginario gia’ perfettamente definito e formato.
Per appassionati e non solo.

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Little Britain (Stagione 3) – David Walliams, Matt Lucas

Little Britain (Stagione 3)Terza ed ultima stagione per il duo Walliams e Lucas. Si consolidano stile e tecnica, alcuni personaggi spariscono, altri restano, molti si evolvono. Vicky Pollard e’ sempre piu’ truzza, Carol Beer e il suo computer che dice "no" si sposta dalla banca all’agenzia di viaggi, la guerra psicologica tra Mr. Mann, Roy e la gentile consorte Margaret, assume toni epici e talvolta drammatici. Facciamo conoscenza con l’ex marito di Bubbles DeVere e la sua nuova moglie, un bisonte nero al cui confronto Bubbles e’ un’anoressica. Anne e’ sempre meno lucida e Mrs. Emery marca il territorio a modo suo. Troviamo il signor Dudley e Ting Tong, una che doveva essere bella ma e’ orrenda, doveva essere thailandese ma e’ inglese, doveva essere donna ma e’ un uomo pero’ sa farsi apprezzare quando vuole. Cosi’ via quindi con una infinita’ di personaggi formidabili e divertentissimi, come le serie precedenti ma sempre piu’ feroci e pungenti.
Pare sia stata proprio questo a determinare la fine del programma, con critiche che da sempre piu’ parti puntavano il dito contro il politicamente scorretto e torniamo sempre qui, al male primo dell’Occidente. Del resto basta guardare gli scarti a fine serie per capire che uno dei criteri e’ proprio la presunta cattiveria verso minorati e minoranze. Del resto si puo’ vomitare (e non in senso lato) su tutto, persino su Sua Maesta’ in persona ma non su altre etnie. Perdiamo cosi’ per colpa di un buonismo peloso ed anestetizzante una delle serie piu’ formidabili di tutti i tempi. Vi saranno spin-off, anche americani, vedremo.

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Little Britain (Stagione 2) – David Walliams, Matt Lucas

Little Britain (Stagione 2)Come spesso accade, conviene non affidarsi troppo alle opere prime perche’ troppo curate, meditate, selezionate, limate alla perfezione. Non che un buon esordio sia facile, e’ certo pero’ che raccoglie il meglio del meglio di anni che attendevano solo il successo. Ben piu’ difficile e’ il seguito, li’ si vede subito se le cartucce migliori sono gia’ state sparate. In questi casi un po’ si vive sugli allori, un po’ si alza l’asticella fintanto che non sopraggiunge il crollo definitivo. Ebbene il dinamico duo Walliams & Lucas non solo dimostra che di carne al fuoco ne hanno da mettere ancora tanta ma soprattutto si fa evidente quanto viaggino col freno tirato. Il primo episodio della seconda serie e’ gia’ programmatico nella sua perfidia di un nuovo ordine di grandezza e attenzione, i nostri non hanno aumentato la cattiveria progressivamente no, si sono anzi buttati sugli spettatori con personaggi ancora piu’ caustici e le gag sempre piu’ velenose. Quando per capirci Lucas nei (non)panni di  Bubbles DeVere ci mostra l’orrore delle sue grazie, e’ evidente che sara’ una stagione col botto. Nuovi mostri in arrivo e quelli ereditati dagli episodi precedenti, ancora piu’ mostruosi. Che dire dei Pincher col figlio adulto che ancora poppa dalla non piu’ giovane madre o il Doug del centro di riabilitazione per ex tossici, la vecchia  Maggie Blackamoor che vomita sulle minoranze o la fetentissima impiegata di banca Carol Beer col gusto spiccato a negare crediti perche’ "Computer says no". I nostri menano e menano forte, anche con chi torna dalla prima serie. Vicky Pollard ad esempio, degrado dentro e fuori, la Anne malata mentale ma non troppo, la bulimica Marjorie Dawes e via di questo passo tanto andrebbero citati tutti. Non riesco a pensare niente di meglio e neppure niente di simile. Straordinari entrambi, Walliams e Lucas vanno goduti secondo dopo secondo. Favolosi.

Little Britain (Stagione 1) – David Walliams, Matt Lucas

Little Britain (Stagione 1)La Brexit mi ha fatto molto ridere, o meglio mi ha fatto molto ridere l’esito che i poteri forti non hanno potuto evitare e lo sbracciarsi inconsulto dei pupazzi, specie quelli nostrani, che in un impeto di terrore, hanno smarrito anche quel briciolo di dignita’ che restava loro. Ho riso talmente di gusto che non ho voluto smarrire l’onda emotiva e le buone vibrazioni percio’ m’e’ parso naturale rivedere uno dei prodotti televisivi tra i piu’ formidabili che la terra d’Albione abbia prodotto negli ultimi anni. "Little Britain", ovvero il duo Walliams e Lucas, attori strepitosi, come di rado m’e’ stato dato vedere. Una pletora di personaggi molto inglesi, molto sopra le righe, comici ma non grotteschi, piccoli mostri di quelli che incutono tenerezza, mai disgusto. Non siamo di fronte l’umorismo muto e molto british alla Benny Hill o Mr. Bean, al contrario loro parlano, parlano moltissimo e il linguaggio e’ parte integrante della vis comica. La caratterizzazione non sta solo nella gag in se’ anzi si rafforza nella gestualita’, nell’espressivita’ fenomenale che contraddistingue entrambi laddove il trucco di scena serve ma ancor piu’ e’ la voce, l’intonazione, il ritmo, la personalita’ infusa in ogni personaggio a renderlo unico e ritrovarsi stupiti nel constatare che sono in due, soltanto in due quando la percezione e’ una moltitudine.
Malgrado l’intento comico, non v’e’ spregio, non come la comicita’ nostrana che gode nel ritrarre l’italiano becero e stupido. Waliams e Lucas non colpiscono nessuno, non ce l’hanno con nessuno, non denigrano nessuno, le loro sono maschere, non persone vere, semmai il bersaglio e’ l’idea che qualcuno ha, la percezione che offre agli altri. Percio’ il loro umorismo non colpisce chesso’ gli omossessuali ma l’idea che loro danno gli altri. Lo stesso dicasi per le minoranze che non sono trattate da minorate, dal proletariato che si fa riconoscere per cio’ che fa, non per cio’ che e’. E’ una grazia, una leggerezza sublime anche quando lo sketch va giu’ pesante e pesanti ci vanno per davvero. Invidio molto gli inglesi, per tante cose e la brexit e’ solo l’ultima che vorrei anche per me e per noi. Certamente li invidio per il loro saper divertirsi e far divertire, uno stile per la nostra povera terra colma di pulcinella, purtroppo irraggiungibile.

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Otello (TV 1957) – Claudio Fino, Vittorio Gassman, Salvo Randone

Otello TV 1957M’imbatto in questo Otello, piu’ che altro per voglia di rivedere Shakespeare, scoprendo quasi casualmente di avere a che fare con la celebre rappresentazione che negli anni ’50 lancio’ Gassman presso il grande pubblico televisivo.
Nato sui palcoscenici italiani,egli approdo’ in prima serata nel 1957 con la regia di Claudio Fino, una regia invero minima, vuoi per il diverso linguaggio televisivo che a quel tempo concedeva poco all’estro puntando sul rigore della forma, vuoi perche’ si tratta di teatro portato sul piccolo schermo, non un adattamento, tendendo percio’ a non differenziare i due medium, cercando semmai di non snaturare l’esperienza dell’uno a favore dell’altro. Ad ogni modo poco importa per quanto nel suo piccolo, Fino riesce a sottolineare i giusti passaggi con buon mestiere e anche grazie alle ottime luci di Gianpiero Puliti e le straordinarie scene di Enrico Tovaglieri. Elementi fondamentali certo mai quanto pero’ la presenza di campioni quali Gassman e Randone. I due a quel tempo giocavano col pubblico e loro stessi, scambiandosi di ruolo, interpretando di volta in volta Otello e Iago, personaggi che nell’Otello sono parimenti protagonisti e che offrono sfide opposte nel contrapporsi di sconfitta e trionfo, disperazione e sadica gioia.
Per scelta o casualita’ Otello e’ spettato a Gassman e Iago a Randone e si dice fosse stata la scelta migliore perche’ per quanto i due attori fossero intercambiabili, in questi panni riuscivano ad esprimersi meglio. Come dar torto se ancora oggi se ne fa riferimento come una delle migliori rappresentazioni di sempre e non solo nel panorama italiano ma internazionale. Certo e’ che mi sarebbe piaciuto vedere i due attori a ruoli invertiti, per quanto sono certo che il giudizio non potesse variare di molto ma cosi’, a istinto, trovo che Gassman nei ruoli striscianti ed infidi sia fenomenale e Randone piu’ propenso alla disperazione che al trionfo.
Pure congetture fondate sul fare accademia laddove non c’e’ davvero nulla da aggiungere. Per completezza ricordo un bellissimo Cassio col volto di Osvaldo Ruggeri e ovviamente Anna Maria Ferrero nei panni di Desdemona, in parte l’anello debole tra i protagonisti ma a quel tempo faceva coppia con Gassman e si sa, qualche vantaggio ne viene sempre. Un’ultima annotazione va al testo, tradotto dall’originale da Salvatore Quasimodo e basta confrontarla con altre per comprendere che grande lavoro fu.
Insomma, un vero pezzo di storia, del teatro e della televisione. Guardare per capire.

Otello su Youtube

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