Com’e’ finita – Jay McInerney

Com'è finitaPer McInerney e i suoi lettori ovviamente, i racconti sono una novita’.
Non tanto per questo libro in particolare che ormai ha oltre 15 anni sulle spalle, quanto nello stile dello scrittore che quantomeno a quel tempo, si dedicava in gran parte ai romanzi. Allievo di Carver e forse per questo immagino vi sia in lui una sorta di timore nell’evocare confronti che di fatto non sono necessari ma inevitabilmente arrivano.
Dieci racconti, alcuni inediti, altri pubblicati qua e la’, riconosciamo il McInerney di sempre, quello cosmopolita che tra New York e Los Angeles non perde un party con relativa sniffata e modella a completare la serata ma non solo.
Vi sono le sue coppie scoppiate, quelle a fuoco ormai spento come se in fondo tra due persone non vi possa essere anche altro ma non mancano gli emarginati, transessuali, papponi e drogati, comunque gente ai margini piu’ di se stessi che del mondo che li circonda. McInerney scrive benissimo e sembra persino banale dirlo ma in questa veste lo leggo e lo valuto come fosse la prima volta. Si perche’ in qualche modo e’ diverso, la corta distanza muta lo stile che mai e’ stato prolisso, anzi a passi diversi e a suo modo anche minimalista ma qui non perde il dono della descrizione e resta una sorta di scia sfumata attorno alle cose e alle persone. C’e’ una ricerca del finale ad effetto, la voglia di dare piu’ importanza al viaggio che alla destinazione ma non sempre gli riesce ed e’ qui che il confronto con Carver non andrebbe fatto. Insomma, un McInerney che neppure pare McInerney ma e’ bello lo stesso.
Un ultimo appunto: prefazione di Fernanda Pivano che va bene la sua storia e’ nota ma non e’ che possa essere onnipresente ad ogni nuova uscita statunitense ed infatti di McInerney scrive ovvieta’ da copia-incolla per una prefazione incredibile in pochezza, fatto di riassuntini scolastici e frasi di rito. Davvero siete convinti che basti il nome e non la sostanza per meritare un nome su un libro?

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Tanto per cambiare – Jay McInerney

Tanto per cambiareAlison ha 20 anni e va per i 21 o ventunomila se contiamo quelli che si sente addosso. A New York non fa niente, non realizza niente se escludiamo l’illusione di diventare attrice ed e’ il desiderio di una bambina, non di un adulto che cerca un proprio ruolo e un proprio spazio. Sono gli anni ’80 ancora travolti dal denaro facile e dalla vita che non contempla altro che droga, sesso e soldi per comprare tutto questo. Ogni cosa e’ confusa, anche l’amore che ammesso esista, non puo’ competere con la totale dissolutezza di chi non sapendo come vivere, e’ gia’ morto in partenza. Finira’ male ma la protagonista non lo sa.
Terzo libro di McInerney che dopo il botto de "Le mille luci di New York", tenta la fuga letteraria con "Ransom" ma ci ricasca con "Tanto per cambiare" tornando all’ovile tematico e geografico che lo contraddistingue, continuando a raccontare e raccontarsi anche se a parlare e’ una ragazza e lo fa in prima persona in un perenne qui e ora, una cronaca in tempo reale su cio’ che le accade, mediata dalla percezione soggettiva.
E’ un testo non fiacco ma stantio, nemmeno riconosciamo piu’ un McInerney che pure in seguito sapra’ esprimersi molto meglio ma nel 1988 poteva anche sembrare crisi da ispirazione esaurita. Non graffia, nessuna frase rimane memorabile, in fondo non c’e’ neppure una vera progressione dei fatti. Anche la tematica dei belli e sfasciati era gia’ conclusa sotto il peso delle opere del "Brat pack" con  un Bret Eston Ellis che in fondo gia’ aveva detto tutto.
Certo, stavolta i protagonisti hanno qualche problema in piu’, sono ricchi ma non ricchissimi, possono ancora perdere ma c’e’ sempre un papa’ indifferente, una mamma svaporata, una citta’ tentacolare, insomma, gli ingredienti non cambiano. Eppure con quella scrittura in prima persona restera’ un eco sino a Palahniuk ma temo si tratti piu’ di una fortunata coincidenza che un caso di proselitismo. Deludente ma non pessimo.

Professione: Modella – Jay McInerney

Professione modellaIl millennio, quello scorso s’intende, sta per finire e nella New York pacificata dopo i tragici anni ’70 e i pantagruelici anni ’80, i ’90 sono una specie di continuo ed inebetito party o almeno cosi’ e’ la vita di Connor McKnight e della sua fidanzata, la modella Philomena. Di professione giornalista, tra il serio e il gossipparo, gira la citta’ intervistando personaggi famosi per la rivista "Ciao bella!" che gia’ definisce la tristezza di un mestiere fondato sul nulla.
La monotonia pero’ finisce di colpo quando la bella Phil se ne va senza piu’ tornare e d’improvviso una stanco amore assume tutta l’importanza che prima non aveva. Inizia percio’ la ricerca spasmodica di una spiegazione, nonche’ della modella che nel frattempo non si sa dove sia finita, mentre tutt’attorno la sua vita si smonta pezzo per pezzo, col lavoro in bilico, il vip che non si fa intervistare, l’amico scrittore sempre piu’ lontano dalla realta’ e altrettanto l’amata sorella sempre sull’orlo del baratro. Alla fine qualcosa si sistemera’, qualcos’altro no, il mondo sara’ un po’ piu’ triste ma un po’ piu’ vero. Forse ne sara’ valsa la pena.
Torno a McInerney recuperando uno dei suoi ultimi lavori, tenendo presente che da un decennio il nostro gira tra ristoranti e taverne bevendo e mangiando ma lo pagano per farlo percio’ fa bene. Quello di "Professione: Modella" e’ un bel McInerney, cronista di una New York in evoluzione che noi sudditi dell’impero conosciamo da film e telefilm e che a quanto pare non e’ molto lontana dall’immaginifico proposto. Nel punto esatto tra le mille luci e "Good Life", bisettrice di venti anni nei quali molto e’ cambiato o forse si e’ solo vestito di nuovi abiti di una moda che non lascia niente se non un guscio vuoto. E’ una presa di coscienza da parte sua che ricordiamo, fa parte di quella realta’ e probabilmente gli aspetti autobiografici sono molti e non casuali. Anche Ransom, il protagonista di "Riscatto" e’ rielaborato nella figura di McKnight e insomma, tutto sembra girare attorno allo scrittore in un momento che a posteriori possiamo dire di passaggio. Mi ha divertito molto per quanto riconosca i limiti di un soggetto non brillantissimo, con un finale dal buonismo rivoltante ma scritto con grande stile, come del resto McInerney ci ha abituati da tempo. Insomma, anche in questo e’ un punto centrale, stilistico e umano.
Si puo’ tentare.

Riscatto – Jay McInerney

RiscattoNomen omen, dicevano i latini, locuzione che ben si adatta a Christopher Ransom ("riscatto" appunto), giovane americano fuggito dagli Stati Uniti del 1977 e da suo padre, squalo del business televisivo che egli incolpa della scomparsa della madre, morta di cancro si badi bene e di uno stile di vita con un eccesso di finzione a lui insopportabile. Da due anni abita in Giappone, patria adottiva nella quale ha scoperto un nuovo modo di vivere e non soltanto per le ovvie differenze di lingua, abitudini e cultura ma ancor piu’ nella filosofia del karate che dopo anni di viaggi e disavventure, pare offrigli un’esistenza ancora tormentata ma sulla via di un conquistato equilibrio.
Lavora senza passione come traduttore ma le sue giornate restano in funzione dei difficili allenamenti quotidiani. Frequenta altri gaijin come lui, stranieri in terra straniera, tra tutti Ryder, americano che in Giappone ha trovato soldi, donne e famiglia e proprio la sua storia con una prostituta vietnamita legata a un boss della yakuza, segnera’ l’inizio dei suoi problemi, ai quali va aggiunto DeVito, altro compatriota esaltato, fanatico del lato oscuro del karate, quindi molto pericoloso, vera e propria nemesi.
McInerney alla sua seconda prova. Romanzo pubblicato nel 1985 un anno dopo il successo clamoroso de "Le mille luci di New York", deve aver creato non pochi problemi al suo autore. Nemmeno trentenne, allievo di Raymond Carver, rappresentate di una nuova generazioni di scrittori e non  (brat pack qualcuno li chiama, a me non piace molto) che lo vedono affiancarsi a Bret Easton Ellis, DeLillo, Carver appunto e a seguire Palahniuk, Amy Hempel, chiunque si voglia aggiungere alla lista e ad ogni modo gente tosta.
Il libro e’ strano. Devono passare almeno due dozzine di pagine prima di trovare un dialogo o una situazione che ricordi il McInerney del libro precedente ma anche dei successivi. Tema e ambientazione tanto diversi dalla New York da bere e da sniffare e pare una contrapposizione voluta, forzata per non rimanere dentro uno stereotipo quando poi vedremo, a New York si arrendera’ lasciandola protagonista indiscussa di molte opere a venire.
C’e’ un forte bisogno di recupero morale, quasi un’espiazione da "Le mille luci…" dove il nome definisce archetipi caratteriali – Ransom riscatto, Ryder il selvaggio, Marilyn la bella calpestata – ma McInerney non riesce a mettere a fuoco se non in alcuni momenti e soltanto nell’ultima parte del libro
Nel finale qualcosa pare prendere forma e la scrittura torna ad essere affilata come ci si aspetta malgrado la conclusione sia troncata con troppa velocita’ e senza eccessive spiegazioni per quanto nulla resti in sospeso ma manca di pathos e di un epilogo che dia un senso a quanto letto.
Forse l’intenzione di McInerney era di dare un taglio netto al passato, cio’ che manca pero’ e’ un motivo forte che giustifichi questa scelta.
Prova in gran parte fallita. Piuttosto complicato da trovare, si puo’ lasciare li dov’e’ se non veri appassionati.

Le mille luci di New York – Jay McInerney (estratto)

SONO LE SEI DEL MATTINO:
HAI IDEA DI DOVE SEI?
Tu non sei esattamente il tipo di persona che ci si aspetterebbe di vedere in un posto come questo a quest‘ora del mattino. E invece eccoti qua, e non puoi certo dire che il terreno ti sia del tutto sconosciuto, anche se i particolari sono confusi. Sei in un nightclub e stai parlando con una ragazza rapata a zero. Il locale è lo Heartbreak oppure il Lizard Lounge. Tutto diventerebbe più chiaro se potessi fare un salto in bagno a sniffare una bella riga di Tiramisu Boliviano. Una vocina dentro di te insiste che questa epidemica mancanza di chiarezza è già il risultato di un eccesso di biancolina. La notte ha ormai girato quell‘impercettibile chiavetta con cui si passa dalle due alle sei del mattino. Tu sai benissimo che il momento è arrivato e passato, ma non sei ancora disposto ad ammettere di aver superato il limite oltre il quale tutto è effetto collaterale gratuito e paralisi di terminazioni nervose. A un certo punto avresti potuto decidere di fermarti, ma sei andato oltre su una coda di cometa di polvere bianca, e adesso stai cercando disperatamente di cavalcarla. In questo momento il tuo cervello è uno schieramento di soldatini boliviani. Sono stanchi e infangati per la lunga marcia attraverso la notte. Hanno i buchi nelle scarpe, hanno fame. Hanno bisogno di sostentamento, di un po‘ di Tiramisu Nazionale.
La scena ha un sapore vagamente tribale – gioielli penduli, pitture facciali, copricapi e pettinature cerimoniali. Hai l‘impressione che ci sia anche un tema latino – qualcosa di più che non i piranha che ti guizzano nelle vene e il ronzio lontano delle marimbas nel cervello.
Sei appoggiato a un pilastro che potrebbe essere o non essere portante, rispetto all‘edificio, ma che è essenziale al mantenimento della posizione eretta che preferiresti non abbandonare. La ragazza calva sta dicendo che questo posto non era male prima che si riempisse di coglioni. Tu non vuoi parlare con questa ragazza calva, e nemmeno ascoltarla, che è quello che stai facendo, ma in questo istante hai l‘impressione che non ti convenga mettere alla prova le capacità di eloquio e di locomozione che ti sono rimaste.

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Si spengono le luci – Jay McInerney

Si spengono le luciSi puo’ giocare al piccolo minimalista fintanto che si vuole ma quando alla riga nove di pagina uno si legge "Era l’autunno del 1987. Le foglie del Connecticut si infiammavano al rallentatore…", e’ chiaro che l’eccellenza non e’ soltanto una parola.
Confesso che parlare di questo libro ha per me la valenza di un racconto personale e non che la mia storia abbia qualcosa a che spartire con questa ma solo poche ore fa ero immerso all’interno delle vite dei due protagonisti che la penna di McInerney ha trasformato in pezzi della memoria, qualcosa che va oltre la complicata realizzazione di un mondo tridimensionale e cinetico, impresa che e’ gia’ un grande obiettivo. 
C’e’ vita qua dentro, vita di Corrine e Russell, coppia felicemente sposata, forse troppo in una New York di fine anni ’80, sempre di corsa, nottambula, avida e promiscua nella quale "la fedelta’ di questi tempi e’ solo il nome di una agenzia di sconto".
Lei broker per noia e necessita’, lui non ancora disilluso editor di una piccola ma prestigiosa casa editrice, mescolano le loro esistenze alla realta’ economica di quegli anni, ne resteranno invischiati, masticati e cio’ che rimarra’, sputato sul mondo in attesa che il buio li assorba per sempre.
E’ la New York gia’ raccontata in quegli anni da "American Psycho" di  Bret Easton Ellis e da McInerney ovviamente nel suo celebre esordio "Le mille luci di New York" ma e’ anche la New York di "Wall Street" di Oliver Stone, de "Il falo’ delle vanita’" di DePalma e la California di cui John Fante sara’ emerito precursore e che vedremo poi rappresentata in innumerevoli trasposizioni cinematografiche sulla traccia di "Il prezzo di Hollywood" e mille altre ancora.
Pregevole anzi vincente la prospettiva che il distacco di qualche anno dona alle vicende narrate, il libro e’ del 1992, la storia del 1987, gap che consente una lucidita’ da fine corsa coi muscoli ancora caldi ma in via di riposo, pronti a tirare le prime somme su un mondo infine non diverso ma certamente piu’ esperto e disilluso.
La scrittura e’ strepitosa sin dalle primissime righe e proprio mentre ci si beatifica con la parola e si tralascia in fondo la tensione sessuale dei protagonisti che sai esplodera’ in qualche infausta direzione, ecco che subentra la finanza, la macroeconomia e ogni pagina declina su questo fronte per poi ripiegare nuovamente sulla vita dei personaggi, macchiandola col passato che emerge e tutto quanto si confonde, ogni vicenda si mescolera’ alle altre sino al drammatico finale in cui nulla sara’ mai piu’ lo stesso.
Ho rubato ore al sonno e ugualmente mi son costretto a dormire perche’ oltre le pagine c’e’ una vita da rispettare ma fosse dipeso dal cuore avrei assistito lo svolgersi del racconto dalla prima all’ultima sillaba, ininterrottamente, e quando un libro sa strapparti dalla realta’ regalando lacrime e risate, tensione spasmodica e come droga lasciarti nell’astinenza della sua conclusione, francamente non so per cosa altro valga la pena leggere.
Ha ragione Jay, prima o dopo rimarremo soli innanzi una soglia buia ma con libri come questo, avra’ senso varcarla senza timori.

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