The Summer Show 2016 – Fondazione Fotografia Modena, 25-06-2016

The Summer Show 2016 - Nemo NonnenmacherL’estate sta arrivando, i ritmi rallentano e Modena che non puo’ certo pretendere di essere meta turistica, non come potrebbe e dovrebbe essere, chiude o cede il passo al caldo. Alla Fondazione Fotografia comunque il calo di attivita’ non coincide per forza con un calo di qualita’ e semmai diventa occasione per uscire dall’evento e proporre una dimensione piu’ intima, in questo caso un investimento sul futuro attraverso The Summer Show, il risultato finale del master della Fondazione che espone il lavoro dei suoi allievi. Si aggiungono anche le opere dei finalisti dello European Photography Award, dando non solo un tocco di universalita’ ma aprendo le porte a nuove prospettive. Fotografia ma anche video laddove esiste l’idea che un filmato possa essere l’insieme di fotografie e non fotogrammi. Bei lavori, non di tutti ma certo di molti, nel complesso ho preferito le operazioni dei fotografi stranieri ma essendo frutto di una selezione piu’ ampia, c’era da aspettarselo. A cio concorre la mie predilezione per l’informale e l’astratto, percio’ l’opera di Nemo Nonnenmacher, artista tedesco di stanza a Londra, e’ entrata subito nelle mie corde. Lo stesso dicasi di Julius Stuckmann col suo formale reso astratto o Po Cheng Liao, piu’ pittura che fotografia in senso stretto almeno. Bene comunque anche i nostri, in particolare Andrea Luporini e Orlando Myxx, ottima la presenza di tanti modenesi ma e’ naturale che sia cosi’.
A questi si affiancano i lavori di Claudio Gobbi con un’imponente carrellata di 120 chiese armene e Stefano Graziani con le sue "Conversazioni Notturne" delle quali confesso, mi sfugge la relazione che le lega e che forse diciamolo, non c’e’.
Esibizione gratuita, c’e’ tempo fino al 17 Luglio, una cosa piccola ma saro’ sincero, l’ho preferita ad altre cose viste in passato e a pagamento.

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Mofokeng, Moriyama, Zemoz – Fondazione Fotografia Modena, 7-5-2016

Ho corso davvero il rischio di perderla questa mostra e seppur le ultime non abbiano certo brillato, ormai sono un frequentatore fisso e affezionato e mi sarebbe dispiaciuto. A maggior ragione perdere questa occasione avrebbe significato mancare a tre artisti della fotografia internazionale.
MofokengSi inizia con Santu Mofokeng. Nato nel 1956 in Sudafrica, ha vissuto in prima persona l’apartheid e ne fu testimone. cio’ e’ ovviamente presente nel suo lavoro ma e’ una parte, uno dei suoi racconti raccolti nelle tante serie presenti in mostra. Confesso che in un primo tempo temevo la solita banale carrellata di poliziotti e manganelli, invece Mofokeng non dedica tutto il suo tempo a ritrarre il disagio, semmai cerca di raccontare la sua gente e la sua terra, la contrapposizione del mercato globale contro una realta’ fatta spesso di miseria e stenti. Se ne trae un’analisi politica e’ ovvio ma resta marginale al discorso, una delle tante derive possibili che si possono dedurre. Tecnicamente non e’ impressionante ma ha una sua efficacia, specie in alcune serie dove la cronaca si interseca con la ricerca di una forma atipica ed espressionista. Ripeto, e’ raro vedere testimonianze di certe realta’, che non siano schiacciate dalla retorica ma il fotografo sudafricano riesce in questa impresa da considerarsi difficile anche se non dovrebbe esserlo.
MoriyamaSi cambia letteralmente mondo con Daido Moriyama. Giapponese classe 1938. Fotografo urbano come nuova jungla, cronista in presa diretta e senza mediazioni che no si significa mancanza di punto di vista o affermazione, semmai al contrario e’ l’occhio dell’artista che isola i particolari esaltandoli nel singolo scatto. Artista da bianco e nero, lo troviamo con 130 scatti a colori e con essi la Tokyo che va dalla seconda meta’ degli anni ’60 al ventennio successivo. In una intervista egli dichiara di ricercare col suo colore una realta’ sbriciolata, a bassa risoluzione, il fuori fuoco che non e’ tecnico ma mentale. Citta’ e modelle entrambe messe a nudo, straight photography da fine del mondo perche’ il mondo, e’ finito davvero nelle camere d’albergo, nei vicoli, in quelle strade dove il progresso esonda nel disagio. Malgrado cio’ permane il desiderio di poesia, il Zemozcolore ammorbidisce le forme come il bianco e nero non riesce, percio’ ia dolcezza dei contorni sfumati racconta uno stato d’animo anzi e’ lo stato d’animo che invero colora la pellicola e le luci della notte altro non sono che pensieri ed emozioni. Alcune cose facili, altre meno, un gran bel vedere comunque.
Alessio Zemoz, valdostano, artista a me sconosciuto, vincitore del Premio Fotografia Under 40 2016, ricerca nel territorio la sua gente, umanita’ a colmare il vuoto dal titolo della sua mostra. Territorio segnato da strade ed acquedotti, l’artificiale che si mescola col naturale e c’e’ denuncia eppure non manca una forma di equilibrio, integrazione forse per qualcuno oscena, per me non esente da un suo fascino.
Umanita’ che esce anche dai vecchi ritratti che nel contempo raffrontano le comunita’ di un tempo con quella attuale, una triangolazione tra spazio-tempo-uomo che vortica senza soluzione di continuita’. Comprendo lo spirito critico di Zemoz, eppure ne ho apprezzato la poesie non trovando affatto da ridire su una cementificazione che puo’ anche sposarsi col verde e i monti. Interessante anche se purtroppo la mostra e’ terminata. Che resti come punto di partenza.

Sito ufficiale

Fotografia Contemporanea dall’Europa Nord-Occidentale Tom Sandberg. Around Myself – Modena 28-11-2015

Fotografia Contemporanea dall'Europa Nord - Willie DohertyMostra monografica ma non troppo alla Fondazione Fotografia Modena. L’onore spetta al norvegese Tom Sandberg, un onore legato purtroppo alla prematura scomparsa avvenuta lo scorso anno.
La terra natia che e’ atmosfera e sensazione, si estende agli altri fotografi in mostra, non necessariamente scandinavi ma appartenenti comunque ad un nord che vuole uscire dagli stilemi del genere o quantomeno cio’ che riteniamo tali: grandi spazi grigi e ghiacciati, natura solitaria e un po’ sinistra, umanita’ saggia e silenziosa.
Lo spazio del Foro Boario offre il giusto respiro ad opere imponenti, grandi rappresentazioni di intime sensazioni, a volte ossessioni, molte ombre, luci sfumate ma anche i piccoli formati risaltano sulle grandi pareti delle sale.
Ad ogni modo e senza tanti giri di parole, non mi e’ piaciuto quasi niente.
Innanzitutto il legame tra i fotografi e’ prettamente geografico. Non e’ necessariamente un male, il criterio di scelta e’ coerente col risultato pero’ si vivono reparti a tenuta stagna dove il luogo di nascita non aiuta ad accorpare un progetto. La qualita’ e’ tendenzialmente alta non si discute ma in pochi casi si resta abbacinati dallo stupore, talvolta ci si scontra con scatti piuttosto ordinari. Persino nel set dello stesso artista la qualita’ e’ discordante, penso chesso’ a Willie Doherty in mostra con progetti differenti e differente resa, come un accumulo senza troppo criterio se non riempire spazio. C’e’ gente come Wofgang Tillmans che ha fatto di meglio che fotografare nuvole o Fotografia Contemporanea dall'Europa Nord - Jonny BriggsMelissa Moore che sa andare oltre ad un cespuglio. Bello il pittorialismo di Sandra Kantanen ma come inquadrare una nordica che fa l’orientale, o le rappresentazioni di Annabel Elgar che non sfuggono dalla gravita’ dell’artefatto commerciale? Pessima, davvero pessima l’installazione di Johann Arens che oltre ad aver poco a che fare con la fotografia in senso stretto, sgombera cantine spacciandole per critica sociale, come se un pc da rottamare rappresenti chissa’ quale ponte tra culture diverse. Dello stesso Sandberg ho visto cose migliori. Se da un lato lo si puo’ inquadrare come esponente della straight photography, al genere non aggiunge nulla rammentando al massimo certi ritratti di Edward Weston, dall’altro si perde in minimalismi asettici che nemmeno con la forma coinvolgono piu’ di tanto.
Qualche bella scoperta eppure c’e’. Jonny Briggs con le sue due opere mi ha realmente emozionato, sorpreso e la sua "Confort Object" vale da sola la visita.
Un piccolo passo falso per la Fondazione, puo’ succedere.

Scheda evento

Hiroshi Sugimoto – Stop Time (Modena, 25-04-2015)

Hiroshi Sugimoto-1A meta’ del periodo espositivo, lo dico perche’ c’e’ tempo sino al 7 Giugno 2015 , si torna alla "Fondazione Fotografia Modena" per vedere Hiroshi Sugimoto. Fotografo giapponese classe 1948, ex esperto d’arte convertito alla fotografia. Tante le serie fotografiche da lui prodotte dalla meta’ degli anni ’70 e tutte con al centro il Tempo, o meglio diverse accezioni di atemporalita’ o come sintetizza il titolo della mostra, stop-time appunto.
Sugimoto non e’ fotografo da attimo colto, al contrario e’ un artista alla ricerca della quiete assoluta, la quiete pre e post esistenza umana cioe’ della capacita’ di cogliere l’essenza di tempo, perche’ senza cognizione il tempo si annulla, anzi cessa semplicemente di esistere. In fondo, filosofia a parte, la distinzione tra fotografia e fotogramma espressa da Deleuze si adatta perfettamente a Sugimoto, laddove se il fotogramma e’ parte di un insieme definito da istanti antecedenti e successivi, la fotografia e’ un punto nullo senza tempo e senza storia.
Tutto il lavoro di Sugimoto e’ permeato da questa immobilita’, anzi dell’immobilita’ ha fatto l’essenza dalla propria cifra stilistica. Pensiamo agli Seascapes, orizzonti marini di un mondo ai suoi albori o forse alla sua fine, totale assenza di vita e di energia, un grande corpo placido e in equilibrio.
Ancor piu’ evidente il distacco tra istante e assenza, nei grandi teatri statunitensi nei quali la luce abbagliante dello schermo, scollega spettacolo da spettatore, o basti vedere i ritratti impossibili dei grandi personaggi del passato coi manichini di Madame Tussauds, non piu’ sculture ma simulacri di un tempo ancora una volta annullato, anzi ricombinato.
Hiroshi Sugimoto-2Lo stesso dicasi delle serie pseudo naturalistiche di una natura neppure colta in un istante zero ma totalmente reinventata percio’ realmente inesistente. E cosa rappresenta meglio l’istante zero della fotografia se non i primi esperimenti di William Henry Fox Talbot, rifotografati e ripubblicati. E quale attimo e’ piu’ attimo dell’energia elettrica ad impressionare direttamente la pellicola fotografica.
Il tutto all’insegna di un minimalismo che fa dell’essenzialita’ non un riassunto ma una perfetta definizione, l’estetica sublime di cio’ che nella sia sintesi trova il miglior riscontro.
Ad avvalorare e impreziosire immagini dal gia’ forte impatto visivo, la qualita’ delle stampe, finalmente non digitali ma ai sali d’argento e il grande formato che nell’annullamento temporale esalta lo spazio.
Pur restando sempre in ambiti colti e fotografi di chiara fama, ho trovato le ultime mostre un po’ al ribasso, almeno per cio’ che sono le mie preferenze, qui invece ampiamente soddisfatte dove la sola mancanza, se cosi’ vogliamo dire, e’ sul numero di opere che dipendera’ anche dal piacere, ma se ne sarebbero volute molto di piu’.

Scheda evento

Mimmo Jodice, Kenro Izu, Fotografia de los Andes (Modena, 30-11-2014)

Fino all’11 Gennaio 2015 alla Fondazione Fotografia Modena, l’esposizione si divide in tre per altrettanti argomenti, due monografiche e una tematica.
Mimmo Jodice - ArciereMimmo Jodice e’ il primo ad accoglierci e come niente ci si ritrova dentro il Mediterraneo, nel richiamo antico del mare che ha dato i natali alla nostra civilta’. Jodice in vent’anni ha girato l’intero bacino, Italia, Grecia e Africa, la Magna Grecia e l’antico impero romano  ricostruiti attraverso le sculture, i mosaici e tutta l’arte nella quale ci riconosciamo e ci rivediamo.
Sara’ questione di fisiognomica e fisonomia ma quei volti scolpiti nel marmo e nel tufo e levigati dal tempo, annullano i secoli e le distanze, riportano alla memoria antichi splendori, luce di gloria mai estinta ed epica mai assopita.
Jodice e’ onirico, sfuma e proietta attraverso linee di forza, il passato nel presente e ancora oltre. I suoi sono primi piani e ritratti, un dialogo fatto di sguardi e antiche virtu’, il richiamo del sangue e specchio nel quale ritrovarsi. Jodice e’ bravissimo in questo, meno sull’uso del digitale che semplifica un po’ troppo le cose.
Kenro IzuA seguire Kenro Izu, giapponese classe 1949, una carriera dedicata ai luoghi sacri che dagli anni ’70 ha cercato, visitato e ritratto, con lo spirito dell’esploratore e nel rispetto dalle tradizioni che si manifestano anche attraverso l’uso di tecniche di stampa antiche e preziose come i sali d’argento e le stampe al platino.
I luoghi in mostra comprendono l’Egitto come l’Inghilterra, l’India e il Messico, sud-est asiatico e Sud America e la forza del fotografo e’ la forza della materia, un eterno imbrunire le cui sole luci provengono dai luoghi e le costruzioni incredibili che solo una Fede inarrivabile puo’ ispirare. Izu in cio’ e’ perfetto, l’occhio coglie il silenzio e le profondita’ delle costruzioni, la sospensione del tempo e la percezioni di forze potentissime. Templi di pietra e legno, natura che si mescola coi manufatti laddove la materia pare elevarsi da luoghi che non appartengono a questo mondo. Meno convincenti i viraggi, le sfumature che penalizzano i particolari, scelta sui tempi d’esposizione non sempre felici o quantomeno che non rispecchiano i miei gusti. A volte la sua tecnica funziona, altre no, merita comunque.
Fotografia de los AndesInfine la parte che ho preferito, fotografie autenticamente antiche dei primi del secolo scorso legate al Sudamerica, nello specifico Peru’ e Ande. Sessanta le opere esposte di diversi autori. Scene di vita quotidiana ma soprattutto ritratti di persone e famiglie, classi scolastiche e lavoratori, intere comunita’ rappresentate da volti e luoghi senza tempo o meglio appartenenti ad un tempo che fa parte dell’immaginario di un occidente che scopre vedendo quelle immagini, leggende e racconti come favole dimenticate e ritrovate. 
Le foto sono bellissime, gioiellini di grande forza evocativa e nel contempo dolcissimi nell’ingenuita’ dei soggetti che rispecchiano probabilmente lo stupore di una tecnologia, la fotografia che a quel tempo, a molti di loro, doveva sembrare una specie di magia. Mi ha molto divertito e nel contempo incantato, indubbiamente delle tre la sezione che ho preferito. Consiglio anche un giro dal bookshop, quest’ultimo catalogo e’ da prendere.

Pagina Ufficiale

Axel Hutte – Modena e i suoi fotografi – Modena 26-04-2014

Hutte 1Axel Hutte, fotografo tedesco classe 1951 in mostra negli spazi del Foro Boario a Modena, sede provvisoria della "Fondazione fotografia Modena" che organizza l’esposizione.
Che i curatori della Fondazione amino la natura e’ oramai indiscutibile e che la predilezione si accentui laddove i toni pittorialisti si accendono e la natura assume connotati simbolici, metafisici e cosmici, non ci sorprende.
Hutte con le opere esposte, racconta di luoghi ben definiti come montagne, ghiacciai e caverne ma con un’operazione che tende a nascondere o a trasformare e cio’ che si vede in realta’ non sono luoghi ma la loro astrazione, fantasmi come appunto viene titolata la sua mostra.
Hutte 2Diverse sono le serie presenti tra le quali Montagne, Ghiacciai, Caverne e Riflessi d’acqua, titoli dal carattere programmatico ma come detto, non tutto e’ come ci si aspetterebbe. In Montagne ad esempio, e’ il cielo grigio alleato con nebbia e nubi a comandare e le montagne nella strenua resistenza, faticano e mostrarsi, con la forza della roccia che pare soccombere da un momento all’altro alla tenacia dell’aria. Grandi formati fotografici immersi nel vuoto che si trasforma velocemente in riflessivo esistenzialismo, una forte presa di coscienza sul rapporto di forza della natura con se stessa e noi in essa.
Parimenti in Caverne e Riflessi d’acqua, la visione e’ mediata da luce indiretta, rimbalzi che deformano eppure rivelano particolari inediti o combinazioni stupefacenti. D’altro canto e’ facile identificare un senso mistico dal sapore zen, nell’apparente immobilita’ di un mondo in continua mutazione.
Interessante non c’e’ che dire, solo non ho apprezzato la qualita’ delle stampe jet ink che per quanto avanzate in tecnologia e sviluppo, sui grandi formati mancano ancora nella definizione di forma e soprattutto colore.

Fotografi Modenesi - Franco FontanaAncora una volta e giustamente aggiungo io, ampio spazio viene riservato ai fotografi modenesi anche perche’, da loro concittadino, fa piacere scoprire che la "scuola modenese" sia di fatto una delle piu’ interessanti e vive dell’intero territorio nazionale.
Mostra collettiva che si concentra dal secondo dopoguerra sino a tutti gli anni 90, quindi ampia e stimolante finestra temporale.
La citta’ e’ ovviamente presente nelle immagini dei suoi figli ma l’aria che si respira e’ cosmopolita, la ricerca si fa concettuale, astratta persino e giovani anime si staccano dal tessuto urbano per divenire nuova luce e talvolta nuova materia.
Fotografi Modenesi - Ernesto TulioziNon vorrei redigere inutili elenchi e del resto descrivere le immagini esposte non ha granche” senso.
Poi si sa, in mezzo al mucchio vi sono preferenze e sensazioni ma l’impressione e’ generalmente molto buona, il giudizio raramente scende sotto la sufficienza. L’invito e’ rivolto quindi a visitare di la mostra ed eventualmente dedicare attenzione alle esposizioni in tempo reale di Franco Vaccari, l’astrattismo pittorico di Franco Fontana, lo stratificato Cesare Leonardi, l’onirico e felliniano Gastone Lancelloti e Beppe Zagaglia coi suoi terrificanti bambini.
Tante anime, tanti modi d’intendere la fotografia, tante anche le epoche perche’ gli ultimi 50 anni del secolo scorso non possono che dirsi densi e velocissimi ma Modena resta un punto di partenza dal quale non si puo’ prescindere e cio’ fa piacere.

Fondazione Fotografia Modena – Axel Hutte (12 Aprile – 29 Giugno 2014)
Fondazione Fotografia Modena – Modena e i suoi fotografi (12 Aprile – 25 Maggio 2014)

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