Candido – Leonardo Sciascia (estratto)

"Dei viaggi che Candido e Francesca fecero; e del loro lungo soggiorno a Torino".

Candido aveva ancora del denaro, anche se molto ne aveva speso nella campagna. Il denaro accumulato dagli avari viene fuori da tante parti, da tanti buchi: e ci vuole quella specie di avarizia che è chiamata prodigalità, perché presto da tante parti si disperda. Candido ne aveva speso: giudiziosamente, anche se folli erano state considerate le sue spese nella sentenza di interdizione; e ancora ne aveva. Aveva già deciso, prima di incontrare Francesca, di spenderlo in viaggi; e Francesca era della stessa idea. Si sarebbero poi messi a lavorare.
Francesca aveva sempre desiderato di andare in Spagna; Candido in Francia. Andarono in Spagna e in Francia. E poi anche in Egitto, in Persia, in Israele. Ma tutto era sempre come degradato rispetto a quel che ne avevano immaginato. Soltanto Barcelona, per la gente, e Parigi, per ogni cosa, non furono delusioni. Ma il bello del loro viaggiare era nell’amarsi, nel fare all’amore: come se l’essenza dei luoghi ridiventasse nei loro corpi fantasia; come se fantasia di quei luoghi, o memoria, fossero i loro corpi stessi.
Avventure, contrattempi e disguidi non ne ebbero. Amandosi e amando tutti – i camerieri, gli autisti, le guide, i vagabondi, i bambini dei quartieri popolari, gli arabi, gli ebrei – da tutti si sentivano amati. Furono anche spettatori di cose che sapevano potessero accadere e accadevano, che lette su un giornale sarebbero scivolate via senza lasciar tracce: ma viste restavano indelebili ed emblematiche. A Madrid, il giorno in cui si celebrava l’anniversario della guerra civile che Franco aveva vinto, accanto al «generalisimo» che sembrava come confitto in una barocca lastra tombale (Candido ricordava la fotografia che suo nonno si teneva in camera da letto), videro, attento e sorridente alla parata militare che sotto scorreva, l’ambasciatore della Cina di Mao. E al Cairo, piena di russi come Roma di americani, in un caffè appunto pieno di russi (tecnici, si diceva: e andavano sempre in gruppo, col passo e l’attenzione di una ronda militare), videro la polizia arrestare uno studente perché, spiegò poi un cameriere, sospettato di comunismo. La Cina comunista che rendeva omaggio a una vittoria del fascismo, la Russia comunista che aiutava un governo che metteva in carcere i comunisti: chi sa quante di queste contraddizioni, incongruenze e assurdità ci sono nel mondo – si dicevano Candido e Francesca – che ci sfuggono, che non vediamo, che vogliamo lasciarci sfuggire e non vedere. Ché a vederle, le cose si semplificano: e noi abbiamo invece bisogno di complicarle, di farne complicate analisi, di trovarne complicate cause, ragioni, giustificazioni. Ed ecco che a vederle non ne hanno più; e a soffrirle, ancora di meno.

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La rimozione – Leonardo Sciascia (completo)

Rincasò, come ogni sera, alle otto in punto; dopo la solita partita a perdivinci in cui, per aver vinto, aveva perso duecento lire .
Gli era capitato come compagno, in una delle due coppie del giuoco, Nicola Spitale: un campione in tutti gli altri gluochi, e specialmente nel quaranta; ma nel perdivinci gli si potevano rimboccare le coperte e spegnergli la luce, ché quel giuoco, diceva, gli metteva invincibile sonno: l’occhio gli si illanguidiva, colava sulle carte uno sguardo vacuo e lontano .
‘Ci sono dei giuochi che non mi piacciono, che mi annoiano; e se mi invitano ad entrarci io dico di no. Lui invece a perdivinci casca di sonno, giuoca come una bestia: e mai una volta che rifiuti di entrare nella partita’ Così con tutta la bile stillata nelle due ore del giuoco, pensava Michele Tricò del suo amico Nicola; e tanto era assorto a rimuginare la partita che non notò subito il buio e il silenzio che c’erano nella casa; e andava accendendo tutte le luci, e solo all’ultima, in cucina, si accorse che la moglie non c’era .
Chiamò “Filomena” e dalla camera da letto venne un piccolo tonfo, un fruscio .
Entrò, ancora sentì un fruscio da sotto il letto. ‘E che si è cacciata sotto il letto?’ si domandò.
Sollevò un lembo della coperta: c’era il gatto gnaulò da orfano, da morto di fame .
‘E dove se n’è andata?… A quest’ora, poi… Forse l’hanno chiamata da sua madre.’
Vide la suocera sul letto di morte. Era tempo. Una vecchia ferrigna, ottantacinque e passa, e cattiva, velenosa di lingua, piena di puntigli e capricci .
‘Ci vado’, decise. Girò a spegnere tutte le luci, scese le scale, chiuse a doppia mandata la porta. ‘Certo ci sarà da fare la nottata, mi ci voleva proprio una veglia col raffreddore che ho addosso.’ Si avviò verso la casa della suocera, all’altro capo del paese .

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Il giorno della civetta – Leonardo Sciascia (estratto)

Il delitto passionale, il capitano Bellodi pensava, in Sicilia non scatta dalla vera e propria passione, dalla passione del cuore; ma da una specie di passione intellettuale, da una passione o preoccupazione di formalismo, come dire? giuridico: nel senso di quella astrazione in cui le leggi vanno assottigliandosi attraverso i gradi di giudizio del nostro ordinamento, fino a raggiungere quella trasparenza formale in cui il merito, cioè l’umano peso dei fatti, non conta più; e, abolita l’immagine dell’uomo, la legge nella legge si specchia.
Quel personaggio di nome Ciampa, nel Berretto a sonagli di Pirandello: parlava come se nella sua bocca ci fosse la Cassazione a sezioni riunite, tanto accuratamente notomizzava e ricostituiva la forma senza sfiorare il merito.
E Bellodi si era imbattuto in un Ciampa proprio nei primi giorni del suo arrivo a C.: tale e quale il personaggio di Pirandello, piovuto nel suo ufficio non in cerca d’autore, che già lo aveva avuto grandissimo, ma in cerca, stavolta, di un verbalizzante sottile; e perciò aveva voluto parlare a un ufficiale, parendogli il brigadiere incapace di cogliere il suo loico rabesco.
E ciò discendeva dal fatto, pensava il capitano, che la famiglia è l’unico istituto veramente vivo nella coscienza del siciliano: ma vivo più come drammatico nodo contrattuale, giuridico, che come aggregato naturale e sentimentale.
La famiglia è lo Stato del siciliano.

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Una storia semplice – Leonardo Sciascia

Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. «Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!».
«Tanti: e mi pesano» convenne il professore.
«Ma che dice? Lei non è mutato per nulla, nell’aspetto».
«Lei sì» disse il professore con la solita franchezza.
«Questo maledetto lavoro… Ma perché mi da del lei?».
«Come allora» disse il professore.
«Ma ormai…».
«No».
«Ma si ricorda di me?».
«Certo che mi ricordo».
«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura… Nei componimenti d’italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».
«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».
Il magistrato scoppiò a ridere. «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».
«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore.
«Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».
La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.

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Una storia semplice – Leonardo Sciascia

Parlare del film e del romanzo di Sciascia e’ la stessa cosa.
Il regista Emidio Greco non permette che una sola sillaba o la benche’ minima descrizione differiscano con quanto Sciascia abbia scritto o descritto e anzi suo e’ l’onere di mantenere la trasposizione cinematografica totalmente fedele al romanzo.
Lo spazio di manovra e’ quindi riservato agli attori ai quali restano i tempi, i toni la mimica del corpo e facciale per interpretare le battute e non e’ affare di poco conto.
Gian Maria Volonte’ nel pronunciare ad esempio la celebre “L’italiano non e’ l’italiano: e’ il ragionare” ritengo vada oltre ogni piu’ rosea speranza dell’autore che il suo romanzo, ricordiamo pubblicato il giorno della sua morte come ultimo desiderio, divenisse il piu’ degno degli epitaffi.
Non cito a caso questa frase e neppure il suo interprete, un Volonte’ nella sua ultima apparizione in una pellicola italiana nel ruolo del professore, ruolo che Sciascia ha scritto pensando a se stesso.
Di questo grande protagonista del cinema italiano sappiamo tutto, degli altri attori, Fantastichini, Ricky Tognazzi, Dapporto e Ghini non si puo’ che ammirarne le gesta, con qualche riserva su Ghini un po’ troppo sopra le righe e un Tognazzi azzeccato nella sua innocenza, forse un po’ spaesato nel contesto siculo.
Cosa resta da dire: il libro, invero racconto si legge in una serata e si vorrebbe ne durasse altre cento, il film scivola via in un’ora e mezza e si e’ pronti immediatamente dopo per rivederlo.
Mi ritengo fortunato ad aver visto prima il film e poi letto il libro perche’ ogni parola svolgeva la pellicola come un proiettore, dandomi modo di leggere e vedere allo stesso tempo ma cio’ che importa e’ fare propria questa storia, una storia meravigliosamente semplice.

Scheda del film:
http://www.imdb.it/title/tt0102987/
Podcast
http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/alta_voce/archivio_2009/eventi/2009_02_23_unastoriasemplice/index.cfm
Il romanzo
http://giuseppesaragat.altervista.org/ebooks/Sciascia.Leonardo.Una.storia.semplice.pdf 
Wikipedia
http://it.wikipedia.org/wiki/Una_storia_semplice

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