Anna Karenina (2012) – Joe Wright

Anna Karenina (2012)Per ovvie ragioni andando con la retrospettiva a ritroso nel tempo "Anna Karenina" 2012 doveva essere il primo della serie ma essendo io bizzoso ed istintivo, e’ finito ultimo.
Meta cinema alla "Mouline Rouge!" col quale ha molto in comune a partire dall’inizio dove un pesante sipario rosso s’alza per svelare le scene e da subito non mi garba. Se in "Mouline Rouge!" si vuole creare un ambiente fiabesco ed iperreale perche’ di fiaba si tratta, su "Anna Karenina" e’ una scelta che m’indispettisce, almeno durante i primi minuti. Vivere la storia all’interno di una scena in continuo mutamento ha forse un suo fascino che pero’ non condivido per una sacralita’ del testo che a mio avviso non ammette lazzi.
D’altro canto e’ da dire, con tutte le versioni esistenti posso ammettere che ci si imbarcasse in questa impresa soltanto proponendo qualcosa di realmente innovativo e in fondo salta fuori anche del buono con alcune scelte azzeccate, pur restando di massima contrario.
Certo, la scena del ballo per quanto riporti alla memoria "El tango de Roxanne", e’ suggestivo e vive di luce propria ma non sempre va cosi’ specialmente quando il regista alterna scene dal vero alle artificiali, con l’intento di evidenziare mentre altro non e’ che nuova confusione.
Anche la finzione scenica piano piano si attenua e cio’ contribuisce a creare una discontinuita’ evitabile.
Joe Wright non e’ Luhrmann, non ci si avvicina neppure, ogni passo in avanti e’ sempre al limite delle sue capacita’ e soltanto una buona sorte, o buoni consiglieri alle spalle, hanno evitato di farlo franare rovinosamente.
Casting poco condivisibile a partire da Aaron Taylor-Johnson che indossa i panni di un Vronskij quasi peggio del suo omologo Kieron Moore visto 60 anni prima. Non e’ neppure un cane intendiamoci ma proprio non ci sta.
Anche Keira Knightley non mi fa impazzire per quanto ricalchi la figura di donna fatta, molto affascinante,di bellezza raffinata e non prorompente. Applausi invece per Jude Law un bellissimo Karenin che man mano che il suo personaggio cresce, egli cresce con lui.
La sceneggiatura e’ la parte migliore del film e Tom Sheppard, premio Oscar per "Shakespeare in love", merita un lungo applauso per la trasposizione piu’ convincente del romanzo sbaragliando la concorrenza del passato.
Le differenze e’ banale dirlo, ci sono ma meglio di tutti ha mostrato i fili psicologici che muovono i personaggi.
Esperimento riuscito solo in parte, film che raccoglie la mia sufficienza piena ma non va troppo oltre.

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Anna Karenina (capitolo XVI) – Lev Tolstoj (estratto)

Dar’ja Aleksandrovna mise in atto la sua intenzione e andò da Anna. Le spiaceva molto addolorare la sorella e far cosa sgradita al marito di lei; capiva come avessero ragione i Levin a non desiderare d’avere nessun rapporto con i Vronskij; ma riteneva suo dovere stare un po’ da Anna e dimostrarle che i suoi sentimenti non potevano essere cambiati, malgrado la mutata situazione di lei.
Per non dipendere dai Levin per quel viaggio, Dar’ja Aleksandrovna mandò in paese a noleggiare i cavalli; ma Levin, saputolo, venne da lei a fare le sue rimostranze.
– Ma perché pensi che mi spiaccia il tuo viaggio? E se anche ciò fosse mi spiace ancor più se tu non prendi i miei cavalli – egli diceva. – Non m’hai detto neppure una volta che eri decisa ad andare. E poi, prenderli in affitto al paese, in primo luogo mi rincresce, e poi anche se prenderanno l’incarico, non ti porteranno fin là. Io li ho i cavalli. E se non vuoi darmi un dispiacere, prendi i miei.
Dar’ja Aleksandrovna aveva dovuto acconsentire, e, il giorno fissato, Levin preparò per la cognata un tiro a quattro e dei cavalli di cambio, scegliendoli fra quelli da lavoro e da sella, molto brutti, ma che potevano portare a destinazione Dar’ja Aleksandrovna in un solo giorno. In quel momento, in cui i cavalli servivano e per la principessa che partiva e per la levatrice, la cosa era stata difficile per Levin, ma per dovere di ospitalità egli non poteva permettere a Dar’ja Aleksandrovna di noleggiare i cavalli, inoltre, sapeva che i venti rubli che le avrebbero chiesto per quel viaggio avevano grande peso per lei, e le faccende finanziarie di Dar’ja Aleksandrovna, così dissestate, erano sentite dai Levin come loro proprie.
Dar’ja Aleksandrovna, per consiglio di Levin, partì prima dell’alba. La strada era buona, la vettura ottima, i cavalli correvano allegramente, e a cassetta, oltre il cocchiere, sedeva, invece del servitore, lo scrivano, mandato da Levin come scorta. Dar’ja Aleksandrovna sonnecchiava e si svegliò solo all’avvicinarsi della locanda, dove bisognava dare il cambio ai cavalli.
Dopo aver bevuto il tè da quello stesso ricco contadino-proprietario dal quale s’era fermato Levin nel recarsi da Svijazskij, e dopo aver chiacchierato con le donne dei bambini e col vecchio del conte Vronskij, ch’egli lodava molto, Dar’ja Aleksandrovna, alle dieci, proseguì. A casa, per le preoccupazioni dei bambini, non aveva mai il tempo di riflettere. In compenso adesso, in quel lungo spazio di quattro ore, tutti i pensieri prima contenuti, le si affollarono a un tratto nella mente. Ed ella ripensò a tutta la sua vita come non mai prima, e dai lati più diversi. Erano strani anche per lei i suoi pensieri. Pensò dapprima ai bambini, per i quali, benché la principessa e soprattutto Kitty (in lei aveva più fiducia) avessero promesso di sorvegliarli, era tuttavia inquieta. "Che Masa non incominci di nuovo a far birichinate, che il cavallo non faccia male a Griša, e che lo stomaco di Lily non si disturbi di più". Ma poi le questioni del presente cominciarono a tramutarsi nelle questioni dell’immediato futuro. Si mise a pensare che a Mosca, per quell’inverno, bisognava prendere in affitto un appartamento nuovo; cambiare la mobilia in salotto e fare una pelliccia nuova alla figlia maggiore. Poi cominciarono ad apparire le questioni d’un futuro più lontano: come avrebbe sistemato in società i figliuoli. "Per le bambine, ancora non è nulla – pensava – ma i ragazzi?".

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Anna Karenina (1935) – Clarence Brown

Anna Karenina (1935)Tra le tante versioni che hanno rappresentato Anna Karenina al cinema, arriviamo alla prima dell’elenco che vede la Divina in persona, Greta Garbo nelle vesti della protagonista. Difficile pensare ad un’attrice piu’ azzeccata per fascino, fama ed eta’, era allora una splendida 30enne e confesso che ogni volta che la vedo mi sorprendendo nell’ammirare l’incredibile duttilita’ di un volto che e’ riduttivo definire specchio dell’anima.
Anima del testo s’intende, che la grande attrice andava ad interpretare.
I suoi occhi parlano ed ascoltano, giocano con l’apparenza senza celare la verita’ interiore che soltanto chi non sa vedere puo’ ignorare.
La Karenina e’ una donna che vive di passioni ma al contrario di altre eroine invero piu’ tragiche e a volte ridicole come Madame Bovary, ella ha piena coscienza di cio’ che si appresta a fare per quanto alla fine, la mente soccombera’ innanzi le pressioni esterne di una societa’ ipocrita ma imbattibile ed interne quando la coscienza continua a legarla ai doveri nei confronti del figlio e del marito che sa di aver amato e che soffre, a modo suo, per lei.
In fondo non scrivo nulla di nuovo ma e’ importante evidenziare quanto il carattere dell’intero film dipenda dalla sua protagonista ed in cio’ la trasposizione del 1935 rispecchia quanto di meglio si possa  ottenere, malgrado in senso stretto, non sia la migliore traduzione del testo.
Basti vedere il folkloristico inizio dove i russi sono rappresentati tra bagordi e canti con una punta di esotico ridicolo, quasi un cappello a dichiarare che si sta parlando di gente molto, molto diversa da chi guarda.
Si fosse stati gia’ in clima di guerra fredda, si potrebbe malignare su un atto voluto e non ingenuo come credo invece sia. Le tinte restano forti, i passaggi sottolineati, Vronskij e’ il bellone dell’epoca, sciupafemmine nella finzione come nella vita e Karenin piu’ fetente di come e’ descritto nel romanzo ma sono scherzi che accadono comprimendo il romanzo. Buona quasi tutta la sintesi del testo con una accelerazione sul finale che finisce per falsarlo ma come s’e’ visto, e’ il punto piu’ delicato sul quale in genere si casca e dove e’ cascato
Resta comunque una buona conversione del romanzo di Tolstoj e se non troppo fedele al testo, lo e’ quantomeno allo spirito.

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Anna Karenina (1948) – Julien Duvivier

Anna Karenina (1948)A ritroso nel tempo si torna al 1948 per trovare una grande protagonista del cinema di ogni epoca: Vivien Leigh.
Ovviamente suo e’ il ruolo principale di Anna mentre la regia appartiene ad un decano, e’ il caso di dirlo, come Duvivier, gia’ presente sin  della prima ora della settima arte.
Colossal come solo a quei tempi se ne facevano, non ha il budget di un "Via col vento" ma e’ evidente che in ballo c’e’ parecchio.
Recitazione teatrale sopra le righe perlomeno secondo gli standard di oggi, pura constatazione da considerare come dato di fatto, non critica.
Vivien Leigh era a quel tempo una trentacinquenne conclamata eppure sembra una ragazzina al punto da essere indotti a pensare che un’attrice piu’ matura sarebbe stata piu’ indicata per quanto in realta’ l’eta’ fosse giusta. La sua bravura e’ indiscutibile, l’esperienza totale in una avvolgente incarnazione nella tragedia di Anna e diciamocelo, cio’ che nel film e’ positivo lo si deve a lei quasi esclusivamente.
Ho trovato inadeguato Kieron Moore, un conte Vronskij decisamente sottotono come interprete che nell’aspetto laddove non supera sguardi abnormi da film muto. Semplicemente l’uomo sbagliato per un ruolo che richiedeva piu’ personalita’ e piu’ fascino, un Tyrone Power per intenderci. Anche Ralph "Karenin" Richardson non mi e’ piaciuto, piu’ per una diversa idea mia sull’aspetto del personaggio piuttosto che l’interpretazione che resta buona.
In generale il casting e’ sbagliato e di fatto e’ il grande difetto della pellicola.
Anche certe scelte della regia penalizzano enormemente l’opera, vedi il viaggio in Italia, inutile e noioso per come viene rappresentato ma ancor peggio il finale assolutamente depotenziato dal cattivo uso delle musiche – o dalla loro assenza – nonche’ dalla messinscena della fine di Anna che sfiora il ridicolo nel tentativo di addolcirlo, sottraendo di fatto lo strazio del corpo allo strazio dell’anima.
La trasformazione del testo in immagini e’ accettabile sempre considerando i limiti che un passaggio del genere comporta e perlomeno si apprezza lo sforzo di sottolineare lo slittamento psicologico della protagonista attraverso il progressivo sfaldamento del suo mondo quando il collante dell’amore viene a mancare o meglio dire mentre cosi’ lo percepisce e comunque il merito resta sempre della straordinaria espressivita’ della Leigh.
Decisamente imperfetto, meglio comunque della versione del 1997 sul testo non certo sugli attori.

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Anna Karenina (1997) – Bernard Rose

Anna Karenina (1997)Iniziamo con questo film una retrospettiva sulle trasposizioni cinematografiche del celebre romanzo di Lev Tolstoj. Si dira’ "perche’ Anna Karenina"?
Confesso una passione smodata per il libro, seconda soltanto a "Guerra e pace". Entrambi monumentali ed entrambi impossibili da portare in altri contesti che non riguardino la carta stampata e anche qui, bisognerebbe imparare il russo soltanto per il piacere di leggerli in lingua originale. Malgrado cio’ ed in fondo proprio la loro inarrivabilita’ stimola la voglia di scoprire come sia possibile comprimerli nello stretto recinto dei 35 millimetri. Con "Anna Karenina" poi, il gioco e’ paradossalmente piu’ difficile, perche’ se il respiro di "Guerra e pace" mette immediatamente di fronte all’arduo anzi impossibile lavoro da svolgersi, la sintesi qui e’ talmente elementare – lei abbandona la famiglia per il bellissimo lui pagandone le conseguenze – spinge per tentare altre forme di traduzione.
Cosi’ e’ stato evidentemente se tante e tante versioni si susseguono sin dal 1911, anno del primo film e hanno visto cimentarsi grandi attrici come la Garbo, la Leigh sino ad arrivare alla recente incarnazione della Knightley. 
Parimenti inutile ogni mio riassunto dove mille altre contesti gia’ lo fanno con maggior precisione.
Il giudizio che mi resta puo’ solo essere in levare, ragionare su come si siano limitati i danni e sfruttato quanto di meglio estro, tempo e mezzi hanno permesso ai registi e alla produzione tutta.
Questa recente versione diretta da Bernard Rose, regista molto affezionato a Tolstoj, vede  Sophie Marceau e Sean Bean nei panni dei due protagonisti principali, Anna Arkad’evna e il conte Vronskij, scelta direi azzeccata piu’ per il fascino innegabile di entrambi che altro. Due attori discreti, anche se Bean e’ al suo meglio, che incarnano il giusto grado di passione e tragedia che permea la vicenda.
Bravo Alfred Molina che ben interpreta Levin, dando volto e ragione a quella borghesia "illuminata" che da li a poco aprira’ le porte a Lenin per poi in seguito essere spazzata via dalla ferocia stalinista.
Cio’ che non ho approvato e mai approvero’ sono i cambi troppo marcati del testo. Se i compromessi sono inevitabili e i tagli necessari, trasformare la Karenina in una drogata paranoide per accelerarne la fine, potrebbe in apparenza sembrare un artifizio necessario ma resto dell’idea che o si trova un modo per rendere al meglio il personaggio o non lo si piega soltanto perche’ e’ impossibile riassumere la storia e altre versioni lo dimostrano.
E’ un peccato perche’ tolta la parte finale, la vicenda scorre bene e col giusto grado di attenzione al soggetto
Il mio giudizio non puo’ essere percio’ positivo ma tolto questo restano i gusti e i diversi accenti che ognuno di noi avrebbe usato per raccontare una storia impossibile da raccontare, solo da leggere.

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Guerra e pace (Libro II, parte I, cap. V) – Lev Tolstoj

Il luogo per il duello era stato scelto a un’ottantina di passi della strada dove era rimasta la slitta, in una piccola radura della pineta coperta di neve, che il disgelo degli ultimi giorni aveva sciolto. Gli avversari stavano a quaranta passi l’uno dall’altro, ai margini della radura. I padrini, misurando i passi, lasciarono impresse le loro orme sulla neve spessa e bagnata dal punto dove si trovavano fino alle sciabole di Nesvickij e di Denisov, che indicavano la barriera ed erano piantate a dieci passi l’una dall’altra. Il disgelo e la nebbia persistevano; a quaranta passi non si vedeva nulla. Da tre minuti tutto era pronto e tuttavia si esitava a cominciare. Tutti tacevano.
   «Allora, si comincia?» esclamò Dolochov.
    «E perché no?» rispose Pierre, sorridendo sempre allo stesso modo.
    La situazione si fece terribile. Era evidente che nulla poteva più dirimere una questione come quella, iniziata con tanta leggerezza; essa ora procedeva da sé, indipendente ormai dalla volontà degli uomini, e doveva compiersi. Denisov per primo si fece avanti fino alla barriera e proclamò:
    «Poiché gli avvevsavi hanno vifiutato di viconciliavsi, savà oppovtuno incominciave. Pvendeve le pistole e alla pavola tve venivsi incontvo. U…no! Due! Tve!…» gridò poi egli con ira e si tirò da parte.
    I due avanzarono lungo i sentieri battuti, facendosi sempre più vicini e riconoscendosi attraverso la nebbia. Mentre si avvicinavano alla barriera, gli avversari avevano il diritto di sparare in qualunque momento. Dolochov procedeva lentamente, senza alzare la pistola, fissando il suo avversario con i suoi chiari, splendenti occhi celesti. Come sempre la sua bocca recava un’ombra di sorriso.
    Alla parola «tre», Pierre si era fatto avanti a passi rapidi, uscendo dal sentiero tracciato e camminando sulla neve intatta. Teneva la pistola allungando in avanti il braccio destro, evidentemente temendo di poter uccidere con quella pistola se stesso. Badava a tenere il braccio sinistro indietro, perché d’istinto avrebbe voluto servirsene per sorreggere il braccio destro, mentre sapeva che questo non si poteva fare. Dopo esser uscito dal sentiero sulla neve e aver percorso circa sei passi, si guardò i piedi, di nuovo diede una rapida occhiata a Dolochov, contrasse il dito come gli era stato indicato e sparò. Poiché non si attendeva un rumore così forte, Pierre sussultò al proprio sparo, poi sorrise della propria reazione e si fermò. Al primo momento il fumo, particolarmente denso a causa della nebbia, gli impedì di vedere; ma l’altro sparo che lui si aspettava non veniva. Si sentivano solamente i passi affrettati di Dolochov e, tra il fumo, apparve la sua figura. Con una mano si premeva il fianco sinistro, con l’altra stringeva la pistola penzoloni. Il suo volto era pallido. Rostov accorse e gli disse qualcosa.    

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Guerra e pace (Libro I, parte III, cap. III) – Lev Tolstoj

Nel dicembre del 1805 il vecchio principe Nikolaj Andreeviè Bolkonskij ricevette una lettera dal principe Vasilij, il quale lo informava del suo arrivo in compagnia del figlio. («Sono in viaggio per un’ispezione, e, naturalmente, cento verste non mi sgomentano, quando si tratta di venire a farvi visita, mio amato benefattore,» scriveva. «Il mio Anatol’, che va a raggiungere il suo reggimento, mi accompagnerà, e io spero che voi gli consentirete di esprimervi di persona quel profondo rispetto che, a somiglianza del padre, anch’egli nutre per voi.»)
    «Ecco, non c’è nemmeno bisogno di portar Mar’ja in società: sono i fidanzati a venire di loro iniziativa.» Disse imprudentemente la piccola principessa, quando ebbe udita la notizia.
    Nikolaj Andreeviè si accigliò e non disse nulla.
    Due settimane dopo la lettera, una sera arrivarono i domestici del principe Vasilij, e il giorno dopo il principe in persona accompagnato dal figlio.
    Il principe Bolkonskij aveva sempre avuto scarsa opinione del principe Vasilij, e questo giudizio s’era ancor più deteriorato negli ultimi tempi, dopo che il principe Vasilij, sotto il nuovo regno dell’imperatore Paolo e poi dell’imperatore Alessandro, era andato molto avanti nei gradi e negli onori. Adesso poi, dagli accenni contenuti nella lettera e dalle parole della piccola principessa, aveva capito dove stava il punto, e nell’anima del principe Nikolaj Andreeviè l’opinione negativa del principe Vasilij s’era trasformata in un sentimento di malevolo disprezzo. Quando parlava di lui non faceva che sbuffare. Il giorno fissato per l’arrivo del principe Vasilij, Nikolaj Andreeviè era particolarmente contrariato e di cattivo umore. Fosse di cattivo umore per l’arrivo del principe Vasilij o fosse particolarmente contrariato dell’arrivo del principe Vasilij perché era di cattivo umore, fatto sta che era di cattivo umore; e Tichon fin dal mattino aveva sconsigliato l’architetto di presentarsi a rapporto dal principe.
    «Sentite come cammina,» disse Tichon, facendo notare all’architetto il rumore dei passi del principe. «Quando appoggia forte su tutto il tallone, sappiamo già…»

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Anna Karenina – Lev Tolstoj (estratto)

Quello che per Vronskij era stato, per quasi un anno, l’unico, esclusivo desiderio che si era sostituito a tutti i desideri della sua vita, quello che per Anna era un impossibile, pauroso e così fascinoso sogno di felicità, quel desiderio era soddisfatto. Pallido, con la mascella inferiore che tremava, egli stava in piedi, chino su di lei, e la supplicava di calmarsi, non sapendo egli stesso di che, di che cosa.
— Anna, Anna — diceva, con voce tremante — Anna, in nome di Dio!
Ma quanto più forte egli parlava, tanto più bassa ella chinava la testa, un tempo orgogliosa e gaia, ora vergognosa; e si piegava tutta e scivolava dal divano sul quale era poggiata verso terra, ai piedi di lui; sarebbe caduta sul tappeto s’egli non l’avesse sorretta.
— Dio mio, perdonami! — diceva, singhiozzando, stringendo al petto le mani di lui.
Si sentiva così colpevole e peccatrice che non le restava che prostrarsi e chiedere perdono; ma adesso, nella sua vita, all’infuori di lui, non c’era più nessuno, e a lui volgeva la sua preghiera di perdono. Guardandolo, sentiva fisicamente la propria abiezione, e non poteva più parlare. Egli, invece, sentiva quello che deve sentire l’assassino quando vede il corpo da lui privato della vita. Questo corpo da lui privato della vita era il loro amore, il primo tempo del loro amore. C’era orrore e ripugnanza nel ricordare quello ch’era stato pagato a un così pauroso prezzo di vergogna. La vergogna dinanzi alla propria nudità spirituale soffocava lei e si comunicava a lui. Ma nonostante tutto l’orrore dell’assassino dinanzi al corpo assassinato, occorre fare a pezzi questo corpo, nasconderlo, valersi di ciò che l’assassino, uccidendo, ha conquistato.
E con accanimento, con furore quasi, colui che ha ucciso si getta su questo corpo, e lo trascina e smembra: così anch’egli copriva di baci il viso e le spalle di lei. Ella gli teneva stretta una mano e non si moveva. Ecco, questi baci sono il prezzo di questa vergogna. Anche questa mano che sarà sempre mia, è la mano del mio complice. Sollevò la mano e la baciò. Egli si piegò sulle ginocchia e voleva scoprirle il viso, ma lei si nascondeva e non diceva nulla. Finalmente, facendo uno sforzo, si sollevò e lo respinse. Il suo viso era sempre bello, ma faceva tanta più pena.
— Tutto è finito — disse. — Non ho nessuno all’infuori di te. Ricordalo.
— Io non posso non ricordare quello che è la mia vita. Per me, un attimo di questa felicità….
— Quale felicità! — disse lei con ribrezzo e orrore; e l’orrore si comunicò a lui. — Per amor di Dio, non una parola, non una parola di più.
Si alzò in fretta e si scostò.
— Non una parola di più — ripeté e, con un’espressione strana, a lui sconosciuta, di fredda disperazione, andò via. Sentiva di non poter dire la vergogna, la gioia e l’orrore che provava nell’entrare in quella nuova vita, e non voleva parlarne e non voleva rendere volgare, con parole inadatte, quel che sentiva. Ma anche dopo, l’indomani, e il giorno seguente, non trovò le parole adatte a dire tutto il complesso delle sue sensazioni, e così neppure le idee adatte a mettere ordine nell’animo suo.
«No, adesso non posso pensare — si diceva — dopo, quando sarò tranquilla». Ma questa tranquillità per riflettere non veniva mai; ogni volta che le tornava in mente quello che aveva fatto, quello che sarebbe stato di lei e quello che doveva fare, era presa dallo sgomento e allontanava questi pensieri.
«Dopo, dopo — diceva — quando sarò più tranquilla».
Nel sonno, invece, quando non aveva il dominio dei suoi pensieri, la situazione le appariva in tutta la sua informe nudità. Un unico identico sogno la visitava quasi ogni notte. Sognava che tutti e due erano nello stesso tempo suoi mariti, che tutti e due le prodigavano le loro carezze. Aleksej Aleksandrovic piangeva, baciandole le mani, e diceva: «Come si sta bene, ora!». E Aleksej Vronskij era là, e anche lui era suo marito. Ed ella stupiva come questo le fosse apparso prima impossibile, e spiegava loro, ridendo, che era molto più semplice, e che ora entrambi erano felici e contenti. Ma questo sogno la soffocava come un incubo.

Resurrezione – Lev Tolstoj (estratto)

Ed ecco che in quel periodo particolarmente disgraziato per la Maslova, dal momento che non capitava nessun protettore, fu rintracciata da una mezzana che procurava ragazze a una casa di tolleranza.
La Maslova beveva già da molto, ma negli ultimi tempi della sua relazione con il commesso, e dopo che egli l’ebbe lasciata, aveva imparato a bere sempre di più. L’alcool l’attirava non solo perché gliene piaceva il sapore, ma l’attirava soprattutto perché le permetteva di dimenticare tutte le esperienze penose che aveva attraversato, e le dava una disinvoltura e una certezza della propria dignità che senza l’alcool non aveva.
Senza alcool provava sempre tristezza e vergogna.
La mezzana offrì un pranzo alla zia e, dopo aver fatto bere la Maslova, le propose di entrare in un’ottima casa, la migliore della città, presentandole tutti i vantaggi e i privilegi di quella condizione.
La Maslova si trovava dinanzi a una scelta: o l’umiliante condizione di serva, in cui certo ci sarebbero state persecuzioni da parte degli uomini e segreti adulteri saltuari, o una condizione sicura, tranquilla, legalizzata, e un adulterio permanente, alla luce del sole, consentito dalla legge e ben retribuito; e scelse quest’ultimo.
Inoltre con ciò pensava di ripagare il suo seduttore, e il commesso, e tutte le persone che le avevano fatto del male. Per giunta l’allettava, e fu uno dei motivi della sua decisione, quanto le aveva detto la mezzana: che avrebbe potuto ordinarsi tutti gli abiti che avesse voluto: di velluto, di faille, di seta, da ballo con le spalle scoperte e senza maniche.
E quando la Maslova s’immaginò in un abito di seta giallo vivo con una guarnizione di velluto nero, décolleté, non poté resistere e consegnò il passaporto.
Quella stessa sera la mezzana prese una carrozza e la condusse nella celebre casa della Kitaeva.

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