Le più terrene occupazioni – Aleksandr Sokurov

Le più terrene occupazioniAnche i grandi iniziano da piccoli. Devo aver gia’ usato questo incipit e comunque la memoria va a Herzog ma con molta meno ironia. Breve documentario che vede un giovanissimo Sokurov per la prima volta dietro la macchina da presa e cio’ ne fa un evento. Ancora studente universitario, giro’ a Gorkij un filmato sui sovchoz di quella regione, in realta’ una specie di pretesto partendo da quelle che ricordiamo furono delle aziende agricole collettivizzate e gestite dal governo con manodopera e contadini del luogo stipendiati come normali lavoratori.
L’anno e’ il 1974, il regime comunista ancora saldo in sella per quanto col senno del poi, i documentari come questi gia’ tracciavano la parabola discendente e lo schianto che soltanto tre lustri dopo, sarebbe avvenuto.
Girato in pieno stile propagandistico, si esaltano le grandi conquiste anche sottolineando le difficolta’. Se da un lato si racconta di raccolti aumentati enormemente nel corso dei decenni grazie soprattutto alla meccanizzazione, ad un migliore sfruttamento del territorio, nonche’ col miglioramento delle infrastrutture, dall’altro la battaglia contro il clima e la scarsezza delle materie prime sono i maggiori ostacoli da superare.
Il documentario si snoda attraverso le interviste a tre persone responsabili del luogo, un ingegnere il cui compito e’ quello di costruire strade, bacini e canali per il trasporto delle merci, dei beni e la distribuzione dell’acqua, ad un responsabile di uno dei piu’ grandi sovchoz, che ovviamente dipende dalla tecnologia e dalle infrastrutture che ha a disposizione, infine di una donna, una contadina salita di grado a gestire la manovalanza, che ricorda come si lavorava e indicare come continuare il lavoro coi nuovi mezzi.
In tutto questo Sokurov e’ ovviamente assente, come regista intendo, mero braccio della propaganda e senza alcuna forza per staccarsi e dire la propria, per quanto egli non minimizza l’incedere faticoso delle terrene occupazioni, anzi pare voler spingere su questo tasto come il grido d’allarme verso un’economia che malgrado gli sforzi stava collassando, della quale la glasnost di Gorbaciov fu il canto del cigno e la perestrojka l’ultima illusione.

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Elegia orientale – Aleksandr Sokurov

Elegia orientaleAvevo scordato questo terzo capitolo della trilogia che assieme a "Una vita umile" e "Dolce" compone il ciclo giapponese. Pura dimenticanza e un po’ di vergogna a ricordarmene dopo tanto tempo
Dei tre racconti, e’ il piu’ lontano dal Giappone perche’ in realta’ e’ un pretesto per un viaggio nei ricordi, un tuffo nelle emozioni e passioni del regista.
Ci sono case immerse nella nebbia e la nebbia sfuma gli angoli retti cosi’ come il tempo attenua le asperita’ dell’esistenza. La scena e’ grigia ma non lugubre, un senso di immobilita’ che ispira riflessione, non resa incondizionata.
Poi una luce, come un ricordo piu’ limpido degli altri e dentro quella luce uomini e donne, anch’essi eterei, senza tempo, come i loro ricordi, le loro esperienze e i racconti di cose di questo e dell’altro mondo, un flusso di coscienza che coinvolge e abbraccia l’intera umanita’.
Come spesso accade nei suoi film e in special modo nelle sue elegie, Sokurov e’ voce narrante e protagonista ma egli si definisce ombra e ombra e’ veramente in un non-luogo nel quale non conta cio’ che si e’ ma cio’ che si vuole conoscere. In "Elegia orientale" il regista espone l’intera cifra stilistica che lo contraddistingue ma ancor meglio ripropone gli archetipi del suo cinema, i ricordi piu’ cari e profondi, la casa dove e nato, la sua cicogna, con quell’affetto soltanto a lui noto e che ha disseminato in altri film, "Kamen" ad esempio.
E’ in questi archetipi che riconosciamo la fratellanza col maestro Tarkovskij che omaggia di foreste, nebbie e acqua e nel finale con l’isola in mezzo al mare,quelle isole della memoria di "Solaris" nell’esatta rappresentazione che volle dargli il grande regista scomparso.
Come sempre emozionante, Sokurov unico capace di ridefinire le forme attraverso la sottrazione della luce, maestro in cinematografia di una forma-immagine che va da William Turner, giungendo agli acquarelli dei maestri orientali, egli solo arriva e riesce ad essere statico eppure pregno di una dinamicita’ lenta ed inesorabile capace di creare ombre e fantasmi, mistero e stupore.
Bellissimo.

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Kamen – Aleksandr Sokurov

KamenPietra. Sulla pietra l’umanita’ e’ nata, cresciuta e ad essa non puo’ prescindere.
La pietra e’ fondativa, protegge o colpisce. La pietra seppellisce o rinforza l’anima di chi la possiede, accoglie, scaccia gli estranei ed esclusi.
Chi entra nella casa, casa di pietra o suoi sostituti, cerca un legame, un vincolo, un rifugio perche’ nella casa v’e’ tutto questo, nella casa si ritrova cio’ che si e’, nascosti o forse esaltati dall’intimita’ delle mura.
Sokurov tanto diverso da chiunque altro eppure cosi’ simile a se stesso, nella sintassi di un bianco e nero espressionista quando e’ l’unico al mondo che sa parlare di espressionismo anche col colore.
L’espressionismo e’ architettura dell’ambiente, e’ luce che delinea i volumi e traccia i contorni esasperandoli e nessuno sa maneggiare architettura, luce e volumi come Sokurov e percio’ questo e’ un film unico.  
Meraviglia che si ripete e si rinnova malgrado l’abitudine al suo cinema non basta per sentirsi sazi. L’uso di lenti anamorfiche con le quali Sokurov punta il dito e sottolinea, strania e spaventa nell’idea e nella tecnica.
Terrificante di un terrore primevo e appunto a forze antiche alle quali Sokurov si rivolge e che mette in mostra, un ritorno alla vita o al suo addio, uomini senza tempo e in quanto tali non piu’ uomini, circondati da oscure presenze, apparizioni talvolta fugaci, altre persino comiche, comunque inquietanti per una casa che ricorda "la zona" di tarkovskijana memoria, la terra degli Stalker per intenderci perche’ per entrambi i registi, sempre di ricordi si tratta..
L’assenza di colore si esalta in una atmosfera da fotografia pittorialista portatrice sugli esterni di inaudita forza e mistero mentre dentro casa, si perde la nozione di fotogrammi per trovare una successione di pitture in sequenza, ognuno di essi da conservare e studiare come singola e unica opera d’arte.
I dialoghi non raccontano, non avvicinano anzi allontanano ma non c’e’ intento di separazione, semplicemente non essendo necessari, vagano come orpelli inutili tra lo scorrere sempre piu’ indistinto del tempo e la definizione della pietra nelle sue diverse sfaccettature.
Film forse difficile per chi si appresta a conoscere il grande regista russo. Il mio consiglio e’ di arrivarci dopo, avendo gia’ nel cuore la sua poetica che sappiamo fare di lui uno dei piu’ grandi registi viventi.

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Faust – Aleksandr Sokurov

FaustDopo la lunghissima retrospettiva dedicata a Sokurov di qualche anno fa, ho lasciato che i suoi film sedimentassero sul fondo dei ricordi e delle passioni, ho fermato il turbinio incredulo che m’impediva di guardare qualunque altra cosa non rispondesse ai canoni di qualita’ e poetica che il grande regista russo aveva oramai istillato in me.
Non a caso tenni per ultimo "Arca Russa" e sempre non a caso non volli vedere "Faust" col quale riparto per una piccola serie.
Gia dal volo planato che ci accoglie all’inizio, cresce dentro l’emozione di un ritorno a casa e le tinte desaturate del laboratorio di Faust, riportano alla memoria alcuni tra i suoi lavori piu’ potenti, "Madre e figlio", il ciclo giapponese, "Taurus" ovviamente nel suo viraggio consumato e soprattutto "Moloch" sostituendo pero’ al freddo acciaio il giallo seppiato.
Basta poco per accorgersi che in "Faust" v’e’ la summa della cifra lirica e tecnica di Sokurov, col movimento fluido di "Arca Russa" che replica l’aleggiare di forze piu’ grandi di noi che ci circondano e ci osservano, i colori che mutano di intensita’ e definizione in uno sguardo sulle cose sempre diverso. Le lenti che deformano o sottolineano, flusso di coscienza che attraverso la mutazione si esprime nella variabilita’ di un mondo in perenne cambiamento, laddove di momento in momento cio’ che vediamo e’ distorto da cio’ che sappiamo.
Incredibile. Nessuno al mondo sa fare tanto, nessuno al mondo gioca coi volumi e gli spazi rendendoli metafora del pensiero.
Serviva questo per il "Faust" che Goethe descrisse nel corso di una revisione continua durata l’intera sua vita, un "Faust" che Sokurov interpreta a suo modo pur lasciando inalterata la domanda piu’ importante: "Cos’e’ l’anima".
Rispondendo a questo possiamo rispondere a quanto l’anima valga, a dove essa si collochi, se serve possederne una e nel caso a che prezzo venderla. Il suo Faust ricerca qualcosa, in fondo poco importa cosa sia e puo’ benissimo essere una giovane ragazza per cui rinunciare ad ogni altra risposta pur di possederla.
Sempre che questo non sia di per se’ una risposta sufficiente.
Complice il diavolo o un suo emissario, un erede e una incarnazione, con lui discutera’ perdendosi in infiniti quanto inutili rivoli di logica e fede, matematica e invenzione in una citta’ popolata da uomini ancora bambini nella comica promiscuita’ ed attitudine al contatto fisico, agli istinti semplici e talvolta senza controllo.
Umanita’ senza humanitas dunque, materia grezza per ogni tipo di evento, finanche la creazione della vita con gli scarti del mondo e facile fango da modellare per le forze in grado di controllare i movimenti del cosmo.
Si e’ parlato molto di questo "Faust", inutilmente. Come la poesia, va sentito non discusso e ogni parola e’ una parola superflua, come quelle spese in un film che non dando soluzioni, risolve tutto quanto.

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Arca Russa – Aleksandr Sokurov

Arca russaDevo pensarci su ma potrebbe essere il piu’ grande film di tutti i tempi e se anche cosi’ non fosse, dovrebbe stare tra i primi cinque o i primi dieci, comunque tra i primi di ogni classifica artisticamente concepibile.
La cosa piu’ saggia che dovrei fare e’ terminare in questo modo col commento lapidario e tornare a vedere il film, poi rivederlo, rivederlo ancora e ancora una volta perche’ "Arca russa" e’ un film infinito da godere come documentario, come spettacolo, come esempio tecnico. Un unico piano sequenza senza stacchi all’interno dell’Ermitage di San Pietroburgo, un luogo e una storia definita non soltanto dalle opere in esso contenute ma dai salti temporali che il protagonista, attraverso la voce e il fluido e ininterrotto movimento, compie all’interno del palazzo, come se ogni stanza fosse bloccata in un continuum ben preciso all’interno di un volume quadridimensionale.
Altre presenze scivolano come fantasmi e chi dice non lo siano o forse all’opposto ogni strana creatura non provenga dal passato ma sia un’ombra di futuro, un viaggiatore spaesato con reminiscenze che trascendono da lui, sviluppando in questo modo una sotto trama tutta da inventare. Il pretesto e’ formidabile nel raccontare una storia d’amore diversa dal solito, l’amore per la propria terra e per le persone che l’abitano, un amore che nasce da secoli di storia, tutta la storia, nella consapevolezza che nulla puo’ essere rinnegato o cancellato quando un anno si appoggia l’altro, laddove una generazione cresce sulla precedente. Cio’ non significa non giudicare, non avere opinioni e ritenere che il passato non potesse essere migliore ma quando si ama lo si fa nella consapevolezza di un percorso che nel bene o nel male ho condotto sin li’.
Del resto si sa  tutto del futuro ma cosi’ poco del passato, questa e’ l’idea dell’invisibile protagonista.
Tecnicamente il film e’ incredibile, il primo girato in digitale non compresso, sono serviti quattro tentativi per portarlo a termine in un solo ciack ma non riesco a capacitarmi di come sia possibile una pianificazione talmente accurata da renderla probabilmente prototipo del futuro cinema in computergrafica totalmente fotorealistico.
Il piu’ bel regalo che un artista potesse fare alla sua terra e’ il piu’ bel regalo che ha donato all’umanita’ tutta.

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Una dolorosa indifferenza – Aleksandr Sokurov

Una dolorosa indifferenzaSokurov puo’ sbagliare un film? Certo che si, puo’ capitare anche a lui ed e’ una lezione importante perche’ egli cade nello stesso punto d’impatto di una infinita’ di pellicole soprattutto anni ’70, periodo nel quale il pensiero si assottiglio’ attorcigliandosi ad un solo principio attorno al quale furono legittimati tutti coloro che niente avevano da dire perche’ il loro vuoto poteva essere riempito a piacimento coi contenuti preferiti sul momento.
Sokurov attenzione bene, non appartiene a questa infausta specie e non vi apparterrebbe neppure se gli asportassero il 99% della materia grigia ma nella trasposizione concettualmente fedele all’originale "Casa cuorinfranto" di George Bernard Shaw, si lascia trascinare da quel simbolismo nativo nell’originale ma accentuato e sottolineato tramite lo stesso linguaggio stracciarolo dei cineclub di frustrati ai (loro) tempi d’oro.
I personaggi restano legati alle metafore e non evolvono la loro natura restando schiacciati tra il segno e la parola, in sostanza appiattendosi su figure retoriche senza alcunche’ di vivo.
Qui non si sta discutendo quindi l’allestimento del film peraltro assolutamente all’altezza del suo regista ma di un periodo difficile nel quale Sokurov passo’, finendo per produrre qualcosa che al di la’ di un valore oggettivo tutto da discutere, non gli appartiene minimamente. Sufficientemente onirico da sembrare Fellini e non lo dico come un complimento, simbolicamente espressionista alla Greenaway e qui il complimento ci sta tutto, riconosciamo il Maestro nell’uso degli innumerevoli inserti storici, nell’utilizzo contrappuntistico delle immagini di repertorio al girato presente, ironico, persino beffardo come molte altre volte ha dimostrato.
Ammetto che sul testo ci si potrebbe divertire e sbizzarrire creando paralleli tra il socialismo di Shaw d’inizio secolo e la sua conclusione, come secolo e come socialismo, visto da Sokurov ma sarebbe un arrotolarsi appunto da triste cineclub. Il film non mi e’ piaciuto perche’ non e’ Sokurov, perche’ e’ un inutile prova di forza per la vista e per la mente e perche’ su tutto vince un profondo risentimento che si traduce in un insieme stilizzato e spigoloso.

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Dolce – Aleksandr Sokurov

Dolce - Aleksandr SokurovDopo "Una vita umile", un nuovo capitolo del ciclo giapponese con la drammatica e sublime la storia di Miho Shimao, vedova di Toshio Shimao, celebre scrittore giapponese morto nel 1986 e di sua figlia Maya, muta dai suoi dieci anni, dopo una malattia, forse un trauma legato alle vicissitudini dei genitori. 
Per il marito Miho decise di uccidersi temendo di perderlo in una missione suicida durante la guerra e per lui impazzi, quando scopri’ che aveva un’amante.
"Che strana cosa e’ questa vita"
La verita’ e’ che l’amore e’ straziante, terribile eppure necessario come un abisso in cui precipitare per poi risalire in cima e per questo che l’amore non finisce ma si trasforma perche’ e’ un momento terribile da superare e del quale abbiamo bisogno per riconquistare il possesso della nostra vita, della sua quotidianita’ costruita sul dolore.
Sokurov adotta uno stile da racconto, taglio verticale in formato portrait perche’ e’ una storia che si sfoglia come un libro, sono immagini come insieme di ritratti dove la colonna sonora e’ il mare, la nebbia e’ di fondale e la luna e’ luce. Questi i suoni, i colori, le tinte dell’amore.
dolce-1E ancora amore, amore di una madre che non sa smettere di essere figlia e confonde madre, con figlia e per lei vuole espiare le colpe di un destino avverso e immeritato, innocente ella e’ disposta ad addossarsi i mali degli infelici e strappa quel dolce dalla figlia e lo fa suo donandolo a Dio, il Padre onnipotente che solo puo’ capire, il suo amore di donna, una donna che si domanda se e’ abbastanza forte mentre vuole su se’ il dolore che Dio stesso non merita.
"Sicuramente nella vita ci saranno ancora Amore e gioia" e in questa ode a Dio, la sconfitta di chi non crede, la lezione a chi ritiene il proprio piccolo cuore tanto grande da comprendere ogni sentimento.
Pellicola emotivamente devastante per la quale serve forza per il solo ascoltare la voce come un soffio di questa donna, coraggio per guardare la sua immagine e l’umilta’ per accettare che tanto amore puo’ essere racchiuso in tanto dolore.
Ancora una volta Sokurov ci regala un’esperienza.

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E nulla piu’ – Aleksandr Sokurov

E nulla piu'Documentario sulla Seconda Guerra Mondiale e non puo’ certo definirsi un’esclusiva per Sokurov ma in questo caso fu commissionato nel 1982 direttamente dalla TV di stato sovietica e sempre restando nelle novita’, non piacque affatto ai committenti tanto che rimase sospeso sino al 1987 a regime praticamente concluso.
Guardandolo non e’ difficile intuire il perche’ dal momento in cui la ricostruzione storica che vuole analizzare i tre fronti politici principali, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, sono posti innanzitutto su un piano paritetico e nel 1982 poteva risultare decisamente prematuro.
Si inizia non a caso dalla conferenza di Jalta, saltando ad una Germania ancora amica dell’Inghilterra col trattato di Monaco nel 1938 e via via il cambio dello scacchiere internazionale dall’invasione della Polonia in poi.
Tutta storia certo e in apparenza non molto diversa da un qualunque noiosissimo e perpetuamente ritrasmesso documentario su Rai Tre, non fosse che il montaggio del materiale di repertorio si sofferma sugli aspetti politici con quell’assenza di retorica con la quale i vincitori s’incensano e gli inserti propagandistici s’innestano ironicamente nelle sofferenze, questa volta reali, della popolazione e dei soldati, tutti i soldati, restituendo giustizia all’idea che il coraggio, come il dolore, non appartengono ad un unico fronte.
La Germania di Hitler e’ anch’essa ben presente  in quella strana e perplessa analisi che come un soffio e’ passata in "Sonata per Hitler", altro corto del 1979 quindi antecedente a "E nulla piu’" che fu pero’ censurato sino al 1989, quindi sin dopo questa proiezione.
In entrambi i film, si evita di demonizzare Hitler creando l’effetto opposto e strano a dirsi, pare che nessun documentarista di seconda serata sulle reti nazionali abbia ancora compreso che ricollocando la figura in una sua folle e placida normalita’, magari con Bach in sottofondo, si evidenzia ora si, la misura del terrore.
Ad  ogni modo le persone sono le sole protagoniste, indipendentemente dalla nazionalita’ e loro e’ la tragedia, le sconfitte e le vittorie e mentre i grandi capi si stringono le mani la gente muore, la gente ricostruisce, la gente piange e ricomincia a vivere e non v’e’ dubbio alcuno dove stiano le simpatie del regista.
Inutile dirlo, una gran bella lezione, in ogni senso.

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La voce solitaria dell’uomo – Aleksandr Sokurov

La voce solitaria dell'uomoLui rimbalza tra la lotta di classe del padre in odore di rivoluzione e una guerra che ammazza anche senza uccidere, lei proviene direttamente dalle pagine di un romanzo d’appendice del secolo scorso, soave nella passiva accettazione di ogni tragedia cosi’ come di ogni felicita’, come se tutto quanto fosse dotato della forza del tempo, dall’ineluttabilita’ del destino riservato alla condizione umana.
Lui vorrebbe illudersi che la normalita’ provenga dallo scorrere dei giorni, lei sui giorni si sdraia con un sorriso perche’ l’amore e’ sempre una soluzione.
Sono due solitudini che s’incontrano ma del resto e’ sempre cosi’ che accade anche nei silenziosi meandri delle nostre case, in quell’attimo nel quale si entra in una stanza buia e nessuno e’ li’ ad accoglierci e con pudore si pensa a paure dimenticate, brivido leggero che rattrista senza deprimere.
Sokurov non fornisce soluzioni, non crea ponti tra i protagonisti lasciando che l’aderenza supplisca all’unione e sconsolatamente, resti l’unica possibile felicita’ comune.
Largo uso del rallenty perche’ l’inferno di chi non riesce a vivere e’ fatto di tempi dilatati e giorni impossibili a chiudersi, sono quelle parole che restano dentro nell’infinito di una risposta schiacciata in gola e andarsene non e’ una fuga ma il solo modo per domandare scusa ed evitare di trascinarsi in un insensato dolore.
Malgrado tutto pero’ il suo occhio e’ alla perenne ricerca di elementi che si distacchino dalle consuetudini, vaga novello Diogene alla ricerca della verita’ che possiede chi non si confonde, chi non cede alla massa, chi mantiene una identita’, sfidando le regole senza strepiti, semplicemente con uno sguardo
Film d’infinita tristezza e rassegnazione, momenti duri per il regista e per le sue opere che il regime osteggio’ e censuro’ fino al decretarne l’uscita con dieci anni di ritardo e con forza dedicato a Tarkovskij, amico e maestro solidale, battagliero innanzi questa ennesimo schiaffo alla cultura dato da chi, aggrappato alla propria onnipotenza, non sa comprendere che i suoi giorni sono finiti.
Non un esordio ma certo una delle opere prime eppure pregna della forza dei silenzi che caratterizzera’ tutto il cinema di Sokurov, riprova che il talento si sviluppa ma non s’inventa.

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Madre e figlio – Aleksandr Sokurov

Madre e figlioUna madre malata non cosi’ anziana per morire e un figlio adulto, non cosi’ maturo per vivere, insieme come se non esistesse altro fino alla fine del tempo.
La morte dimora nel cuore di lei ma non riesce ad entrare nella testa di lui e a ruoli invertiti l’accudisce come una figlia, in braccio la porta fuori all’aria aperta e la pettina, le parla piano, la disseta e l’accarezza accontentandola nei ricordi, nelle domande, aprendosi alle sue richieste.
La madre ha paura della morte ma il figlio e’ nato intelligente, col cuore di pietra e la sua paura, il suo dolore, sono in un luogo lontano, serve camminare, poi fermarsi, infine accettare e solo allora, in quel posto in quel tempo, lasciarsi andare e del resto un uomo vive con l’amore di una donna ma muore solo e al contrario la donna che dedica la sua esistenza sempre a qualcuno, non puo’ morire sola, mai.
I dialoghi tra i due sono essenziali, qualche ripasso della vita che e’ stata, molti timori su cosa accadra’, parole di amici di un tempo, forse vecchi sentimenti, amore che si confonde in universale magma emotivo.
Paesaggi onirici in una natura mai matrigna anche di fronte alla morte anzi e’ possente l’immergersi in essa e l’accettazione di quanto accade, evocativa la figura della donna quasi immobile fusa nei colori delle piante, delle foglie e dell’erba perche’ non si torna alla terra, dalla terra non ci allontana mai.
Sokurov nella rappresentazione, abbonda con l’uso delle lenti anamorfiche, tecnica di minor sfoggio in "Padre e figlio" per quanto anche li’ presente e parimenti usata nel definire la dimensione unica e sfalsata dei protagonisti, creature rese aliene al resto del mondo dall’amore reciproco.
Madre e figlio - SpkurovFotografia superba per una natura brumosa e densa, acquarelli alla William Turner e celluloide del miglior Herzog con la poetica di Tarkovskij e proprio Tarkovskij sembra ispirare il minimalismo dei dialoghi e il respiro delle immagini piene di interstizi nei quali infilarsi e confondersi con le proprie esperienze.
In qualche modo l’ho trovato toccante ma non commovente, troppo potente l’esperienza di continuita’ anche innanzi ai traumi che vita e morte procurano e l’appartenenza ad un unico cosmico Esistere e’ la piu’ importante delle ragioni per le quali infine, esiste un luogo nel quale ci ritroveremo.
Opera di immagini, il testo e’ talmente grande da essere sottinteso.

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