Sorrisi di una notte d’estate – Ingmar Bergman

Sorrisi di una notte d'estateNon conosco lo svedese ma per assonanza i titoli di testa si leggono come "commedia romantica diretta da Ingmar Bergman". Siamo nel 1955, "Il settimo sigillo" e "Il posto delle fragole" arriveranno due anni piu’ tardi e con essi conosceremo quel Bergman che resta nel cuore e nella Storia.
Dicevamo della "commedia romantica", genere non proprio nelle corde di Bergman per quanto qua e la’ lo rivedremo in momenti leggeri anche negli anni successivi ma in questo caso e’ commedia romantica a tutti gli effetti.
E’ l’incrocio di storie e amori di un avvocato non piu’ giovanissimo e la moglie impalmata a sedici anni e dopo due non ancora "colta" dal consorte.
In mezzo si frappone una diva del teatro ex fiamma dell’uomo che decisa a riconquistarlo, si accordera’ con la moglie del suo amante. La faccenda gia’ s’ingarbuglia lo so ma sara’ ancora peggio quando il nipote dell’avvocato s’innamora della giovane moglie.
Non te la aspetteresti una commedia in costume siffatta e malgrado la critica inspessisca le situazioni ludiche con riferimenti letterari a mio avviso forzati, e’ indubbio vi sia un’origine alta nella costruzione del testo, del resto l’analisi dei personaggi e’ meno superficiale di quanto appaia. Ancora una volta non posso fare a meno di pensare che Bergman la butti sul personale, ricordiamo che a quel tempo il regista era legato sentimentalmente a Harriet Andersson e come i due personaggi principali, anch’essi separati da quindici anni d’eta’ e chissa’ quali altri paralleli tra realta’ e finzione per cio’ che comunque fu un film molto complicato nella realizzazione per ragioni economiche, di salute e personali.
Una volta tanto percio’ il film non e’ da vedere solo per completezza di un percorso artistico ma anche e soprattutto per stile e tecnica lontani forse da quanto siamo abituati ma indubbiamente prototipi dell’intera filmografia a venire di uno dei piu’ grandi registi di tutti i tempi

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Il flauto magico – Ingmar Bergman

Il flauto magico (Bergman)Quanta passione in Bergman per la musica, una passione che talvolta sovrasta il cinema. Piu’ e piu’ volte i riferimenti a opere e concerti si sono ripetuti nel corso degli anni e spesso e’ proprio la musica ad essere protagonista o chiave di interpretazione dei suoi soggetti. Bergamn pero’ fu uomo di parola oltreche’ di suono e immagine, percio’ raccontare storie fu il leitmotiv della sua carriera. Unendo le due passioni sotto l’ombrello della regia, prevedibilmente porto’ sullo schermo una sinfonia, non a caso una fiaba che domina la narrazione. Quale miglior opera quindi se non "Il flauto magico"di Mozart che Bergman fa completamente suo in molti modi.
Mozart fu popolare, popolare nell’etimo, un musicista che per volonta’ e capacita’ seppe parlare alle persone piu’ umili e l’amore col quale fu ricambiato e’ evidente nella dedizione che ancora oggi tutti noi gli portiamo. "Il flauto magico" e’ la favola, popolare per eccellenza e nel contempo opera complessa anche per i palati piu’ raffinati. 
E’ la vicinanza alla gente, ai bambini in particolare ad essere pero’ evidente e su cio’ Bergman fonda la rappresentazione. E’ lunga la carrellata di volti ed espressioni nel preludio della sinfonia perche’ questa e’ musica senza tempo, senza etnia, senza alcuna discriminazione, un’ode all’innocenza e alla fantasia e in quei volti ritroviamo gli altri, lui, i suoi amici e i suoi cari, noi stessi e Mozart ovviamente. L’umanita’ al completo.
La messinscena e’ palesemente e volutamente teatrale, con quinte, fondali e scenografie e c’e’ anche un dietro le quinte perche’ la sospensione della realta’ e’ dentro di noi, non in quanto si vede, ed e’ dallo stupore bambino che scaturisce la magia della musica e la dolcezza del linguaggio.
Ecco come Bergman riporta tutti all’infanzia, nella certezza che il regno dei Cieli appartenga ai bambini.
Fedele alla tradizione, sfida in spregio e coraggio contro quell’inutile teatro nuovo e rivoluzionario che a quel tempo ancora credeva bastasse smontare la classicita’ senza dover creare qualcosa di altrettanto efficace per cambiare le cose. Egli annulla i secoli e ci riporta a quando Mozart propose per la prima volta il suo lavoro, dimostrando come la vera Arte non venga scalfita dal trascorrere del tempo e con ragione perche’ Mozart ancora e’ qui, Bergman e’ piu’ vitale che mai, gli altri sono persi nel tetro oblio del nulla.
Semplicemente straordinario, commovente persino, un messaggio forte di amore, unita’ e Fede, testimonianza del dirsi orgogliosamente Occidentali e civili.

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L’adultera – Ingmar Bergman

L'adulteraBibi Andersson e’ sposata felicemente con Max von Sydow ormai da 15 anni, due figli, una bella casa, lui medico stimato, lei casalinga e amministratrice di famiglia.
L’incontro casuale con Elliott Gould, archeologo e ricercatore, scatenera’ tra i due non soltanto una forte passione ma un vero e proprio innamoramento destinato a cambiare la vita di tutti i protagonisti in campo.
Film poco convincente di Bergman, uno dei pochi invero, dove evidentemente le necessita’ di produzione hanno preso il sopravvento sul testo e la regia. Gia’ la presenza di Gould indica una variazione nell’iter produttivo del regista in quello che viene ricordato come il primo film di Bergman in lingua inglese e con un attore protagonista straniero.
Ammetto un giudizio falsato dal fatto che Gould non mi piace per niente  e qui ci sta ancora meno. Forse sarei altrettanto negativo anche con altri me con lui mi riesce facile.
E’ che comunque non pare un testo bergmaniano, troppo lontano dalle sue (auto)analisi e considerazioni come lo riconosciamo invece in quel "Scene da un matrimonio" di qualche anno dopo. Scene e situazioni sembrano fatte apposta per un pubblico meno raffinato e di piu’ ampia portata, pellicola creata apposta per le grandi platee statunitense che nulla sanno e comprendono del sottile intimismo scandinavo del regista. Manca totalmente la profondita’ delle sue opere e per quanto non si tratti di pura e semplice carnalita’, con  dinamiche piu’ complesse e scelte difficili, certi momenti paiono in pretesto per spingere sul pathos dimenticando il logos al quale Bergman ci ha abituati e piu’ in linea col suo essere intimamente nordico nell’affrontare sentimenti e passione.
Nulla da dire sul fronte interpretativo, sulla fantastica trentenne Bibi che si conferma attrice meravigliosa, corpo e anima d’impareggiabile bellezza e lo stesso von Sydow se pur relegato ad un ruolo secondario, non si smentisce come grande attore, impacciato, preoccupato e nel contempo arrabbiato come puo’ esserlo un marito tradito e ancora innamorato della moglie. I soldi sono la rovina del mondo? Non so. Di certe pellicole si.

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Come in uno specchio – Ingmar Bergman

Come in uno specchioL’inizio e’ idilliaco, il mare del nord quattro persone vicine e felici insieme. Fratello e sorella, il padre e il marito della ragazza.
Il genitore e’ un celebre scrittore in visita ai figli, l’altro uomo un medico e in breve scopriremo come il ragazzo abbia desideri complicati ma normali alla sua eta’ e la donna un passato recente in clinica psichiatrica. Lentamente le ombre si addensano sul gruppo, anche lo scrittore cela un dramma nel cuore, fino all’epilogo drammatico eppure illuminato e illuminante.
Premio Oscar 1961 e una miriade di altri premi.
Domina la spiritualita’ religiosa, cosi’ come la forma minima concentra sui personaggi una tragedia ancora una volta piu’ teatrale che cinematografica e come sempre, la figura del padre segna il passo alla vicenda, figura che non a caso s’innesta perfettamente nella logica della trama.
Bergman affronta una questione antica quanto la psicanalisi, attribuire cio’ che nei secoli furono le visioni mistiche di santi e beati, a pure disfunzioni neurologiche. Il tutto s’interseca ad una complessa relazione tra i personaggi con al centro la figura di lei, santa o pazza che sia.
La risposta resta sospesa ma la certezza, unica, sola e grande e’ nell’amore e in Dio, anzi nell’equazione che lega Dio e amore. Percio’ la messinscena vive di chiaroscuri espressionisti, intensi, profondi all’occorrenza minacciosi o illuminanti, in ogni senso. 
Meravigliosi tutti gli interpreti, iniziando da Max von Sydow, un gigante, un grande tra i grandi, protagonista di tante pellicole girate assieme a Bergman e col quale ha scritto pagine altissime della storia del cinema.
Non di meno lei, Harriet Andersson bellissima e bravissima come tutte le attrici di Bergman e come tutte le attrici di Bergman, sue ex fiamma. Nessuna relazione con la piu’ celebre Bibi, tolto il cognome e l’intimita’ col regista.
Gunnar Bjornstrand, il padre, e’ un altro degli attori abituati a lavorare con Bergman e ancora una volta la squadra funziona.
Sublime e intenso, un vero inno alla forza dell’amore, divino o umano che sia.

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Un mondo di marionette – Ingmar Bergman

Un mondo di marionetteE’ un omicidio in piena regola quello al quale assistiamo. Conosciamo la vittima, conosciamo l’assassino e con un salto temporale assistiamo all’interrogatorio dello psichiatra dell’uomo che a quanto pare non aveva alcun motivo per compiere l’insano gesto. Percio’ il fulcro della storia diviene il perche’ di tanta efferatezza.
In poco tempo scopriamo che l’assassino ha un rapporto morboso con la moglie, odi et amo direbbe Catullo, ingiurie, tradimenti, violenze verbali e fisiche ma il legame e’ inscindibile, l’amore piu’ forte di ogni altra cosa ma allo stesso tempo sale potente il desiderio di ucciderla per quanto la vittima non sara’ lei. E’ cosi’ che Bergman salta nel tempo avanti e indietro, prima e dopo l’omicidio e ricostruisce fatti e antefatti, delineando nel contempo la psiche dei protagonisti.
Film del 1980, l’inizio di una nuova era e fine della precedente fatta di introspezioni esasperate e bulimica dissezione antropologica dell’universo borghese.
Fosse un altro autore, si potrebbe liquidare il testo, il testo badate bene, come ennesimo e ormai esausto attacco marxista alla coppia precostituita ma non e’ cosi’. Bergman e’ realmente interessato ad esplorare le dinamiche tra uomo e donna e qualcuno non a caso vede "Un mondo di marionette" come iperbole di "Scene da un matrimonio", il che per certi versi puo’ anche essere corretto se si introduce nel ménage la perdita del raziocinio o l’incontrollata esasperazione dei sentimenti.
Quanto c’e’ dell’uomo Bergman in questa storia? Non e’ facile dirlo per quanto la spinta omicida, a livelli controllati e ordinari, puo’ essere un pensiero che razionalizzato e’ comune a molti, specie per chi vive le storie d’amore con estrema passione e di contraltare con altrettanto livore. Credo altresi’ che Bergman in questo caso preferisca la sfida intellettuale dello spingere il soggetto ad estreme conseguenze ma e’ anche vero che la semplice e chiara caratterizzazione che spinge la protagonista ad identificare nell’immaturita’ in entrambi la causa prima dei dissidi e dell’incapacita’ nel gestire un rapporto sano.
Come Jacques Brel cantava "c’e’ voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti", Bergman ne sviluppa le conseguenze. e il finale wellesiano rimanda alla conclusione e soluzione di una vicenda umana che come spesso accade, si giustifica all’alba del vivere. E’ un Bergman sessantenne quello del film, un uomo arrabbiato in anni difficili per lui, forse spaventato e in cerca di una soluzione analitica o un tentativo di ritorno all’utero o al contrario verso la morte come supremo compimento dell’individuo.
Tecnicamente c’e’ invece un ritorno al bianco e nero o meglio a differenti viraggi dove e’ la luce e non il colore a donare espressivita’ alle situazioni e bollarle narrativamente e filologicamente.
Film troppo trascurato ma per molti versi superiore persino al gia’ citato "Scene da un matrimonio", col difetto forse di essere troppo diretto e troppo doloroso, come uno specchio che restituisce una immagine che non vogliamo vedere. Imperdibile.

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A proposito di tutte queste… signore – Ingmar Bergman

A proposito di tutte queste signoreFelix e’ un grande violoncellista, forse il piu’ grande di tutti. Purtroppo pero’ e’ morto e una lunga schiera di donne partecipa alle esequie ma non solo perche’ tra loro c’e’ anche Cornelius, il critico incaricato a scrivere la sua biografia.
Cosa e’ accaduto ce lo racconta il lungo flashback che inizia quattro giorni prima, con l’arrivo di Cornelius nella grande villa di Felix, un luogo solare e pieno di vita, vita che le signore elargiscono con grande ardore a Felix che della casa ha fatto un vero e proprio harem, con tanto di mogli, amanti, le riserve delle amanti e via discorrendo.Il critico approfittera’ della situazione, pur essendo ripiego del grande artista che elargisce i propri favori con grande egoismo preferendo inevitabilmente talune alle altre.
Di Felix vedremo solo la sagoma e neppure la morte dara’ la soddisfazione del mirarlo da vicino ma poco importa, egli e’ passione e idea.
Film primo in tante cose. Primo film a colori di Bergman ma soprattutto, almeno per me e credo per molti, primo film davvero inutile di Bergman.
Del regista non c’e’ nulla, piu’ farsa che commedia, non diverte e se doveva essere un esperimento, e’ totalmente fallito. Tolta la trama in senso stretto, senza sviluppo e senza morale, cade nell’essere totalmente autocelebrativa attraverso la facile equazione Felix=Bergman facendo in fondo di una questione privata, un’opera pubblica di dubbio interesse. Va bene prendersi poco sul serio ma un intero film per ricordarlo certo e’ eccessivo. Dopo l’"8 e 1/2" di Fellini ma diverso da Fellini che almeno pone una questione etica ed artistica mentre Bergman si limita a fare la ruota alzando le piume con la scusa dell’ironia.
Ricorda certe commedie raffinate francesi dell’epoca, imitazione controproducente quando gia’ si e’ icona e maestro.
Poco anche sul fronte attoriale dove la farsa mal si contiene con la bravura, primo tra tutto il vero protagonista Jarl Kulle, quel Cornelius che a stento travalica la macchietta.
Esempio curioso di film totalmente sbagliato e solo per Bergman, puo’ avere senso guardarlo.

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L’occhio del diavolo – Ingmar Bergman

L'occhio del diavoloMica e’ detto che sia solo l’inferno a infastidire il Paradiso.
Accade anche il contrario in un continuo botta e risposta tra i due domini separati dal pianeta Terra, luogo di eterna battaglia, con gli uomini come inconsapevoli pedine.
Cosa puo’ irretire il diavolo in persona se non la purezza, la bellezza, l’amore e l’onesta’?
Pare impossibile che una sola persona abbia in se’ tutti questi pregi, eppure la bella Bibi Andersson, ventenne casta e pura riesce con le sue grazie a far chiudere un occhio a Belzebu’ con un fastidioso orzaiolo.
Per distruggere tanta virtu’ l’inferno scatena la sua arma piu’ potente: Don Giovanni che tornando per un giorno sulla Terra, dovra’ far cedere la bella Bibi e rinunciare alla propria purezza a pochi giorni dal matrimonio.
E’ cosi’ che il redivivo rubacuori, accompagnato dal fedele servitore, finira’ a casa del reverendo suo padre e mentre il secondo cerchera’ di sedurre la madre della bella, Don Giovanni puntera’ tutte le sue armi sulla casta figlia. E il padre e marito? Nella sua lotta contro il male, ridurra’ la questione ad livello teorico e astratto.
Strano film per Bergman, Impostazione teatrale, come in effetti e’  il testo non suo, da lui rielaborato ma declinato in eccesso sulla commedia, un po’ troppo leggera per le sue corde. E’ un Bergman relativamente giovane, piu’ propenso alla facezia ma certo lo sappiamo diverso da come qui si mostra. E’ pur vero che il regista ne approfitta per mollare fendenti micidiali allo stile di vita nordico e soprattutto alle signore di quelle zone, arrivando a stilare un feroce decalogo per conquistarle. Protagonista la Andersson, invariabilmente sua ex ed inevitabilmente protagonista in una storia che senza dubbio avra’ risvolti autoreferenziali, incluso un padre pastore protestante, incapace di comprendere le necessita’ di chi gli sta accanto.
Un  Bergman diverso ma alla fine ci piace anche cosi’.

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Sinfonia d’autunno – Gabriele Lavia (teatro)

Sinfonia d'autunno, teatro Lavia"Sinfonia d’autunno" e’ per me qualcosa di piu’ di un semplice film, va oltre l’intrattenimento per quanto elevato esso sia. In esso il vertice di uno dei piu’ importanti cineasti del secolo scorso, laddove il cinema e’ un segmento all’interno dell’opera di un grande artista e un grande uomo, un uomo dalla vita complessa e di esperienze ancora piu’ complesse.
Il rispetto e l’ammirazione per Bergman, suscitano in me un tale rispetto che difficilmente avrei accettato una riscrittura da un nome meno importante di Lavia o meglio dovrei dire, da un regista importante quanto Lavia e con la sensibilita’ di Lavia. "Sinfonia d’autunno", traccia l’iperbole del confronto tra madre e figlia, mescolando in esso precise dinamiche femminili, compito improbo senza una precisa conoscenza della Donna, sia essa femmina, madre o figlia. Per arte ed esperienza, Lavia e’ stato all’altezza, non senza una deviazione programmatica del testo, declinato al dramma dell’artista.
Io resto fedele alla tragedia di due donne, una madre che voleva essere figlia e una figlia che voleva essere madre, non desiderandolo la prima, senza poter essere genitore la seconda. Incrocio di anime, di persone, di ruoli e affetti, quegli stessi incroci che Bergman esalta confondendo la finzione con la realta’, mescolando se’ stesso padre e partner della Ulmann, madre di sua figlia che nel 1978 era adolescente e nella finzione figlia della splendida Ingrid Bergman. Non solo, in "Sinfonia d’autunno" c’e’ soprattutto il Bergman figlio di quel pastore protestante che nel bene e nel male tanto ha inciso nella vita del regista e nello scontro delle due donne, v’e’ anche lo scontro ribaltato al maschile col padre, perche’ i conflitti, con accenti diversi, in fondo sono i medesimi.
Il padre torna anche nella figura di Viktor, il marito di Eva, anch’egli pastore protestante ma al contrario del genitore, uomo silenzioso, comprensivo e passivo percio’ solido riferimento per la mente dii Eva, legata con un filo sempre piu’ sottile alla ragione, in pratica il lato buono della figura paterna.
Il testo di Lavia formalmente si discosta poco e nulla da quanto fece Bergman, ovvi aggiustamenti dovuti al palcoscenico, piu’ forza al personaggio di Viktor interpretato da Danilo Nigrelli, enfasi sulla madre Charlotte che la signora del teatro Anna Maria Guarnieri, restituisce amplificata per necessita’ e per scelta e infine la figlia, una Valeria Milillo la cui interpretazione piu’ si discosta da Eva della Ulmann portandola in scena piu’ nevrotica che repressa, stato emotivo che sposta completamente il confronto tra le due donne.
Troppo il gap tra gli attori per tentare un confronto diretto, meglio separarli con i due testi
In conclusione non posso dirmi deluso ma riconosco il mio limite di restare troppo ancorato all’originale e l’incapacita’ di sganciarmene senza troppi confronti. Non mi e’ piaciuto lo spostamento freudiano di Lavia che  smarrisce il dramma in una solitudine dei protagonisti diversa da quella voluta da Bergman, l’impossibilita’ di risolvere che in Lavia si esaurisce nella psiche mentre per il regista svedese esplode in scena quando e’ troppo tardi per ognuno sfuggire alla propria natura, perdendo in fondo la vera tragedia dove tutti sono vittime, inclusa quella Charlotte che per Lavia e’ fulcro e origine di un diffuso male di vivere che alimenta e distrugge l’arte.
Non so dire che valutazione avrei dato senza conoscere l’originale, certo e’ che nella versione di Lavia, della "sinfonia" (ma bisognerebbe dire del "concerto") resta solo l’autunno.

Il rito – Ingmar Bergman (script)

Capitolo 4 
Una chiesa. Il giudice dottor Ernst Abramsson è andato a confessarsi. È sudato, gonfio e molto stanco. Sono le prime ore del mattino.

GIUDICE: Credo di star per morire. 
Fa una lunga pausa, abbassa la testa e si asciuga la fronte con un fazzoletto già umido. Ansima. 
GIUDICE: È strano, ma ho paura. 
Ancora una pausa. Sembra indeciso e pieno di idee confuse su quanto voglia veramente confessare, forse è intimorito dalla sua stessa intraprendenza. 
GIUDICE: Già il fatto che io l’abbia cercato, padre, già il fatto che mi sia svegliato con un improvviso bisogno di confessarmi.

Pausa. L’angoscia lo investe con un’ondata infuocata. Chiude gli occhi e deglutisce in diverse riprese. 
GIUDICE: Prima non ho mai temuto la morte, lei capisce, padre. Io non sono credente, ho bisogno di lei non come prete, ma come essere umano. Non ho mai avuto paura di morire. Ma ora ho questa terribile certezza. Ieri, mentre rientravo a casa dopo una controversia, sono stato costretto a riposarmi sopra una panchina. Avevo la sensazione di essere già morto e sentivo dal mio corpo emanare un puzzo che non avevo mai avvertito prima. Sicuramente il caldo insolito e il mio cuore ammalato. Sono stato dal medico la settimana scorsa e lui mi ha detto che è il cuore e che dovrei riguardarmi. Ansimo facilmente e la mia vista è molto peggiorata durante gli ultimi mesi. Poi il dolore per la morte del mio vecchio padre. Tutto cambia in continuazione. Ma che dico? Dico scempiaggini. (Sorride spaventato).

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Il settimo sigillo (incontro tra il cavaliere e la Morte) – Ingmar Bergman (estratto)

Il cavaliere è entrato nell’acqua e si sta rinfrescando il viso e il collo, come se volesse lavar via gli incubi della notte, del viaggio, della vita.
Quindi torna al suo giaciglio, si inginocchia, giunge le mani, prega.
Non ci è dato sapere se ringrazi Dio per averlo conservato in vita, o se gli chieda aiuto per un qualche segreto proposito di vendetta.
È ora di rimettersi in cammino.
Ha aperto il sacco per riporvi le sue cose quando una figura gli si fa incontro, pallida, spettrale, avvolta in un lungo mantello nero.
«Chi sei tu?» chiede il cavaliere, la voce ferma e pacata, ormai senza paura.
«Sono la Morte.» risponde la figura col mantello.
«Sei venuta a prendermi?»
«È già da molto che ti cammino a fianco.»
«Me n’ero accorto.»
«Sei pronto?»
«Il mio spirito lo è, non il mio corpo.»
Il cavaliere s’è alzato in piedi a fronteggiare meglio il suo potente interlocutore. La Morte avanza e dispiega il mantello come se fossero ali.
«Dammi ancora del tempo.»
«Tutti lo vorrebbero. Ma non concedo tregua.»
«Tu giochi a scacchi, non è vero?»
«Come lo sai?»
«Lo so. L’ho visto nei quadri, lo dicono le leggende.»
«Sì, anche questo è vero, come è vero che non ho mai perduto un gioco.»
«Forse anche la Morte può commettere un errore.»
«Per quale ragione vuoi sfidarmi?»
«Te lo dirò se accetti.»
«Avanti allora…» lo invita la Morte.
I due siedono alla scacchiera e si studiano in silenzio.
«Perché voglio sapere fino a che punto saprò resisterti, e se dando scacco alla Morte avrò salva la vita.» riprende il cavaliere.
Ha preso in mano due pedoni e sorteggia le parti.
«Ti tocca il nero.» dice il cavaliere.
«Si addice alla morte, non credi?»
Ora i pezzi sono sistemati nella posizione d’inizio.

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