Il tallone di ferro – Jack London (estratto)

Capitolo 1
LA MIA AQUILA

La brezza leggera dell’estate agita le sequoie e la Wild Water si frange con ritmiche cadenze contro le pietre muscose. Ci sono farfalle nel sole, e dovunque si leva il sonnolento ronzio delle api. C’è tanta pace e silenzio e io me ne sto qui, inquieta, a pensare. E’ questa pace a rendermi inquieta: mi sembra irreale.
Una quiete profonda, ma è la quiete che precede la tempesta. Tendo dunque l’orecchio, e tutti i sensi, al primo segnale della tempesta imminente. Purché non sia prematura. Purché non scoppi troppo presto.
Sono inquieta con ragione. Penso, penso continuamente, è piú forte di me. Ho vissuto così a lungo nella mischia che la pace e la quiete mi opprimono e non posso impedirmi d’indugiare col pensiero su quel turbine di devastazione e morte che presto si scatenerà.
Già odo le grida delle vittime, già vedo, come nel passato, tanta bella e preziosa carne falciata e mutilata, tante anime strappate a forza dai loro nobili corpi e lanciate verso Dio. E’ così che noi povere creature umane raggiungiamo i nostri scopi; solo attraverso stragi e distruzioni riusciamo a portare pace e felicità durature sulla terra!
Sì, sono sola. Quando non penso a quel che sarà, penso a quel che è stato, a ciò che non è piú: alla mia Aquila, che batte l’aria con le ali instancabili, librandosi in eterno verso il suo sole, l’ideale radioso della libertà umana. Non saprei starmene inerte ad aspettare il grande avvenimento di cui lui è l’artefice, anche se non sarà presente al momento. Vi dedicò interi gli anni della sua vita, lo pagò con la vita. E’ opera sua. Lo rese lui possibile.
Perciò, in simile ansiosa attesa, ho deciso di scrivere di mio marito. Io soltanto tra tutti potrò far luce sulla sua personalità, una personalità tanto nobile che tuttavia non sarà mai abbastanza nota. Era un’anima grande e, quanto il mio amore è scevro da ogni egoismo, il mio rammarico più grande è che lui non sia più qui ad assistere all’alba di domani. Non possiamo fallire: le basi che lui ha gettato sono troppo solide, troppo sicure.
Strapperemo via dal petto dell’umanità schiacciata il maledetto Tallone di Ferro. Al segnale della riscossa, le legioni dei lavoratori di tutto il mondo insorgeranno, e nella storia non si sarà mai visto nulla di simile. La solidarietà delle masse lavoratrici è assicurata, e per la prima volta scoppierà una rivoluzione internazionale, vasta quanto il mondo.
Sono, chiaramente, talmente presa da ciò che ci aspetta, che da tempo ormai vivo giorno e notte, sin nei minimi particolari, il grande avvenimento; anzi, non riesco a pensare a mio marito senza pensare a esso. Lui ne fu l’anima, come potrei separare le due cose nei miei pensieri?
Come ho detto, posso fare molta luce sulla sua personalità. Tutti sanno che ha lavorato molto, e penato ancor più, per la libertà; ma nessuno può saperlo meglio di me, che ho condiviso la sua vita in questi venti anni di ansia, e ho avuto modo di apprezzare la sua pazienza, il suo sforzo incessante, la sua totale dedizione alla causa per la quale, appena due mesi fa, è morto.

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Il tallone di ferro – Jack London

Il tallone di ferroDifficile pensare a London come scrittore di fantascienza, eppure per quanto sorprendente cosi’ e’. 
E’ la finzione di un diario ritrovato 700 anni dopo la sua scrittura da parte di Avis Cunningham moglie di Ernest Everhard, ossia colui che si mise alla testa della rivoluzione che volle cambiare le sorti del mondo.
La storia inizia i primi anni del 1900 e si protrae sin verso 1932 laddove tutta la prima parte altro non e’ che l’enunciazione delle idee socialiste del protagonista e di London ovviamente, in forma di dialoghi contrapposti ad altri personaggi la cui logica viene smembrata dalla limpidezza del pensiero del nostro. Il sistema e’ buono, soprattutto evitando dissertazioni in forma di trattato che avrebbero avuto un ben diverso appeal col lettore per quanto diciamocelo, e’ un facile metodo retorico per spruzzare di democrazia un monologo mascherandolo da dialogo.
"Il tallone di ferro" che anticipa di un anno il ben piu’ celebre "Martin Eden", funge da prefazione o anticipazione non certo nel soggetto ma quantomeno nella struttura di alcune sue parti, ovvero Everhard come Eden, ha queste cene di incontro-scontro nelle quali si mette e viene messo alla prova e che nel contempo fungono da sfondo allo sbocciare dell’amore qui con Avis controparte della Ruth del romanzo successivo, figura mutuata dalla realta’ da Mabel Applegarth.
Impossibile evitare la politica con un libro che e’ stato emblema e vettore delle idee socialiste anche laddove queste non erano ben accette ma per farlo servirebbe definire una volta per tutte l’uomo politico London, operazione ancora oggi incompiuta malgrado i decenni, anzi il secolo ormai intercorso dalla sua morte.
Quando un’opera o un autore vengono assurti a simbolo di fazioni opposte o al contrario da esse rifiutato, allora stiamo parlando di un uomo libero ma libero veramente. London fu certamente un socialista quando ricordiamoci che tutti i peggiori "ismi" del secolo scorso vantano le medesime origini ma al contrario dei piagnucolosi e imbelli rappresentanti di questa corrente di pensiero, egli si fece icona dell’uomo forte che sa conquistare la propria liberta’ economica e filosofica, attraverso il duro lavoro, lo studio e l’intelligenza, con nulla regalato e nulla dovuto. Consapevole delle proprie possibilita’ e dei sacrifici occorsi per le vittorie, non pote’ accettare l’idea di una uguaglianza a prescindere, di pari opportunita’ quello si ma all’interno dell’arena della vita dove alla fine, a vincere era necessariamente il piu’ forte. Credo che questo conflitto contribui’ alla sua distruzione e la sua fine, forse un suicidio, dopo aver ripudiato quel socialismo buono sulla carta, che gia’ rivelava le prime idiosincrasie e che presto avrebbe mostrato al mondo l’orrore in esso implicito. Chissa’ London cosa avrebbe pensato se avesse visto scorrere il sangue di decine e decine e decine di milioni di morti che a breve Stalin avrebbe esposto al mondo e soprattutto che avrebbe pensato scoprendo che il socialismo applicato si manifesta come amplificazione dell’orrore che lui attribuiva all’oligopolio.
Nel "Tallone di ferro" tutto cio’ e’ ancora a venire ma e’ ben chiaro che il privilegio delle classi abbienti, si doveva estirpare e che per farlo serviva un uomo piu’ uguale degli altri e in cio’ soluzione e sua negazione. 
L’aurea epica e’ voluta e spicca lampante in quello che gia’ pare il proclama romanzato di un re condottiero nobile e antico. L’idea della fantascienza e’ blanda e la s’intende piu’ nell’uso delle date che nel racconto vero e proprio che per due terzi si occupa di santificare il London-pensiero e nella parte rimanente si susseguono una serie di fatti non particolarmente coerenti e pregni di mezzucci letterari dove i propri morti sono martiri trucidati, gli altri assassini puniti. Opera pesante e la sconfitta inflittagli dalla storia, depotenzia un’idea che seppur viziata dall’assenza di un contraddittorio, aveva le sue ragioni d’essere.
Comunque un pezzo interessante di storia e letteratura.

Il richiamo della foresta – Jack London (estratto 2)

Quell’inverno, a Dawson, Buck compì un’altra impresa, non altrettanto eroica, forse, ma tale da porre il suo nome di parecchie tacche più sù sul palo della fama in Alaska. Questa prodezza fu particolarmente utile per i tre uomini perché fornì loro l’equipaggiamento di cui avevano bisogno; essi poterono così compiere una spedizione a lungo desiderata nel vergine Est, dove non erano ancora apparsi i minatori. La cosa nacque da una conversazione nell’Eldorado Saloon, dove i minatori vantavano i meriti dei loro cani favoriti. Buck, conosciuto come era, veniva preso di mira da quegli uomini che cercavano di esaltare i loro favoriti, e Thornton lo difendeva strenuamente. Dopo una mezz’ora, un uomo affermò che il suo cane poteva smuovere una slitta carica di cinquecento libbre e tirarla; un secondo vantò seicento libbre per il suo cane; un terzo settecento.
«Poh!» disse John Thornton. «Buck può smuovere mille libbre.»
«E liberarle dal ghiaccio? E trascinarle per cento iarde?» domandò Matthewson, un re della miniera, lo stesso che aveva vantato settecento libbre.
«E liberarle, e trascinarle per cento iarde,» disse freddamente John Thornton.
«Bene,» disse Matthewson lentamente e decisamente in modo che tutti potessero sentire, «ho mille dollari che dicono che non ce la fa. Eccoli qui.» E così dicendo gettò sul banco un sacchetto di polvere d’oro grande come una salsiccia.
Nessuno aprì bocca. Qualcuno aveva risposto "vedo" al bluff di Thornton, seppure era un bluff. Egli sentì un’onda di sangue caldo salirgli al volto. La lingua lo aveva tradito: in realtà non sapeva se Buck poteva muovere mille libbre, mezza tonnellata!

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Zanna Bianca (capitolo 5) – Jack London (estratto)

LA LEGGE DELLA CARNE.
Il lupacchiotto si sviluppava rapidamente. Egli riposò per due giorni e poi si avventurò di nuovo fuori dalla caverna. In questa seconda scorribanda si imbatté nella piccola donnola e le fece seguire la sorte della madre. Quando si sentì stanco, ritornò alla caverna e si addormentò. E da allora in poi, ogni giorno partì in esplorazione, allargando sempre il suo campo d’azione.
Cominciò a rendersi conto con esattezza della sua forza e della sua debolezza e quindi a capire quando era il caso di essere audace e quando invece bisognava agire con cautela. Trovò però più opportuno essere sempre cauto, tranne nei rari momenti in cui, sicuro di sé, si abbandonava a piccoli scatti di furore e obbediva ai suoi desideri.
Quando si imbatteva in qualche pernice sperduta, diventava un piccolo demonio infuriato. E non mancò mai di rispondere ferocemente al grido dello scoiattolo che aveva incontrato sul tronco di pino abbattuto. La vista di un "uccello degli alcidi" lo faceva poi montare su tutte le furie, perché non dimenticava le beccate ricevute da uno di questi.
Ma vi erano dei momenti in cui neppure uno di questi uccelli riusciva ad interessarlo: questo avveniva quando si sentiva in pericolo, minacciato da qualche altro animale a caccia di cibo. Non dimenticò mai il falco e quando ne scorgeva l’ombra saettante si rannicchiava nel cespuglio più vicino. Non camminava più dimenandosi, con le zampe larghe, ma già andava assumendo l’andatura della madre, scivolando rapido e furtivo come un’ombra.
Soltanto in principio aveva avuto fortuna: i sette pulcini di pernice e la piccola donnola rappresentavano tutta la sua preda. Il suo desiderio di uccidere cresceva di giorno in giorno ed egli nutriva cupide ambizioni nei riguardi del loquace scoiattolo che, col suo squittio, avvertiva sempre gli altri animali dell’avvicinarsi del lupetto. Ma gli scoiattoli si arrampicavano sugli alberi, e il lupacchiotto non poteva far altro che tentare di strisciare inosservato sullo scoiattolo, quando era ai piedi di un albero.

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Il richiamo della foresta – Jack London (estratto 1)

Era un viaggio duro, con la slitta postale dietro di sé; e il rude lavoro logorava i cani. Quando arrivarono a Dawson erano in cattive condizioni di salute e avrebbero avuto bisogno di almeno dieci giorni di riposo. Ma dopo due giorni scesero ancora lungo le rive del Yukon giù dalle Baracche, carichi di lettere per il mondo lontano. I cani erano stanchi, i conducenti di cattivo umore, e per colmo di misura ogni giorno nevicava. Questo significava strada molle, maggiore attrito dei pattini e maggiore fatica per i cani; i conducenti tuttavia furono molto umani durante il viaggio e fecero per gli animali il meglio che poterono.
Ogni notte per prima cosa si occupavano dei cani, che mangiavano prima dei conducenti. Nessun uomo avrebbe mai pensato a ficcarsi nel suo sacco di pelo prima di avere esaminato attentamente le zampe dei suoi cani. Ma le loro forze venivano meno. Dall’inizio dell’inverno avevano percorso milleottocento miglia trascinando slitte per tutta questa distanza; e milleottocento miglia pesano anche sul cane più resistente. Buck resisteva, incitando i compagni al lavoro e mantenendo la disciplina sebbene fosse anche lui molto stanco. Billee piangeva e mugolava regolarmente ogni notte, dormendo. Joe era più immusonito che mai e Sol-leks era inavvicinabile sia dalla parte dell’occhio cieco sia dall’altra.
Ma più di tutti soffriva Dave. Qualcosa in lui andava male.
Divenne cupo e irritabile. Si scavava subito la sua buca non appena veniva piantato il campo, e il conducente andava là a portargli il cibo. Appena liberato dal finimento e buttatosi giù, non si alzava fino al mattino. A volte, lungo la pista, se era scosso da una fermata improvvisa o dallo strappo di una partenza, guaiva di dolore. Il conducente lo esaminò, ma non trovò nulla.

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La legge della vita – Jack London (racconto completo)

Il vecchio Koskoosh si pose avidamente in ascolto. Malgrado la vista gli si fosse ormai da tempo indebolita, l’udito era rimasto acuto, e il più tenue suono penetrava fino a quel barlume di intelligenza che ancora dimorava dietro la fronte inaridita, anche se non più concentrata sulle cose del mondo. Ah! Quella era Sit-cum-to-ha, che imprecava con voce aspra contro i cani mentre li attaccava alla slitta colpendoli con furia. Sit-cum-to-ha era la figlia di su figlia, ma era troppo indaffarato per perdere tempo a pensare nel nonno malandato, seduto lì nella neve, solo, inerme e abbandonato. Bisognava levare il campo. Li attendeva la lunga pista e la breve giornata rifiutava di prolungarsi.
Era la vita a chiamarla, i doveri della vita, non la morte. E lui ora era molto vicino alla morte.
Il pensiero gettò per un momento il vecchio nel panico. Allungò una mano tremante, che vagò incerta sul piccolo cumulo di legna secca accanto a lui. Rassicurato dalla sua presenza, ritirò la mano al riparo delle pellicce pulciose e si rimise in ascolto. Un sordo crepitio di pelli semicongelate gli disse che la tenda di pelle d’alce del capo era stata smontata, e proprio in quel momento veniva ripiegata e preparata per l trasporto. Il capo era suo figlio, vigoroso e robusto, condottiero degli uomini della tribù e abilissimo cacciatore. Mentre le donne si davano da fare con i bagagli, la sua voce si levò a sgridarle per la loro lentezza. Il vecchio Koskoosh tese l’orecchi. Era l’ultima volta che udiva quella voce. Ecco che smontavano la tenda di Geehow! E quella di Tusken! Sette, otto, nove; probabilmente rimaneva in piede solo quella dello sciamano. Ecco, erano alle prese con quella adesso.
Sentiva borbottare lo sciamano, mentre l’accatastavano sulla slitta. Un bimbo piagnucolava e una donna lo calmava con dolci, sommessi suoni gutturali. Il piccolo Koo-tee, pensò il vecchio, un bambino inquieto e non molto robusto. Sarebbe morto presto, forse; e con il fuoco, avrebbero aperto un buco in mezzo alla tundra gelata e vi avrebbero messo sopra dei massi per tenere lontani i ghiottoni. Be’, cosa importava? Qualche anno al massimo, e più con lo stomaco vuoto che pieno. E alla fine, attendeva la Morte, sempre affamata e più affamata di tutti loro.

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Martin Eden – Jack London

Martin EdenE’ raro abbia voglia di scrivere sui classici perche’ e’ una operazione forse non inutile ma certo ridondante e immagino non di particolare interesse per la sovrabbondanza d’informazioni reperibili un po’ ovunque ma dopo qualche ripensamento, non riesco a trattenere un paio di considerazioni.
Cerco di ricordare in cosa mi sia imbattuto in passato che in egual misura mi abbia annoiato a morte e inchiodato ad ogni singola frase, quale protagonista abbia disprezzato con tanto accanimento e con altrettanta forza ammirato, quando ho tacciato un libro d’irrealta’ per poi rivederlo sotto la luce della coerenza estrema.
In qualche modo e’ un libro che vorrei ignorare ma non riesco a farlo, parlarne male sarebbe puro piacere ma mi e’ davvero impossibile e il fastidio dei sentimenti contrastanti e’ compensato dall’aver goduto di un grande romanzo.
Ho riempito le tasche con le sue pagine, sono uscito in strada e le ho gettate via per poi rincorrerle e buttarle di nuovo e non so, ora sono confuso ma del resto anche Jack London lo era.
Romanzo biografico o no, egli nego’ sempre ma la vita e in seguito si scoprira’ la morte, in parte lo smentiscono.
Fu socialista ma abbandono’ il socialismo, volle attaccare l’individualismo col piu’ bel proclama individualista mai scritto, forse ne fu lacerato ma mise a braccetto Marx e Spencer, odiava il denaro ma ne volle tanto per farne cio’ che in fondo tutti vogliono, alimentare le proprie passioni.
Quale vuole essere la morale, forse che non esistono uomini ma individui, che la separazione tra classi non determina il predominio etico di una sull’altra, che la purezza dei sentimenti e’ astrazione ed innumerevoli sono le contraddizioni in cio’ che London tratteggia, nell’amore condizionato di Ruth, grande ma non abbastanza per i suoi pregiudizi e in quello di Lizzie alla quale non bastera’ la propria vita per meritarsi Martin.
"Avevo gia’ scritto tutto" e Eden non sapra’ comprendere le altrui incomprensioni verso una verita’ cosi’ elementare e malgrado cio’ non si rende conto di quanto diverso egli sia divenuto con le letture, con la consapevolezza di se’ e del mondo e per quanto lo neghi, "scrivere tutto" non era significa "essere tutto" quando ogni parola e’ un passo che allontana da un luogo per condurre in un altro.
Vivo la sua contraddizione, una contraddizione cosi’ forte che non credo neppure a London, al suo sbracciarsi su quanto Eden fosse in torto, pagando duramente per i suoi peccati, quando troppo grande e nobile e coraggioso e intelligente e determinato egli e’ per farne un pupazzetto carico dei mali dell’individualismo.
Non mi piace Eden, troppo perfetto ma non riesco a non idealizzarlo, a non comprenderne le ambizioni, lo stupore, pur disprezzandone l’arroganza incoerente e a sensi alternati.
Puo’ esistere un Martin Eden? No, eppure la speranza esige il contrario perche’ deve pur esserci qualcuno capace di trascendere l’arte, la filosofia, la politica, la societa’ e persino le proprie idee, qualcuno con la forza di combattere mani e piedi, polmoni e paure, natura e istinto.
Qualcuno capace di sconfiggere le tenebre della ragione.

Martin Eden – Jack London (estratto)

Dall’altra parte della tavola, in diagonale rispetto a lui e alla destra del signor Morse, era seduto il giudice Blount, un alto magistrato del tribunale locale. Martin lo aveva incontrato diverse volte, e non gli era mai piaciuto.
Discuteva con il padre di Ruth della politica dei sindacati, della situazione cittadina e del socialismo, e su quest’ultimo argomento il signor Morse cercava di provocare Martin.
Infine il giudice lanciò dall’altra parte della tavola uno sguardo benigno e paterno. Martin sorrise fra sé.
«Le passerà, giovanotto», disse bonariamente. «Il tempo è la medicina migliore per queste malattie giovanili».
Si volse verso il signor Morse. «Non credo che le discussioni servano a qualcosa in questi casi.
Rendono solo più testardo il paziente».
«È vero», assentì l’altro in tono grave. «Ma è bene, di tanto in tanto, avvertirlo della sua condizione».
Martin reagì con un sorriso, che però gli costò un certo sforzo. Aveva avuto una giornata lunghissima durante la quale aveva profuso molte energie, e ora ne provava le conseguenze.

«Il punto non è questo. Voglio solo dimostrarle che in fatto di diagnosi lei è un pessimo medico e che io non sono stato contagiato dal bacillo socialista. È invece lei che sta subendo i deleteri effetti di questo germe.
Quanto a me, sono un irriducibile oppositore del socialismo come della vostra bastarda democrazia, la quale non è altro che uno pseudosocialismo nascosto da un manto di parole dietro cui c’è il nulla.
«Sono un reazionario – lo sono in misura tale che la mia posizione è incomprensibile a lei che vive avvolto nelle menzogne dell’organizzazione sociale e la cui vista non è acuta abbastanza per vedere al di là di questo velo.
Lei induce gli altri a pensare di avere a che fare con un fautore della sopravvivenza e del governo dei forti.
Invece sono io che ci credo. È questo ciò che ci separa.
Quando ero un po’ più giovane, qualche mese fa, avevo le sue stesse idee. Vede, ne ero rimasto impressionato.
Tuttavia i mercanti e i bottegai sono, nel migliore dei casi, dirigenti timorosi; per tutta la vita grufolano e mangiucchiano nel truogolo del denaro, e così, se non le dispiace, io sono tornato all’aristocrazia.
Io sono l’unico individualista di questa sala.
Non ho alcuna stima dello stato. Vagheggio l’uomo forte, l’uomo del destino, che lo salvi dalla sua marcia inutilità.
«Aveva ragione Nietzsche. Non sprecherò tempo a dirvi chi era, ma aveva ragione.
Il mondo è dei forti – dei forti che sono anche nobili e che non sguazzano nel porcile del commercio e della borsa valori. Il mondo appartiene ai veri aristocratici, alle grandi belve bionde, a coloro che non accettano i compromessi, a quelli che vanno all’attacco.
E vi divoreranno, voi socialisti che avete paura del socialismo e vi credete individualisti.
Non vi salverà la vostra moralità servile da deboli e umili.
Oh, so che non ci capite nulla e non vi disturberò più. Ma ricordate una cosa.
A Oakland non ci sono più di cinque o sei individualisti, ma uno di loro è Martin Eden».

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