Cesare Zavattini e Paul Strand – Palazzo Magnani, Reggio Emilia 08-07-2017

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Cesare Zavattini e Paul Strand Berengo Gardin

Cesare Zavattini e Paul Strand - Ghirri

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L’amore in città – Cesare Zavattini

L'amore in cittàHo questa strana idea dell’arte pura e incontaminata, una sorta di responsabilita’ morale nei confronti del fruitore (mamma mia che robe che scrivo…) al quale si deve un prodotto non molto dissimile da quanto si aspetta e per il quale ha pagato. In parole povere cantante canta, attore recita e comico… facce ridere!
Quantomeno la coerenza di campo evita al pubblico di perdere tempo ma dall’altra parte di fare figure indegne o restare sotto qualche flop clamoroso.
Cosi’ e’ accaduto quando Cesare Zavattini, personaggio dall’impressionante curriculum di sceneggiatore, uno dei pilastri sul quale e’ stato costruito il cinema italiano, ha trasceso il suo ruolo e soprattutto preteso di snaturare quello del cinema, intendendo portare sul grande schermo un reportage d’attualita’ girato con la collaborazione di quella che gia’ allora era la crema dei nostri registi, nomi come Antonioni, Fellini, Lizzani e Lattuada.
Se nell’idea di Zavattini il film doveva essere il primo di una lunga serie ad uscite semestrali, lo scarso successo col quale esordi’, affondo’ il progetto.
Attenzione, il modello di un "cinema verita’" nel 1953 poteva anche avere un suo senso perche’ non va dimenticato il ruolo fondamentale dei cinegiornali per la diffusione delle notizie in un periodo scevro di televisori, con analfabetismo alle stelle e una societa’ piu’ vicina al dopoguerra che al boom economico ma non si fecero i conti con le ragioni fondamentali per le quali la gente andava e va al cinema: entertainment, il che non esclude intelligenza e drammaticita’ ma sempre sublimati dalla fiction.
Lo stesso neorealismo ricordiamolo, divenne celebre grazie all’essere una verita’ addomesticata, vorrei dire viziata, per essere narrata nel modo piu’ efficace possibile in termini di impatto drammatico e a maggior ragione cosi’ s’inquadra il cinema d’inchiesta del successivo ventennio che con pretese sovente grottesche, voleva tramite il cinema educare le masse, magari dopo una dura settimana di lavoro, meglio se in ginocchio sui ceci di fantozziana memoria.
Se devo pensare a qualcuno che ha saputo trovare il giusto mix di finzione e realta’ divenendo divulgatore nel senso piu’ ampio allora esiste un solo nome: Gualtiero Jacopetti la cui opera fu talmente fondativa e socialmente impattante da divenire essa stessa un genere, il celebre "mondo movie"… ma mi rendo conto che sto divagando.
Tornando al nostro film, tanta arte e tanto ingegno per raccontare storie drammatiche di abbandoni, di tentati suicidi e di prostituzione nell’idea oggi stigmatizzata di piazzare una cinepresa in faccia ad una sopravvissuta al suicidio e farle rivivere l’accaduto o il seguire sin dentro casa  una povera ragazza costretta dagli eventi a prostituirsi e chiederle se a fine nottata si sentisse stanca. Un po’ troppo anche se ti chiami Lizzani o Antonioni perche’ piu’ di tutto, la realta’ ha i suoi canoni per essere descritta e raccontata e l’iperrealismo non e’ tra questi.
Ultimo appunto, il film fu prodotto da Marco Ferreri uomo fallito e fallimentare sul quale si puo’ sempre scommettere che una sua idea e’ una idea sbagliata.
Esempio di cio’ che non deve essere fatto, esperimento comunque legato ad un’epoca e alla fine di tutto, l’essenza del documento giustifica una visione distaccata e molto cauta.

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