The Kingdom II – Riget II – Lars von Trier

The Kingdom - Il regnoDove eravamo rimasti? A porre la domanda questa volta non e’ il volto martoriato di Enzo Tortora, bensi’ il faccetto furbo di Lars von Trier che prosegue esattamente dove lo avevamo lasciato alla fine della prima serie de "Il regno", "The Kingdom" nella lingua d’Albione o "Riget" in originale.
Ricapitoliamo: c’e’ un ospedale in Danimarca, uno dei piu’ importanti della nazione, edificato pero’ su un terreno paludoso teatro in passato di morte e riti che nel presente si manifestano attraverso presenze maligne e non.
La prima serie finisce con la nascita di uno strano bambino, teste che scompaiono, cerimonie voodoo e una ragazza inebetita che comunica come posseduta da uno spirito ultraterreno. In questa nuove serie scopriremo quali entita’ urlano vendetta, chi e’ il padre dello strano bambino nel frattempo cresciuto mostruosamente.
Alla fine di ogni episodio, il buon Lars commenta e anticipa, lo fa a modo suo ovviamente e pare divertirsi tantissimo. In giacca e farfallino, come un buon padrone di casa accompagna gli ospiti all’uscita ma non di meno ci ricorda di non prendere le cose troppo sul serio.
C’era bisogno di una seconda serie che concludesse la storia ma la freschezza e la novita’ sfumano velocemente e la trama si dilata nemmeno troppo stancamente ma certo inutilmente e la sensazione di volerla tirare per le lunghe a tratti si fa molto forte, incluse alcune situazioni mai chiarite e altre totalmente evitabili. Che poi la storia non si termina nemmeno qui.
Ad ogni modo, tirata per le lunghe a parte, anche l’atmosfera si fa meno oscura e l’ironia s’inspessisce, spingendo su una satira che pare colpire le serie mediche statunitensi che in quegli anni iniziavano ad andare tantissimo. Anche la regia e’ meno attenta e meno funzionale alla vicenda, si punta meno all’effetto scenico, giocando sul concitamento del momento. Avviso ai naviganti: in Italia non si e’ preoccupato nessuno di tradurre questa seconda stagione percio’ la si puo’ vedere soltanto in lingua originale sottotitolata e diro’ forse e’ meglio cosi’.
Una seconda serie sottotono? Si decisamente ma si parte da smisurata altezza e con von Trier che e’ una garanzia a prescindere, per cui non si puo’ assolutamente perdere.

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Nymphomaniac Vol.2 – Lars von Trier

Nymphomaniac Vol.2Si prosegue nel racconto con Joe ormai adulta e la Gainsbourg protagonista in pianta stabile.
Con gli anni e’ pleonastico parlare di un’accresciuta esperienza, semmai piena presa di coscienza, in parte accettazione e consapevolezza che seppur innata, la ninfomania e’ una malattia incurabile e da controllare. Iniziano i problemi fisici, non morali quelli mai e l’accenno di vecchiaia aprira’ le porte a nuove prospettive di vita, carriera e conoscenze, laddove indurita dalle tante vicissitudini della vita, ella cadra’ proprio al crescere del sentimenti e l’antica guerra contro l’amore e’ piu’ che mai giustificata.
La Gainsbourg padrona della scena. e’ brava e coraggiosa ma in fondo proprio con von Trier, l’abbiamo gia’ vista in azione e qui certo non si smentisce. Non meno tosta e’ Mia Goth, in relazione soprattutto alla giovane eta’ ma cio’ non basta per dare un giudizio assoluto.
Invece mi ha entusiasmato Jamie "Billy Elliot" Bell che conferma l’ottimo esordio con un proseguo eccellente. Infine lui.
Pare impossibile come von Trier sappia sorprendere di film in film e non parlo di migliorare o mutare, quanto il percorrere strade sempre nuove all’interno della propria cifra stilistica.
Se e’ chiarissimo il trend visuale intrapreso coi precedenti "Antichrist" e "Melancholia" nel suo nuovo lavoro il regista danese si permette di citare, forse evolvere, meglio dire usare elementi che appartengono ad altri. Penso alla schematicita’ di Greenaway, al respiro delle grandi fotografie di Malick e all’atmosfera dimensionalmente traslata di Kubrick che ritroviamo nella lenta ma dettagliatissima progressione degli eventi e ancor piu’ nella caratterizzazione dei personaggi tendenzialmente algida e persino impersonale, effetto straniante ottenuto anche grazie ad una curiosa inversioni die ruoli dove Joe, la ninfomane, vive e si racconta come una specie di esperimento o la freddezza di chi non enuncia senza cercare una risposta mentre chi trasuda passione e’ lui, l’anziano Seligman che nell’altezza dell’arte ha trovato l’orgasmo che un milione di amanti non potranno mai procurare a Joe.
L’inversione e’ talmente accentuata che ad un certo punto sara’ lei ad insegnare qualcosa a lui e il finale, senza svelarlo, completera’ l’intero quadro. Se e’ vero come e’ vero che e’ l’amore l’ingrediente segreto del sesso, si puo’ anche dire che e’ la passione, qualunque passione, l’ingrediente segreto della vita. C’e’ di che riflettere. 
In "Nymphomaniac" non esiste pornografia anzi e’ tra i film meno erotici di von Trier in senso assoluto, essendo il sesso un mezzo non un fine, poco piu’ di un pretesto per definire uno schema comportamentale di individui la cui vera conquista nei secolo attuale non e’ la promiscuita’ sessuale ma la capacita’ di discernere ed imparare, un concetto che straccia tutte le velleita’ di coloro che confondono il Vivere coi vizi. 
Joe e’ la triste figura di una donna neuro mutilata a cui il destino con la ninfomania ha tolto e non dato.
Non e’ una colpa, semmai una tragica fatalita’ perche’ e’ la sua natura e non puo’ farci nulla.
Finale contestato e contestabile, in realta’ coerente col resto quando parrebbe un semplice pretesto per uscirsene col botto. E’ che von Trier nelle uscite e’ piu’ morbido, percio’ spiazza chi lo segue da tempo ma proprio chi lo segue dovrebbe prepararsi a tutto perche’ di tutto e’ capace.
Seconda parte meno efficace della prima solo perche’ evolve un discorso senza accrescerlo, tutto e’ gia’ visto in attesa della conclusione per un film nel complesso ottimo, l’ennesimo esperimento riuscitissimo e degna fine della trilogia della depressione. Chi vuole un porno intellettuale, si guardi i film scandalo festivalieri degli ultimi decenni, questa e’ roba seria. Non e’ il film piu’ rappresentativo del regista danese e passato il clamore, restera’ un tassello importante della sua produzione in attesa della prossima meraviglia.

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Nymphomaniac Vol.1 – Lars von Trier

Nymphomaniac Vol.1Veniamo dunque a "Nymphomaniac". Ok, "venire" e’ un verbo inopportuno visto il soggetto ma mi si conceda che approcciare questo film richiede una sorta di lungo respiro dovuto ad attesa, clamore, curiosita’ e sensazione.
Due parti, oltre quattro ore di durata per raccontare la storia di Joe, la protagonista. Raccolta moribonda in un vicolo, Joe viene portata a casa da Seligman, l’altro protagonista e una volta ristabilitasi inizia la storia, storia di una ninfomane.
Ninfomania innata, proprieta’, caratteristica, persino predestinazione. Vogliamo dire vocazione? Va bene, non parliamo pero’ di normalita’. Joe non si pone il problema, semplicemente adatta la propria vita alla sua natura e se ne prende le responsabilita’, incluso il carico gravoso del non rivedere piu’ l’unico figlio.
Strano personaggio anche Seligman, un grande segreto alle spalle che sara’ rivelato all’inizio del secondo episodio e che in qualche modo spieghera’ come egli sia l’unico vero interlocutore che Joe potesse trovare.
Si snoda cosi’ la narrazione che nel contempo e’ analisi, analogia e in parte spiegazione, un legame tra tutte le forze dell’universo che chiarisce l’origine di certi meccanismi animali e comportamentali. Joe altri non e’ che un tassello necessario all’interno di un equilibrio piu’ grande laddove serve anche la deviazione e l’anomalia.
Il primo volume inizia con la sua infanzia e arriva alla formazione di una giovane donna gia’ dotata di un considerevole carico di esperienze che purtroppo non s’accompagnano ad un altrettanto formato bagaglio culturale ma in fondo e’ comprensibile che troppo del suo mondo assorbisse tutto il resto.
Non e’ una donna sprovveduta, soltanto troppo immersa nei propri imperanti bisogni.
Joe del tempo presente e’ interpretata da Charlotte Gainsbourg ma essendo un racconto che parte dall’infanzia, protagonista e’ la giovane Joe  interpretata da Stacy Martin e a lei il gravoso peso di anni difficili e in continua scoperta di se stessa.
Stellan Skarsgard nella parte di Seligman e’ pressoche’ perfetto. Che egli sia un grande attore non lo diciamo da oggi ma la performance in "Nymphomaniac" eguaglia anzi supera cio’ che fece vedere in "Le onde del destino", un film che da solo vale una carriera. Apprezzabile Shia LaBeouf ma non di meno insopportabile per quanto riconosca sia un problema mio e comunque sostituibile nel suo ruolo da mille altri. Al contrario rivedo con grande piacere Christian Slater, un attore che si e’ perso dentro mille scelte sbagliate che pero’ non tolgono nulla alla sua innata bravura. Menzione d’onore per Uma Thurman. Pochi minuti per lei ma che valgono piu’ dell’80% dell’intera sua carriera e che dovrebbe mettere in cima ad un ideale curriculum.
Parlare di von Trier c’e’ tempo e rimandiamo con tutto il resto alla parte 2…

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Manderlay – Lars von Trier

ManderlaySeconda puntata della saga che vede protagonista la Grace di "Dogville". Proseguendo il suo viaggio con papa’, boss della malavita quando negli anni ’30 significava mitra e scagnozzi, giunge questa volta a Mandarlay proprio quando la vecchia proprietaria, dispotica e schiavista muore e quale miglior occasione per la ragazza di mettere in pratica le sue idee di liberta’ e uguaglianza?
Paghera’ duramente le sue illusioni.
"Manderlay", secondo episodio della trilogia americana che il regista danese deve ancora portare a termine, e’ in realta’ uno strano prodotto.
Manca la Kidman sostituita dalla brava Bryce Dallas Howard ma e’ innegabile che gia’ questo basti a creare una sorta di sfasamento nello spettatore.
Anche il padre che nel primo episodio vede protagonista James Caan e’ ora interpretato da Willem Dafoe e lo stacco e’ piuttosto netto.
Stessa tecnica e stesso stile per una "Manderlay" simbolica e prototipizzata in un grande palco bidimensionale a sottolineare quanto sia forte il legame con l’idea di un film di idee e non di storie, eppure e’ difficile collegare i due film come un unico racconto. Tolte le differenze degli interpreti, avevamo lasciato Grace finalmente consapevole della miseria dell’animo umano e permesso che la sua delusione si trasformasse in una punizione divina ma arrivata a "Manderlay" non paga della lezione subita e impartita, torna a illudersi che vi sia verita’ nella stupidita’ liberal di fraternita’ tra gli uomini. Questa volta naufraghera’ sugli scogli dell’idea di uomo libero e di come un individuo lasciato in balia di se stesso, senza guida o controllo, finisca prima o dopo per disintegrarsi nell’anarchia. Liberare un animale quando non sa procacciarsi il cibo da solo o trovare un riparo, equivale ad ammazzarlo, che ne dicano coloro che la democrazia la leggono sui libri e la esportano come una scatoletta di tonno.
Percio’ diviene chiaro come Grace in realta’ sia un pretesto, un personaggio di comodo nato per un trattato raccolto in capitoli solo parzialmente legati tra loro, dove  von Trier smonta ontologicamente ed eticamente la parte molle del pensiero occidentale. Ha ragione Renato "Mercy" Carpaneto scrivendo che il problema non e’ sottostare ad un sovrano, semmai e’ avere qualcuno che sia degno del proprio ruolo. Come sempre lascio la morale a chi la vuole trovare e al contrario mi godo un von Trier sempre ai massimi livelli, tutt’altro che sottotono anzi ferocissimo nel testo, sempre suo. Bryce Dallas Howard e’ brava e coraggiosa, fa della espressivita’ il suo punto di forza compensando una fragilita’ esteriore che in parte depotenzia il personaggio. Molti attori statunitensi, specie i neri che si sono rifiutati di partecipare al film, vi hanno letto tematiche antiamericane quando se v’e’ polemica, e’ contro la democrazia da salotto o da piazza, che in fondo sono la stessa cosa.
Film scomodo che l’intellighenzia ben si guarda dal pubblicizzare. Fosse solo per questo, e’ da guardare.

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Medea – Lars von Trier

Medea - Lars von TrierLars von Trier incontra Dreyer che a sua volta incontra Euripide.
No per dire che c’e’ poco da scherzare,
Accadde che al nostro fu commissionato un lavoro per la televisione, "Medea" appunto ma nella riedizione che Carl Theodor Dreyer scrisse senza mai portare sullo schermo.
Medea, storia di amore e odio, follia tutta al femminile della quale tenere conto ancora oggi prima di turbare l’esistenza di una donna innamorata e certo si tratta di amore veramente folle quando e’ disposta a sacrificare i suoi due figli per colpire il loro padre.
Lasciando il classico ai classici, il regista danese interpreta a modo suo la vicenda e ci riesce con straordinaria efficacia, rispettando soprattutto il volere di tutte le parti in causa.
Euripide scrive il plot ma e’ con l’immaginario e la tecnica di Dreyer che von Trier dipinge il suo affresco, senza in tutto questo sacrificare se stesso, anzi inquadrandosi di prepotenza nel testo e nella forma.
L’anno e’ il 1988, percio’ "Medea" si inserisce nel centro della cosiddetta "trilogia Europa" della quale non possiamo non riconoscere la grana del quadro e l’atmosfera onirica supportata da ombre sfumate e movimenti fluttuanti di camera e attori. Non fosse per la diversa collocazione tematica, artisticamente "Medea" potrebbe persino essere il quarto elemento di una trilogia espansa.
Inoltre von Trier ambienta la vicenda nel nord Europa, contro l’intenzione di Dreyer che voleva invece la piu’ consona Grecia a fare da sfondo ma non di meno, giocando in casa, si accosta l’intenzione col risultato, anzi a sorpresa s’inserisce nel cerchio di citazioni, omaggi e riferimenti anche Ingmar Bergman che fa capolino nell’epica, nel contesto e nella sostanza di un film che von Trier ha il merito di aver girato in un sol colpo, sulle orme di tre registi.
Non meno importanti sono gli interpreti principali. Kirsten Olesen e’ una Medea indimenticabile, forza e dolore in sol volto e lui Udo Kier, forse nel suo ruolo migliore, sprigiona una potenza non inferiore a cio’ che seppe esprimere Max von Sidow durante gli anni migliori di una carriera importante.
Inutile dirlo, un’opera grandiosa e lo ancora di piu’ pensando alla scarsezza di mezzi a disposizione del regista confrontandolo col risultato finale e parlando di confronti, e’ persino avvilente affiancare questa grande pellicola con lo strazio che ne ricavo’ Pasolini, un orrore che a stento costumi, fotografia e scenografie salvano dal puro delirio.
Spiace rimarcare, ma e’ cosi’.
Film sublime e terribile col quale von Trier riesce a restituire l’epica di un dramma che resiste all’urto dei millenni.

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Europa – Lars von Trier

EuropaLeopold Kessler il protagonista, e’ un americano di origini tedesche che nell’immediato dopoguerra, decide sia giunto il momento di aiutare la Germania, distrutta, sconfitta ed umiliata dagli alleati che per diritto di guerra, straziano a piacimento uomini, donne e i loro possedimenti, attraverso un’orda di pacificazione che non nasconde nemmeno troppo gli intenti di conquista coloniale. Ben presto pero’ si trovera’ invischiato con la resistenza tedesca e le loro motivazioni.
Non e’ un film facile da raccontare, tantomeno da riassumere laddove i sommi capi non esemplificano il risultato finito.
Ultimo capitolo della trilogia "Europa" dopo "L’elemento del crimine" ed "Epidemic", ricorrenza tematica e stilistica, ombre e luci di territori al confine dell’umano, atmosfera surreale sospesa tra sogno e realta’, tempo compiuto e ucronia.
La complessita’ del girato si sviluppa attraverso l’enormita’ di riferimenti del quale si avvale, nonche’ della facile riconoscibilita’ di questi. Parrebbe un film espressionista girato da Murnau, scritto da Kafka ma dalla cifra stilistica odierna  e colorazione della pellicola non in funzione artistica ma espressiva
Colpisce l’alternarsi del bianco e nero col colore, precedendo di anni il rosso agghiacciante sul bianco e nero desaturato di Spielberg, giocato pero’ al contrario, con la Germania e i suoi uomini le vittime da evidenziare.
Che von Trier sia ancora una volta un regista scomodo quanto sublime, e’ anche nel coraggio di raccontare l’altra faccia della medaglia, i partigiani nazisti, i "werwolf" che la storia non ci racconta, perche’ il pensiero unico e’ dettato da chi ha la pistola dalla parte del calcio e il foglio bianco sotto la punta della biro per vergare le istruzioni su cio’ che va detto e non detto. Basti pensare quale effetto straniante sia "partigiani nazisti", segno di un indottrinamento che vuole orwellaniamente controllare le menti attraverso l’uso delle parole, quando e’ del tutto naturale che ogni fazione in campo si senta partigiana delle proprie ragioni relegando il bene e il male alla merce’ del piu’ forte.
D’altro canto il gioco di von Trier e’ piu’ sottile nel confondere utopia e distopia dove egli ribalta la realta’ dei fatti facendone orrenda immaginazione e come Dick creo’ un mondo nel quale il nostro presente e’ narrazione, il regista stravolge cio’ che e’ avvenuto e ci lascia immaginare il mondo migliore che poteva essere.
Ancora una volta devo ripetermi: von Trier straordinario.

"Vorresti svegliarti, liberarti dell’immagine dell’Europa ma non e’ possibile…"

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The Kingdom – Il regno – Lars von Trier

The Kingdom - Il regnoDiavolo d’un Lars. Non si fa in tempo a considerarlo uno dei piu’ grandi registi al mondo che riesce ancora superarsi e stupire.
Nel 1994 il nostro penso’ bene di lavorare per la televisione su una miniserie a puntate che mescolava all’ambientazione ospedaliera, elementi horror o se vogliamo, di thriller paranormale a tinte forti. Il risultato e’ che dopo pochi minuti le pedine principali sono gia’ disposte, il medico cattivo, quello buono, la vecchia pazza, lo studentello scapestrato e gia’ compare la prima ambulanza fantasma e il richiamo dello spirito della bambina morta, non senza l’introduzione a cosa sia "Il regno" e la sua origine scritta nella valle del tempo.
Sana follia e altrettanta ironia, si mescolano sapientemente con la tensione che non manca dall’inizio alla fine, nello svelarsi di un mistero terribile, una maledizione che non sara’ facile sprezzare.
Von Trier gia’ aveva dimostrato e ancora dimostrera’ di saper maneggiare il fantastico ma nel contempo resto sorpreso per la sua capacita’ infinita di cimentarsi in cio’ che piu’ gli aggrada.
E’ lui, e’ il suo marchio  al tempo molto Dogma 95, realismo funzionale a reinventare lo stile dinamico di E.R.ma solo come pretesto perche’ l’iperrealismo unito ad un formidabile senso della posizione di macchina, ne aveva gia’ fatto un esempio di stile da imitare. In realta’ qui passa oltre laddove la cinepresa diventa un elemento esterno ed interno alla trama, ha vita e una sua personalita’ attraverso ondeggiamenti ingiustificati tecnicamente ma significativi nel contesto della storia, qualcosa in stile Olive Stone prima che divenisse l’ultimo schiavo fossile del socialismo internazionale.
Ad ogni modo ammetto una forte emozione legata anche a ricordi personali, reminiscenze di una tv forse per nostalgici ma irripetibile. Ripenso ai grandi sceneggiati RAI che sul tema dell’occulto diedero grande prova e basti un nome su tutti, "Il segno del comando" che ad oggi ritengo sia quanto di meglio la tv italiana abbia mai prodotto. Ricordo pero’ anche la tv inglese, in particolare quell’occasione in parte mancata che fu "Zaffiro e acciaio" con la prima loro avventura che peraltro somiglia non poco a "Il regno" per quanto con un respiro totalmente diverso.
Con dire che alla fine delle quattro ore si resta senza conclusione, non anticipo nulla e d’altro canto se esiste una parte due, ci sara’ un perche’. Ci sarebbe da arrabbiarsi in effetti ma quando sulla sigla di coda, von Trier in persona col suo bel faccetto da topo furbo, ci prende un po’ in giro invitandoci a vedere il seguito, non si puo’ non perdonarlo.

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Le onde del destino – Lars von Trier

Le onde del destinoUn prete cattolico mi racconto’ della volta che fece da cicerone ad un prete buddista amico suo, all’interno di diverse chiese.
A fine giornata quest’ultimo era estasiato ma fece notare non senza sorpresa, di come la grandiosita’ architettonica contrastasse l’oppressione di dipinti e raffigurazioni piene di martiri, di come la sensazione di tristezza regnasse alla fine sovrana. E’ vero disse il prete, e’ vero ribadisco io.
Quando la gioia del messaggio di Cristo si oscura con l’interpretazione pedissequa delle Scritture, si vanifica la natura della religione e si puo’ fare molto, molto male alle persone.
Ecco cio’ che accade a Bess la protagonista, una donna, una ragazza che in vita sua ha avuto solo il Verbo ma raccontato dalle bocche sbagliate della sua comunita’ religiosa e rigorosa e in essa, vuoi per indole, sensibilita’  piu’ che intelligenza, si e’ attivato il conflitto con la propria gioia di vivere, facendone una specie di ritardata.
Il matrimonio pareva aver aggiustato le cose ma un incidente che paralizzera’ a vita il coniuge, distruggera’ quel poco di equilibrio rimastole.
Iniziamo da Emily Watson, Bess la protagonista. Strapremiata e non poteva essere diversamente perche’ di interpretazioni cosi’ toccanti e sentite, in giro se ne sono viste poche ma del resto anche il regista di premi ne vinse parecchi, segno e riconoscimento della sia capacita’ di gestire storia ed interpreti.
Inutile citare tutti gli altri, bravura che rasenta la perfezione sotto ogni punto di vista.
Pellicola confacente al Dogma 95 e per quanto non sia girata seguendone i rigidi canoni, eredita una naturalezza e spontaneita’ che impreziosiscono le riprese ed esaltano il grande lavoro del regista danese.
Von Trier non e’ benevolo nei confronti della religione ma sa distinguere e sottolinea come il male si annidi non nel credere ma nell’errata interpretazione dei suoi dettami. Bess e’ una martire religiosa, non laica, anzi e’ l’esaltazione del martirio religioso quando provocato dalle mani di chi il martirio dovrebbe contrastarlo.
Alla fine e lo dico senza alcuna esitazione, quello di von Trier e’ l’apologia perfetta dell’amore di Dio, un rimando alle antiche scritture quando Dio era potente e collerico e i sacrifici che chiedeva erano immensi quanto i suoi doni. Ode e preghiera ed e’ amore che passa attraverso la riscrittura della vita di Cristo, il Suo dolore, la Sua sofferenza e il Suo sacrificio.
Il Dio degli uomini non ha nulla a che vedere col Dio in cielo.
Coloro che comprendono questa verita’ li chiamiamo santi e in fondo, il film e’ tutto qui.
Sconvolgente e coinvolgente, solo un uomo che seppur a modo suo e’ molto vicino a Dio poteva concepire.

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Le cinque variazioni – Lars von Trier, Jorgen Leth

Le cinque varizioniAll’origine di tutto il corto del 1967 di Jorgen Leth, "L’uomo perfetto".
Pezzo di cinema importante per la costruzione tecnica e in un certo senso filosofica del von Trier regista ma il perche’ lo scopriremo solo nel finale.
Trent’anni dopo sara’ proprio von Trier ad invitare, meglio dire sfidare Leth a creare cinque variazioni del suo film da ricostruire attraverso l’applicazione di regole che di volta in volta von Trier esigera’ rispettate. 
Cio’ che la pellicola propone sono i cinque film realizzati, il film originale e il making-of come struttura portante del soggetto.
von Trier gioca con lo spettatore in un formidabile gioco di specchi fatto di rimandi ed autocitazioni, in un incastro complicatissimo ma talmente ben realizzato che ad un primo sguardo sembra scorrere senza problemi o difficolta’.
Pochi conoscevano "L’uomo perfetto" prima de "Le cinque variazioni", quindi ci viene mostrato, svelato direi un pezzo alla volta, piccoli bocconi che alla fine compongono l’intero pasto ma intervallati dalle diverse variazioni che di volta in volta focalizzano un segmento di film oppure un altro.
Le regole delle nuove realizzazioni iniziano come una sfida tecnica poi lentamente, il bersaglio si affina spostandosi su un piano sempre piu’ psicologico, le pareti si stringono per intrappolare l’uomo non il regista in un gioco che prima diverte, poi lascia perplessi e quando infine si crede di assistere ad un esercizio di stile addomesticato, von Trier si confessa e spiega il progetto, il suo legame col lavoro di Leth, il suo vero obiettivo e cosa sperava di ottenere.
Il regista e’ sulla soglia di un profondo disagio psicologico e nel ripartire da capo, dall’origine delle sue ossessioni come il circoscrivere le sue opere all’interno di dogmi o regole non sempre giustificate tolto il bisogno di sfidarsi alzando l’asticella della difficolta’. Ecco come il giuoco di specchi tecnico e’ un gioco di specchi umano, mettere in pericolo per poi salvare, salvare per salvarsi, svelare per svelarsi, trasportare i propri problemi su qualcuno sperando che la sua soluzione valga anche per se’.
Ancora una volta un von Trier straordinario che non cessa di sorprendere, colpire per l’ingegno e finanche commuovere in una ricerca di una umanita’ forse davvero da trovarsi attraverso la perfezione.

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Dogville – Lars von Trier

DogvilleE arriviamo a "Dogville". Se mi sono allontanato da von Trier e’ in gran parte colpa di questo film, sempre per la solita storia che se piace a troppi critici, allora il film non vale nulla. In realta’, lo scopro ora, c’e’ una ragione per la quale il film piace a me a anche ai tizi di certa cartaccia stampata.
Grace, fuggita ed inseguita da una banda di gangsters, arriva a Dogville, minuscola cittadina statunitense isolata dal resto del mondo quando e siamo negli anni 30, essere isolati significava non avere nessun contatto diretto con altri che non fossero i propri vicini di casa. Una comunita’ in piena regola, laddove vivere gomito a gomito e’ una necessita’ e un dovere per sopravvivere.
Il suo arrivo sara’ ovviamente traumatico e solo l’intervento di Tom, l’intellettuale del paese per cosi’ dire, convincera’ gli abitanti a darle una possibilita’ di convivenza e una speranza di serenita’.
Tutto funziona per il meglio quando lentamente la luce cambia e anche l’ospitalita’ avra’ un prezzo troppo troppo alto per essere accettato.
Dell’impianto scenografico stilizzato si puo’ solo constatare che funziona clamorosamente bene, grazie a von Trier ovviamente, con altri non so e per cio’ che mi riguarda l’operazione di trasformare il cinema in parola stampata e non viceversa come comunemente avviene, e’ di per se’ da manuale.
Di due ore e oltre di film, cio’ che "i soliti" hanno visto si riassume con quattro parole: critica-alla-societa’-borghese.
Vero, verissimo per quanto epoca e ambientazione non favoriscano la netta classificazione tra liberali e conservatori e certo e’ complicato definirsi borghesi se il bene della tua famiglia e’ legato al raccolto stagionale ma diciamo pure che lavorare per vivere e avere una casa o anche solo un garage, e’ per qualcuno una colpa sufficiente.
Ad ogni modo von Trier non salva nessuno. Non salva il medico in pensione, non salva la vedova fissata, non salva la madre che educa i figli col metodo Montessori ante litteram. Non salva l’handicappato cieco che non vede ma tocca benissimo, non salva il minus habens, non salva l’ex schiava negra piu’ schiavista di tutti gli altri.
Non si salva il bracciante, il trasportatore e la ragazza che per il proprio futuro vuole solo piu’ piacere ma soprattutto non si salva l’intellettuale, il vuoto e inutile parolaio pronto a tradire e a tradirsi per compiacere chi gli passa l’osso e in fondo, come tutti, prima del cervello ci mette altro, un po’ piu’ giu’.
Nessuna categoria, nessun ceto sociale, non c’e’ cultura o mestiere, menomazione o salute, ognuno e’ colpevole e gli USA sono solo un pretesto per raccontare l’Occidente nella sua forma piu’ palese.
Lei Grace, la Grazia, il senso del puro e del divino, puo’ solo sopravvivere sotto i colpi di una umanita’ che nei millenni non si e’ evoluta di un passo, solo vestita meglio e in questo la critica non e’ alla borghesia, la critica e’  all’umanita’,  tutti noi, nessuno escluso. La ricetta di von Trier e’ piu’ che condivisibile, dovrebbe far parte delle costituzioni di mezza Europa, nella nostra certamente.
Degli attori non dico nulla, il testo e’ piu’ grande di loro e vive con o senza la seppur pregevole presenza.
In virtu’ di questo posso dire bravi ma non importa.
Centro pieno per von Trier, il merito e’ tutto suo, un piacere a 360 gradi.

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