The millionaire – Danny Boyle

The millionaire

Yesterday – Danny Boyle

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Steve Jobs – Danny Boyle

Steve Jobs

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In trance – Danny Boyle

In tranceMettiamo che sei complice di una rapina, una rapina ad una casa d’aste alla quale viene rubato un dipinto da milioni di sterline. Diciamo che la rapina va a buon fine ma anche male perche’ fai il doppio gioco ma qualcosa va storto e finisci all’ospedale senza memoria e non ricordi dove hai messo il quadro che a quel punto nessuno ha piu’.
Diciamo anche che i criminali coi quali collabori sono abbastanza intelligenti da non piantarti un proiettile nella testa ma anzi all’opposto dalla testa cercano di tirarti fuori le informazioni e chi meglio di una ipnoterapeuta col fisico di Rosario Dawson?
Strana roba la mente, non si percorre certo col navigatore.
Molti i vicoli ciechi e per superarli serve variare l’equilibrio delle forze in gioco e chi meglio della bella rosario puo’ in una impresa che si fa sempre piu’ pericolosa ed azzardata. Poi e’ anche possibile che quello che sappiamo non corrisponda alla verita’.
Accidenti che film e dico film perche’ per Boyle ho gia’ speso ogni complimento possibile.
Thriller hitchcockiano se il grande regista britannico fosse ancora vivo, dove tutto e’ marginale eccetto cio’ che giace oscuro nella mente dei protagonisti. La sfida e’ nel racconto, nella costruzione fluida, cangiante persino, movimento di idee e cose che spostano il baricentro della faccenda e quando credi di aver capito, tutto cambia di nuovo e s’invertono ruoli e spiegazioni. Naturalmente mantenendo ogni volta la massima credibilita’ e coerenza.
Ecco la sfida di Boyle, come sempre del resto, che vuole e riesce a porsi in una situazione limite e vedere come la puo’ portare avanti. Sia che si tratti di estrarre un ricordo dalla mente di qualcuno o lasciarlo incastrato e immobile per 127 ore, c’e’ una storia da raccontare e il cinema si piega a questa esigenza. Per certi versi egli e’ un pari di Scorsese, tra i piu’ innovativi cineasti viventi ma nel senso opposto, ovvero dove l’americano adatta la trama alle immagini, Boyle fa il contrario. Senza trascurare nulla pero’, anzi il suo cinema e’ bellissimo, stratificato, una continua invenzione mai fine a se stessa ma sempre subordinata al soggetto.
Incredibile, ripeto Boyle e’ incredibile e come ogni grande regista sa scegliere grandi interpreti e dirigerli al meglio.
Qui i nomi non sono nuovi ma e’ come lo fossero per quanto fanno vedere. James McAvoy e’ la vera sorpresa.
Visto tante volte e in ruoli anche importanti ma qui e’ protagonista della scena, dopo i primi due minuti gia’ vuoi sapere tutto, recuperare tutto cio’ che ha girato. Non di meno Rosario Dawson che tolta dall’idea blaxploitation che si ha di lei, esplode con una personalita’ che compete col fisico da urlo che si ritrova. Infine Vincent Cassel al solito suo, il classico figlio di buona donna ma certo e’ il miglior figlio di buona donna che ci ha fatto vedere sino ad oggi.
Boyle non e’ neppure piu’ una certezza, ormai ragguaglia la divinita’.

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Una vita esagerata – Danny Boyle

Una vita esagerataRipenso a Boyle e sale feroce la voglia di rivederlo perche’ il suo e’ il cinema in cui credo, il cinema che voglio.
Mi torna in mente che mi manca un solo film per completare la sua  filmografia e con "Una vita esagerata" soddisfo bisogni e doveri.
E’ la storia di un addetto delle pulizie, McGregor che licenziato dalla tecnologia e da un milionario fetente ma dalla figlia spettacolare, la Diaz. Il Cielo li vuole insieme e due strani angeli dovranno far scoccare tra i due la scintilla d’amore.
Il rapimento non parrebbe l’opzione migliore eppure e’ cio’ che unira’ i due giovani.
E’ un Boyle strano, ad un passo dall’uscita dell’era gloriosa e naif di "Trainspotting", con l’imbocco dei tecnicismi di "The beach" che iniziano appena ad intravedersi eppure attenzione bene, sempre riconoscibilissimo da cio’ che del resto definira’ meravigliosamente il suo cinema, ovvero grande, grandissima capacita’ tecnica mescolata a ricerca dell’espediente che sorprende il tutto immerso nell’umorismo dal sapore ovviamente anglosassone ma gia’ proteso a una nuova dimensione di comicita’ stilettata ma devastante.
In questo Ewan McGregor, sino a quel momento suo protetto e feticcio e Cameron Diaz sono perfetti, affiancati da Ian Holm e Holly Hunter ad altezze vertiginose e spettacolari. Non di meno tra i pregi di Boyle c’e’ da annoverare la conoscenza enciclopedica musicale che gli permette di scegliere il brano giusto al momento giusto, spaziando da Elvis agli Orbital, dalle Supremes ai Faithless, come del resto avevamo gia’ capito da "Trainspotting" appunto e che trionfera’ con "The Millionaire" e "127 ore".
C’e’ da dire che di tutti i film di Boyle questo e’ il piu’ debole, colpa di un finale ammazzato senza una ragione precisa, merito e colpa di quell’elemento fantastico che caratterizza ma in qualche modo sottrae sostanza alla storia. Avercene pero’ di film cosi’.

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Millions – Danny Boyle

MillionsNon voglio fare polemiche ma se e’ vero che gli americani hanno soldi e audience che noi italiani non possiamo immaginare e dietro cio’ nascondiamo le porcate che produciamo, contro gli inglesi non abbiamo scuse e mentre questi continuano a rivoluzionare cinema e musica, noi diamo i premi alla carriera a tromboni patetici come Bellocchio e facciamo i Sanremo con i Vecchioni, facendoli vincere. La pianto qui.
Al Regno Unito invidio Danny Boyle, uno che il cinema lo inventa ogni volta e per questo e’ sempre nuovo come se nulla fosse mai esistito prima.
Puo’ reggere tre diversi livelli temporali dislocati in 20 anni di storia e paralleli ad una mezza dozzina di personaggi o sconvolgere con la storia di un tizio che resta immobile per 5 giorni; per lui e’ uguale.
Zombie e bambini di sette anni, tossici e astronavi, poveri indiani e viziati americani sono dettagli per muovere colori, inventare forme e linguaggi mai uditi prima e non e’ dote di molti.
"Millions" ha il sapore di un gioco perche’ si parla di bambini e ancora una volta da un’angolazione mai tentata prima e sorprendentemente ed incredibilmente veritiera.
Due fratelli orfani di madre, si trasferiscono in una nuova casa e quando centinaia di migliaia di sterline gli piombano letteralmente dal cielo, l’euro che incombe li costringera’ a spenderli il prima possibile.
Tutto qua eppure bastano i primi sette minuti per entrare nel mondo dei due ragazzini, un mondo dai colori saturi come i sogni dell’infanzia, dalle musiche di John Murphy che fanno il verso a Elfman di "Edward mani di forbice" forse perche’ quello e’ il quartiere, quelli sono i curiosi abitanti e quello e’ il background un po’ naif e sopra le righe nel quale Boyle vuole ambientare la vicenda e se la mamma morta e’ un ottimo espediente per avere dolci gratis, la visione mistica di santi e martiri trascende la tragedia religiosa e dona un volto umano sorridente alla tetra visione cattolica di morte e dolore.
In qualche modo ci sono suggestioni alla Tim Burton, a film quali "Pee-Wee", "Big Fish" e "Edward mani di forbice" appunto, quelli  insomma piu’ legati al modo di vedere bambino ma piu’ che un riferimento credo si tratti di logica conseguenza.
Il tutto con la semplicita’ di chi cammina serafico verso casa, giusto per arrivare in tempo per il the delle cinque.
Film delizioso, una favola moderna di nuovi bambini per nuovi bambini, linguaggio cinematografico talmente originale da non desiderare di vedere altro per il resto della vita.
Io resto qui, chi preferisce invece si guardi l’ennesima fondamentale conferenza stampa di Michele Placido mentre vomita qualcosa riguardo la cultura.

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127 ore – Danny Boyle

127 oreProvo una sincera ammirazione per Danny Boyle, per il coraggio di portare sullo schermo storie anomale e solitamente difficili da realizzarsi, per il modo in cui riesce a raccontarle e la capacita’ tecnica affinata con sperimentazioni talvolta ardite ed innovative.
Mi piacerebbe fare una disamina completa della sua produzione ma "127 ore" e’ un po’ la summa di quanto ha sin qui realizzato, una specie di Boyle-riassunto e la prova provata che abbiamo a che fare con un regista che non ha paura di nulla, non della macchina da presa, non degli effetti speciali, non degli attori e tantomeno del pubblico e dei produttori.
Storia vera accaduta ad Aron Ralston, atletico ragazzotto che senza avvisare nessuno s’avventura tra i canyon dello Utah e dopo una caduta resta bloccato col braccio all’interno di un crepaccio. La semplicita’ della trama e’ nel contempo l’ostacolo da superare sebbene Boyle se lo beva come acqua fresca rendendo frenetica l’immobilita’ del protagonista.
Vere o virtuali che siano, il regista infila telecamere dappertutto e un set di pochi metri cubi diviene un cosmo da esplorare con infinite variazioni dal montaggio incessante e frenetico.
Se in "Sunshine" ha dato corpo e colore al giallo e a tutto lo spettro adiacente, in "127 ore" lo reinventa insieme al blu e sara’ difficile per un po’ vedere di meglio.
Abbiamo talmente tanto cinema che l’interpretazione passa in secondo piano pur essendo in apparenza cio’ che piu’ conta. James Franco e’ bravo ma e’ Boyle a renderlo irresistibile. Resto inoltre dell’idea che se l’interprete principale fosse stato Cillian Murphy, il film avrebbe avuto una marcia in piu’, senza averne bisogno s’intende.
Resterebbe da parlare della scena clou del film ma e’ impossibile farlo senza spoilerare quindi mi limito a dire che seppur attesa piomba addosso come un maglio, disintegrando in un sol colpo la convinzione di aver gia’ visto tutto e che nulla piu’ sappia impressionare.
Singola ripresa  e una infinita’ di telecamere, siamo piu’ vicini all’emotivita’ che alla visione, un 3D sensoriale che rendera’ impossibile dimenticare questo film ridefinendo nel contempo il concetto di gore.
Ancora un centro per Boyle quindi, regista incapace di sbagliare un film, padrone di ogni genere e grande sperimentatore e non dico sia giunto il momento di scordare Kubrick ma certo iniziamo ad accostare i due nomi.

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