Doppelganger – Kiyoshi Kurosawa

DoppelgangerNuova esplorazione nel mistero, nuovo viaggio tra leggende ed altri tipi di fantasmi, nuove generazioni di incubi partoriti dall’odierno vivere, dalle tecnologie, dalla solitudine, dallo stress ed e’ come se un’immensa onda negativa sollevata da un collettivo umano spaventato e confuso, evocasse spiriti del passato che dimenticati, avevano anche cessato di esistere.
Chi vede il proprio doppio, presto morira’, cosi’ dice la leggenda ma che accade se il doppio siamo noi solo diversi, una variante libera da vincoli e timori, l’ego scatenato delle migliori fantasie che senza freni prende in mano le redini del proprio destino.
Psicanalitico rapporto col proprio Io quando gira e rigira e’ dentro noi il peggior nemico e in qualche modo essere cio’ che si e’, compresi difetti e debolezze, e’ quanto ci distingue dall’ideale, ci separa dalla massa disordinata e chiassosa di tutti gli altri.
Non siamo propriamente di fronte ad una "Meta’ oscura" quanto l’alternativa a cio’ che saremmo se le cose fossero andate in maniera leggermente diversa e diventa anche complicato definire chi e’ originale e chi non lo e’, persino nel giudizio degli altri che possono indifferentemente preferire un doppio all’altro.
Tecnicamente Kurosawa non si fa mancare qualche buon trucco seppur d’obbligo nel caso di moltiplicazione di una stessa persona, col protagonista che tocca l’alter-ego o oggetti passati da una mano all’altra ma la ricerca della soluzione filmica che non richieda l’effetto speciale e’ l’uso intensivo dello split screen dinamico come nella tradizione anni ’60 seppur talvolta sia difficile capire quando la scelta sia artistica o economica.
Ad ogni modo il film parte abbastanza bene, la curiosita’ aumenta, la violenza esplode e proprio a quel punto si trasforma in un ridicolo gioco d’inseguimenti che tracima nella farsa sostituendo alla tensione il ridicolo.
Non so quali siano le ragioni di una svolta tanto radicale quanto errata nella trama ma se il film e’ stato concepito cosi’ dall’inizio allora o io o Kurosawa ci siamo persi qualcosa per strada.
Bocciato e mi spiace dirlo, occasione sprecata su tutta la linea, non solo da saltare ma da evitare salvando magari l’idea di fondo e sperando che qualcuno la colga per meglio realizzarla.

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Cure – Kiyoshi Kurosawa

cureOmicidi seriali, giugulari recise da una grande "X" ma il problema non e’ trovare l’assassino, quanto capire perche’ normalissimi e integerrimi cittadini tra loro sconosciuti, abbiano commesso delitti cosi’ efferati nella medesima modalita’.
Un bel problema per il detective Takabe che ben presto intuisce possa trattarsi di una specie di virus che annebbia e sconvolge la mente degli infettati e che forse, dietro a tutto, ci sia una specie di untore.
Inizio del film con omicidio e musichetta pimpante giusto per straniare lo spettatore, la curiosa consuetudine tutta giapponese di far acconciare gli ispettori di polizia come il Delon dei noir anni ’70 e una buona progressione degli eventi che svelano poco a poco cosa sta accadendo.
Il ritmo e ben cadenzato ma leggermente ingessato, film del 1997 che cede il passo alle nuove produzioni seppur vero e’ che Kurosawa non e’ mai stato un regista frenetico, preferendo il lento ma regolare svolgersi della trama alla botta d’effetto e senza accelerazione si giunge al finale qui tutt’altro che imprevedibile per quanto ugualmente piacevole a vedersi e non senza qualche buon spunto.
L’horror ben si addice al nostro per quanto egli appartenga piu’ alla tradizione del thriller sposato al fantastico sulla scia di quanto Argento ha inventato e con 30 anni di differenza, unito a un gusto meravigliosamente orientale, prosegue la tradizione su un film che gli diede visibilita’ e successo.
Pregevole l’interpretazione di Koji Yakusho, molto intenso nel ruolo del protagonista il detective Takabe, la faccia sofferente di un uomo che lavora per non vivere, goffo e spaventato con la moglie malata, tormentato sul lavoro e per questo vulnerabile alla malattia o meglio alla cura.
Film che non mi ha impressionato, non brutto ma senza mordente e poco coinvolgente, stile non primitivo ma non esaltante, forse non anonimo ma senza molto carattere.
Da guardare distrattamente, aperitivo per qualcosa di piu’ consistente.

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Retribution – Kiyoshi Kurosawa

Retribution"Retribution" o "Sakebi" o l’italico "Castigo" sono tanti titoli per l’ennesimo horror ben riuscito da Kiyoshi Kurosawa.
Lo scrissi gia’ in occasione di "Kairo" ma in Giappone c’e’ da tempo in atto una rivoluzione di genere ampia quanto lo fu quella di Argento ormai 40 anni fa.
Il film e’ servito sul piatto dopo una lunga preparazione nella quale il poliziesco, il thriller e l’horror si sono mescolati al punto di confondersi nel gusto e nei colori, la lenta cottura riempie l’aria di profumi che si alternano sino a quando l’essenza resa unica amplifica il desiderio della prima forchettata a pietanza pronta.
Un detective di polizia si ritrova a investigare sull’uccisione di una donna non identificata, modalita’ di omicidio in seguito seriale ma c’e’ qualcosa che non torna e piu’ d’uno iniziera’ a vedere una defunta vestita di rosso.
Ancora una volta l’invenzione e’ nell’uso di elementi gia’ noti nel j-horror ma qui esposti come se non fossero mai stati visti prima.
La donnina morta che spunta nella penombra non sorprende ma riesce ancora a spaventare se compare in pieno giorno in un grande spiazzo all’aperto, separata dal protagonista solo da un rete di recinzione.
Di trapassate silenti ne abbiamo viste a decine ma quando labbra rosse nell’ovale di un volto esangue annunciano con voce atona ma decisa di volerti star vicino per sempre, un po’ di angoscia e’ legittima.
Il tentativo di ribaltare, come dire, il rapporto umano/spettro e’ la rivoluzione da tentare, un legame di dipendenza reciproca basato su rancori e desideri, speranze attese e non sempre realizzate quando la comprensione e’ la nuova frontiera del terrore.
Non dico non vi siano momenti ingenui e del resto la conclusione un po’ confusa toglie efficacia all’impianto sin li’ costruito ma la voglia di innovazione e la luce di una Tokyo piu’ spettrale dei suoi spettri merita tutta l’attenzione possibile.

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Tokyo Sonata – Kiyoshi Kurosawa

Tokyo SonataSi puo’ parlare di lavoro, licenziamenti, genitori, figli, ceti sociali, esercito, guerra, pace senza cadere nella piu’ vomitevole retorica?
In Giappone si, forse perche’ li’ i professionisti del lamento devono ancora arrivare o forse perche’ quelli gia’ arrivati li hanno presi a pedate o magari perche’ chi si alza da tavola ringrazia chi ha preparato il pasto e gli annunci automatici degli enti pubblici si scusano per il tempo fatto perdere a chi e’ diligentemente in coda e aspetta il suo turno.
Nella secolare guerra tra Cina e Giappone, il commercio e’ un’arma micidiale e anche da quelle parti un impiegato giapponese costa quanto tre suoi colleghi cinesi e l’azienda che decide? Licenzia il padre di famiglia quarantenne che incapace di affrontare la situazione mente persino a se’ stesso e nulla fa trapelare sulla sua situazione.
Chi ti ama pero’ sa, chi ti ama sente e in un modo o nell’altro reagisce, talvolta accompagnando docilmente la menzogna oppure sobbarcandosi quel carico di doveri che un uomo maturo ha fatto sin troppo propri.
Il futuro e’ delle nuove generazioni se e solo se si badi bene, al contrario delle vecchie riescono a mettersi in gioco e in barba ai diritti acquisiti e mai pretesi, si conquistano i loro doveri. Quando una intera generazione conquista il senso del dovere allora conquista anche un futuro, altrimenti gli restano i sociologi caritatevoli della tv in prima serata o qualche tetto sul quale sbandierare slogan che qualcuno gli mette in bocca tra un aperitivo e l’altro.
Commoventi le figure di questi figli, ragazzi che appaiono sul dorso della vita molto piu’ saldi dei loro padri e meravigliose le donne che sanno seguire i sentimenti con la forza di un cuore che mai l’uomo potra’ avere.
E’ che la misura del fuoco che guida il cambiamento la si tocca quando un uomo e una donna giunti in riva al mare si fermano e guardando avanti lei si domanda cosa vi possa essere ancora oltre e vede terra, forse una nave ma l’uomo urla disperato di non vedere nulla.
Si, cambiamento e come nell’immortale capolavoro "Magnolia", tutti i protagonisti convergono in un unico punto comune nel quale ogni azione e pensiero implode e se non v’e’ rinascita, v’e’ morte ma l’alba infine giunge e in un modo o nell’altro ognuno avra’ trovato un modo per ricominciare.
Quante sorprese riservano gli artisti nipponici, capaci di raccontare le sconfitte senza trasformarle in vittorie, non nascondono le debolezze e non ne fanno merito o condanna, semplicemente cronaca di cio’ che si e’, autoanalisi ed accettazione per reagire smettendo di apparire ed iniziare ad essere.
Sublime.

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Kairo – Kiyoshi Kurosawa

kairo pulseIl J-Horror o Japan Horror che dir si voglia, ha avuto diversi meriti tra i quali lo svecchiamento di un genere da troppo accartocciato su se’ stesso e l’aver spiegato o rispiegato all’occidente che la tensione e’ fatta di un suono, di buio, del non sapere cosa si nasconde in una stanza in penombra.
L’horror e’ stato ammazzato dall’impossibilita’ del mercato statunitense di conciliare il politicamente corretto con la tensione insostenibile che scaturisce dal ribaltare l’ordinario, combinando ovviamente il tutto col MPAA rating, fondamentale affinche’ il ragazzetto paghi il suo obolo allo showbiz.
I giapponesi riescono nella quadratura del cerchio inventando la massima tensione senza incappare in alcun tipo di restrizione e da qui il successo negli USA con infiniti tentativi di imitazione o clonazione.
"Kairo" o "Pulse" anche nell’edizione giapponese, e’ il genitore dell’omonima e piu’ celebre versione americana successiva di qualche anno, film che peraltro mi piace moltissimo, ottimamente realizzato e con un’anima autonoma rispetto l’originale che fa si di poter guardare entrambe le pellicole senza incappare in troppe ripetizioni, rendendole anzi autonome e peculiari.
Kurosawa, che nulla ha a che fare coll’omonimo Akira, tesse lentamente la sua tela, scorre lento sulla storia sbattendo improvvisamente la tensione in faccia allo spettatore che non sempre si aspetta cio’ che accadra’.
Alcune scene sono toste, toste davvero, talvolta uniche all’interno delle realizzazioni orientali come lo slow motion al posto del movimento a scatti tipico dei "fantasmi" giapponesi o l’uso alternativo dell’ombra sfumata e fuori fuoco.
Come ho detto le uscite USA e Japan sono entrambe molto valide, diverse con matrice comune valida per confronti.
Pari effetto ma diversa causa per l’incipit della storia: tecnologia spinta oltre il lecito per gli States, piu’ simile a "Zombi: Dawn of the dead" per il giapponese con i morti che fanno capolino da noi per mancanza di spazio.
Sfoggio di buon CGI per gli americani, piu’ fantasia e poesia se mi e’ concesso per gli altri.
Horror e thriller, azione e situazione, constatazione e cognizione, tutti elementi che differenziano le due versioni da intendersi piu’ come inevitabili differenze culturali e commerciali che contrapposte visioni del medesimo tema.
Forse l’eldorado e’ terminato anche da quelle parti ma e’ bello rivedere questi nuovi classici che giocando sull’idea riescono a farsi godere anche dopo parecchie visioni, riprova che il futuro, anche del cinema, non e’ piu’ qui ma consola sapere che finiremo in buone mani.

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