Webern, Schubert, Mendelssohn, Mariotti – Teatro Comunale di Bologna, 28-04-2017

Webern, Schubert, Mendelssohn, MariottiSi torna al Comunale di Bologna a meno di una settimana dal concerto precedente, sempre il direttore Mariotti alla regia per un concerto piuttosto diverso dal precedente completamente dedicato a Sibelius.
Qui la prima perplessita’: cos’hanno in comune Webern, Schubert e Mendelssohn?
Gli ultimi due sono contemporanei d’accordo ma cosa possono dirsi col viennese oltretutto un secolo dopo? Mi ponevo la domanda prima del concerto sperando in qualche modo di trovare una risposta, risposta che non e’ venuta anche se e’ da dire, a fine concerto le distanza tra i tre si sono in parte ridotte.
Weber lo ascoltiamo con la "Passacaglia n.1", opera spartiacque tra lo studentato e il professionismo, giovanile certamente ma non del tutto irriconoscibile pensando al serialismo degli anni successivi. Il rimando al genere musicale vecchio di ben oltre un secolo non tragga in inganno ma nemmeno lo si ignori. V’e’ uno schema fisso e una continua rotazione attorno ad esso che da un lato rivela il carattere didattico, quasi scolastico ma in realta’ nasconde ben piu’ di un indizio sull’atonalita’ e destrutturazione del sinfonico che da li’ a breve avrebbe sconvolto il mondo della musica. E’ un’opera che si puo’ interpretare in vari modi, sottolineando l’aspetto tecnico, quella prima algebra che la sottende o l’aspetto romantico, classico dire ed e’ questa la strada scelta da Mariotti, decisione che indubbiamente rimanda ai concerti successivi. Come Schubert con la Sinfonia n.5, mozartiana a piu’ non posso, anello di congiunzione di un mondo classico che stava cedendo il passo al romanticismo e proprio spingendo l’acceleratore verso quest’ultimo, i qualche modo Mariotti proietta lo stile di un ventennio in avanti, allontanandolo stilisticamente dall’inizio del XIX secolo a qualche decennio in avanti. Il direttore si trova bene con queste sinfonie lo sappiamo e con Schubert e’ a casa propria, soprattutto nel 2o e 4o movimento che intrepreta con forza e passione. Analogamente Mariotti compie uno spostamento temporale simile con  la Sinfonia n. 3 di Mendelssohn, opera prettamente romantica iniziata verso il 1830. Mendelssohn e’ autore che richiede carattere e Mariotti lascia spazio al romanticismo dando prova vigorosa ed energica degna di un Liszt e senza osare troppo finanche Tchaikovsky. Ad ogni modo e’ stata favolosa, la migliore versione ascoltata fino ad oggi. Ecco quindi come la distanza temporale delle tre opere si contrae, divenendo piu’ equidistante e uniforme. Ancora non mi spiego il senso del programma ma nel complesso un grande concerto, tecnicamente tra i piu’ apprezzati di questi mesi.

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Suoni Astrali e Terrestri IV – Bologna, 30-10-2015

Suoni Astrali e Terrestri IVGrandi appuntamenti per il Bologna Festival 2015, non tutti accessibili per chi non abita in citta’ ed e’ la giusta punizione per chi evita la folla. Cio’ pero’ non mi ha impedito di seguire almeno un appuntamento, peraltro uno dei piu’ interessanti stando ai miei gusti e ancora una volta Bologna presta una delle sue favolose location, l’Oratorio San Filippo Neri, al quarto appuntamento de "Suoni Astrali e Terrestri" che vede al suo centro il confronto o il proseguo, l’abbinamento o il rapporto tra due grandi artisti del secolo scorso, Anton Webern e Franco Donatoni.
Due generazioni diverse, diverso il peso ma non la qualita’ del loro lavoro, uno Webern, il padre di una serialita’ estrema eppure mai arida, Donatoni padre e figlio di una avanguardia seminale che ancora oggi proietta tanti suoi ex allievi nella nuova musica e nel nuovo millennio.
Protagonista e’ l’Ensemble da Camera e Gruppo di Musica Contemporanea del Conservatorio “A. Boito” di Parma sotto la direzione di Pierpaolo Maurizzi e Danilo Grassi che si dividono tra i due autori con una disposizione dinamica degli orchestrali che data la diversa natura dei pezzi, e’ ricca e variegata. Innanzitutto, ed e’ uno dei meriti piu’ grandi dell’evento, la scelta filologica dei brani e la cura dell’esposizione, creano un percorso chiarissimo e per chi e’ li’ per imparare come il sottoscritto, riserva non poche soprese. Si pensa a Webern come l’erede piu’ puro della seconda scuola di Vienna ma prima ancora dell’atonalita’ il giovane Webern veleggiava nel tardo romanticismo con il poema sinfonico del "Langsamer Satz" per quartetto d’archi. Era il 1905 e solo cinque anni dopo tutto era cambiato attraverso la dottrina di Schoenberg, con i "Sei pezzi op. 6". Lo stacco e’ abissale ma serve per capire quanto quegli anni trasformarono il mondo intero intero, non solo in arte e musica.
Malgrado le apparenze, Webern fu uomo di tradizione e cio’ si evidenzia nei "Quattro Leider op. 13" e ancor piu’ nella "Fuga ricercata n.2" di Bach, riarrangiata per orchestra. Ecco perche’ dopo un Webern ascoltato a 360 gradi, il Donatoni degli anni ’80 raccoglie il testimone con "Arpege" opera intensa immersa nello spettralismo di un periodo di sperimentazioni che attraverso la dilatazione o la contrazione del tempo in canone, costruiscono nuove armonie mediante le risonanze, in uno sforzo moltiplicato per sganciarsi dalla sola serialita’. uscire dalla gabbia delle note e liberarsi nel dominio delle frequenze. Percio’ "Hot" il brano che conclude la serata, vuole essere un omaggio al free jazz, estremizzando il discorso e conducendolo in un ambito diverso, almeno per cio’ che riguarda la strumentazione.
Gran concerto, con l’iniziale dubbio sulle reali capacita’ dei ragazzi del conservatorio, dubbi fugati al primo ascolto grazie anche alla direzione energica ma precisa di Maurizzi e l’estro di Grassi. Un bel segnale di speranza in quest’Italia lontana dall’eccellenza che ha ancora un po’ di fuoco vivo tra tutta la cenere che ci soffoca.

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Webern – Kolneder Walter

webernPochi al pari di Webern hanno influenzato la musica del secolo scorso, lasciando nel contempo cosi’ poche tracce nel sapere comune. Dipendera’ che di Webern conosciamo principalmente il post-webernismo attraverso l’ondata travolgente di compositori d’avanguardia come Berio, Nono, Stockhausen e una lunga sfilza di strutturalisti e serialisti.
Austriaco, allievo di Schoenberg, assieme al suo maestro e al collega Berg, rappresentera’ cio’ che viene chiamata seconda scuola di Vienna alla quale si attribuisce creazione e sviluppo della dodecafonia e del serialismo in senso allargato. Del gruppo Weber fu il piu’ estremo, colui che arrivo’ a codificare il serialismo integrale cioe’ non soltanto alle note ma anche alla durata, alle altezze e intensita’. Questa sua ricerca sulla parametrizzazione assoluta, fu l’apripista e il modello per coloro che dal dopoguerra in poi vollero estremizzare l’atonalita’ e nobilitare la ricerca alla luce della concezione adorniana che vuole l’allontanamento dalla massa come sinonimo di qualita’ e importanza.
Poi sappiamo come e’ andata a finire, con l’esasperazione di una ricerca che poco o nulla ha a che fare con il gesto e tutto con la forma, estetica matematica che richiede grande preparazione e che il grande pubblico non poteva sopportare per troppo tempo, oltre la spinta innovativa che voleva la dodecafonia come sola evoluzione musicale possibile. Tolti annessi e connessi, resta l’opera di Webern, rivoluzionaria per la sua epoca, lo e’ anche oggi ed e’ passato un secolo dall’alba della dodecafonia.
Forse la tragica e prematura scomparsa gli ha impedito una ulteriore evoluzione dettata dalla capacita’ di superare i limiti da egli stesso imposti, o forse come il maestro Schoenberg avrebbe fatto un passo indietro, dal libro non e’ dato saperlo.
Il testo si limita ad una introduzione sulla sua vita, piuttosto breve peraltro e ad una lunga disamina tecnica delle composizioni principali nonche’ degli arrangiamenti e adattamenti di lavori altrui che Webern dovette portare a termine piu’ per ragioni economiche che per vera passione. Molto meglio i capitoli conclusivi dove il lavoro di Webern viene analizzato sotto il profilo pratico, storico e lascito ai musicisti successivi, dimostrando come in fondo, i presunti emuli altro non furono che scribacchini senza fantasia. Non tutti s’intende ma per molti il puntillismo fu un pretesto per compensare la mancanza di tecnica ed estro.
Confesso di non essere stato all’altezza di comprendere gran parte di quanto scritto, del resto se non si ha una osservante preparazione tecnica e’ davvero complicato ma ugualmente vi sono suggestioni e accenni che fanno comprendere molto bene il valore del suo lavoro e quale enorme ricerca e sacrificio abbia comportato giungere a tali risultati. Comunque istruttivo, fondamentale in alcune sue parti.

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