Zero K – Don DeLillo

Zero KLa mano che mi ha indotto a ritardare la recente lettura di "Love-Lies-Bleeding" sapeva che poco dopo avrei affrontato "Zero K", opera ultima di DeLillo che contrariamente alle mie abitudine, ho voluto prendere poco dopo la sua pubblicazione.L’ho gia’ scritto in passato ma talvolta mi faccio guidare da strani istinti che spesso hanno ragione. Mi si chiedere’ perche’ di questo confronto tra due opere molto diverse, uno e’ un romanzo l’altro un testo teatrale, sia in lunghezza, qualche decina contro oltre le duecento di "Zero K" e oltre dieci anni a separali. In entrambi i casi c’e’ un figlio, un padre e le donne del padre.
C’e’ un conflitto non devastante ma neppure sommerso, un padre egoista che alla fine pero’ dipende dagli altri e la storia di un ragazzo che diventa uomo senza il suo aiuto eppure sempre condizionato dalla sua presenza o dalla sua assenza.
Poi ci sono le donne che il vecchio ha o non ha amato o meglio le ha amate a modo suo, con piglio virile e patriarcale, distaccato forse ma cosciente di essere un monumento saldo ed eretto sul terreno che solo una donna puo’ concedere e che senza di esso crollerebbe rovinosamente. E’ proprio la malattia degenerante della compagna del padre che crea l’inizio della storia, una malattia incurabile ai giorni nostri ma non  in futuro, percio’ padre e figlio si recano in questo sperduto centro criogenico sepolto da qualche parte nei confini della Russia dove la donna dovra’ morire come sola speranza di rinascita. La morte quindi e’ il miglior mezzo per capire la vita, per definirla e con essa definire l’uomo nella sua essenza, nei ricordi che tracciano i contorni del pensieri e dei sogni di un uomo.
C’e’ poi la tecnologia, nuova Fede, nuovo Credo laddove si confonde con la magia, con le promesse di vita eterna, vera e propria religione coi suoi santuari, santi, profeti, preti e una mistica per nulla nuova, solo rivista.
Le esistenze dei protagonisti a volte paiono un pretesto e DeLillo viaggia su due binari, quello della narrazione e quello della filosofia e lo fa a modo suo, con sguardo in apparenza distaccato, in realta’ ribollente di rabbiosa energia che resta ingabbiata prima dentro lui, poi nelle parole. Dissertare sula societa’ e’ un pretesto come lo e’ quando ne parliamo tutti noi del resto, C’e’ un mondo nel quale dobbiamo vivere ma alla fine si resta sempre in una stanza senza finestre in cui guardarsi dentro ed e’ li’ che esplodono i conflitti e le idiosincrasie del quotidiano, le mediazioni, le sconfitte e le rinunce. DeLillo e’ bravissimo in questo, senza alcun dubbio il migliore e in "Zero K" che non e’ il suo libro migliore, riesce a far emergere con molta chiarezza. Resta troppo in superficie questo si.
In fondo non va troppo oltre il gia’ citato "Love-Lies-Bleeding" , non raggiunge la critica efficace di "Cosmopolis", "Rumore bianco" e "Underworld", manca l’abisso di "Great Jones Street" ma in fondo pure di "Punto Omega" o "Mao II". Ecco, forse "Zero K" unisce tematicamente e stilisticamente tutti i suoi lavori precedenti, percio’ ha avuto tanto successo e ha aiutato a farlo conoscere ancora di piu’ nel mondo. Per le stesse ragioni lo pongo nel mezzo, che nel suo contesto forse significa medio ma non mediocre, certo tra i migliori candidati per spiegare che DeLillo e’ tra i migliori scrittori al mondo. Forse il migliore.

Love-Lies-Bleeding – Don DeLillo

Love-Lies-BleedingHo tenuto a lungo questo volumetto nel cassetto. Come ho scritto piu’ volte, non sono un appassionato di teatro a teatro ma da leggere si, tantissimo. E’ cosa strana lo so ma funziona cosi’. Viene facile comprendere che DeLillo su un testo teatrale e’ un’occasione ghiottissima. Ho aspettato quindi il momento propizio, il tempo giusto per godermelo come si deve. Piccolo formato si diceva, poche pagine nella quali l’autore mette a confronto quattro personaggi, il primo, l’anziano Alex dopo due ictus quando non gli resta molto da vivere, poi il figlio Sean e la seconda moglie Tonette che lo raggiungono per terminare con dolcezza la sua vita. Ad opporsi sara’ l’ultima moglie, la giovane trentenne che si prende cura di lui con una passione commovente.. Ovviamente cio’ da modo di ricordare la vita di Alex, uomo diviso tra arte e amore, egoista e anarchico, uno che ha costruito tanto quanto ha distrutto, persone comprese. Il figlio ovviamente ha sofferto dietro l’ombra scomoda del genitore e l’ex moglie divide ancora il ricordo tra rancore e passione mai assopita. Una sceneggiatura che parrebbe una novita’ per lo scrittore e invece lo riconosci subito nei dialoghi taglienti e fluidi, in apparenza freddissimi ma pregni invece di ardore, sentimenti che spaziano dal disprezzo alla passione piu’ sfrenata.
Alex diviene ben presto il pretesto degli altri tre per guardarsi dentro usando la sua vita, il suo passato sentito come ricordo in flashback, uno specchio, un elemento catartico sul quale scaricare le proprie debolezze e che solo la morte puo’ risolvere. Bello, verrebbe da darlo per scontato ma con DeLillo si corre il rischio talvolta di prendere strada troppo astratte, metafisiche elementi presenti anche qui ma solo come passaggio, non punto di arrivo.
In fondo si capisce pure che la morte non sara’ una soluzione ma una ripartenza e dal punto di vista filologico va pure bene. Pur vero e’ che in altre occasioni lo scrittore ha avuto piu’ spazio per esprimersi per quanto non in questa forma essenziale ridotta al puro dialogo ma pure cosi’ si conferma profondo indagatore di un disagio nel quale si e’ comprimari delle nostre stesse vite.
Costo elevato del libro rispetto le pagine ma si sa che Einaudi e’ cosi’ ma vale ampiamente la lettura

L’angelo Esmeralda – Don DeLillo

L'angelo EsmeraldaDeLillo e’ una tale certezza nella mia vita che posso permettermi di leggerlo disordinatamente, confusamente, compulsivamente o lasciar passare anni e recuperare d’un colpo diversi volumi. Che poi vi siano testi che mi piacciono poco o nulla o peggio mi lasciano indifferente, fa parte di cio’ che rende speciale il mio rapporto con lui, un rapporto vivo, dinamico, imprevedibile come mai mi e’ capitato prima con altri autori.
DeLillo ormai lo riconosco a naso, mi pare a volte di fiutarlo, sentirlo dietro ogni singola parola e lo capisco come qualcosa o qualcuno intimamente familiare. "L’angelo Esmeralda" introduce una nuova variabile, l’insieme di racconti che in qualche modo dovrebbe essere una novita’ per i suoi lettori eppure non lo e’ dato che spesso, attraverso l’incrocio di storie di tanti personaggi, finisce che molti suoi libri siano in realta’ tanti racconti che girano in uno spazio comune. Nove storie per nulla legate tra loro, tra bambine morte ammazzate, astronauti dimenticati, manager incarcerati e ragazzini saccenti eppure li si sente uniti in un grande affresco che abbraccia non soltanto la loro vita ma quelle dell’intero pianeta come se tempo e spazio in fondo si potessero ridurre alle dimensioni di un quartiere cittadino dove la vita di uno e’ legata a quella degli altri. DeLillo non cerca morale e neppure l’effetto, egli estrae un frammento di realta’ dal continuum e lo racconta, senza un inizio, senza una fine, rimanendo fuori, distaccato, inerte al racconto, convogliando con questo ogni emotivita’ a chi legge, restando talmente fuori da ogni forma di transfert da indurre proprio per questo ad una sorta di amplificazione del messaggio. Pensando al cinema di Bresson, DeLillo compie la medesima operazione ma in letteratura. Credo possa essere un libro da consigliare a chi volesse affrontare l’autore, non perche’ sia il migliore, quanto perche’ Delillo e’ un autore che lo si apprezza conoscendolo e i piccoli passi dei racconti a tal scopo aiutano.

Body Art – Don DeLillo

Body ArtScene di vita familiare. Una coppia, il risveglio, la prima colazione. La benedetta banalita’ quotidiana che viene spezzata dal suicidio di lui. Impariamo che avevamo a che fare con uno scrittore, un artista, uomo estroso e complesso evidentemente incompreso da lei, ultima moglie, una body artist che non accetta quanto e’ avvenuto o si rifugia all’interno di una propria realta’ popolata da ricordi e fantasmi o personaggi quantomeno estranei, persino aliene che continuano pero’ a legarla al passato invece che separarla.
Leggendo la confusione si alterna alla narrazione, la strana figura che improvvisamente irrompe nella sua vita cessa di porre domande sul luogo da cui proviene e sulla capacita’ d’imitare lo scomparso, si accetta per il solo fatto di esistere, tenendo stretta la pace che egli sa donare ad una mente stanca e al corpo agitato di lei. 
Testimonianze la danno in trasformazione, io fisico che accentua il mutare, la trasformazione che si fa specchio dell’anima, colei che si spaventa e sa spaventare, scambio d’energia tra un dentro e un fuori di una realta’ ancora lontana dall’essere metabolizzata.
Poi qualcosa cambia ma nulla ancora si risolve, forse prima o dopo lo fara’.
Piu’ volte ho scritto del mio strano rapporto con DeLillo, scrittore che annovero nella cerchia dei mei preferiti e che ha saputo donarmi tra le pagine piu’ belle mai lette eppure accade non infrequentemente di non riuscire a sincronizzarmi con le sue parole a farmi scivolare alcuni suoi libri senza che lascino traccia, scatenando altresi’ un certo grado d’irritazione. "Body art" appartiene a questa categoria e ripeto, dipende da una mancata sincronia, meglio di una mancanza d’empatia con la volonta’ di DeLillo che qui si accentua trattandosi di una storia intima e crepuscolare.
Non ho sentito mia la tragedia e neppure la confusione, tantomeno la rinascita e l’emergere da un lutto inaccettabile. Libro breve da poter passare per racconto lungo e di certo le pagine non sono bastate per farmelo piacere, provate voi se volete.

Cosmopolis – Don DeLillo (estratto 2)

Cosmopolis – Don DeLillo (estratto 1)
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Recensione completa film

Si stava divertendo. Adolescenti in skateboard ricoprivano di graffiti le insegne pubblicitarie sulle fiancate degli autobus. Il topo di polistirolo si era rovesciato e i poliziotti procedevano in file serrate dietro scudi di plastica, uomini in elmetto la cui risolutezza totalitaria strappò a Kinski qualcosa che parve un sospiro.
I dimostranti stavano scuotendo la macchina. Lui guardò Kinski e sorrise. La Tv mostrava primi piani di volti irritati dai gas urticanti. Lo zoom riprese un uomo che si gettava con il paracadute dalla cima di una torre li accanto. Paracadute e uomo erano anarchicamente rosso-neri, e l’uomo esibiva il pene dipinto con gli stessi colori. La macchina veniva sbatacchiata avanti e indietro. I fucili spararono candelotti lacrimogeni e i poliziotti si gettarono in mezzo alla folla, il volto coperto da maschere con doppia camera di filtraggio uscite da un fumetto letale.
– Tu sai cosa produce il capìtalismo. Secondo Marx e Engels.
– I suoi seppellitori, – disse lui.
– Ma questi non sono i seppellitori. Questo non è altro che il libero mercato. Questa gente è un’invenzione del libero mercato. Non esistono fuori dal mercato. Non possono starne fuori. Non esiste un fuori.
La telecamera seguì un poliziotto che rincorreva un giovane in mezzo alla folla, un’immagine che sembrava allontanarsi sempre più dal presente.
– La cultura del mercato è totale. Questi uomini e queste donne sono un suo prodotto. E sono necessari al sistema che disprezzano. Gli forniscono energia e definizione. Sono manovrati dal mercato. Vengono scambiati sui mercati mondiali. È per questo che esistono, per rinforzare e perpetuare il sistema.
Guardò la vodka oscillare nel bicchiere di Kinski mentre la macchina dondolava avanti e indietro. C’erano dimostranti che picchiavano contro il cofano e i finestrini. Vide Torval e le guardie del corpo spazzarli via dallo chassis. Pensò per un attimo al tramezzo dietro l’autista. Aveva un’intelaiatura di cedro in cui era inserito un frammento di scrittura cufica ornamentale su pergamena, tardo decimo secolo, Bagdad, inestimabile.
Lei strinse la cintura di sicurezza.
– Devi capire. Lui disse: – Cosa?
-  Più l’idea è visionaria, e più gente si lascia dietro. Questo è il succo della protesta. Visioni di tecnologia e ricchezza. La forza del cybercapìtale che manderà la gente a morire nelle fogne in mezzo al vomito. Sai qual è il difetto della razionalità umana ?
Lui disse: – Quale?
– Che finge di non vedere l’orrore e la morte con cui si concludono le sue macchinazioni. Questa è una protesta contro il futuro. Vogliono tenere a distanza il futuro.
Vogliono normalizzarlo, impedirgli di sommergere il presente.

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Cosmopolis – David Cronenberg

Cosmopolis-CronenbergIn merito a "Cosmopolis" di DeLillo, terminai scrivendo "ottimo per Cronenberg". Ebbene eccoci al dunque.
La vicenda e’ la medesima, Eric Packer uno degli uomini piu’ ricchi del pianeta, nel giorno in cui rischia di perdere tutto il suo patrimonio, con la citta’ paralizzata dall’arrivo del Presidente degli Stati Uniti, da proteste anarchiche e dal funerale di un cantante, vuole attraversare la citta’ per andare a tagliarsi i capelli dal barbiere di quando era bambino.
Da cio’ un’apologia sulla societa’, sul denaro, sul futuro.
Rimando al post del libro per ogni considerazione a riguardo, anche perche’ Cronenberg non solo non tradisce il testo originale ma ne resta fedele nella misura in cui la differenza del mezzo glielo permette.
Liquido immediatamente l’aspetto cinematografico, apparente paradosso ma non troppo considerando l’importanza del testo, anzi l’unica ragione d’essere del film stesso.
Ho trovato Cronenberg molto lynchiano nei movimenti di camera, nelle parallassi, negli sfalsati flussi temporali degli innumerevoli dentro e fuori qualcosa o qualcuno ma nel contempo la fotografia, i colori e i contrasti dei volti soprattutto, sono i suoi. Del resto non si discosta troppo dallo stile che ha caratterizzato questo suo ultimo decennio, da "Spider" in poi.
Attori alle stelle, forse il punto debole e’ proprio Pattison il protagonista. Nulla che non vada in lui, solo la sensazione che con qualcun’altro le cose sarebbero potute andare meglio per quanto e’ da dire, l’aplomb inglese mescolata ad una faccia da schiaffi, siano perfetti per il ruolo ma torniamo all’anima del film, il testo.
Come detto Cronenberg da un certo punto in avanti ha cambiato registro e dopo anni di attenzione minuziosa ed estrema alla carne, e’ passato ad analizzare la mente, sistematicamente in ogni sua sfaccettatura, dal traumatizzato Spider sino ai Freud e Jung di "A Dangerous Method" e il testo di DeLillo ne e’ degno proseguo.
Ho pero’ qualche difficolta’ ad immaginare come il film venga percepito senza la conoscenza del romanzo.
Ho come l’impressione che senza le ellissi di DeLillo, la ricorrenza di temi attorno ai quali s’incardina la conclusione, topi, aereo, appartamento, prostata asimmetrica, il film appaia piu’ episodico di quanto non dovrebbe essere. Certo anche qui hanno la loro importanza ma nel romanzo c’e’ un filo che circonda  causa-effetto che fatico a vedere sullo schermo. All’opposto e non poteva essere diversamente, l’incontro finale nella mani di Cronenberg guadagna incredibile spessore, mentre resta quasi una conseguenza scontata nel testo.
Per il resto la verita’ tematica e’ assolutamente fedele e le situazioni, gli stessi protagonisti, sono come ce li si poteva aspettare, merito ovviamente della forza narrativa di DeLillo.
Leggere il libro perche’ e’ importante, vedere il film perche’ e’ grande.

Scheda IMDB

Punto Omega – Don DeLillo

Punto OmegaDeLillo e’ uno scrittore che sa girare attorno all’umanita’ divenendone fine osservatore e per raggiungere il suo scopo ogni mezzo e’ buono, ogni sguardo sa essere essenziale nel descrivere un insieme di fatti che non puo’ essere univoco e monolitico ma somma ultima di infiniti segmenti, sezioni e visioni. Storia inventata, storia presunta, storia vissuta, per DeLillo non fa differenza forse perche’ la storia non esiste se non quella raccontata dalle persone e le persone sbagliano, le persone vedono e sentono solo cio’ che vogliono sentire e percio’ il muro sottile che separa i fatti dalle supposizioni, spesso si sgretola alla prima occhiata gettata con un minimo discernimento.
Questo e’ l’approccio che preferisco, questa la magia di DeLillo capace di destrutturare il quotidiano svelando i meccanismi che dettano regole di funzionamento talvolta complicando, altre semplificando, un’apparenza data per scontata ed acquisita.
Ancora piu’ evidente in "Punto Omega" questo tentativo di descrivere un singolo punto di vista che possa diventare base d’analisi ed interpretazione e lo fa con un testo dal sapore di pièce teatrale, riducendo al minimo i protagonisti, due in particolare, un anziano analista del Pentagono ingaggiato per trovare metodi, stimoli e soluzioni durante la Guerra del Golfo e un giovane regista che su di lui vuol girare un documentario.
E’ un’occasione di confronto ma non di scontro laddove due monologhi non diventano necessariamente un dialogo e per favore, non tirate in ballo Beckett, questa e’ roba seria.
La conclusione si ripiega su se stessa, enfaticamente s’insegue nell’idea che il tempo sia percorribile a velocita’ ed attenzioni diverse, che i dettagli si nascondano nel piccolo tempo come nel piccolo spazio e in esse perdersi, smarrirsi, sbagliare senza rimedio e senza ritorno. Trovo sia un testo incompleto quantomeno per le capacita’ di DeLillo di sviscerare meglio i temi trattati. Sa di assaggio, di preludio, di antefatto. Malgrado questo offre qualche considerazione, pensieri da affrontare in solitudine. Impossibile invece assumere posizioni pro o contro qualcosa, il romanzo e’ staminale, replicabile e replicante, forse troppo inerte per un risultato compiuto ma nell’epoca in cui tutti hanno risposte, qualche punto interrogativo rinforza i muscoli.

Mao II – Don DeLillo

Mao IIDeLillo alle prese con mondi diversi, fuori e dentro le piccole e grandi realta’, mettendo insieme uomini e nazioni, religione e rivoluzione, rispetto e disprezzo.
E’ la storia corale di tanti personaggi, dalla schiava psicologica del reverendo Moon allo scrittore celebre ma esiliato dal proprio successo e dai propri timori, il prigioniero arresosi alla sua condizione fino alla fotografa che ha trasformato il mestiere nella propria personalissima psicosi. Tutto insieme, tutto mescolato, matrimoni di massa, attentati dinamitardi, rapimenti e riscatti, ritratti e parole e DeLillo lo riconosciamo nel montaggio frenetico e mai confuso e lo troviamo negli universi che costruisce piegati attorno alle idee sottese al soggetto, laddove il rumore bianco di sottofondo e’ il messaggio, quello vero malgrado l’uomo e la sua quotidianita’ facciano di tutto per soffocarlo.
E parlando di messaggi e’ un libro sulla parola, sulla forza che modella la storia, sullo scempio che ne ha azzoppato la valenza lasciando che la cacofonia della violenza ne prendesse il posto.
Nell’abuso reiterato della parola la sua sconfitta, Mao primo e ultimo e in mezzo l’arte pop nella trasposizione infinita da verbo a gesto ed ecco che la rivoluzione si trasforma in giocattolo popolare depotenziandosi in effige da salotto lasciando spazio alla violenza, unico messaggio che l’Occidente gia’ sconfitto riesce ormai a capire.
"In societa’ ridotte allo sperpero e alla sovrabbondanza, il terrore e’ l’unica azione significativa."
DeLillo ancora una volta intuisce con largo anticipo le debolezze proprie e del sistema nel momento in cui reclama il ruolo di scrittore, ammettendo implicitamente che nulla gli e’ rimasto se non trasformare le parole da spada a scudo e dietro esse conservare almeno il ricordo dei tempi nei quali si vincevano guerre, non si leccavano ferite.
Il testo e’ potente ma contratto, chiuso in una rassegnazione che passa dai protagonisti giungendo all carta stampata.
In molte altre occasioni con gli stessi ingredienti DeLillo aggredisce, qui va poco oltre l’inerte constatazione dei fatti e basta seguire le vicende dei personaggi per rendersi conto che la partita, questa almeno, ormai e’ perduta.
Temo pero’ sia piu’ un commiato che un arrivederci. Godiamoci quanto resta.
"Quello che guadagnano i terroristi lo perdono i romanzieri. Il potere dei terroristi di influenzare la coscienza di massa e’ la misura del nostro declino in quanto forgiatori della sensibilita’ e del pensiero.
Il pericolo che essi rappresentano e’ pari alla nostra incapacita’ di essere pericolosi."

Cosmopolis – Don DeLillo (estratto)

(Recensione completa qui)
-  Tu vivi in una torre che si eleva fino al cielo e che Dio ha lasciato impunita.
Kinski lo trovava divertente.
– E hai comprato un aereo. L’avevo quasi dimenticato. Sovietico o ex sovietico. Un bombardiere strategico. In grado di distruggere una città di piccole dimensioni. Giusto?
-  È un vecchio Tu-160. La Nato lo chiama Blackjack A. Veniva utilizzato intorno al 1988. Trasporta bombe nucleari e missili cruise, – disse lui. – Ma non erano compresi nel contratto.
Lei batté le mani, estasiata.
-  Però non te lo lasciano pilotare. Sapresti pilotarlo ?
– Certo, e l’ho anche fatto. Non me lo lascerebbero pilotare se fosse armato.
– Chi non te lo lascerebbe pilotare ?
-  Il Dipartimento di Stato. Il Pentagono. La Sezione Alcolici, Tabacco e Armi da Fuoco.
– I russi ?
– Quali russi? L’ho comprato al mercato nero e a prezzo stracciato da un trafficante d’armi belga in Kazakistan. È li che l’ho pilotato, per mezz’ora, sopra il deserto. Dollari Usa, trentun milioni.
– Dov’è adesso ?
– Parcheggiato in un deposito in Arizona. In attesa di pezzi di ricambio che nessuno riesce a trovare. E là, in mezzo al vento. Ogni tanto ci vado.
– A fare cosa ?
– A guardarlo. E mio, – disse lui.

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Cosmopolis – Don DeLillo

Cosmopolis - Don DeLilloNon avevo bisogno del film di Cronenberg per leggere DeLillo ma e’ innegabile che l’uscita del film abbia dato una spinta acceleratrice verso un libro rimasto a lungo in coda di lettura.
Eric Packer e’ uno dei nuovi padroni della Terra, un giovane miliardario in dollari il cui ineguagliabile genio ha procurato successo e potere ben oltre ogni razionale comprensione. Nel giorno in cui tutto il suo patrimonio e’ in gioco, in una New York paralizzata dall’arrivo del Presidente degli Stati Uniti e dalle proteste anarchiche contro il sistema tutto, egli decide di attraversare la citta’ per andare a tagliarsi i capelli e nulla varra’ a farlo desistere dalla sua idea.
Che DeLillo rappresenti uno dei piu’ attenti osservatori della societa’ statunitense e non solo, non e’ un mistero, semmai e’ il metodo che lo rende unico.
Egli focalizza le minuzie lasciando che la somma dei frammenti componga l’insieme, svelando sapientemente, particolari normalmente inosservati.
I suoi personaggi viaggiano su una linea dimensionale diversa e paiono sfiorare la superficie delle cose per meglio comprenderne la consistenza e amplificare la sensazione del tatto. L’Eric Packer di "Cosmopolis" e’ un apparente epigono dei ricchi e amorali protagonisti di Easton Ellis e come loro sfugge dall’apatia attraverso improvvisi picchi scomposti e adrenalinici eppure torna nella tradizione dell’autore attraverso un fine che gli altri sembrano non avere, un percorso gia’ tracciato che affonda le radici nella storia del personaggio, talvolta anche da prima, per trovare conclusione nelle pagine del romanzo. Che si tratti di un viaggio, e’ palese sin dalle premesse, che vi sia una ricerca ed una scoperta che esattamente come il "rosebud" di Charles Foster Kane si pone a sigillo di una intera vita, lo si capisce dal problema infine impossibile dal risolvere.
Impossibile perche’ nel preconcetto molto wachowskiano, e’ l’imperfezione a renderci umani nell’esaltazione dell’Essere e non come limite e se Dio ci ha creati imperfetti non e’ per sottrarci divinita’ ma nel renderci padroni di una Natura essa stessa imperfetta e asimmetrica.
La simmetria nel mondo reale e’ pura astrazione, inapplicabile nel concreto eppure come novelli Icaro ci si protende verso di essa fintanto che un sole anarchico e confuso riporta a terra, pagando caro il prezzo per l’ambizione insana di toccare le stelle. Eric le stelle e’ riuscito a toccarle e la storia presenta il conto perche’ bisogna saper tendere all’imperfetto, pena la fine di ogni gloria
Non il miglior DeLillo, certamente uno dei piu’ leggibili.
Dimenticavo, ottimo per Cronenberg.

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