Fuoco cammina con me – David Lynch

Fuoco cammina con meVidi "Fuoco cammina con me" ai tempi in cui i film si noleggiavano su videocassetta e da fan di Lynch della prima ora, preparai quella serata come un evento. Come ho detto scrivendo delle serie "Twin peaks", me le persi causa naja e arrivai al film con la verginita’ dell’entusiasta. Per farla breve a fine visione, commentai con qualcosa del tipo "ma che film del cazzo".
Peccavo d’ignoranza e come me molti altri che a suo tempo giudicarono il film molto, molto negativamente. Ora, non so se Lynch abbia inventato il prequel ma certo ha regalato al grande pubblico il concetto di storia raccontata a posteriori di qualcosa gia’ veduto, definendo i contorni di cio’ che oggi e’ una moda fin troppo abusata ma che se usata saggiamente riserva grandi sorprese.
"Fuoco cammina con me" e’ di fatto il prequel della serie "Twin peaks" e non v’e’ modo alcuno di dargli un senso scollegandolo dalla serie, perche’ senza si rimane con un pugni di strani personaggi che compiono gesti ancora piu’ strani, muovendosi su un palcoscenico surreale e grottesco.
Di questo si tratta, Lynch ci conduce a modo suo sugli antefatti della morte di Laura Palmer, veniamo a conoscenza della sua storia, del suo dramma, del suo passato e di cosa l’abbia condotta alla morte terribile e prematura. Con cio’ naturalmente si aprono le porte a tutta quella serie di vicende e personaggi di contorno che che nella serie ci sono state raccontate senza esserne testimoni. 
E’ inutile sottolineare che il giudizio sul film si e’ totalmente ribaltato, anzi verrebbe da dire che l’intera serie televisiva sia funzionale al senso del film . La pellicola e’ talmente potente da ribaltare l’idea che sia quest’ultima a compendiare la serie e non viceversa e che in sostanza i quasi 30 episodi approfondiscano il film e non viceversa. Siamo in pieno stile Lynch e si fa ancora piu’ forte la catena che lega tutti i suoi lavori, anzi in qualche modo "Fuoco cammina con me" diviene il dizionario visivo per cio’ che sara’ in seguito, ovvero piani d’esistenza che interferiscono tra loro con vicende che si snodano su piu’ dimensioni mentre gli esseri umani sfiorando la superficie delle cose, diventano di fatto burattini inconsapevoli di giochi molto piu’ grandi di loro.
Pedina fondamentale nella scacchiera di Lynch, "Fuoco cammina con me" va visto solo e necessariamente dopo le due serie televisive e il quadro sara’ non solo perfetto ma sublime.

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Twin Peaks (Stagione 2)

Twin Peaks 2 stagioneCon un certo sollievo siamo giunti alla fine della lunga seppur non lunghissima saga di Twin Peaks. Come spiegavo in occasione della prima serie, ai tempi del passaggio televisivo ero impegnato con scadenze improrogabili come la naja, poi gli anni passano e serve un quarto di secolo per recuperare.
Della prima stagione non sono rimasto molto soddisfatto, vuoi per scadenza dei termini estetici, vuoi perche’ ci siamo smaliziati un po’ tutti, infine perche’ ragionando col senno di poi, Lynch ha mostrato molto altro.
Ad ogni modo la seconda serie, molto piu’ polposa della prima coi suoi 22 episodi, nemmeno a meta’ risponde inaspettatamente alla domanda che ha dato vita alla serie: chi ha ucciso Laura Palmer?
La scelta e’ curiosa, non necessariamente sbagliata, non fosse che Lynch e tutto il team di produzione si oppose a questa soluzione voluta dall’ABC, fatto e’ che in seguito partono una serie di sottotrame alcune di dubbia utilita’ ed interesse, spesso frettolose nell’essere portate a compimento e in generale mal strutturate. Giusto il finale esplode col botto, non a caso con la regia dello stesso Lynch che recupera in parte la situazione.
Se la prima serie mi e’ piaciuta pochino, la seconda, salvo sporadici momenti, mi e’ piaciuta pochissimo.
Gia’ il primo episodio esordisce con una scena tanto inutile quanto di lunghezza spropositata e funge da preludio ad una serie di numeri confusi e nella migliore delle ipotesi insignificanti. Scopriremo in seguito che il caos fu anche a causa dei contrasti tra produzione e team creativo, certo e’ che uno scrittore diverso per episodio, una tendenza all’improvvisazione qualunque ne fosse il motivo e senza l’apporto diretto di Lynch, non aiutarono.
Ripeto e ribadisco quanto gia’ ho scritto con la prima serie, che non nego il differente impatto del vederlo ieri rispetto oggi, la diversa tensione nell’attendere un’intera settimana piuttosto che avanzare di episodio su un dvd e insomma, il linguaggio televisivo e’ cambiato drasticamente, drammaticamente anzi.
Poi stiamo parlando di storia, qualcosa che travalica il bene e il male, da vedere anche alla luce dell’annunciata terza serie che dovrebbe rispondere al finale che conclude ma non troppo.

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Twin Peaks (Stagione 1)

Twin Peaks 1 stagioneEbbene non ho mai visto "Twin Peaks". Ma come, si dira’, un evento di questo genere sfuggito ad una fan di Lynch della prima ora?
Si da il caso che quando gli episodi di Twin Peaks andarono in onda, io fossi impegnato 7 giorni su 7, 24 ore su 24 in quella cosa chiamata servizio militare, una sana tradizione italiana che forse non rendeva uomini come ci dicevano i nostri padri ma certo aiutava a dare un bel calcio nel sedere all’indolenza giovanile. Poi il tempo passa e si dice siano trascorsi da allora 25 anni ed e’ il momento di non rimandare oltre.
La storia e’ nota anche perche’ senza tanti preamboli lo spettatore viene catapultato nel fatto compiuto dell’omicidio di Laura Palmer e in un piccolo paese come Twin Peaks nascosto nel profondo nord America ad un passo da Canada, e’ un evento che sconvolge e preoccupa.
Quando poi interviene l’agente Cooper dell’FBI, l’iconico Kyle MacLachlan, la faccenda s’allarga dal momento in cui veniamo a sapere che c’e’ di mezzo un killer seriale che da tempo miete vittime tra le giovani donne. Percio’ risolvere il caso di Laura vuol dire risolvere altri casi e nel contempo scavare nella vita di una comunita’ che solo in apparenza sonnecchia mentre sotto la superficie ribolle di torbidi segreti.
La faccio breve, sono deluso. Vi sono due ordini di problemi: il primo riguarda i 25 anni trascorsi che hanno mutato profondamente il linguaggio cinematografico e televisivo, percio’ il placido scivolare di sequenze senza montaggio e regia a momenti, alla fine e’ stancante. Non sono quello dei fuochi d’artificio ma il testo non basta e proprio sul testo il secondo problema. In questi anni s’e’ avuto modo di conoscere gran parte della storia, abbiamo visto il Lynch venuto poi, il nano e la tenda ce lo siamo mirati e rimirati anche fuori contesto. Tra cio’ che gia’ si sapeva, il pathos che viene a mancare guardando un episodio dietro l’altro invece di attendere una lunga settimana nonche’  una generalizzata perdita dell’innocenza che agevola il disincanto, il gioco si e’ rotto. Insomma non tutto dipende dalla storia in senso stretto anche se, malgrado lo sforzo di contestualizzare periodo e situazioni, non mi convince l’impostazione ibrida di thriller e humor quando questo diviene grottesco. Lynch ci ha abituato a molto meglio.
Ho perso il treno lo so ma aspettiamo la seconda stagione…

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Hotel Room – David Lynch, James Signorelli

Hotel roomPoteva Lynch fare qualcosa di normale? Per nostra somma gioia no. "Hotel room" e’ uno strano film ad episodi, uscito per la televisione ha il sapore di raccolta di telefilm, quelli corti alla "Twilight Zone", il primo nome che viene alla memoria con la sigla che promette grandi misteri, nell’idea vincente di uno spazio speciale attorno al quale e’ stato costruito un albergo e piu’ precisamente la stanza 603.
Tutte le storie si svolgono nel medesimo posto in anni pero’ molto diversi e gia’ vedere che il personale di servizio non invecchia di un solo giorno, da’ la giusta misura del mistero che permea l’ambiente.
Tre storie si diceva, la prima e ultima diretta da Lynch e per inciso le migliori, l’altra da James Signorelli, regista televisivo che non a caso si cimenta con un testo di McInerney, percio’ piu’ metropolitano e meno misterioso, per quanto ugualmente piacevole. Ad ogni modo che dietro l’operazione la zampata piu’ grossa sia di Lynch e’ indubbio e lo si capisce dall’ambientazione, dall’idea di porta con un numero dietro la quale si cela qualcosa tutto da definire, dalle strane figure che si aggirano nei medesimi spazi e le storie stesse a base di sdoppiamenti di personalita’, vendette e racconti inquietanti, fungono da degne narrazioni.
Tanti gli attori in ballo, com’e’ ovvio che sia, molti dei quali ospiti piu’ o meno regolari delle pellicole di Lynch. Non e’ che stiamo parlando di chissa’ cosa ma ad esempio uno come Harry Dean Stanton sa eccellere anche in piccole cose e Griffin Dunne e’ l’impenitente della Big City perfetto. Anche Crispin Glover ci mette del suo ma e’ uno che sa farsi notare.
Regia che dire, non puo’ esserci nulla di mirabolante in scene dentro un ambiento ridotto e circoscritto. Contano i testi e gli interpreti, l’atmosfera soprattutto per quanto e’ da dire, nessun episodio s’illumini di magnificenza e ci si limiti a qualche buona suggestione e ad una blanda tensione che non si risolve mai con troppa brillantezza.
E’ piu’ facile apprezzare il film se si e’ fan delle serie televisive dedicate al mistero piuttosto che di Lynch ma e’ un buon sottofondo che intrattiene per la sua sana oretta e mezza.

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Cuore selvaggio – David Lynch

Cuore selvaggioLui, Nicholas Cage e’ uno strano tipo, uno sballato dal passato difficile innamorato di lei, Laura Dern, bambolina incandescente dalla strana madre, la sballatissima Diane Ladd, una che non ci pensa un istante a farsi il fidanzato della figlia in un bagno pubblico. Lui ammazzera’ un tizio per lei, e con lei fuggira’ una volta uscito di galera.
La madre scatenera’ una caccia’ all’uomo che terminera’ con una rapina finita male. Ma l’amore vince su tutto.
Lynch in via di definizione di una propria narrativa, pienamente padrone dell’estetica che lo caratterizza ma meno in pressing sullo spettatore.
Non passiamo parlare di stile in evoluzione perche’ gia’ il precedente "Blue Velvet" e’ molto piu’ lynchiano di "Cuore Selvaggio" ma di interludio come puo’ essere "Una storia vera", dove comunque il regista non rinuncia al modo proprio. In una storia totalmente lineare, Lynch inserisce elementi di disturbo che invero si inseriscono perfettamente nel grande disegno che porta avanti da sempre e un’infinita’ di elementi a lui propri si ripetono con costanza e regolarita’.
I suoi interni certo ma c’e’ la strada, il fuoco e inquietanti presenze sovrannaturali o meglio ultradimensionali che dietro le quinte giocano col destino degli uomini.
Addirittura Lynch, di queste figure ne fa protagonista attraverso la figura della madre, donna diabolica in senso arcaico, preferibilmente estranea al nostro continuum in logica riveduta e corretta dal regista.
Non e’ certo il suo film che preferisco e trovo che la Palma d’Oro sia immeritata per quanto la concorrenza quell’anno non fu particolarmente agguerrita. Non e’ colpa di nessuno, forse il soggetto e’ un po’ troppo leggerino per gli standard del nostro e solo i grandi protagonisti danno occasione di plauso. Cage e’ un attore che a molti piace sfottere. Poco allineato coi santoni hollywoodiani, ogni maldicenza e’ buona. Vero e’ che nella sua lunga carriera ha sbagliato moltissimo ma i grandi film non si contano e l’Oscar con "Via da Las Vegas" e’ piu’ che meritato. Qui e’ ottimo, degno comprimario dell’incredibile Laura Dern, ancora una volta bellissima e bravissima. Candidatura all’Oscar a Diane Ladd, piu’ che meritata, e ricordiamo madre della Dern anche nella realta’. Diabolica come solo Lynch puo’ averla concepita, incarna con gran classe una delle folli creature che si agitano nel suo mondo.
Divertente e curioso, merita solo per questo. E per la continuity ovviamente.

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Mulholland Drive – David Lynch

Mulholland DriveHollywood, capitale dei sogni, sogni che talvolta si realizzano altri no, sogni che possono anche tramutarsi in incubi.
Per Naomi Watts, giovane attrice piena di speranze, la partita e’ tutta da giocare. Ospite della zia attrice assente da casa per lavoro, il suo arrivo coincide col conoscere Laura Harring, bellissima sconosciuta che dopo un incidente ha perso la memoria e si e’ intrufolata nella prima casa a disposizione, guarda caso quella della zia della Watts.
Le due diverranno amiche e nel contempo cercheranno di risolvere il mistero dietro l’identita’ della Harring. Intanto Justin Theroux, regista giovane ed arrogante, deve accettare per forza i consigli, per cosi’ dire, dietro la produzione del nuovo film e questo gli procurera’ non pochi guai. Pare tutto semplice e lineare, non fosse che ad un certo punto la storia riparte ma completamente ribaltata, tra presenze inquietanti e sovrannaturali.
E’ impossibile riassumere un film di Lynch perche’ la trama e’ uno scrigno dentro il quale si cela la vera narrazione.
Film misterioso come nella migliore tradizione del regista, eppure pienamente riconoscibile negli stilemi e nei simboli e se accettiamo l’idea che il suo sia un solo grande affresco visto da prospettive diverse, ecco come ritroviamo le stratificazioni e incroci dimensionali, livelli alternativi di realta’ e tra questi interstizi abitati da forze che controllano, regolano, comandano o forse a loro volta subiscono gli eventi, potendosi pero’ spostare tra di esse oltre che nel tempo. Figure che si muovono nelle cinque dimensioni e per ragioni misteriose, forse puro svago, entrano nelle vite dei protagonisti. Ancora una volta ruota o qui dovremmo dire rimbalza, un Lynch magistrale e come sempre bellissimo nei rossi vividissimi e negli interni senza tempo che meglio di tutti definiscono non solo la sua cifra stilistica ma il palcoscenico di una grande opera unitaria.
Non siamo ancora alla perfezione stilistica e letteraria di "Inland empire" ma poco ci manca, facendo di "Mulholland Drive" un pezzo fondamentale della sua filmografia. Non solo regia stratosferica ma interpreti altrettanto fenomenali. Le due donne, la Watts e la Harring si sfidano in bellezza ed e’ scontro tra divinita’. Scene erotiche memorabili ma cio’ che piu’ conta e’ la bravura che vede la Watts sfiorare la perfezione. Anche il resto della truppa non e’ da meno e senza dettagliare, prendere in blocco e assegnare un bel massimo dei voti.
Non c’e’ Lynch senza "Mulholland Drive", ricordatelo bene.

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Strade Perdute – David Lynch

Strade PerduteBill Pullman e’ un musicista angosciato che sua moglie, la bella Patricia Arquette lo tradisca  ma lo preoccupano ancora di piu’ certi strani messaggi e delle videocassette che mostrano qualcuno che penetra in casa loro senza lasciare traccia.
L’ultima di queste cassette mostra lui col cadavere della moglie fatto a pezzi, sorpresa e orrore che anticipano la sua condanna a morte e la detenzione in un carcere speciale dal quale in qualche modo scompare per trovare al suo posto un ragazzo ed inizia una nuova storia in cui questi, meccanico ha il piacevole hobby delle donne, non fosse che le fidanzate dei boss non andrebbero toccate ma evidentemente l’ormone e’ piu’ forte della paura. I guai non tarderanno ad arrivare e saranno accompagnati da un tizio gia’ visto nella prima parte della storia, uno strano personaggio col dono dell’ubiquita’ e la passione per le riprese cinematografiche.
Lynch lynchiano forse non al massimo, cervellotico come piace a noi, non fa mancare nulla del suo immaginario e trascina abilmente nel suo gioco nel quale non si puo’ fare a meno di voler entrare. Piu’ pop che in altre occasioni, si appoggia ad una colonna sonora straordinaria ed eterogenea, una vera carrellata della seconda meta’ del secolo che inizia da Jobin e finisce con Marilyn Manson, passando per Bowie, Nine Inch Nails e senza rinunciare alla collaborazione con Badalamenti. Il tutto ben saldato con le immagini, per dire che la varieta’ di situazioni non mancano, incluso uno humor piu’ accentuato del solito e in generale l’atmosfera opprimente che non sempre la fa da padrona, al contrario di altri film suoi.
Degli attori non si puo’ che dirne bene. Non sono un fan di Bill Pullman ma resta all’altezza, meglio Balthazar Getty anche se sta col freno tirato. Robert Logia e’ un caratterista sempre ai massimi livelli e ultima ma non ultima Patricia Arquette, bella da farle un monumento e altrettanto brava.
Un po’ si squaglia nel finale dove perde il passo per creare una trama circolare piu’ interessante ma Lynch resta lassu’, in alto, terribile e meraviglioso sempre e comunque.

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Inland Empire – L’impero della mente – David Lynch

Inland EmpireUn film da girare, due star del cinema coinvolte e un grande regista al timone. L’attrice ha un importante passato alle spalle ed una fama da rinverdire, oltre ad un marito molto pericoloso. Il protagonista maschile e’ il divo del momento, lo strappamutande preferito dal gossip e gia’ qualche perplessita’ si pone.
Strane visite da vicine inquietanti, la scoperta che gia’ fu fatto un tentativo di raccontare questa storia ma gli attori furono uccisi, cosi’ come vengono uccisi i protagonisti della trama e in mezzo a tutto questo la donna inizia a vivere dislocazioni temporali e dimensionali.
Si dice sia un film complesso. Certo non e’ una passeggiata eppure si manda giu’ come un amaro dopo pasto bello forte ma corroborante se di Lynch si e’ compresa la cifra stilistica o meglio se si e’ capito che Lynch negli anni ha girato un solo film con tanti episodi che come piani cubisti, traslano il racconto su visuali differenti.
Ecco quindi gli innumerevoli elementi in comune in ogni sua pellicola, spiegato percio’ il senso di familiarita’ con storie e contesti eppure sempre diversi.
Un persona molto piu’ intuitiva di quanto creda mi dice "Anche se non ci capisco niente amo Lynch per l’atmosfera e le immagini". E se avesse ragione? Voglio dire, se in fondo Lynch stesse proponendo pura estetica scevra da significati? Idea sublime che non toglierebbe ad ognuno il gusto di vederci dentro cio’ che vuole.
Una certezza comunque c’e’, Lynch e’ fenomenale sotto ogni punto di vista. Innovatore con le riprese totalmente in digitale e viste le atmosfere buie non era facile, la cura e’ certosina e non si limita al solo girato dal momento in cui l’ambientazione sonora e le musiche tutte sono come sempre straordinarie. Altrettanto bene, anzi benissimo va detto dei due protagonisti principali.Laura Dern e’ un’attrice dotatissima, bravissima sempre, qui superlativa e altrettanto Justin Theroux. Dei colossi Jeremy Iron e Harry Dean Stanton e’ persino inutile tessere le lodi. Ad oggi e’ l’ultima pellicola di Lynch e non voglio dire sia da considerarsi un punto d’arrivo ma se e’ vero appunto che egli dirige un unico film, certo con "Inland empire" tutta la sua estetica si e’ consolidata.
Film gigantesco ma attenzione, solo per lynchiani di ferro.

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Eraserhead – David Lynch

EraserheadPosso aver perso l’opera prima di Lynch per tutto questo tempo?
Si. Come accade con quanto e’ noto e di facile accessibilita’, si rimanda tanto resta sempre li’ e poi, come la promessa di visitare quanto prima un amico lontano, l’appuntamento slitta verso l’infinito. In realta’ avevo gia’ visto il film in passato ma facendo nel contempo altro, con Lynch non si va molto lontano, percio’ azzeriamo tutto e ripartiamo.
L’occasione della recente mostra fotografica e’ la giusta motivazione per vederlo con calma e attenzione, anche perche’ l’atmosfera di degrado industriale e’ la stessa, senso di allarme imminente, silenzi e vuoti solo apparenti per un orrore invisibile eppur presente ed angosciante.
Henry e’ uno strano tipo che vive in una casa ancora piu’ strana.
La fidanzata non di meno ha una famiglia molto singolare ma cio’ che piu’ conta e’ la presenza misteriosa di entita’ che si muovono su altri piani di realta’. La nascita di un figlio, che di normale ha molto poco, rivelera’ uno schema sovrannaturale che coinvolge la sua e le vite degli altri,
Opera metafisica ed anticipatrice, misteriosa e interpretabile sotto molti punti di vista. Lynch non lascia nulla al caso, la cura e’ minuziosa sino all’inverosimile ma nel contempo si guarda bene dal fornire facili soluzioni, non l’ha mai fatto, lasciandosi leggere in tanti modi diversi. Diverte e spaventa, fa ritrovare lo stupore che solo i bambini possiedono perche’ in fondo, e’ una favola terribile proprio come devono essere le favole che rimangono dentro, quelle che fanno pensare percio’ crescere. Lineare eppure si irradia nei significati lasciando ad ognuno il percorso piu’ consono da seguire.
Si dice sia un film di culto, questo non lo so, che sia straordinario certamente e lo e’ sotto ogni punto di vista, iniziando proprio dalla cifra stilistica che anticipa totalmente cio’ che il grande regista sapra’ far vedere nel corso degli anni. Pur in bianco e nero, tutto lo spesso strato di colore che sovraccarica la sua fotografia e’ li’, ben visibile. Interni che ritroveremo ricorrenti e che si propagano sino al recente "Rabbits", ambienti in penombra che traboccano lampi vividi o come in questo caso, contrasti nettissimi e spaventosi.
"Eraserhead" e’ seminale, prototipico, vero e proprio test screen ma non di meno dotato di un fascino travolgente e un carisma al quale non ci si puo’ sottrarre. Opera prima che rappresenta in pieno la forza interiore di un regista al suo esordio ma con la forza di idee e stile gia’ perfettamente formati. Riconosciamo questo in Cronenberg, in Tsukamoto, tutta gente perfettamente strutturata sin dagli albori, percio’ il loro cinema ci piace tanto.

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Duran Duran: Unstaged – David Lynch

Duran Duran UnstagedComplementare alla mostra di Lynch, trovo i Duran Duran e c’e’ da ammetterlo, e’ qualcosa che non ti aspetteresti. Non e’ roba nuova, ne avevo letto in precedenza ed e’ evidente che non mi sono sbracciato per procurarmelo ma nel contesto della mostra ci stava e non rinnego il piacere verso un gruppo che ho vissuto ai tempi giusti e che ho rivisto live al loro ritorno. Poi Lynch e’ Lynch e se aggiungiamo il grande schermo nella superlativa sala dei congressi del MAST. , il gioco e’ fatto.
I nomi in ballo sembrano incompatibili ma Lynch nella breve presentazione al concerto ci racconta che i Duran Duran gli hanno fatto fare molti sogni e in questo scambio onirico, il rapporto ci sta.
In sostanza parliamo del concerto che la band ha tenuto al Mayan Theater di Los Angeles nel 2011, live trasmesso in webcast per la gioia dei fan di tutto il mondo. Un evento globale che richiedeva una grande firma, sponsor danarosi e un regista che in vena di documentari, deve aver preso la palla al balzo.
Sulla performance degli ex ragazzi non c’e’ molto da dire, o piacciono o non piacciono. Pare strano ma fui teenager anche io e come tutti salii sul treno di cio’ che il mercato proponeva, percio’ i Duran Duran non mi dispiacevano, anzi lo dico ancora oggi con la massima convinzione, i primi due album sono ottimi, su certi episodi straordinari. Li si ritrova con trent’anni in piu’, ma chi ne ce li ha, e in fondo non sono cambiati moltissimo.
Simon ingrassato? Meno di quanto si pensi. Nick Rhodes inizia ad incartapecorirsi sempre senza la benche’ minima emozione e John Taylor sviluppa l’aria da eterno Gianni Morandi. A questo proposito devo dire che scopro col live un bassista molto ma molto piu’ in gamba di quanto ricordassi. Ad ogni modo sempre loro, brani nuovi e giu’ nel tempo sino alla sempre sublime "Planet Earth". E Lynch? Pensiamoci, cosa avrebbe potuto fare un regista come lui di fronte ad un lavoro commissionato con committenti da rispettare, il volere degli sponsor e il grado di comprensione del pubblico? Molto poco, percio’ Lynch si limita a sovrapporre alla frenesia delle riprese, tutte molto rapide, ravvicinate ed in bianco e nero, un secondo strato colorato, spesso lisergico e comunque a tema con la canzone, piccoli videoclip, alcuni banali come sovrapporre un lupo ad "Hungry Like the Wolf" o un sole stilizzato a "(Reach Up for The) Sunrise", altri quantomeno piu’ esotici e misteriosi. E’ vero che chiunque poteva farlo ma questo chiunque si chiama Lynch e onestamente non credo potesse chiedere di meglio o di piu’.
Mi e’ piaciuto perche’ mi piacciono loro, percio’ trovo sia un presupposto fondamentale, Lynch e’ un optional di lusso.

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