Un angelo alla mia tavola – Jane Campion

Un angelo alla mia tavolaBiografia della scrittrice neozelandese Janet Frame sul grande schermo, racconto di una bambina davvero brutta che non migliorera’ troppo una volta cresciuta.
Brutta ma simpatica si dira’, no, neppure quello, anzi nemmeno troppo brillante si direbbe ma indubbiamente dotata per la letteratura, passione che sviluppa sin dai primi anni d’eta’ e che la famiglia, per quanto povera, la aiutera’ a coltivare.
Il suo sogno e’ diventare poetessa e scrittrice, ripieghera’ per breve tempo sull’insegnamento, fintanto che faranno capolino i primi problemi mentali e successivo ricovero. Ad un passo dall’essere lobotomizzata, il successo dei libri la salvera’ dal triste destino, riservandole pero’ altri dispiaceri e altri ricoveri.
Cosa ho guardato a fare questo film? Credo l’abbia richiesto il filologo che dentro di me esige ordine e completezza. Mancandomi all’appello, ho affrontato il film con lo spirito critico e non spettatore, quasi un dovere in attesa di un piacere che alla fine non e’ arrivato.
Non ho un gran rapporto con la Campion. Troppo lontani io e lei, le sue cose buone alla fine si annullano con le immense fesserie che ci ha propinato, "In the cut" e "Holy smoke" soprattutto. Anche questa fissa femminista e’ legittima ma m’interessa poco, non perlomeno col suo modo di portarla avanti. E’ evidente che della Frame, la Campion sottolinea la battaglia di donna "diversa" eppure e’ proprio qui che fallisce e invalida il film.
Non ho letto la biografia della scrittrice, non so che accenti ella abbia usato per raccontare la sua vita ma dalla pellicola non si comprende quale sia stato il suo problema, oltre ad aspetti clinici e neurologici.
Certo i suoi disturbi non sono di natura traumatica, se non nell’ordine naturale di avvenimenti felici e tristi che si alternano nella vita di ognuno. Sfortuna? Forse. Fatto e’ che ci troviamo tra le mani il racconto di una, forse piu’ estrosa del normale e con strani tic alimentari ma che da un giorno all’altro viene ricoverata per disturbi mentali.
Nessun indizio di un vero perche’, nessuna traccia della sua grandezza letteraria che sembra pioverle addosso come ad una miracolata. Si prende atto di tutto senza comprendere che accade e comunque se il film doveva destare interesse sull’autrice, almeno con me ha fallito.
Voglio dire, non basta essere schizzata per diventare una grande romaziera e campionessa di femminilita’.
Sono severo lo so, forse troppo in fondo ma il cinema e’ anche storia e se non la si sa raccontare, lasciar perdere.

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Bright Star – Jane Campion

Bright StarViaggio nel tempo nell’Inghilterra del 19o secolo, per una storia che racconta nientepopodimeno che gli ultimi anni di vita di Keats, il romantico tra i romantici scrittori di quel tempo, poeta ispirato dall’amore corrisposto con Fanny Brawne, una giovane ma decisa pulzella che con carattere, intelligenza e bellezza, seppe conquistare il cuore del giovane scrittore per perdersi a sua volta nel vortice del sentimento, dolcissimo eppure sofferto.
Amore contrastato dai parenti di lei che non potevano vedere di buon occhio il matrimonio con uno scrittore spiantato e dagli amici di lui che temevano per il suo estro una volta sposato e costretto a lavorare per mantenere la famiglia,
La fine che fara’ il poeta e’ nota, quindi il profilarsi del dramma inevitabile.
La Campion torna al cinema in costume e si tira un bel sospiro di sollievo perche’ parliamoci chiaro, "In the cut" e "Holy smoke" furono una tragedia.
Non e’ in discussione la Campion regista, quanto le sue scelte letterarie e soprattutto la visione quantomeno distorta di uomini e donne, figure astratte e funzionali soltanto alle vicende narrate, anch’esse pessime.
E’ come se non avesse ben chiara la psicologia dei personaggi con un gusto discutibile su cio’ che possa essere interessante da raccontare. Spostandosi invece nel tempo, la Campion puo’ permettersi di idealizzare, del resto chi siamo noi per decidere quale profilo caratteriale e motivazionale avessero donne di duecento anni fa, quindi l’astrazione fa gioco alla nostra stessa idea di amore e sentimento ai tempi che furono.
Tolti di mezzo i dubbi sul soggetto, resta un buon cinema e una fotografia ancora migliore, senza dimenticare l’apporto fondamentale dei due interpreti, bravi entrambi anche se devo confessare non mi abbiano impressionato piu’ di tanto su un film che in tanti avrebbero potuto portare avanti tanto peggio quanto meglio.
Pellicola che almeno funziona, poi e’ vero che il suo cinema non mi appartenga quasi in nulla e che mi viene talvolta richiesto uno sforzo notevole per continuare la visione. Non sono abbastanza donna per la Campion, questa e’ verita’.
Per il resto, pronti con lacrime e fazzoletti.

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In the cut – Jane Campion

In The CutMeg Ryan e’ una insegnante in apparenza realizzata con invece una gran voglia di… evadere dal quotidiano. A dare un po’ di pepe alle sue giornate sara’ la testa mozzata di una sconosciuta trovata in giardino e l’incontro al calor bianco con Mark Ruffalo, un poliziotto che quando puo’ infila dentro. I criminali in cella.
Messa cosi’ la faccenda e’ volgarotta ma perche’ tanti giri di parole quando tutto il film si fonda sulla viziosita’ della storia e dei suoi personaggi mentre il thriller e’ soltanto una scusa.
Film scandalo, come direbbero i peggio giornali in circolazione, con l’ex fidanzatina d’America messa a nudo, anzi messa in varie posizioni di nudo. Reduce dal recente divorzio con Dennis Quaid ed aver sfondato il muro dei 40 anni, la principessina decise evidentemente di rimettersi in sella con un filmone che valorizzasse la sua figura e professionalita’. Chissa’ poi perche’ le donne piu’ vogliono affermarsi e piu’ si svestono e chissa’ perche’ a me continua a sembrare un mezzuccio squalificante per chi fa e per chi guarda.
Lei brava, oddio sospesa com’e’ tra la voglia di piangere e la voglia di qualcos’altro e dall’inizio alla fine non cambia faccia. Ruffalo invece interpreta una pantomima d’uomo, non un personaggio maschile bensi’ l’idea di uomo che puo’ avere una donna che non ha capito granche’ dell’altro sesso. Finto non per colpa sua.
La J.J. Leigh si muove bene, mi piace molto ma ancora una volta e’ intrappolata nella parte di donna inquieta che vive sul momento la propria emotivita’. Diverso il discorso per Kevin Bacon, piccolo ruolo ma portato avanti egregiamente, l’unico che ci mette qualcosa anche da caratterista come richiesto dal film.
La Campion si sollazza con colori pastosi e virati, bordi sfumati e onirici a che scopo poi se non per forzare la mano ad un niente col thriller intorno.
Vorrei capire il bisogno del fare scandalo con un soggetto del genere e vorrei capire perche’ un cinema pensato da donne per le donne, deve per forza essere inutilmente pruriginoso. Mi domando dove finiscano le conquiste e il ritrovato orgoglio femminile davanti alle sfumature di grigio o umiliazioni cinematografiche come queste.
La Campion poi mi fa ancora piu’ rabbia perche’ il cinema saprebbe pure farlo ma si perde in robette da massaia frustrata attaccata ai rotocalchi da mattina a sera, salvo poi indignarsi a comando quando un giornaletto politico glielo ordina.
Le donne sono molto, molto meglio di come la Campion le racconta. Anche gli uomini.

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Holy Smoke – Fuoco sacro – Jane Campion

Holy SmokeRidicolo che nel 21o secolo, qualcuno trovi ancora l’India un luogo interessante da frequentare e ancor piu’ clamorosamente, c’e’ chi si fa incantare da santoni milionari. Cosi’ avviene per Kate Winslet obbligando la famiglia a riportarla a casa con un inganno, tentando di farla rinsavire grazie all’aiuto di Harvey Keitel, un deprogrammatore di professione. 
Film imbarazzante. Ancora non riesco ad abituarmi all’idea che l’Australia sia abitata da mezzi scemi o cosi’ vengono spesso rappresentati i suoi abitanti e la Campion, all’incirca di quelle parti per nascita e oggi d’adozione, pare confermarlo. Del resto qualcuno dovrebbe spiegarmi la fissazione di far girare uomini travestiti per il deserto, divertente finche’ non diventa una mania. Keitel non mi e’ piaciuto ma non credo sia colpa sua.
Si presenta come Mister Wolf e fa la fine di un bamba  mezzo morto in un bagagliaio con rossetto e minigonna. La Winslet in nudo integrale si riscatta un po’ dalle mollezze del "Titanic" grazie a qualche kilotto in eccesso che le donano dei bei fianconi ma anche forme succulente.
Per il resto il suo ruolo e’ ridicolo come per il suo partner quindi anche lei colpevole fino ad un certo punto.
Infine giuro di non aver capito dove la Campion volesse andare a parare. Inizia come un potenziale dramma, qua e la’ cosparge il terreno di farsa e lentamente questa prende il sopravvento assieme al commedione romantico del quale francamente non si sentiva il bisogno. Se questo e’ cinema al femminile, fossi donna m’inca…volerei.
Poteva essere un film con delle idee, delle opinioni, magari non condivisibili ma un punto di partenza per qualcosa, forse un’affermazione senza dialogo a suscitare rabbia o compiacimento.
Poteva inneggiare alla dialettica tra Oriente ed Occidente, tra universi temporali e non geografici molto lontani, si potevano confrontare i miti di pochi decenni fa con quelli odierni e dell’odierno sviscerare ossessioni e manie.
Perche’ non un sano confronto tra i sessi, cuore contro ragione, l’etica e il sentimento, la forza dell’amore e della fede, perche’ non un sottile gioco psicologico tra due esseri pensanti contrapposti.
Non penso ad un borioso monologo quanto ad una intelligente e possibilmente lucida analisi di uomo, donna, tempo, nazioni, luoghi e Dio senza cascare nell’accademico e invece tutto si squaglia nell’uomo maturo che si rimbecillisce per la ragazzotta tettona, con tanto di happy ending da "oooohhh" e un bel sorriso.
Suvvia dai…

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Ritratto di signora – Jane Campion

Ritratto di sognora1873, Nicole Kidman e’ una giovane viziatella diventata molto ricca grazie all’eredita’ lasciata dallo zio che si prendeva cura di lei dopo la scomparsa dei genitori. Bella e intelligente, non puo’ che avere spasimanti in ogni dove, partiti importanti sacrificati sull’altare del "sono libera voglio vivere la mia vita".
Un anno dopo la femminista ante litteram sara’ gia’ sposata all’unico che non la ama e coi suoi soldi come unico bersaglio. Da qui un complicato intreccio di uomini che ancora la bramano, la figlia di lui giovane e confusa, una donna bellissima amica della coppia con un segreto ben nascosto e tanta mestizia.
Ora, non e’ che voglia fare l’uomo rude a tutti i costi ma con le dovute eccezioni tipo Kathryn Bigelow, la sensibilita’ femminile al cinema come nelle arti tutte, mi e’ solitamente aliena. Se poi tutto il cuore di donna si riversa in un dramma in costume, confesso che la sopportazione latita.
E’ un film importante, voglio essere chiaro, girato benissimo, non eccelle in nulla ma la qualita’ del cinema e’ di un ordine superiore.
Molti tra interpreti al tempo giovani imberbi, non deludono e anticipano le straordinarie qualita’ future, mentre le vecchie glorie confermano la miglior fama, in special modo la meravigliosa Barbara Hershey che solo quei mentecatti dell’Academy potevano rifiutarle un Oscar dopo la la nomination.
E’ che le disgrazie della Kidman mi lasciano la perplessita’ molto maschile risalente a quando quella che ti piaceva, preferiva il tamarro noto per la scarsa igiene personale e allo stesso modo, dopo essersi fatta sedurre e abbandonare, si concede a cani e porci, continuando a guardarti con gli occhi dolci confidandoti un bene dell’anima. Insomma, non capisco la protagonista e ogni suo gesto e parola mi pare dovuto da una deficiente che in fondo dimostra come storicamente non sia stata una societa’ fallocentrica a limitare il raggio d’azione delle donne ma la loro stessa incapacita’ di leggere persone ed eventi.
Mi si dira’ che il testo e’ di Henry James ma diciamocelo, seppur uomo non lo definirei un maschiaccio.
Altro difetto per quanto ammetto sia un problema tutto mio, non posso fare a meno di trovare assonanze con "Relazioni pericolose". Colpa di Malkovich che qui dimostra una volta di piu’ di essere un attore spesso sopravvalutato ma anche quel sapore d’intrigo e complotti, tipico dell’epoca che schiaccia  pero’ verso il basso la prosa.
Un gradino sotto "Lezioni di piano", piacera’ da impazzire ad ogni donna sul pianeta e nel contempo fara’ rimpiangere biondone e auto sportive ai loro partner.

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