Contro il cinema – Carmelo Bene

Contro il cinemaDifficile trovare chi meglio di Bene, abbia saputo ridefinire un’Arte attraverso la sua totale negazione. Egli non ando’ in sottrazione, punto’ direttamente all’eliminazione totale, intransigente, talvolta violenta e poi ha riscritto tutto a carte mescolate e ribaltate.
Sottrasse l’attore dalla recita, sostitui’ l’agere all’agire, smonto’ gli autori per restituirli con inaudita purezza e freschezza, forse con la loro vera natura, non solo come possibile rilettura.
Lo fece col teatro s’intende ma allo stesso tempo vi riusci’ con la letteratura o la riscrittura di quanto porto’ in scena per quanto non si parli di esatte trasposizioni. Naturalmente fece lo stesso  col cinema.
Bene diresse cinque film uno dietro l’altro, dal 1968 al 1973 poi si dedico’ al mezzo televisivo e torno’ s’intende sul palcoscenico. Malgrado cio’ non fu una parentesi, non nel senso di mero esperimento poi abbandonato ma un’esperienza fondamentale che proprio in televisione diede i frutti migliori e non tanto perche’ vi siano punti di contatto tra i due medium, quanto sulla presa di coscienza di una tecnica che avrebbe riscritto la storia del piccolo e del grande schermo Emiliano Moreale raccogli per quelli di Minimum Fax una serie di interviste, tra le quali una bella corposa e inedita, che spaziano dalla fine degli anni ’60, il 1968 figuriamoci, fino alle soglie del 2000. Ritroviamo in esse un Bene ogni volta con sfumature diverse, spesso irritato, altre irritante, sempre spiazzante e cattivissimo ma deciso ad affermare che il cinema e’ cosa sbagliata e la critica e’ un soffio d’aria fetida emessa da palloni a dir poco gonfiati.
Con quelli de i "Cahiers du cinema" si diverte, con gli italiani poi gongola nel vederli cadere nell’insano tentativo di attribuirgli paternita’ e figliolanze, cercando metodi che non si possono ricercare attraverso le analisi classiche. Laddove Bene afferma programmaticamente che il piu’ grande film di tutti i tempi l’ha girato Joyce con l’Ulisse, s’intende che il suo cinema va inteso coi sensi ribaltati e scevri di ogni idea precostituita. Il suono e’ l’immagine, il colore e’ il ritmo, il testo e’ in funzione di questi mai il contrario e l’attore e’ un banale strumento come tanti, neppure il piu’ importante. Via i campi medi, egli si avvicina all’interprete al punto da disintegrarne l’immagine e che resti parola ma vi sia col suo ritmo e il colore, il colore della modulazione col quale Bene era maestro ineguagliabile ed ineguagliato. Di solito evito queste facili antologie ma Carmelo Bene e’ da leggere sempre e comunque, in queste interviste piu’ che mai.

Pinocchio – Carmelo Bene

Pinocchio - Carmelo BeneEcco che si ritorna a Carmelo Bene. Non e’ indispensabile ma se ne sente il bisogno, come di una vacanza dopo un periodo stressante o di una gita in montagna dopo settimane in mezzo al traffico urbano. Poi va bene leggerlo, rileggerlo, vederlo e rivederlo magari tutto insieme. Da quando ho il volume di "Opere" della Bompiani, poter stringere in un sol colpo quanto scrisse, e’ persino emozionante ma ancor piu’ percorrerlo a sentimento tanto dove si casca si casca bene. Ho voluto rileggere "Pinocchio" il suo Pinocchio che tutti ricordiamo con incommensurabile gioia e piacere partendo proprio da "Opere" che non differisce dal volumetto singolo edito sempre da Bompiani. Leggere il suo Pinocchio e’ riascoltare con la mente la sua voce, esempio sommo della straordinaria duttilita’ che lo rese celebre in tutto il mondo, le modulazioni e i toni che ne fecero oggetto di studio clinico e comunque meri strumenti in mano al genio interpretativo, senza il quale resterebbe soltanto inutile sfoggio tecnico.
Percio’ come dire, leggere e’ in realta’ rivedere Bene sullo schermo e rivivere la vocetta stridula, agitata e confusa di un Pinocchio che torna ad essere modello ed archetipo collodiano dei mali di gioventu’ che per indole, inavvedutezza e inesperienza, colpiscono e hanno colpito tutti noi. Qui la morale educatrice, la didattica per eccellenza di tempi nei quali gli uomini si costruivano sin da bambini. Bene non vuole insegnare nulla, tantomeno parla ai bambini  ma l’arroganza ingenua del burattino che tutto credo di conoscere ma che nulla sa veramente, e’ nel volto di Bene, nell’espressivita’ di un monologo che si fa dialogo e azione, movimento, scena e ovviamente narrazione. Come a vederlo Bene sparisce e si formano davanti agli agli occhi scena e interpreti, cosi’ leggendo le parole e la carta lasciano il posto alla favola che mai quanto oggi e’ attuale o almeno dovrebbe esserlo.
Ammetto che molta impressione nasca dall’aver visto e rivisto Bene recitarlo ed in effetti il suo Pinocchio s’impreziosisce leggendolo, percio’ consiglio di recuperarlo anche solo su YouTube  e non perdere ovviamente il libro.

Sono apparso alla Madonna – Carmelo Bene (estratto)

Nel Teatro Laboratorio spiravano soffi e ventate che fatalmente molto s’imparentavano a quelli del Borgo Santo Spirito. Dopo un’attesa che a volte durava anche tre ore il pubblico era costretto a passare al “trucco”, nell’androne adiacente dove io e il signor Nistri, che vestiva sempre un ineccepibile tight e ghette alle scarpe (tutto materiale che reperiva a Porta Portese), conservando una dignità eroica, sfregiavamo ad libitum il viso agli “abbonati” che, uscendo all’intervallo, si buscavano prima enormi catinellate d’acqua condominiali sul loro snobismo voyeurismo d’accattò (sospesi tra un “mortacci vostri” e “… però carino, stravagante, questo posto…!”) e poi andavano al bar attiguo e si vedevano allo specchio pittati da strapazzo, sicché non potevano criticar nulla o trinciare il repertorio dei loro valori, perché derisi comunque da quel trucco che li cancellava.
Li si truccava solo per questo: perché non fosse possibile seriosità di giudizio alcuno. Si tagliava in loro i fili dell’eventuale pettegolezzo. Erano già, quelle, sane iniezioni di pessimismo che scoppiavano in risa allo specchio.
Era allora con me certo Alberto Greco, gran pittore argentino che predicando l’“Arte-Vivo” sottoponeva le sue migliori tempere al bel-casuale-oltraggio dei copertoni zigrinati che solcano l’asfalto.
Assuefatto pericolosamente a non bere, mi capitò in scena briaco – giusto la sera del debutto del Cristo ’63 nel ruolo dell’apostolo Giovanni, in un teatrino stipato all’inverosimile di centoventi cristiani, pigiati, stropicciati in una clamorosa promiscuità.
Forse spinto – che so io… in quel caso povero Cristo – dall’urgenza di travasare il “colmo”, caro il mio Alberto si concesse d’irrorare a scrosci d’urina le sagome a bella vista in prima fila dell’ambasciatore argentino, della sua signora non casualmente disgraziata al fianco, e dello a seguito addetto culturale.
Così cangiato in quell’altro Giovanni (Battista), trasse nuovi diffamanti spunti dalle torte di scena dell’“Ultima Cena”, allestita in quel caso con un che di esagerato lusso per un’occasione certo più “santa”.
Esaurita la pioggia dorata, il briaco rovesciò in creativo slancio a ripetizione manciate di panna, grumi di liquorosa pasta sopra i tre compatrioti inchiodati al loro seggio in una stuporosa, incredula, dignitosa fissità, ben torniti dalla vischiosa melma e impasto che si addensavano a mo’ di mastice su quel vilipeso onore.
Ormai tradotto quel degenere alla sua abitudine di pittore-imbianchino, meglio dispose la mano in cazzuola a spalmare, rifinire le superfici umane “tutto per bene” (vestiti, chiome, visoni ecc.). E dalla panna al resto: “Spagheti, passame!”
Complici di scena, gli altri guitti tratti a quell’orgia schizoide di materia in libera pulsione porgevano eccitati in quell’ormai demenza collettiva grumi ripugnanti di bigoli filamentosi che il pazzo spalmava sulle nuche arrese che presero a colare ragù misto a terrore. L’ambasciatore specialmente sembrava la Statua del Commendatore, impietrato a quel torrentizio flusso.
Fu una serata davvero indimenticabile. Leggi il resto dell’articolo

Riccardo III (teatro) – Carmelo Bene

Riccardo III (teatro) - Carmelo BeneBene e Shakespeare, ancora una volta un connubio vincente e come sempre una una reinvenzione che crea non contrapposizione bensi’ un nuovo punto di partenza declinato al pensiero del grande artista pugliese.
Adattamento televisivo della versione teatrale, molto dura, molto cruda quindi riarrangiata per il piccolo schermo e non significa ridotta o menomata anzi al contrario Bene, dei limiti imposti dal mezzo e dalla politica televisiva, crea qualcosa di nuovo e peculiare ed e’ nuovo veramente, un’opera dall’opera.
Bene e’ li’, volto tagliato dalla luce, luce uniforme, compatta, colore desaturato e immediatamente il contrasto col Bene cinematografico salta all’occhio.
Brillante e psichedelico sul grande schermo, la differenza televisiva e’ persino traumatica ma come sottolinea Deleuze sul saggio "Un manifesto di meno", il Bene televisivo non e’ quello cinematografico per via del mezzo certo ma ancor piu’ nel bisogno di raccontare una storia molto diversa le cui immagini sono parte integrante del testo.
Il punto centrale dell’analisi deleuziana e di conseguenza del dramma, e’ la sottrazione, sintesi ottenuta eliminando dall’opera originale ogni altro personaggio che non siano le donne e al centro Riccardo, duca di Gloucester.
Bene come detto elimina il colore, poi dimezza le luci che a stento delineano il suo profilo, oscurita’ nella quale sprofonda, ovvia metafora di un’anima che niente piu’ ormai puo’ salvare dall’abisso. In tutto questo gli specchi, riflessi dell’onirico che diviene protagonista e nel contempo ego che si ammira e riflette su se stesso, altre prospettive che nulla possono oltre il sottolineare la tragedia di un uomo assetato di potere e che per questo e’ disposto a perdere tutto e a sua volta perdersi. Le donne, vedove, madri ed amanti girano nel suo cerchio, vittime rancorose eppure consce di un ruolo importante nella distruzione di colui che ha calpestato loro la vita.
Passive ma non arrese, rassegnate forse ma indomite come solo le donne sanno essere.
Silenziose, dialoghi immaginati ma non immaginari, parlano attraverso il corpo, frenetico svestirsi e vestirsi, nude per confondere, non per confondersi e lui Riccardo si crede padrone ma ottiene soltanto cio’ che loro sono disposte a concedere. E in mezzo a tutto questo, egli muta, si trasforma, il mostro dentro all’anima che prende possesso del corpo e con questo gesto, una possibile espiazione, sincerita’ manifesta che non giustifica ma quantomeno non si nasconde. L’espediente della deformita’ fu di Shakespeare ma l’attore spinge oltremodo sull’anima corrotta del protagonista e la mutazione e’ progressiva quanto lo fu nel Dorian Gray di Wilde. 
C’e’ tanto di Carmelo Bene, tantissimo. Siamo alla fine degli anni ’70, quarant’anni e piu’ di vita, la meta’ dei quali spesi sul palcoscenico e purtroppo non altrettanti ancora da vivere con la consapevolezza che il meglio fosse gia’ alle spalle o almeno gran parte di esso. Tanti segreti, poche rinunce, un harem di donne sul palco molto simili a coloro che lo circondavano nella realta’. La Mancinelli ad esempio. Nel ruolo di madre, la Duchessa di York, forte equivalenza con la verita’ del loro rapporto ma indicatore di una condizione che da li’ a pochi anni vedra’ la separazione artistica e umana. Bene che si vanta e si condanna, senza cessare di compiacersi e del resto ne ha ben donde.
Egli un mostro? Certo, lo abbiamo amato per quello e lui lo sapeva, ecco percio’ il mostrarsi senza troppe remore e con un ghigno beffardo. Come sempre accade, con Bene si discute, si litiga perfino, scuote i luoghi comuni ma non si puo’ fare a meno di restare incantati ed ammirati, una gloriosa declinazione al sublime.

Riccardo III su YouTube

Sovrapposizioni – Carmelo Bene, Gilles Deleuze

Bene, Deleuze - SovrapposizioniQuesto libro e’ un importante pezzo di storia e non solo per chi ama il teatro ma anche e soprattutto per gli estimatori del compianto Carmelo Bene.
Di norma basta il nome del grande drammaturgo pugliese a dar lustro a qualunque pubblicazione ma aggiungere Deleuze tra gli autori significa mettere sotto lo stesso tetto due uomini le cui opere rappresentano al meglio la cultura del XX secolo. Deleuze il grande filosofo francese fu grande amico di Bene, anzi ne fu prima entusiasta spettatore, poi critico e studioso delle sue opere, infine sostenitore accumunato da una forte identita’ di vedute e una ammirazione che ha fatto si che entrambi aggiungessero alla simpatia umana una grande stima reciproca.
"Sovrapposizioni" e’ diviso in tre sezioni. La prima comprende il "Riccardo III" riadattamento di Bene del "Riccardo III" di Shakespeare, nella seconda parte Deleuze scrive di Bene, del suo teatro, della visione che egli ha del ruolo dell’attore, dell’opera e del palco e da qui un’analisi piu’ allargata sul teatro in genere. Infine Bene risponde all’amico, con quell’indiscutibile compiacimento che spesso ha manifestato negli anni a venire, stima che venendo da un grande pensatore, fu per lui grande motivo d’orgoglio.
Per quanto riguarda il "Riccardo III" preferisco approfondire sulla scheda riguardante l’opera prima teatrale poi televisiva anche perche’ il parallelo tra testo e rappresentazione, giustifica e chiarisce una serie di scelte che divengono lampanti attraverso la conoscenza di ambedue le versioni. Certo e’ che Bene trasforma l’opera shakespeariana in un’apologia di se stesso o meglio del se stesso attore non uomo, non personaggio, non regista ma l’incarnazione del testo che si sgancia da ogni sovrastruttura, si sfila nell’essenza di un uomo solo che della propria follia ha fatto gloria e delle mani sporche di sangue mantello. Resta lui e le donne della sua vita, madre, serva ed amanti, vedove e parenti, cio’ che e’ sopravvissuto della sua famiglia e naturalmente gli specchi, tanti specchi per un regno che alla fine varra’ il cavallo per raggiungerlo. E’ qui che Deleuze mostra i muscoli del suo pensiero, la capacita’ di cogliere l’essenza delle cose che ha fatto di lui il grande pensatore che tutti conosciamo. Nel raccontare l’operazione compiuta da Bene, egli in un colpo descrive l’opera, l’obiettivo, il suo scrittore e interprete e in questo ridisegna il testo e la sua evoluzione che grazie a Bene si e’ compiuta.
Nel sottolineare le dinamiche sottrattive dirette da Bene, Deleuze traccia una linea che percorre l’intera carriera dell’artista ma soprattutto traccia confronti con l’altro teatro, il teatro che al contrario crea valenze, aggiunge messaggi, pretende d’istruire, marxianamente per tutti esce dalla sfera intimistica che al contrario Bene vuole proporre.
Pamphlet illuminante, comprensibile che Bene ne andasse fiero e la sua risposta non aggiunge poi molto al discorso, non fosse che le sua dialettica resta un piacere immenso per la mente.
Necessario.

Sono apparso alla Madonna – Carmelo Bene

Sono apparso alla MadonnaNon appaia troppo strano che preferisca "Vita di Carmelo Bene" come biografia ufficiale al posto di "Sono apparso alla Madonna" pur essendo scritta da Bene senza intermediari quindi, in apparenza, piu’ importante.
In realta’ i due libri sarebbero da intendersi come differenti capitoli di un solo progetto, complementari ed integrati l’uno dell’altro, rimandi o espansioni del medesimo soggetto.
Se la struttura ad intervista meglio si addice alla precisione e alla forma della biografia, un personaggio come Bene s’intende che lasciato libero di scrivere, si butti nel testo a modo suo in infiniti rimandi e deviazioni, teatrante e teatrale finanche sulle vicende della sua vita, interpreta con i suoi tipici slanci vocali realizzati su carta attraverso stili arcaici e talvolta complessi come a sottolineare che una lingua e’ poco per chi ha fatto arte della propria esistenza.
E’ che Carmelo Bene e’ Carmelo Bene, sempre, comunque, dovunque, trasversale ai media, superiore ad ogni formato che ne rappresenti le gesta , uno che del resto scrive come recita e recita come pensa e cosi’ come ha saputo piegare il teatro in forme totalmente nuove, egli piega lo stile stesso affinche’ meglio sappia raccontare e raccontarlo. Ecco quindi che emergono accenti e punteggiature, non sintattiche ovviamente ma sui cardini fissati di una vita complessa ed affascinante. Certo, la lettura del libro di Dotto aiuta a mettere a fuoco ragioni e storie ma che il nativo Salento o Lydia Mancinelli, tanto per ricordarne due, siano stati fondamentali lo si evince facilmente leggendo queste pagine sempre e comunque interessanti laddove il ricordo stilisticamente enunciato in similitudine col racconto, si mescola con vere e proprie disamine di uno spettacolo, di un testo, talvolta di un personaggio suo amico, collega o sodale.
Testo per -Bene- iniziati e non per iniziare, dal fascinoso gioco di avvicinare il grande Maestro scomparso prematuramente proprio laddove tenta di allontanarsi, parole come scudi che non spaventano il lettore attento alla sua storia.
Punto da arrivo da ripercorrere indietro a piacere.

La interviste impossibili: Nostradamus – Giorgio Manganelli, Carmelo Bene

(Trascrizione di una puntata del programma radiofonico "La interviste impossibili"  trasmesso il 6 agosto 1974
Giorgio Manganelli: testo, Carmelo Bene: voce)

Manganelli – Se, come spero, le indicazioni accordatemi rispondevano al vero; se sono pervenuto al cielo dei profeti, non è irragionevole sperare che quello che ora mi sta davanti, maestoso e astratto, altri non sia che il dotto Nostradamus. E posso sperare che Ella vorrà accordarmi un breve colloquio?
Nostradamus – (voce astratta) Enea, tapiro elettrico, l’Acheronte attraversato, la grande pista incisa strada per caviglie e ciance; l’occhiale stolto indaga la sapiente barba; bufera sindacale sul Giappone in crisi, oleosi balzelli, domeniche ingrugnite, barba di successo.
Perché mai avrò scritto queste fanfaluche? Mah, sono cose da lasciare leggere ai posteri, che ci vedranno tutto e il contrario di tutto; se non che ho l’impressione che codeste strofette in qualche modo mi riguardino. Chi sarà mai questo «tapiro elettrico»?
M – Senta, mio nobile e dotto signore, sono venuto da lontano per un breve colloquio col più fascinoso dei profeti moderni… Colui che predisse, presagì, indovinò e scrisse miracolosi, anche se oscuri, oracoli…
N – Oppure potrei scrivere a questo modo: Sbugiardato Caronte con la scossa, il tapiro senz’ali, con le antenne, offerta una bocca di metallo, insidie la barba e il cappello; presente, è assente; se retrocedo, intervengo nel colloquio tra di noi; Babilonia interroga Salon, passando per Torino, via Lessona. A Lima i grassi scendono dal tram. Dunque, dunque, qui c’è del mistero.
M – Signor Nostradamus, signor Nostradamus, io la vedo scrivere, la vedo parlare tra sé; è dunque tanto assorto da non vedermi in alcun modo? Io temo di turbarla, ma così breve è il tempo accordato a noi che varchiamo l’Acheronte…
N – L’Acheronte? Mi sbaglio, o ho sentito parlare di Acheronte? Una voce quassù sta spiando quel che scrivo? O forse me lo vorrebbe spiegare? Il punto è: se c’è qualcuno, in questo momento, che cerca di parlare con me, io nemmeno lo vedo, perché essendo profetante, me ne sto sempre come è logico, tutto in fuori, per così dire, verso il futuro; qualche volta me ne sto avanti di anni, qualche volta di ore, o di minuti; ma per farmi contemporaneo, bene, devo fare tali manovre, che quando sono contemporaneo, il contemporaneo è già passato; e io devo retrocedere di nuovo. E dunque i miei colloqui, ammesso che io abbia voglia di cianciare, sono estremamente difficoltosi. Dunque, io ho udito la parola « Acheronte», e ho detto le parole « retrocedo », e « ciance»; tutto fa credere che qualcuno, nel presente, cerchi di parlarmi, e che io mi trovi nei dintorni del presente, magari avanti di qualche minuto, altrimenti la parola « Acheronte » non l’avrei sentita. Ora;«retrocedere» di pochi minuti pare una bazzecola: ma vuole una mano sicura e penetrante: come infilare un filo in una cruna d’ago. Forse mi conviene tacere, per vedere se colgo qualche suono che mi guidi attraverso il tempo.

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Nostra Signora dei Turchi – Carmelo Bene (romanzo)

Nostra Signora dei turchi - LibroPrima del teatro, prima del cinema ci fu il testo scritto.
La storia e’ la medesima, come potrebbe essere diversamente, la presa di Otranto risalente al 1500 da parte dei turchi che trucidarono la popolazione che non volle convertirsi all’islam e la rievocazione del destino di 800 martiri uccisi uno ad uno in un campo di grano perche’ rifiutarono di abiurare il Cristo.
La strage fu immane e portata a termine con tutto l’orrore che il fondamentalismo religioso porta con se’ e nel protagonista, miracolato e sopravvissuto, il dramma di chi comprende che il suo posto doveva essere con gli altri martiri, beffato persino nella reincarnazione ai giorni nostri, tempo mescolato come il sacro e il profano, Santa Margherita che intercede nella grazia non richiesta e umanamente devastante, dislocazione junghiana che non risolve il conflitto del protagonista, tenendolo anzi in sospeso in una non-vita, una non-realta’.
Detta cosi’ pare facile ma il romanzo di Bene non lo e’, perche’ innanzitutto non e’ un romanzo, non vuole esserlo e anche questo non deve sorprendere immergendo il testo nel Bene-pensiero che al tempo della stesura del medesimo, parliamo del 1966, non poteva dirsi definito come avverra’ negli anni successivi.
Bene era ancora troppo immerso in se stesso e si confonde, fino ad un certo punto volontariamente, con la storia della sua terra e la sua terra, esiliato messo in fuga da un incontenibile genio che eppure riconosce le proprie origini e anzi ne trae forza e fierezza senza rinunciare al dubbio e alla dissacrazione.
Del resto l’ormai celebre "Monologo sui cretini" altro non e’ che un "non e’ vero ma ci credo", affrancamento da ogni definizione e di ogni suo opposto che eppure tramite sottrazione, delinea i contorni di una cultura sana che non rinnega le sue origini ma sa metterle in discussione.
Compendio del film, questo fornisce un’indelebile caratterizzazione visiva al testo e chiarisce certi passaggi che descritti a parole non rendono quanto puo’ l’immagine ma vale anche il contrario laddove alcune bizzarrie della trasposizione cinematografica, assumono nuova luce e significato una volta introdotti dal libro.
Funzionali ad un solo risultato, "Nostra Signora dei Turchi" va letto e va visto, qualsiasi ordina va bene.

Nostra Signora dei turchi – Carmelo Bene (film)

Nostra Signora dei turchiQuando Bene parlava del suo cinema, aveva il piglio chi di vede il re nudo con l’ironia di essere egli stesso il re. Nella massa di adoratori abituata ad applaudire cio’ che non comprende, la risata ultima era sua nello sbattergli sulla faccia la banale verita’ eppure in apparenza cosi’ complicata da far spendere pagine e pagine ai cosiddetti critici, nel vano tentativo di dare una spiegazione a cio’ che spiegazione non ha. 
Bene ha trascorso la sua esistenza nella creazione e nel perfezionamento della cosiddetta "macchina attoriale" ma e’ un meccanismo che vale sul palcoscenico non sul grande schermo e nel 1968, anno di uscita del film, certo c’erano ancora particolari da studiare perche’ "Nostra Signora dei turchi" e’ non-cinema, "Nostra Signora dei turchi" e’ Carmelo Bene.
Qui si spoglia di cio’ che non gli appartiene e butta fuori nell’impeto della creazione, tutto il suo teatro, tutta la dis-grazia dell’essere, delle radici che lo legano alla sua terra natia che qui ritrova e ricostruisce, le ri-possiede con tutta la forza di chi e’ riuscito a farsi possedere a sua volta.
La possessione e’ carnale, selvaggia e se in teatro l’autore Bene si sottrae, al cinema si somma, si moltiplica anzi, virilmente si mescola e si consuma nella sua terra e nelle sue storie, nei suoi miti e s’insinua nelle radici prendendone possesso e riscrivendole. La possessione non si limita al testo e all’idea ma si estende alle riprese, al montaggio il cui merito va quasi esclusivamente a Mauro Contini, colui che ha dato forma al film e si possiede finanche la celluloide sulla quale Bene & amici intervengono fisicamente per alterarne la qualita’.
L’uscita della pellicola fu un evento e, l’eco risuono’ forte e chiaro in quella Venezia sessantottina infognata nella retorica del periodo e fece piu’ la furba teatralita’ – e’ il caso di dirlo – di Bene che il film stesso a procurare il giusto clamore attorno all’operazione.
Ad ogni modo l’opera si fa apprezzare a segmenti discreti e nel puzzle che compone il quadro finale, vanno estrapolati pezzi e sezioni laddove film nel film, si ritrova il regista e scrittore al suo meglio. Basti ricordare il formidabile "Monologo sui cretini" per comprendere l’intensita’ di certe sequenze isolate dal resto.
Resta il fatto che per dirla come il regista, sottratto il significato, cio’ che resta e’ il significante (Bene) e il segno a quel punto perde d’importanza o ad esso e’ attribuibile ogni valenza.
Edizione curata come solo la RaroVideo sa fare. Due DVD, il primo con "Nostra Signora dei turchi" e il secondo col corto "Hermitage" e tanto materiale di e su Carmelo Bene e infine il libro bilingue che ne fa un prezioso oggetto da collezione.

Scheda IMDB
Sito della RaroVideo

Manfred (riduzione Carmelo Bene) – Lord George Gordon Byron (estratto)

Odimi, odimi, Astarte,
amata, parlami! Tanto ho sofferto
e soffro ancora tanto. Guardami
La tua fossa non ti ha mutato tanto
quant’io son mutato per te.
Troppo mi amasti, come io ti amai.
Non eravamo tatti per torturarci così,
quantunque tosse il più empio dei peccati
amarci come noi ci amammo …
Dimmi che tu non mi detesti …
Che io sconto il castigo per entrambi,
che tu sarai del numero beato,
e io morrò … Perché finora tutto
quel che odio cospira a incatenarmi
all’esistenza, a una vita che mi esclude
dall’immortalità, dove il futuro
è simile al passato. Non ho tregua.
Non so che cosa chiedere o cercare.
Sento soltanto quello che tu sci
e io sono. Ma, prima di morire
vorrei udire di nuovo quella voce
che era la mia musica.

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