One on one – Kim Ki-duk

One on oneS’inizia col rapimento di un uomo, uno strano gruppo paramilitare lo preleva, lo tortura e gli fa scrivere una confessione su qualcosa fatto a qualcuno, a chi e cosa non e’ dato saperlo. Altri vengono rapiti con le medesime modalita’ ed estorta una dichiarazione di colpevolezza.
Succede che uno dei rapiti si uccida e un altro inizi delle indagini e lentamente chi sono i rapiti, chi i rapitori e chi la vittima, sara’ molto chiaro.
Lo ammetto, Kim Ki-duk e’ sempre una gioia. Lo so, ormai e’ banale dirlo, pare persino che in certi salotti buoni non entri se non ti commuovi raccontando "Primavera, estate…" ma posso farci poco se per una volta concordo con l’elite colta. Ormai non si puo’ piu’ parlare di ritorno ma pieno proseguimento di carriera e la risposta alla domanda "e la crisi creativa?" si puo’ senza alcun dubbio dirsi terminata. Storia e personaggi sono i suoi. C’e’ il bad guy che in fondo qualcosa di buono ha sempre, forse perche’ a sua volta vittima. C’e’ un sistema che non funziona, espressione in fondo dell’invasione statunitense per quanto soft e come dire, esportatrice di democrazia. Da un lato il disagio e’ giustificato, dall’altro malgrado le intemperanze dei Kim del nord, sempre meno richiesta.
I confini quindi non sono mai netti, quelli sociali e tantomeno quelli psicologici dei personaggi, percio’ alla fine tutti perdono. Anzi e’ proprio attraverso il continuo invertirsi di ruoli e ragioni che si andra’ a risolvere la vicenda, espressione quanto mai taoista della poetica del regista. Poi ci sono le donne, creature succubi la cui unica forza e’ la passivita’, attenzione pero’ resta la passivita’ imponete della Terra matrigna, della natura indifferente ma non per questo meno pericolosa.
Ecco diciamo che dalla crisi creativa, da "Arirang" in poi, Kim ha in parte smarrito la vena simbolica, piu’ pragmatico e sul pezzo che in passato, resta ancorato alla trama, pero’ senza perdere contatto coi personaggi.
Mi e’ piaciuto molto anche se il tempo separa nettamente i vecchi coi nuovi lavori.

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Moebius – Kim Ki-duk

MoebiusSono decenni che adolescenti "castrati" dalla madre riempiono gli studi degli adepti freudiani, quindi fin qua nulla di nuovo ma quando una donna per punire il marito fedifrago evira sul serio il figlio, la faccenda si fa complicata, ancor piu’ complicata dal fatto che dall’inizio del film non sono trascorsi che pochi minuti, per dire non s’e’ ancora visto nulla.
Si perche’ la madre fara’ anche di peggio ma non voglio rovinare la sorpresa.
Gia’ nella vita di una persona il passaggio dalla fanciullezza all’eta’ adulta e’ complicata, se poi ci si trova con le pulsioni sessuali intatte ma senza come dire, possibilita’ di esprimerle, la tragedia e’ reale.
Il padre non sa darsi pace, la madre e’ fuggita e intanto il figlio intrattiene una morbosa e paradossale relazione con l’ex amante del genitore, una ninfomane assatanata, che consapevole della situazione, usera’ la sua perversione per soddisfare le proprie voglie e quelle del ragazzo.
Ebbene si e’ parlato di "Arirang", del desiderio del regista di azzerare tutto e ripartire, del successivo "Amen", tecnicamente e filosoficamente un passo dopo, poi "Pieta’" col ritorno alla grande e infinr "Moebius", straordinaria conferma che Kim e’ tornato e il suo cinema cresce e si evolve con ancora piu’ forza, energia e voglia d’inventare. Si perche’ non l’ho detto prima ma per l’intero film non viene pronunciata alcuna parola.
Scevro di discorsi, la recitazione si esalta negli sguardi e nelle situazioni senza mostrare alcuna forzatura nell’ostentare silenzio e si affida a certezze gia’ collaudate anche aiutandosi col ritorno di Jo Jae-hyeon, l’attore feticcio del regista che da "Crocodile" in poi ha dato espressione al suo cinema.
Ovviamente la recitazione e’ importante, fondamentale e senza alcuna eccezione, gli interpreti sono fenomenali, ognuno nel suo carico di dolore primitivo ed archetipo.
In effetti il complesso edipico, amplificato da Kim facendo interpretare a Lee Eun-woo sia la madre che l’amante, non e’ per lui un tema nuovo anzi mettendo in conto l’equazione dolore=piacere, si ripassano le tematiche gia’ affrontate in "Seom – L’isola", forse ad oggi non il piu’ celebre ma di certo il piu’ importante della sua filmografia.
A dirla tutta, Kim allarga ed espande il concetto rappresentando la presa di potere generazionale del figlio sul padre, di fatto palese e non accademica, sostituzione fondata sulla virilita’ e tutt’altro che metaforica
La madre torna ad essere genitrice eppure matrigna, in lei ogni inizio ed ogni fine e il dolore dell’uomo e’ biblico quanto il partorire lo e’ per la femmina. L’assenza di linguaggio quindi non e’ strumentale ma necessaria a sottolineare l’appartenenza delle dinamiche interpersonali ad una sfera primitiva ed animale, cosmica e atemporale. Straordinario. 
Infine perche’ il titolo "Moebius"? Basta arrivare in fondo, si sappia pero’ che una circolarita’ esiste.
Signori, Kim c’e’, fatevene una ragione e godetene tutti.

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Amen – Kim Ki-duk

AmenLa curiosita’ di vedere come Kim Ki-Duk reagi’ al trauma espresso in "Arirang" era enorme. Egli e’ uno dei registi coreani che amo di piu’, un artista che ha saputo andare oltre i citatissimi "Ferro 3" e "Primavera, Estate…" per quanto pregevoli e degni di moltissima attenzione.
"Amen" appartiene alla sua non breve lista di film minimali e sperimentali, opere girate col giusto indispensabile lasciando che siano estro ed improvvisazione a dirigere la storia ma soprattutto in questo caso, grido liberatorio dopo la rinascita umana e artistica.
Non si potrebbe chiedere materialmente di meno essendo stato girato dal regista in persona con attrezzatura minima e la sua protagonista, ragazza coreana giunta prima a Parigi in cerca di qualcuno che non trova, poi continuando il suo viaggio, spostatasi a Venezia. Proprio lungo i binari che separano le due citta’, viene anestetizzata, derubata e violentata, rendendo il suo smarrimento, la perdita e la solitudine totali.
In realta’ come si scoprira’ in breve, il legame tra il delinquente e la ragazza e’ molto piu’ stretto di quanto appaia e da ladro diverra’ addirittura benefattore e nell’inversione di ruoli, sara’ lei a rifiutare lui.
Dopo "Wild Animals" il nostro torna a Parigi e chissa’ perche’ tanto fascino per questa citta’ o come preannunciato nel film precedente, voler girare film per il mondo, dove i fan lo amano. Anche l’idea del low budget, autogestito, autocreato, autoprodotto non gli e’ nuova anzi sotto questo aspetto "Amen" non aggiunge nulla a "Arirang" ma soprattutto a "Real fiction" che ricordiamo fu l’esperimento di film girato quasi in tempo reale. Ad ogni modo nel gioco al levare, si punta davvero al ribasso limitando la troupe a sole due persone, lui e la protagonista.
Interessante? Un poco. Noioso? Molto. I due che giocano a nascondino, con lei che urla al vento il nome di lui come Bracardi con "Patroclo", non reggono oltre i 30 minuti e sino alla fine, si supera l’ora di poco, non s’inventa nulla di nuovo. E’ vero che esiste una mente da ricostruire come il regista ci spiega in "Arirang" anzi sono chiari i risvolti psicologici coinvolti nel processo,ovvero  trasposizione su schermo di un inseguimento che sa di recupero emozionale. L’esperimento evidenzia la bravura di Kim in presenza di pochi mezzi ma e’ chiaro lo si preferisca a dotazione completa.
Sappiamo anche che ad "Amen" e’ seguito il bel "Pieta’" ma insomma, sperimentare va bene, guarire e’ un obbligo e se questo e’ l’obiettivo, col senno del poi passino anche questi esperimenti nel concreto inutili.

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Arirang – Kim Ki-duk

ArirangKim Ki-duk, regista, artista, poeta, scrittore ma prima di tutto uomo.
Durante le riprese di "Dream" venne sfiorata la tragedia.
La protagonista corse il rischio di morire soffocata e malgrado lo scampato pericolo, cio’ colpi’ nel profondo il regista al punto da fargli abbandonare il cinema e mettere in discussione la passione e la carriera di una vita.
Qualche anno dopo lo vediamo solo in esilio volontario, una forma di espiazione e di ricerca di equilibrio, di pace, di perdono forse. C’e’ un problema pero’, come egli si confessa, puo’ essere felice soltanto col cinema e ad esso non puo’ rinunciare ma nel contempo non riesce a riprendere il suo mestiere di un tempo, percio’ azzera tutto, ricomincia dal proprio punto zero e in quel punto altro non trova se non se stesso.
Il suo intento e’ chiaro, le ferite da sanare sono scritte nello sguardo spaventato eppure deciso. Si potrebbe pensare ad una sorta di "8 e 1/2" spinto all’estremo ma qui non siamo di fronte a una crisi creativa bensi’ ad una crisi umana quando essere uomini ed artisti e’ la medesima cosa.
Kim, come un pianista che ha perso le mani, le sente nella mente e solo la mente puo’ restituirgliele.
"E’ la confessione e non il sacerdote che ci da’ l’assoluzione" diceva Oscar Wilde, percio’ Kim si confessa, mette sul piatto paure e dolori, lacrime e perplessita’, beve innanzi a tutti l’amaro calice e s’immola al pubblico ludibrio sperando nella salvezza dell’anima attraverso il riappropriarsi del proprio lavoro.
Piange come un bambino nel riguardare il protagonista di "Primavera, estate…" e il trascinare il peso della pietra e del Buddha in cima alla collina, c’e’ il dolore  e l’espiazione che egli ora prova ed improvvisamente esplode liberandolo da tutte le paure.
Normalmente diffido di queste operazioni ma e’ impossibile non credere alla sua sincerita’, allo smarrimento e alla preghiera che invoca per ritrovare la forza per sconfiggere i propri demoni. Tre anni d’esilio non sono uno scherzo e lo strappo emotivo e’ sin troppo evidente quando Kim inizia a sdoppiarsi, triplicarsi, esce da se stesso e si parla, s’intervista, chiama la propria ombra, si sprona in un tentativo di transfert con cio’ che era e cio’ che dovrebbe essere, prendere forza dai suoi personaggi che della debolezza hanno fatto scudo e spada e non fosse sufficiente eccolo a guardarsi, spettatore terzo tra vittima e carnefice e col ghigno di chi ha superato una prova importante, mostra la vittoria sul volto finalmente libero.
Confessioni di un regista, confessioni di un uomo, interludio per i soli suoi estimatori ma una lezione per tutti.

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Pieta’ – Kim Ki-duk

PietaUltima premiatissima opera di Kim, straordinario cineasta coreano, senza alcun dubbio il piu’ conosciuto e forse piu’ rappresentativo della sua patria.
Storia durissima perche’ durissimo e’ il contesto e il protagonista.
Gang-Do e’ un terribile strozzino, persino peggio di un killer.
Egli storpia e mutila le persone che non riescono a restituire i soldi prestatigli in modo da incassare l’assicurazione a loro intestata.
La sua giornata e’ spesa ad amputare dita e mani, gettare malcapitati dai palazzi, insomma, ogni espediente e’ buono per recuperare soldi, nella freddezza ed indifferenza piu’ assoluta.
Accade pero’ che all’improvviso compaia la madre che lo abbandono’ appena nato e che mai ha visto e conosciuto. Non e’ che da un tipo del genere si possa pretendere entusiasmo e la diffidenza e’ il piu’ esiguo dei prezzi da pagare, eppure qualcosa cambia nel loro rapporto tanto da indurlo a riconsiderare la sua vita e quanto male abbia procurato.
Kim ci ha abituati a mazzate nello stomaco ma qui ci si spinge un gradino avanti.
Torna il "Bad guy" degli esordi, il coccodrillo metropolitano tra animali selvaggi ed e’ una figura tremenda e sulla sua condizione senza speranza si gioca l’intera storia. Maschio che confonde i ruoli di uomo e figlio, nella migliore interpretazione freudiana, ruoli che in "Pieta’" si mescolano come raramente si e’ visto sul grande schermo.
Torna pure la sua idea di donna, madre cosmica de "L’isola" e maledetta come in  "Address unknown" e "Birdcage Inn". Nondimeno e’ femmina che attraversa il suo cinema da "The bow", "Samaritan girl" e ancora "Birdcage Inn" ma anche la sua assenza, come in "Primavera, estate…".
Jo Min-soo la madre protagonista femminile e’ sconvolgente ed intensa. Mi ha ricordato  Kim Hye-ja l’altra straordinaria madre di "Madeo" perche’ anche su di lei pesa l’intera struttura narrativa, il suo sguardo regge la tensione e il dramma sino al terribile finale che ancora una volta conferma quanto il cinema coreano ed orientale in genere, surclassi il nostro. Non voglio anticipare nulla ma "Pieta’" si lega saldamente alla tradizione, diciamo cosi’, della vendetta cosi’ bene rappresentata dalla trilogia di Park Chan-wook, divenendo percio’ un ideale quarto capitolo. D’altronde la vendetta e’ un tema ricorrente al cinema coreano e perche’ non costruire una pentalogia col superbo "I saw the devil" di Kim Jee-woon.
L’unico difetto sta in certe reazioni di tutti i personaggi in genere, eccessivamente lineari e funzionali al soggetto ma e’ marginale su un film che vuole essere un thriller giocato sull’animo umano.
Ancora una volta Kim Ki-duk e’ una garanzia e se col tempo altri registi coreani hanno dimostrato quanto il loro cinema sia potente e vitale, egli resta al vertice per tecnica e narrazione.

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Wild animals – Kim Ki-Duk

Wild AnimalsPrima o poi doveva capitare un film di Kim Ki-Duk che mi piacesse pochino ed e’ ironico sia successo proprio con quello mancante al completamento della sua filmografia.
Eppure e’ da quando vidi "Bad guy" e fu uno dei suoi primi a capitarmi a tiro, che sento inneggiare a questo titolo, opera seconda della carriera del regista ed importante trampolino di lancio internazionale.
Anche la rinnovata presenza di Jo Jae-Hyeon, attore feticcio presente in diverse pellicole a partire dal primo "Crocodile", doveva qui essere il consolidamento di un felice connubio, mentre resta un capitolo che trovera’ ben altre conferme nei film successivi sino al sublime "Bad guy" appunto.
Non e’ un brutto film intendiamoci, e’ che c’e’ poco di Kim, giusto qualche sprazzo qua e la’ del suo modo di affrontare amore e violenza, tematiche del resto molto forti in tutto il cinema orientale, non solo suo o coreano.
Sara’ Parigi come sfondo a guastare l’atmosfera, forse le idiosincrasie dei personaggi che non aiutano ad affezionarcisi oppure storia e girato che appaiono piu’ grezzi, piu’ primitivi del precedente "Crocodile" ma il tutto inizia e finisce in molta indifferenza. 
Chiaro e palese e’ l’approccio ad una umanita’ troppo istintiva, eccessivamente legata alle proprie pulsioni animali, gli animali del titolo, che poco si domandano cosa sia giusto o sensato, prima mordersi poi leccarsi le ferite a vicenda, idea che trovera’ vero e assoluto compimento in "Seom (L’isola)" pochi anni dopo e il personaggio del "coccodrillo" solo in seguito sboccera’ nel "cattivo ragazzo" di Han-ki che sapra’ affrancarsi dalla violenza tramutandola in poesia, in una forma d’amore che va oltre l’amore stesso.
Troppe banalita’ poca sensibilita’, ancor meno idee e caos cio’ che resta.
Devo ammettere pero’ che il pesce come arma contundente e da taglio non e’ male.

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Real Fiction – Kim Ki-Duk

real fictionCurioso esperimento che parte dall’ossimoro del titolo, passando per l’ossimoro dell’idea sino a giungere all’ossimoro della trama, insomma niente e’ per caso e ogni elemento e’ li’ per scelta.
80 minuti di film girati in tempo reale o quasi, una miriade di operatori e una decina di giorni di prove: una vera "real fiction".
Premesso cio’ e’ difficile pensare ad una trama particolarmente complessa, infatti e’ la storia di un giovane artista di strada costantemente sottomesso da clienti e malfattori, fidanzata fedifraga e un passato di soprusi che ancora aleggiano nella sua memoria.
Un incontro da psicodramma con la propria rabbia ed ecco esplodere la violenta vendetta contro chiunque gli abbia fatto del male o umiliato.
Tutto qui e se domandate dove sta l’ossimoro, arrivate a fine film.
Francamente non credo sia il caso di approfondire chissa’ quali intenti letterari o cercare ardite metafore per una pellicola pesantemente penalizzata nella narrazione dagli auto-limiti imposti e in cio’ apprezzabile invece lo sforzo tecnico e di certo l’idea.
E’ altresi’ vero che i feticci dell’immaginario di Kim sono frequenti ed abbondanti ma pur apprezzando e ammirando l’intento, non includo il film nella sua filmografia, non lo annovero quantomeno tra opere delineate da un racconto trasversale composto da personaggi spesso ai margini dell’ordinario e del quieto vivere, osservati con angolazioni inusuali e sempre originali. 
Aspiranti registi fatevi sotto, restino seduti gli altri.

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