Glenn Gould: The Russian Journey – Yosif Feyginberg

Glenn Gould The russian journey

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Casa di bambola – Vittorio Cottafavi (sceneggiato Rai 1958)

Casa di Bambola Cottafavi

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Orlando Furioso di Ludovico Ariosto – Luca Ronconi (TV)

Orlando Furioso TVEra il 1975. La RAI aveva due soli canali, non esisteva un’alternativa commerciale percio’ ci si ciucciava cio’ che lo Stato elargiva, passivamente, senza scelta. Ogni novita’ era un evento e una trasmissione poteva segnare i gusti delle famiglie e lanciare mode e tendenze, aprire dibattiti a livello nazionale e talvolta politico. Quando poi c’era anche solo la parvenza di cultura, le scuole si attivavano con lezioni ad-hoc o quantomeno bastava il parlarne in aula. Io avevo sette anni e ricordo l’attesa, i proclami e gli entusiasmi, ricordo tutto molto bene cosi’ come ricordo che fu una lunga, interminabile, incomprensibile, noiosissima rottura di palle, la peggiore rottura di palle televisiva che la nazione abbia mai visto. Non mi si dica che non e’ vero e basta osservare quante poche tracce abbia lasciato attorno a se, nelle repliche televisive, successivamente nelle scuole o nella cultura popolare.
Lo rivedo dopo 40 anni e anche oggi ribadisco, l’"Orlando Furioso" televisivo e’ una lunga, interminabile, incomprensibile, noiosissima rottura di palle e aggiungo, realizzata da gente molto arrogante percio’ molto stupida.
Voglio essere chiaro, i 5 episodi di un’ora ciascuno sono di rara bellezza dove la fotografia di Vittorio Storaro incanta e stupisce e la stesso si puo’ dire della regia che attraverso una scenografia onirica sospesa tra la tradizione di pupi e burattini e il teatro dal quale peraltro la versione televisiva trae origine e spunto. Il lavoro di Ronconi e’ raffinato ed elegante, incredibilmente mirato al racconto al punto che e’ difficile, impossibile fare di meglio e con piu’ grazia. Il testo vede l’adattamento realizzato dallo stesso Ronconi con Sanguineti, lo sforzo immane di sintetizzare per quanto possibile l’Ariosto e trasporlo in prima persona nel groviglio di vicende e personaggi. Interpreti di altissima caratura a partire da Massimo Foschi nell’Orlando, Edmonda Aldini nei panni di Bradamante e ancora Ottavia Piccolo, Luigi Diberti, Michele Placido ma soprattutto lei, Mariangela Melato una Olimpia fenomenale. La sapevamo grandissima attrice ma con questa interpretazione spazza via il 90% di quanto si sia mai visto al cinema, televisione e teatro. Incredibile.
Quindi qual’e’ il problema si potrebbe obiettare. L’opera come viene presentata, non ha spiegazione, introduzione, dettaglio su trama e personaggi. Compaiono strane persone su cavalli di legno in ambienti rarefatti mentre discutono in un complicato italiano cinquecentesco e tutto questo fu sparato in prima serata a gente di ogni ceto e mestiere dove il titolo di studio o la cultura non conta nulla se non si conosce per filo e per segno, neppure in via generale, cio’ che l’Orlando Furioso racconta. Anche la scuola si arrese, con la maestra che giusto giusto arrivo’ alla parte facile, quella dell”Orlando che perde il senno. Quanti ancora oggi posso affermare di conoscere il ruolo di Pinabello o Cloridano, quanto saprebbero contestualizzare un loro dialogo o anche solo riassumere la storia. Sfido anche professori d’italiano a farlo seduta stante senza un ripasso. Visto oggi col web a disposizione, cercando di capire chi sta parlando e soprattutto che dice, a stento si segue la narrazione e la vicenda scivola tra ampie zone buie e qualche sprazzo di luce, figuriamoci cosa poteva capire una normale famiglia italiana di quel tempo. Non importa quanto sia stato ben realizzato, l’Orlando presentato in questo modo e’ come la teoria delle stringhe spiegata in prima serata attraverso le equazioni: roba da stupidi arroganti, foss’anche un premio Nobel a farlo, anzi proprio per questo. Calvino infatti, lui si uomo intelligentissimo e colto, seppe raccontare l’Orlando e nel suo modo la verita’ della Cultura. Il male che ha fatto Ronconi alla televisione e al suo ruolo pedagogico lo paghiamo ancora oggi, un disastro di proporzioni immani, sfido a dire il contrario.

Depero. Rovereto, New York e altre Storie – Nello Correale

Depero. Rovereto, New York e altre Storie

Il sogno del maratoneta – Leone Pompucci

Il sogno del maratoneta

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Lectura Dantis – Carmelo Bene

Carmelo Bene Lectura Dantis (film)

Mapplethorpe – Fenton Bailey, Randy Barbato

Mapplethorpe

Il sogno del maratoneta – Leone Pompucci

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Lelio Luttazzi – Il giovanotto matto – Pupi Avati

Lelio Luttazzi - Il giovanotto mattoPer completare la lettura recente su Luttazzi, mi viene incontro un documentario a lui dedicato diretto oltretutto da Pupi Avati e trattandosi del piu’ importante regista italiano vivente, non poteva essere altro che un ottimo lavoro e cosi’ e’ stato. Girato nel 2008 con un Luttazzi ottantacinquenne che nell’ultima fase della sua vita, torna alla ribalta dopo una sorta di autoesilio dalle scene. In breve, vi fu una telefonata che nel 1970 lo coinvolse in un tragico errore giudiziario, uno dei tanti, troppi della cara Repubblica. Ventisette giorni di carcere che gli sconvolsero la vita al punto di mollare tutto al clou della carriera. Avati inizia il racconto su Luttazzi con un ritorno alla sua Trieste, citta’ natale e dove decidera’ di vivere i suoi ultimi anni di vita.
E’ la storia di un bambino rimasto orfano di padre a tre anni dalla sua nascita, la madre maestra di scuola, pochi studi di musica che un grande talento trasformarono in mestiere e l’amore per lo swing che lo condusse a traghettare verso nuovi suoni un’Italia appena uscita dalla guerra. Un pizzico di fortuna con i giusti incontri, l’avanspettacolo, la radio e la televisione, quando la televisione era per gli italiani un evento.
Poi il cinema con quegli strani eventi che lo portarono a recitare sotto Antonioni, insomma una vita piena, tanti successi e un’unica definitiva sconfitta. La cronaca di Avati che si divide tra intervista, immagini di repertorio e documentario si ferma qui, al 1969, ad un passo dall’anno successivo.
Non insiste, non ci prova neppure a far parlare Luttazzi, anzi lo lascia con una domanda che e’ anche riflessione per lui e per noi, un invito dopo tanti anni, a liberarsi di un grande peso come gesto taumaturgico.
Lo stile dolce e pacato di Avati si sposa perfettamente alla classe di Luttazzi che nel tempo resta immutata, l’oretta abbondante scivola via forse con troppa celerita’, molto viene omesso e la sensazione e’ che il poco tempo a disposizione sia solo un pretesto. Ad ogni modo "Il giovanotto matto" non  e’ soltanto un documentario su un artista che nel frattempo e’ scomparso ma un’importante riflessione sulla televisione che fu, sui suoi protagonisti e come in fondo, fosse lo specchio di un’Italia irrimediabilmente perduta.

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Halo: La caduta di Reach

Halo la caduta di ReachRestiamo su Halo e le sue trasposizioni cinematografiche.
Questa volta il protagonista e’ Master Chief in persona, Spartan o John 117, colui che abbiamo imparato a conoscere sin dai primi episodi del gioco e che rappresenta l’emblema stesso della saga. In effetti, gioco, romanzo e tutto l’universo Halo converge in questo episodio che narra la storia di John, bambino ultradotato. Prelevato dalla sua colonia all’eta’ di sei anni, sara’ destinato alle avventure guerriere che ben conosciamo. Assieme ad altre centinaia di bambini come lui, formera’ quello che sara’ definito il corpo degli Spartan, l’elite guerriera in prima linea contro i Covenant.
Sara’ un viaggio nella memoria di un individuo ma non di meno della guerra in corso, dell’UNSC e di tutto il sistema politico e militare che ruota attorno alla vicenda.
Il taglio e’ interessante, fattuale ma non di meno emotivo parlando di un John bambino eppure gia’ leader, un seme a cui serviva il giusto humus per germogliare e crescere.
Assieme a lui, anzi protagonista alla pari, la dottoressa Halsey alla quale si deve la fondazione del Progetto Spartan e la crescita psicologica e fisica di John e degli altri soldati, una madre forse non biologica ma di fatto  per tutto il resto. Molto molto interessante. La grafica lascia a desiderare, e’ evidente che non stiamo parlando di un prodotto di fascia alta, ma con l’animazione andiamo un po’ meglio. 
Bene invece la trama che comunque sfrutta un immaginario gia’ perfettamente definito e formato.
Per appassionati e non solo.

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