Art City 2017, Bologna 28-01-2017 (terza parte)

Art City 2017 - Simone PellegriniGiuliano Giuliani scultore bolognese e’ ospite di Elios drive-in, sala mostra e laboratorio che tra foto d’installazioni e piccole sculture ci racconta la sue esperienza sul territorio, fatta di grande opere con la dimensione pubblica nel DNA. Tra l’organico e il meccanico, volumi che nascono da traslazioni e proiezioni. Giochi geometrici come semi frattali di un mondo infinito da percorrere in ogni direzione. Molto divertente e molto interessante, almeno quanto "Bowie l’europeo", una mostra che racconta di un Bowie al meglio della sua carriera, gli anni del suo ritorno in Europa dopo i trascorsi newyorkesi, Berlino e le sue tensioni, la droga e Iggy Pop, tutto il magico insieme, quella strana configurazione che deflagrando crea invece di distruggere. Niente male, un pezzo di storia importante della musica popolare, per chi ha il mito di Bowie poi, incantevole e rivelatore.
Torniamo con piacere al Teatro San Leonardo, luogo suggestivo dotato di una forte mistica interna che se ben allestito come nel caso di  Simone Pellegrini e la sua "Dishonesti corpi" diventa straordinario. Dal buio spettrale emergono dimensioni oscure, suggestioni bibliche di corpi perduti e sintassi ultraterrene, Bosch estremo e stilizzato, cartografie ancora da immaginare. Molto interessante ma fuori dalle corde. Non mi ‘e piaciuto ma e’ un problema mio, lo riconosco. Art City 2017 - Saldi d'artistaMolto meglio invece Guido Vesprini, street artist che con la sua "archigrafia" racconta di una citta’ stratificata, segmentata, ridisegnata. Alienazione che prende corpo nella disgregazione, geometrie di nuova tribalita’, nuova idea.
Esteticamente fulminante, concettualmente interessante, mi e’ piaciuta moltissimo e attenzione che nell’urban art non ho alcun interesse ma quando merita, merita davvero.
Ultimo appuntamento della giornata e’ con "Saldi d’artista", ovvero Giuseppe Stampone assieme a Societa’ Dolce ridefiniscono un abbecedario per la contemporaneita’, particelle sintattiche per nuovi fonemi.
Operazione situazionista, detournement esteticamente impattante dal chiaro messaggio per tutti.
Come dicevo giornata intensa, ne seguiranno altre…

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Olli Mustonen – Teatro Comunale di Bologna, 03-02-2017

Mustonen BolognaI direttori-compositori non sono certo rari anzi, diciamo pero’ che trovarli a dirigere una propria opera non e’ cosa di tutti i giorni, specie trovandosi su piazze ai confini dell’impero. Quando accade pero’ e’ un gran piacere, nonche’ un evento e cosi’ e’ stato trovando Olli Mustonen al Comunale di Bologna.
Mustonen, finlandese del 1967 e’ direttore e compositore appunto ma anche musicista, un pianista di fama internazionale, tre ruoli, tre anime che, ed e’ qui la straordinarieta’ della serata, iniziata proprio con una sua composizione "Tryptich", nata come concerto per violoncelli, poi riscritta per orchestra d’archi. Prova straordinaria, concerto di rara bellezza, tre movimenti nei quali il compositore incanta e commuove, i primi due dove io colore emotivo illumina l’opera e il terzo piu’ impegnativo e bella espressione compositiva e d’orchestrazione.
Piu’ ordinaria per cosi’ dire la scelta del "Concerto per pianoforte e orchestra n. 25" di Mozart, o meglio dovrei dire che ben si comprende che un pianista voglia cimentarsi con essa, meno usuale invece e’ che il solista diriga anche l’orchestra sommando alla difficolta’ dell’esecuzione anche la regia e non e’ cosa da poco. Il suo e’ un tocco che coniuga fantasia e tecnica, ancora una volta forte emotivita’ ma senza eccessivi protagonismi, energie ben ripartite tra i due compiti non certo facili. Prova superata anzi superatissima e su questo non c’e’ alcun dubbio, uno spettacolo nello spettacolo. Mostrato quindi il Mustonen compositore ed esecutore, infine si e’ potuto concentrare sulla direzione con la Sinfonia n.6 di Prokofiev, opera drammatica del compositore russo, forte connotazione espressiva ma come abbiamo visto,l’esternazione dei sentimenti e’ dote di Mustonen che oltretutto conferma un’indole "russa" anche nel dirigere, non solo nel comporre. La sesta di Prokofiev non e’ tra le mie preferite ma nelle sue mani si rivela un piccolo gioiello carico di pathos e colori.
Grande, grandissima serata, Mustonen protagonista a 360 gradi, una vera gioia da ascoltare e nella conferma che la sinfonica e i suoi protagonisti hanno ancora tantissimo da offrire.

Pagina evento

Impromptus. Saggi musicali (1922-1968) – Theodor W. Adorno

ImpromptusChe triste fine Adorno. Scomparso dalle librerie e dalla memoria, citato ogni tanto da qualche polveroso professore in terza serata su Radio Rai 3, se si ha fortuna (per cosi’ dire) lo si trova in qualche bancarella per pochi euro quando non c’e’ traccia di lui neppure nelle grandi distribuzioni online, non di tutto almeno. E’ il caso di questo "Impromptus" che invero ho inseguito a lungo e messe le mani sopra non me lo sono fatto scappare. Come titolo insegna e’ una raccolta di saggi lunga 40 anni e oltre, un periodo molto lungo soprattutto pensando ad una guerra mondiale nel mezzo e soprattutto con una rivoluzione stilistica e tecnica senza uguali nella storia dell’umanita’.
Innanzitutto si fa i conti col serialismo e l’abbandono della musica tonale, quindi seconda scuola di Vienna e Schoenberg giusto per partire e con tutto quello che ne e’ uscito dal dopoguerra in poi. Ancora piu’ importante pero’ e’ la fruizione che cambia, quel passaggio fondamentale che trasformo’ l’ascolto da sistema d’elite a sistema di massa grazie alla radiofonia e alla diffusione dei dischi. Adorno cresce con la musica, fu allievo di Berg, tento’ la strada della composizione ma a voler pensare male, chi non riesce ripiega nella critica. Difese ed esalto’ Schoenberg a spada tratta e certo cio’ gli va dato di merito ma allo stesso tempo con tutta l’arroganza che gli era propria rifiutava il neoclassicismo alla Hindemith che non manca di triturare nel corso degli anni. Si capisce che la sua posizione intransigente si barcamenava tra la passione artistica e la filosofia marxista e in questo la lacerazione profonda di un uomo che ben conosceva l’argomento trattato, nulla gli si puo’ rimproverare a riguardo ma l’ideologia purtroppo offuscava senso e ragione, svalutando in parte o totalmente i ragionamenti spesso brillanti ma limitati in troppi punti. Il rapporto ad esempio tra le avanguardie e il grande pubblico impatta contro la fragile scusa dell’ideologia borghese che a suo dire impedisce la giusta diffusione della nuova musica, quando nemmeno per un istante si pone la domanda se possono esserci altre cause in ballo, fisiologiche, antropologiche o psicoacustiche. Insomma, a distanza di tanti anni resta piuttosto poco dell’Adorno-pensiero, molta curiosita’, a volte qualche buona analisi, cio’ e’ innegabile ma soprattutto la sensazione di un’occasione sprecata.

Art City 2017, Bologna 28-01-2017 (seconda parte)

Art City 2017 - Viva l'ItaliaUna tra le esposizioni piu’ suggestive viste sabato e’ stata "Pagine d’arte" a Casa Saraceni. Il libro e’ arte nel contenuto ma puo’ esserlo anche nella forma, il contenitore che diventa esso stesso messaggio, racconto di un percorso artistico che interseca testo, forma, materiali e soprattutto estro e fantasia.
Ben curata, ben organizzata, tante soprese da nuovi artisti e la possibilita’ d’interagire con molte opere esposte, sfogliare, toccare, entrare dentro la materia e ammirare stili e idee. Notevole.
Discorso ben diverso per Murakami Takashi, il pittore ultrapop giapponese in mostra alla Galleria Cavour. Rifacendosi all’iconografia manga e alla cultura jpop, ci scherza su con piglio giocoso ma deciso, sempre in bilico tra serio e faceto mentre ci si domanda se c’e’ o ci fa. Murakami quindi e’ complice o vittima del sistema?
Lasciamo il dubbio al visitatore. Certo e’ che divertente e’ divertente, in certi episodi persino lirico, per certo e’ un gran furbo ed e’ un pregio, attenzione bene, non un difetto.
Di ben altro tenore l’esposizione "Viva l’Italia" tenutasi al Museo Archeologico. Ambiente suggestivo e discreta l’organizzazione di alcuni film proiettati nella loro interezza, che testimoniano o dovrebbero testimoniare non tutta Art City 2017 - Carlo Corsil’Italia ma un pezzettino, quella che va dalla fine degli anni ’60 alla meta degli anni ’70 e solo l’Italia per cosi’ dire politica, quella di "Teorema" di Pasolini o "Lotte in Italia" del Gruppo Vertov. Cio’ che non funziona e’ un Mark Nash che riduce l’italia ai Pasolini e ai Bertolucci e sempre in pochi anni di storia, o la sua idea di storia, l’equivalente intellettualoide del "chitarra, pizza e mandolino". L’Italia e’ un prima, un dopo e infiniti durante che nulla ha avuto a che fare con questo.
Oltre al fatto che la proiezioni di interi film lascia un’impronta simbolica ma non effettiva all’elaborazione del messaggio. Piu’ suggestiva che utile.
Un bel salto qualitativo lo si compie a Palazzo d’Accursio con la mostra dedicata a Carlo Corsi, pittore bolognese del 1879 che in oltre 80 anni di vita ha sperimentato stili e tecniche, passando dal ritratto piu’ ordinario ad una rappresentazione essenziale e multimaterica, informale ed astratta. Sessanta opere che raccontano un percorso non singolare ma significativo, artista a mio avviso ordinario con sprazzi d’originalita’ soprattutto negli ultimi due decenni della sua vita dove ho visto i lavori piu’ interessanti

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Solchi Sperimentali Fest, Modena 28-01-2017

Solchi Sperimentali Fest, ModenaMalgrado i liguabuoi e i vaschirossi, se l’Emilia attrae per ben due volte un Solchi Sperimentali Fest, significa che c’e’ ancora speranza. Da Bologna s’e’ passati a Modena, quindi gioco in casa e devo dire che c’abbiamo guadagnato un po’ tutti. Io perche’ piu’ vicino, il Festival perche’ il pubblico presente in sala ha di gran lunga superato quello della serata bolognese.
Promotore sempre Antonello Cresti di "Solchi Sperimentali" e a lui il compito di presentare ed introdurre artisti e la filosofia di un Festival che della eterogeneita’ fa un proprio vanto e programma.
Il festival in questo caso ha anche un altro padrino, Marco Lucchi didatta e musicista che ho seguito e conosciuto nel corso degli anni sui social e dal quale ho imparato moltissimo. Diversi i lavori assieme ma solo ora c’e’ stata possibilita’ di salutarsi dal vivo ed e’ stato un vero onore. Ad ogni modo a lui e’ toccata la direzione creativa e la partecipazione in prima persona alla serata che si e’ aperta con i Perspektive Philidor. Duo molto discreto dal suono misterioso, elettronica fluida e suadente, ambient oscuro, atmosfere cariche di tensione, onirici alle soglie dell’incubo. A dare forma alla musica un teatrino di luce e ombre, proiezioni su piccolo schermo per burattini transdimensionali, volumi cangianti, pulsanti di un racconto che atterrisce, favola di un futuro alieno e gotico.
Molto bravi e molto suggestivi.
Seconda parte, la piu’ lunga e articolata, ha visto in realta’ sul palco quattro musicisti: Marco Lucchi, Dario Lucchi, Massimo Amato e Max Fuschetto. Ognuno porta in scena il proprio brano ma e’ meglio dire il proprio stile, l’essenza della propria arte. Percio’ i musicisti su alternano come protagonisti sul palco con gli altri ad accompagnarli in una performance definita nelle linee guida ma estemporanea nei fatti.
Solchi Sperimentali Fest, Modena - AtaraxiaSe Fuschetto e’ l’anello di congiunzione perfetto tra passato e presente,acustico ed elettronico allo stesso tempo, strutturato eppure grande interprete live, Massimo Amato reinterpreta l’elettronica in chiave acustica, lascia da parte l’algida padronanza dei suoni e si getta con passione su modulazioni energiche e caratterizzate. Furore e controllo e non e’ retorica ma stile. Marco Lucchi lo conosciamo non bene ma benissimo. Egli ama la musica e ad essa dona il suo sapere e la sua tecnica. Sulla letteratura e sui classici, nuovi o vecchi che siano, Lucchi edifica le sue composizioni, reinventa senza stravolgere, mantiene un’aderenza topologica che sa d’evoluzione e grande gesto d’amore.
Dario Lucchi, suo figlio ha ereditato dal padre certamente la passione ma ha portato avanti un discorso autonomo, tanta voglia di sperimentare ma i piedi ben piazzati sui fondamentali. Musicista preparato ma capace di grandi invenzioni. Da seguire.
Ultima parte, dedicata agli Ataraxia, storica band neofolk modenese alla quale comunque ogni definizione sta stretta. Certo, con queste sonorita’ li si identifica meglio ma allo stesso tempo il lavoro sui testi e tecniche musicali antiche declinate al presente, li portano piu’ vicini alla sperimentazione e all’invenzione di un cosmo nel quale rock, folk ed elettronica sono tutt’uno. Dal vivo la loro forza e’ palpabile, merito di un organico perfettamente affiatato e naturalmente dalla grande voce e grande presenza scenica di Francesca Nicoli, la cantante. Non c’e’ davvero da aggiungere altro.
Altra grande serata del Solchi Sperimentali Fest, manifestazione da seguire ovunque e comunque.

Playlist YouTube
Perspektive Philidor
Marco Lucchi set per il 28 Gennaio
Max Fuschetto
Massimo Amato
Dario Derek Lucchi
Ataraxia

Art City 2017, Bologna 28-01-2017 (prima parte)

Art City 2017Credo mai come quest’anno s’e’ parlato male di Arte Fiera il cui problema di fondo che s’acuisce man mano con gli anni e’ l’esasperante accelerazione commerciale che viene venduta come arte e come tale viene fatta pagare ai visitatori. In sostanza c’e’ un biglietto per vedere chi vende e chi compra. La discussione e’ aperta e accesa, personalmente me ne tiro fuori non andandoci e altresi’ godendomi il vero evento, Art City dove Bologna diviene una grande galleria con tante stanze diverse grandi come palazzi. Se c’e’ un difetto in tutta l’operazione e’ la sovrabbondanza di eventi ma non ci lamentiamo per il brodo grasso e comunque con un’attenta programmazione, si puo’ vedere molto anche nelle settimane a seguire. Come gli anni precedenti mi limitero’ agli eventi piu’ importanti, non necessariamente i migliori e con molto ancora da vedere.
Tributo al Caccia. Grande architetto Luigi Caccia scomparso ultra centenario nel Novembre scorso, milanese e attivo in prevalenza in Lombardia ma lascio’ il suo segno pure a Bologna. Scopro proprio in questa occasione che la bellissima Piazza Santo Stefano inaugurata nel 1991 e che tante volte ho ammirato nel sublime equilibrio tra antico e moderno, e’ opera sua . Un tassello importante nella conoscenza della citta’.
Inside Brazil. Che poi iniziative come Art City confermano che il vero obiettivo della manifestazione e’ far conoscere la citta’ e ci riesce benissimo come nel caso della Basilica di Santo Stefano che scopro nella sua bellezza proprio con la mostra ospitata nei suoi chiostri. Cinque artisti brasiliani che raccontano la loro terra attraverso foto, sculture, video e dipinti. Ottima la scelta dei lavori esposti, forse manca quel tocco di unicita’ e originalita’ ma vi sono cose belle e cio’ basta.
Art City 2017 - Danila TkachenkoOmissis. Spazio off di Arte Fiera con sculture di Andrea Poggipollini e foto di Samuele Sodini nel pop del pop, anzi nel post del post, percio’ combinare a scelta e si ottiene la citazione del classico piu’ classico declinato al contemporaneo piu’ popolare del popolare. Discreto, certamente piacevole, disimpegna e diverte.
Paolo Ventura / Danila Tkachenko. Doppia presenza organizzata dalla Galleria del Cembalo. Non mi soffermero’ troppo su Paolo Ventura per quanto il suo lavoro sia originale e gradevolissimo nella ricostruzione scenica di un immaginario passato, fotografie di un mondo di finzione che riproduce la realta’, un cortocircuito carico di pathos che si fa voler bene al primo sguardo. Ancor meno parlero’ ora di Tkachenko perche’ vi sara’ una nuova occasione e in sede separata.
Giovanissimo fenomeno nato a Mosca nel 1989, sta conquistando il mondo della fotografia e di certo ha conquistato me con la serie "Restricted areas", foto rubate al gelo e alla storia, il cosmico sovietico che torna dalle zone proibite di un passato che a volte sembra immaginario. Immagini di una bellezza strepitosa ed entusiasmante. Semplicemente favoloso.

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Scharoun – Eberhard Syring, Jorg Kirschenmann

Scharoun TaschenEra da un po’ che non mi dilettavo con un Taschen, uno della serie Basic Architecture. Piccolo formato per grandi storie di grandi personaggi e non smettero’ mai di parlare bene di una casa editrice che ha trovato il modo di conciliare qualita’ a basso costo con testi competenti ed ottime fotografie. Parliamo di una monografia, Hans Scharoun, tedesco che ha attraversato il secolo scorso, due guerre e sappiamo bene cosa ha significato farlo in Germania. Personaggio che potremmo inquadrare in tanti modi, razionalista ad esempio ma con una sua idea forte e precisa sull’abitare e il vivere. Architettura funzionale, non un punto di arrivo ma di partenza con al centro sempre e comunque l’uomo e le sue esigenze. In questo lo identifichiamo con altri architetti del suo tempo, Le Corbusier certamente sotto l’impianto teorico e non di meno con contatti ad un Gropius.
Per Scharoun esiste un interno ed e’  dall’interno che l’edificio si sviluppa e cresce ed e’ sempre l’interno ad avere priorita’ rispetto ad ogni altra considerazione. Edifici pubblici come scuole, biblioteche, teatri nascono sempre in funzione del loro obiettivo e di chi lo frequenta. Fino al secondo conflitto mondiale seppe farsi notare per le sue soluzioni d’avanguardia mantenendo pero’ un profilo tendenzialmente basso e lavorando su singole case o piccoli edifici per non scontrarsi col regime nazista che non vedeva di buon occhio il modernismo. Molti sono i progetti che non andarono in porto ma non fuggi’ e quando la guerra fini’ fu uno degli architetti incaricati per la ricostruzione. E’ dagli anni ’50 in poi che troviamo gli edifici piu’ importanti che portano la sua firma, due su tutti la Philharmonie di Berlino e sempre di Berlino la Biblioteca di Stato, veri e proprio monumenti nazionali. Lavoro’ pochissimo all’estero e cio’ forse ha contribuito a frenare la sua fama ma quello che ha fatto e’ bastato a metterlo assieme ai grandi dell’architettura. Il piccolo Taschen racconta tutto questo molto bene, con le splendide foto a colori e il testo essenziale ma senza sbavature. Bello e interessante.

Upstream color – Shane Carruth

Upstream colorDopo "Primer" film convincente a meta, eccessivamente confuso e non poco pretenzioso, volevo vedere dove Carruth sarebbe andato a parare ecco percio’ "Upstream color".
Storia di un lombrico che se fatto ingerire ad un essere umano, lo lascia in balia del volere altrui. Questo e’ cio’ che capita ad Amy Seimetz che di colpo si ritrova col conto svuotato, beni personali trafugati e senza lavoro. Incontra Carruth che pare avere avuto lo stesso destino. Tutto converge verso un musicista / rumorista / allevatore di maiali che pare saperla lunga.
Posso dire che si capisce poco o niente? Non so, i giudizi entusiastici piu’ di critica che di pubblico, stanno ad indicare che non ci sono arrivato io, oppure trovo sia un’ipotesi tutt’altro che improbabile che vi sia chi bluffa clamorosamente per amor proprio . Il fatto stesso che il film si presti ad un’ampia gamma d’interpretazioni tutte ugualmente plausibili, lascia intendere che una trama vera e propria non c’e’ il che non e’ male se il tuo cinema e’ d’avanguardia e sperimentale, una tragedia invece se vuoi raccontare una storia. Il fatto stesso che Carruth abbia gia’ dato prova di un certo caos letterario o lo prendiamo come stile o vera e propria incapacita’ d’imbastire una storia sensata. Cosa mi stai dicendo caro regista, che e’ in corso un’invasione aliena? Forse un ritorno alla natura? Un salto evolutivo? E perche’ non un’epocale truffa dagli esiti imprevisti? Non so neppure dare una valutazione in senso generale. Regia da indipendente, fotografia da indipendente, recitazione da indipendente e cio’ suona un po’ troppo spesso stantio, come una scusa per chi non sa fare di meglio se non si sa inventare e proporre una propria visione di cinema.
Mr.Carruth se ha carte da giocare le mostri, la pazienza e’ quasi terminata.

Scheda IMDB

AMO Museo dell’opera, Davide Frisoni, Marco Gastini – Verona 21-01-2017

Giornata intensa quella di sabato che meriterebbe molto piu’ spazio ma il tempo e’ quello che e’ e nel contempo mi sembra giusto parlarne.
AMO VeronaInnanzitutto il Museo dell’Opera. Pur essendo ormai diverse le occasioni avute per visitare l’AMO, e’ la prima volta che resta un po’ di tempo per vedere la mostra permanente che invero e’ la mission del museo, ovvero raccogliere reperti e testimonianze sull’Arena di Verona e le sue rappresentazioni.
Ambiente nuovissimo, interni eleganti, moderni ma sobri per offrire il massimo dell’attenzione sul contenuto. Sale zeppe di memorabilia, locandine, costumi di scena e fotografie dei protagonisti che hanno fatto la storia dell’Arena di Verona quindi della lirica. Straordinari i bozzetti delle scenografie, specchio dell’arte di chi li ja elaborati ma pure del tempo in cui sono stati concepiti, piccoli gioielli grafici e stilistici. Spettacolare poi il piano interrato che mescolando antiche rovine con vetro e cemento, mostra foto d’epoca, specchio di una nazione, del pubblico e degli artisti che si sono succeduti nel tempo.
Davvero un piccolo gioiello, la ciliegia da gustarsi a fine temporanea.
Marco Gastini VeronaTotalmente imprevisto invece il giro alla Galleria dello Scudo. Situata nel cuore di Verona, basta alzare lo sguardo sulla principale Via Mazzini, per leggere che in questi giorni e fino al 31 Marzo, ospita Marco Gastini. Torinese classe 1938, artista d’avanguardia che nel decennio ’80, quello sul quale si focalizza la mostra, declino’ la materia in espressione e dimensione emotiva oltreche’ fisica. Multimaterico, splendida confusione tra pittura e scultura, la tridimensionalita’ dei materiali si apre verso nuovi spazi di pensiero, riprendendo un percorso informale gia’ da tempo tracciato ma con rinnovati orizzonti. Oltre l’informale appunto ma anche oltre il minimalismo, oltre lo spazialismo e l’arte povera, ritroviamo tutto questo dotato di nuovo slancio, opere davanti alle quali si riflette e ci si smarrisce. Notevole, davvero notevole.
Frisoni VeronaInvece prevista e pianificata la visita a Davide Frisoni presso Casa Mazzanti. Qualche mese fa a Riccione, Frisoni in persona anticipo’ questa esposizione e da allora si programma il ritorno a Verona anche in funzione di questo. Casa Mazzanti e’ un locale elegante e molto frequentato nel cuore di Piazza delle erbe, niente di piu’ facile quindi da trovare. Conviene concordare prima l’appuntamento, ringrazio ancora per il tempo che che ci e’ stato concesso malgrado l’orario difficile, per ritrovare le opere di Davide Frisoni, splendidi campioni tra le varie serie, le piu’ recenti come le Vedute, le carte, e i Ricordi, quadri nei quali il colore e’ materia e materia e’ energia. Con Frisoni l’ordinario fatto di asfalto bagnato e luci sospese, diviene uno stato della mente, un nuovo universo da esplorare. Emozionante e ancor piu’ emozionanti i dipinti che l’artista riminese ha dedicato a Norcia, purtroppo ancora attuali nel carico di dolore che recano con loro, di straziante bellezza vederli finalmente dal vivo. Tappa obbligatoria.

Pagina ufficiale AMO
Evento Frisoni a Casa Mazzanti
Marco Gastini presso Galleria dello Scudo

Picasso Figure (1906-1971) – AMO Verona, 21-01-2017

Picasso Figure VeronaPicasso non mi piace e ci puo’ pure stare, aggiungo pero’ di non pensare a lui come l’artista piu’ influente del XX Secolo e qui si aprono le discussioni, discussioni si badi bene, che non intendo neppure iniziare.
Non saro’ comunque io colui che puo’ negare l’importanza del suo ruolo storico e artistico e neppure la validita’ del suo lavoro che peraltro trovo straordinario nei periodo blu e rosa ma Picasso visse a lungo, ebbe la fortuna di essere l’uomo giusto nel posto giusto e di essere compreso da critica e mercato non certo senza merito, sin da subito. Difficile trovare qualcosa in cui non si e’ cimentato, del resto appunto, di anni ne ha avuto a disposizione parecchi e senza problemi economici seppe sperimentare con forme e materiali, potendo focalizzare l’attenzione su certi soggetti o tematiche, alcune delle quali, pensiamo al rapporto tra pittore e modella, lungo tutta la vita. All’AMO di Verona, ci si sofferma su un aspetto del lavoro di Picasso, quello che riguarda le figure. Figure intese come ritratti ma anche astrazioni metaforiche e metafisiche o pura espressione tecnica. Per qualche strana – si fa per dire – ragione i periodi blu e rosa vengono saltati a piu’ pari e s’inizia il percorso con quel Nudo seduto del 1906 che anticipa e mostra i prodromi del periodo cubista e africano con tutta l’importanza che essi rivestiranno. La mostra percorre in rigoroso ordine cronologico il lavoro di Picasso soprattutto negli anni 20 e 30 dove cubismo e surrealismo divengono una matassa inestricabile e certo unica nella storia dell’arte. E’ una manifestazione con tanti lavori esposti, che riesce a dare continuita’ ad un discorso unitario e si riconoscere l’influenza di Picasso sul suo tempo ma anche negli anni a venire, dai 50 in avanti dove l’artista seppur vivo e vegeto, non seppe piu’ inventare ma solo perfezionare quanto gia’ ebbe modo di fare. Le grandi tele offrono cio’ che nessun libro potra’ mai dare, la profondita’ e la vertigine, il particolare e la precisione, non di meno l’impressione e in questo la mostra trova compimento e successo.
Alla fine resto della mia idea su Picasso ma nasce un bel confronto. Sempre ben curate le mostre all’AMO, audioguida completa e interessante, ambienti ottimamente illuminati e contestualizzati. Divieto di fotografare ed e’ una battaglia che porto avanti ogni volta, ribadendo che un sistema permissivo anche se selettivo, oggigiorno aiuterebbe tantissimo nel diffondere occasioni ed opportunita’ . Si sottolinea purtroppo i controlli con metal detector all’ingresso dal momento in cui viviamo in stato di guerra e se cio’ avviene alle porte di un museo, significa la sconfitta di un sistema che sottrae all’arte anche la forza della salvezza. Il personale cortese attutisce in parte la tragedia nella quale ci hanno scaraventato.
Percio’ una mostra diviene oltremodo importante e questa di Picasso certamente lo e’ .

Pagina ufficiale

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