Lelio Luttazzi – Il giovanotto matto – Pupi Avati

Lelio Luttazzi - Il giovanotto mattoPer completare la lettura recente su Luttazzi, mi viene incontro un documentario a lui dedicato diretto oltretutto da Pupi Avati e trattandosi del piu’ importante regista italiano vivente, non poteva essere altro che un ottimo lavoro e cosi’ e’ stato. Girato nel 2008 con un Luttazzi ottantacinquenne che nell’ultima fase della sua vita, torna alla ribalta dopo una sorta di autoesilio dalle scene. In breve, vi fu una telefonata che nel 1970 lo coinvolse in un tragico errore giudiziario, uno dei tanti, troppi della cara Repubblica. Ventisette giorni di carcere che gli sconvolsero la vita al punto di mollare tutto al clou della carriera. Avati inizia il racconto su Luttazzi con un ritorno alla sua Trieste, citta’ natale e dove decidera’ di vivere i suoi ultimi anni di vita.
E’ la storia di un bambino rimasto orfano di padre a tre anni dalla sua nascita, la madre maestra di scuola, pochi studi di musica che un grande talento trasformarono in mestiere e l’amore per lo swing che lo condusse a traghettare verso nuovi suoni un’Italia appena uscita dalla guerra. Un pizzico di fortuna con i giusti incontri, l’avanspettacolo, la radio e la televisione, quando la televisione era per gli italiani un evento.
Poi il cinema con quegli strani eventi che lo portarono a recitare sotto Antonioni, insomma una vita piena, tanti successi e un’unica definitiva sconfitta. La cronaca di Avati che si divide tra intervista, immagini di repertorio e documentario si ferma qui, al 1969, ad un passo dall’anno successivo.
Non insiste, non ci prova neppure a far parlare Luttazzi, anzi lo lascia con una domanda che e’ anche riflessione per lui e per noi, un invito dopo tanti anni, a liberarsi di un grande peso come gesto taumaturgico.
Lo stile dolce e pacato di Avati si sposa perfettamente alla classe di Luttazzi che nel tempo resta immutata, l’oretta abbondante scivola via forse con troppa celerita’, molto viene omesso e la sensazione e’ che il poco tempo a disposizione sia solo un pretesto. Ad ogni modo "Il giovanotto matto" non  e’ soltanto un documentario su un artista che nel frattempo e’ scomparso ma un’importante riflessione sulla televisione che fu, sui suoi protagonisti e come in fondo, fosse lo specchio di un’Italia irrimediabilmente perduta.

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Halo: La caduta di Reach

Halo la caduta di ReachRestiamo su Halo e le sue trasposizioni cinematografiche.
Questa volta il protagonista e’ Master Chief in persona, Spartan o John 117, colui che abbiamo imparato a conoscere sin dai primi episodi del gioco e che rappresenta l’emblema stesso della saga. In effetti, gioco, romanzo e tutto l’universo Halo converge in questo episodio che narra la storia di John, bambino ultradotato. Prelevato dalla sua colonia all’eta’ di sei anni, sara’ destinato alle avventure guerriere che ben conosciamo. Assieme ad altre centinaia di bambini come lui, formera’ quello che sara’ definito il corpo degli Spartan, l’elite guerriera in prima linea contro i Covenant.
Sara’ un viaggio nella memoria di un individuo ma non di meno della guerra in corso, dell’UNSC e di tutto il sistema politico e militare che ruota attorno alla vicenda.
Il taglio e’ interessante, fattuale ma non di meno emotivo parlando di un John bambino eppure gia’ leader, un seme a cui serviva il giusto humus per germogliare e crescere.
Assieme a lui, anzi protagonista alla pari, la dottoressa Halsey alla quale si deve la fondazione del Progetto Spartan e la crescita psicologica e fisica di John e degli altri soldati, una madre forse non biologica ma di fatto  per tutto il resto. Molto molto interessante. La grafica lascia a desiderare, e’ evidente che non stiamo parlando di un prodotto di fascia alta, ma con l’animazione andiamo un po’ meglio. 
Bene invece la trama che comunque sfrutta un immaginario gia’ perfettamente definito e formato.
Per appassionati e non solo.

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Little Britain (Stagione 3) – David Walliams, Matt Lucas

Little Britain (Stagione 3)Terza ed ultima stagione per il duo Walliams e Lucas. Si consolidano stile e tecnica, alcuni personaggi spariscono, altri restano, molti si evolvono. Vicky Pollard e’ sempre piu’ truzza, Carol Beer e il suo computer che dice "no" si sposta dalla banca all’agenzia di viaggi, la guerra psicologica tra Mr. Mann, Roy e la gentile consorte Margaret, assume toni epici e talvolta drammatici. Facciamo conoscenza con l’ex marito di Bubbles DeVere e la sua nuova moglie, un bisonte nero al cui confronto Bubbles e’ un’anoressica. Anne e’ sempre meno lucida e Mrs. Emery marca il territorio a modo suo. Troviamo il signor Dudley e Ting Tong, una che doveva essere bella ma e’ orrenda, doveva essere thailandese ma e’ inglese, doveva essere donna ma e’ un uomo pero’ sa farsi apprezzare quando vuole. Cosi’ via quindi con una infinita’ di personaggi formidabili e divertentissimi, come le serie precedenti ma sempre piu’ feroci e pungenti.
Pare sia stata proprio questo a determinare la fine del programma, con critiche che da sempre piu’ parti puntavano il dito contro il politicamente scorretto e torniamo sempre qui, al male primo dell’Occidente. Del resto basta guardare gli scarti a fine serie per capire che uno dei criteri e’ proprio la presunta cattiveria verso minorati e minoranze. Del resto si puo’ vomitare (e non in senso lato) su tutto, persino su Sua Maesta’ in persona ma non su altre etnie. Perdiamo cosi’ per colpa di un buonismo peloso ed anestetizzante una delle serie piu’ formidabili di tutti i tempi. Vi saranno spin-off, anche americani, vedremo.

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Little Britain (Stagione 2) – David Walliams, Matt Lucas

Little Britain (Stagione 2)Come spesso accade, conviene non affidarsi troppo alle opere prime perche’ troppo curate, meditate, selezionate, limate alla perfezione. Non che un buon esordio sia facile, e’ certo pero’ che raccoglie il meglio del meglio di anni che attendevano solo il successo. Ben piu’ difficile e’ il seguito, li’ si vede subito se le cartucce migliori sono gia’ state sparate. In questi casi un po’ si vive sugli allori, un po’ si alza l’asticella fintanto che non sopraggiunge il crollo definitivo. Ebbene il dinamico duo Walliams & Lucas non solo dimostra che di carne al fuoco ne hanno da mettere ancora tanta ma soprattutto si fa evidente quanto viaggino col freno tirato. Il primo episodio della seconda serie e’ gia’ programmatico nella sua perfidia di un nuovo ordine di grandezza e attenzione, i nostri non hanno aumentato la cattiveria progressivamente no, si sono anzi buttati sugli spettatori con personaggi ancora piu’ caustici e le gag sempre piu’ velenose. Quando per capirci Lucas nei (non)panni di  Bubbles DeVere ci mostra l’orrore delle sue grazie, e’ evidente che sara’ una stagione col botto. Nuovi mostri in arrivo e quelli ereditati dagli episodi precedenti, ancora piu’ mostruosi. Che dire dei Pincher col figlio adulto che ancora poppa dalla non piu’ giovane madre o il Doug del centro di riabilitazione per ex tossici, la vecchia  Maggie Blackamoor che vomita sulle minoranze o la fetentissima impiegata di banca Carol Beer col gusto spiccato a negare crediti perche’ "Computer says no". I nostri menano e menano forte, anche con chi torna dalla prima serie. Vicky Pollard ad esempio, degrado dentro e fuori, la Anne malata mentale ma non troppo, la bulimica Marjorie Dawes e via di questo passo tanto andrebbero citati tutti. Non riesco a pensare niente di meglio e neppure niente di simile. Straordinari entrambi, Walliams e Lucas vanno goduti secondo dopo secondo. Favolosi.

Little Britain (Stagione 1) – David Walliams, Matt Lucas

Little Britain (Stagione 1)La Brexit mi ha fatto molto ridere, o meglio mi ha fatto molto ridere l’esito che i poteri forti non hanno potuto evitare e lo sbracciarsi inconsulto dei pupazzi, specie quelli nostrani, che in un impeto di terrore, hanno smarrito anche quel briciolo di dignita’ che restava loro. Ho riso talmente di gusto che non ho voluto smarrire l’onda emotiva e le buone vibrazioni percio’ m’e’ parso naturale rivedere uno dei prodotti televisivi tra i piu’ formidabili che la terra d’Albione abbia prodotto negli ultimi anni. "Little Britain", ovvero il duo Walliams e Lucas, attori strepitosi, come di rado m’e’ stato dato vedere. Una pletora di personaggi molto inglesi, molto sopra le righe, comici ma non grotteschi, piccoli mostri di quelli che incutono tenerezza, mai disgusto. Non siamo di fronte l’umorismo muto e molto british alla Benny Hill o Mr. Bean, al contrario loro parlano, parlano moltissimo e il linguaggio e’ parte integrante della vis comica. La caratterizzazione non sta solo nella gag in se’ anzi si rafforza nella gestualita’, nell’espressivita’ fenomenale che contraddistingue entrambi laddove il trucco di scena serve ma ancor piu’ e’ la voce, l’intonazione, il ritmo, la personalita’ infusa in ogni personaggio a renderlo unico e ritrovarsi stupiti nel constatare che sono in due, soltanto in due quando la percezione e’ una moltitudine.
Malgrado l’intento comico, non v’e’ spregio, non come la comicita’ nostrana che gode nel ritrarre l’italiano becero e stupido. Waliams e Lucas non colpiscono nessuno, non ce l’hanno con nessuno, non denigrano nessuno, le loro sono maschere, non persone vere, semmai il bersaglio e’ l’idea che qualcuno ha, la percezione che offre agli altri. Percio’ il loro umorismo non colpisce chesso’ gli omossessuali ma l’idea che loro danno gli altri. Lo stesso dicasi per le minoranze che non sono trattate da minorate, dal proletariato che si fa riconoscere per cio’ che fa, non per cio’ che e’. E’ una grazia, una leggerezza sublime anche quando lo sketch va giu’ pesante e pesanti ci vanno per davvero. Invidio molto gli inglesi, per tante cose e la brexit e’ solo l’ultima che vorrei anche per me e per noi. Certamente li invidio per il loro saper divertirsi e far divertire, uno stile per la nostra povera terra colma di pulcinella, purtroppo irraggiungibile.

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Otello (TV 1957) – Claudio Fino, Vittorio Gassman, Salvo Randone

Otello TV 1957M’imbatto in questo Otello, piu’ che altro per voglia di rivedere Shakespeare, scoprendo quasi casualmente di avere a che fare con la celebre rappresentazione che negli anni ’50 lancio’ Gassman presso il grande pubblico televisivo.
Nato sui palcoscenici italiani,egli approdo’ in prima serata nel 1957 con la regia di Claudio Fino, una regia invero minima, vuoi per il diverso linguaggio televisivo che a quel tempo concedeva poco all’estro puntando sul rigore della forma, vuoi perche’ si tratta di teatro portato sul piccolo schermo, non un adattamento, tendendo percio’ a non differenziare i due medium, cercando semmai di non snaturare l’esperienza dell’uno a favore dell’altro. Ad ogni modo poco importa per quanto nel suo piccolo, Fino riesce a sottolineare i giusti passaggi con buon mestiere e anche grazie alle ottime luci di Gianpiero Puliti e le straordinarie scene di Enrico Tovaglieri. Elementi fondamentali certo mai quanto pero’ la presenza di campioni quali Gassman e Randone. I due a quel tempo giocavano col pubblico e loro stessi, scambiandosi di ruolo, interpretando di volta in volta Otello e Iago, personaggi che nell’Otello sono parimenti protagonisti e che offrono sfide opposte nel contrapporsi di sconfitta e trionfo, disperazione e sadica gioia.
Per scelta o casualita’ Otello e’ spettato a Gassman e Iago a Randone e si dice fosse stata la scelta migliore perche’ per quanto i due attori fossero intercambiabili, in questi panni riuscivano ad esprimersi meglio. Come dar torto se ancora oggi se ne fa riferimento come una delle migliori rappresentazioni di sempre e non solo nel panorama italiano ma internazionale. Certo e’ che mi sarebbe piaciuto vedere i due attori a ruoli invertiti, per quanto sono certo che il giudizio non potesse variare di molto ma cosi’, a istinto, trovo che Gassman nei ruoli striscianti ed infidi sia fenomenale e Randone piu’ propenso alla disperazione che al trionfo.
Pure congetture fondate sul fare accademia laddove non c’e’ davvero nulla da aggiungere. Per completezza ricordo un bellissimo Cassio col volto di Osvaldo Ruggeri e ovviamente Anna Maria Ferrero nei panni di Desdemona, in parte l’anello debole tra i protagonisti ma a quel tempo faceva coppia con Gassman e si sa, qualche vantaggio ne viene sempre. Un’ultima annotazione va al testo, tradotto dall’originale da Salvatore Quasimodo e basta confrontarla con altre per comprendere che grande lavoro fu.
Insomma, un vero pezzo di storia, del teatro e della televisione. Guardare per capire.

Otello su Youtube

Watchmen – The complete motion comic – Dave Gibbons, Alan Moore, John Higgins

Watchmen - The complete motion comicPotrebbe “Watchmen” essere il fumetto piu’ importante di sempre?
Si potrebbe e se uso il condizionale e’ perche’ gli assoluti mi fanno un po’ paura. Potrebbe anche essere la piu’ importante opera letteraria mai scritta se mettiamo nel computo della stratificazione del testo anche quella dell’immagine.
La storia? Inizia come un giallo. Un anziano supereroe ormai in pensione viene assassinato. Si ricordano due formazioni di superuomini, una negli anni ’40 e una negli anni ’70. Lui, il Comico, questo era il suo nome, milito’ in entrambe finendo come agente del governo. E’ una Terra con una controstoria rispetto la nostra, laddove gli USA hanno vinto in Vietnam, Nixon e’ stato rieletto per oltre due mandati e quando Dott. Manhattan, il solo ad avere veri superpoteri, una specie di dio onnipetente se ne va, la Russia ne approfitta per invadere l’Afghanistan e il Pakistan.
Puo’ essere che tutto sia scollegato, oppure c’e’ un legame, un piano che cambiera’ la storia del pianeta.  In mezzo a tutto questo, le vite di decine di personaggi in 50 anni di storia americana, una girandola grazie alla quale l’intreccio prima incomprensibile, restituira’ l’immagine precisa della storia, la nostra storia, la storia del cosmo tutto.
E’ stupido persino che cerchi di riassumere, “Watchmen” va letto, riletto e riletto ancora.
Ogni volta che lo faccio e in oltre un quarto di secolo e’ accaduto tante volte, c’e’ sempre qualcosa di nuovo, solo l’emozione e la commozione restano le stesse. Ad ogni modo non parlo del live action, parlo del film… del fumetto.
Evidentemente anche per qualcun altro l’importanza di “Watchmen” e’ tale da non poter rimanere confinato su carta, percio’ e’ stato animato con una tecnica oggi desueta, cartoni letteralmente animati sullo stile dei vecchi “fumetti in tv” che qualcuno forse ricorda dagli anni ’70, ovviamente rivisto in computer grafica.
Motion comic, cosi’ la chiamano gli americani le tavole di Dave Gibbons animate, con tanto di fumetto, parole e in aggiunta una voce recitante, solo una, come una favola.
Servono cinque e passa ore di film diviso nei 12 capitoli della serie originale per restituire intatto il fascino del fumetto ed e’ una scelta semplice eppure la sola che poteva riuscire in tanto.
E’ la quadratura del cerchio, la totale fedelta’ all’albo e pur non sostituendo la lettura, nulla puo’, realmente, non si poteva fare di meglio. C’e’ la collaborazione di Gibbons e del colorista John Higgins e sorprendentemente ma fino ad un certo punto, non compare il nome di Alan Moore. Sappiamo la refrattarieta’ ad ogni traduzione delle sue opere in altre forme ma qui ha decisamente sbagliato, palesando una spocchia che poco ha a che fare col valore artistico. Insomma, spiace dirlo ma ha confermato la tendenza ad essere una primadonna e cio’ non gli fa onore. Il risultato finale non ne risente, pero’ ha poco senso.
Bello sino a commuovere ma non posso farci nulla, cosi’ e’ ogni volta che leggo quelle pagine e cosi’ sara’ sempre, non solo ritrovo la storia integra e sublime ma emergono nuovi particolari, minuzie che a migliaia e tutte da scoprire, rendono infinita la lettura e impreziosiscono la visione.
Cio’ che resta alla fine e’ la voglia di leggere ancora la serie e poi rivedere il film animato e cosi’ via, un piacere infinito, un capolavoro imperdibile in ogni forma possibile.

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Twin Peaks (Stagione 2)

Twin Peaks 2 stagioneCon un certo sollievo siamo giunti alla fine della lunga seppur non lunghissima saga di Twin Peaks. Come spiegavo in occasione della prima serie, ai tempi del passaggio televisivo ero impegnato con scadenze improrogabili come la naja, poi gli anni passano e serve un quarto di secolo per recuperare.
Della prima stagione non sono rimasto molto soddisfatto, vuoi per scadenza dei termini estetici, vuoi perche’ ci siamo smaliziati un po’ tutti, infine perche’ ragionando col senno di poi, Lynch ha mostrato molto altro.
Ad ogni modo la seconda serie, molto piu’ polposa della prima coi suoi 22 episodi, nemmeno a meta’ risponde inaspettatamente alla domanda che ha dato vita alla serie: chi ha ucciso Laura Palmer?
La scelta e’ curiosa, non necessariamente sbagliata, non fosse che Lynch e tutto il team di produzione si oppose a questa soluzione voluta dall’ABC, fatto e’ che in seguito partono una serie di sottotrame alcune di dubbia utilita’ ed interesse, spesso frettolose nell’essere portate a compimento e in generale mal strutturate. Giusto il finale esplode col botto, non a caso con la regia dello stesso Lynch che recupera in parte la situazione.
Se la prima serie mi e’ piaciuta pochino, la seconda, salvo sporadici momenti, mi e’ piaciuta pochissimo.
Gia’ il primo episodio esordisce con una scena tanto inutile quanto di lunghezza spropositata e funge da preludio ad una serie di numeri confusi e nella migliore delle ipotesi insignificanti. Scopriremo in seguito che il caos fu anche a causa dei contrasti tra produzione e team creativo, certo e’ che uno scrittore diverso per episodio, una tendenza all’improvvisazione qualunque ne fosse il motivo e senza l’apporto diretto di Lynch, non aiutarono.
Ripeto e ribadisco quanto gia’ ho scritto con la prima serie, che non nego il differente impatto del vederlo ieri rispetto oggi, la diversa tensione nell’attendere un’intera settimana piuttosto che avanzare di episodio su un dvd e insomma, il linguaggio televisivo e’ cambiato drasticamente, drammaticamente anzi.
Poi stiamo parlando di storia, qualcosa che travalica il bene e il male, da vedere anche alla luce dell’annunciata terza serie che dovrebbe rispondere al finale che conclude ma non troppo.

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Twin Peaks (Stagione 1)

Twin Peaks 1 stagioneEbbene non ho mai visto "Twin Peaks". Ma come, si dira’, un evento di questo genere sfuggito ad una fan di Lynch della prima ora?
Si da il caso che quando gli episodi di Twin Peaks andarono in onda, io fossi impegnato 7 giorni su 7, 24 ore su 24 in quella cosa chiamata servizio militare, una sana tradizione italiana che forse non rendeva uomini come ci dicevano i nostri padri ma certo aiutava a dare un bel calcio nel sedere all’indolenza giovanile. Poi il tempo passa e si dice siano trascorsi da allora 25 anni ed e’ il momento di non rimandare oltre.
La storia e’ nota anche perche’ senza tanti preamboli lo spettatore viene catapultato nel fatto compiuto dell’omicidio di Laura Palmer e in un piccolo paese come Twin Peaks nascosto nel profondo nord America ad un passo da Canada, e’ un evento che sconvolge e preoccupa.
Quando poi interviene l’agente Cooper dell’FBI, l’iconico Kyle MacLachlan, la faccenda s’allarga dal momento in cui veniamo a sapere che c’e’ di mezzo un killer seriale che da tempo miete vittime tra le giovani donne. Percio’ risolvere il caso di Laura vuol dire risolvere altri casi e nel contempo scavare nella vita di una comunita’ che solo in apparenza sonnecchia mentre sotto la superficie ribolle di torbidi segreti.
La faccio breve, sono deluso. Vi sono due ordini di problemi: il primo riguarda i 25 anni trascorsi che hanno mutato profondamente il linguaggio cinematografico e televisivo, percio’ il placido scivolare di sequenze senza montaggio e regia a momenti, alla fine e’ stancante. Non sono quello dei fuochi d’artificio ma il testo non basta e proprio sul testo il secondo problema. In questi anni s’e’ avuto modo di conoscere gran parte della storia, abbiamo visto il Lynch venuto poi, il nano e la tenda ce lo siamo mirati e rimirati anche fuori contesto. Tra cio’ che gia’ si sapeva, il pathos che viene a mancare guardando un episodio dietro l’altro invece di attendere una lunga settimana nonche’  una generalizzata perdita dell’innocenza che agevola il disincanto, il gioco si e’ rotto. Insomma non tutto dipende dalla storia in senso stretto anche se, malgrado lo sforzo di contestualizzare periodo e situazioni, non mi convince l’impostazione ibrida di thriller e humor quando questo diviene grottesco. Lynch ci ha abituato a molto meglio.
Ho perso il treno lo so ma aspettiamo la seconda stagione…

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Gli ultimi giorni dell’umanità – Luca Ronconi, Karl Krauss

Gli ultimi giorni dell'umanità - Luca RonconiNel 1990 Ronconi s’imbraco’ in una operazione gigantesca, per molti impossibile al punto che l’autore stesso a suo tempo disse irrealizzabile.
Nella grande struttura del Lingotto, Ronconi porta in scena la monumentale opera di Krauss che scrisse nei giorni stessi del primo conflitto mondiale del quale traccia una parabola altissima e molto, molto articolata.
Opera si diceva monumentale in pagine parlando del testo scritto, in volume e comparse parlando della trasposizione teatrale.
Che Ronconi cercasse come regola un nuovo linguaggio da esprimere nel teatro, fa parte della sua storia e della sua cifra stilistica, percio’ l’occasione di portare in scena il testo del commediografo austriaco, immagino si stata un’occasione molto ghiotta per lui, oltre naturalmente la sfida e la comunanza col tema trattato.
Difficile riassumere, impossibile anzi e del resto il presupposto del contesto e della vita dello scrittore e’ necessaria per comprendere a fondo la sua opera. L’inizio della rappresentazione e’ l’inizio della Prima guerra Mondiale, motivi, cause e pretesti, omicidi pre-meditati, un meccanismo quello della guerra che sempre meno ha a che fare con l’onore e sempre piu’ col profitto. Krauss si moltiplica freudianamente nelle tante voci narranti e si circonda di tutti i personaggi possibili, in fondo tutte vittime, soltanto con diversi gradi di consapevolezza.
I dialoghi, spesso i monologhi, rimbalzano nelle bocche dei personaggi e fisicamente attraverso set mobili e scorrevoli sui binari del Lingotto, stratificati in orizzontale e verticale e in continuo movimento, mezzi e uomini fluidi in un tappeto ordinato di pubblico a sua volta attore di se stesso, gente comune che vive all’interno della storia e della messinscena eppure estranea ad essa, senza possibilita’ di parola ed opinione.
Non voglio entrare nel senso dell’opera di Krauss e nell’interpretazione di Ronconi, compito ingrato che richiede ben altri spazi. Mi limito ad apprezzare il tentativo peraltro riuscito, di creare qualcosa di nuovo ed importante, certo unico. La sensazione soprattutto all’inizio e’ di uno sforzo piu’ autocelebrativo che esplicativo, Ronconi idealmente si sbraccia e il tono si alza ma e’ difficile distinguere l’edonismo dall’umorismo tetro dell’austriaco, poi pero’ si entra nel testo e la rappresentazione resta di sfondo dietro le parole che come macigni segnano una tesi che inizia antimilitarista e si allarga alla stampa, alla societa’ tutta, al potere e all’economia. Non sempre Krauss e’ condivisibile ma c’e’ del vero e una lucidita’ innegabile quanto terribile se proiettata nei decenni a venire.
Luci e ombre o meglio bei momenti ed ingenuita’ in entrambi ma non si puo’ non apprezzare lo sforzo e il risultato.
Opera costata un botto, soldi Rai, quindi pubblici, sempre molto generosa con chi vuole ma ugualmente e’ una rappresentazione che merita di essere guardata, capita, anche criticata ma serve esserci.

Pagina Luca Ronconi

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