Ludwig – Luchino Visconti

LudwigTra storia e leggenda, si parla di Ludovico II di Baviera o Ludwig appunto, nato nel 1845, incoronato re a soli 19 anni e scomparso prematuramente e in via del tutto misteriosa nel 1886.
Ancora oggi e’ ricordato come un re pazzo o forse un re nomalo, dedito all’arte e alla musica, poco interessato alla guerra e al suo popolo eppure molto amato malgrado le folli spese per castelli allora inutili, oggi invece importanti mete turistiche, nonche’ per il mantenimento di artisti e musicisti, un nome su tutti Wagner.
Uomo tormentato o sessualmente ambiguo, a seconda di come lo si vuole guardare, fu spirito puro o semplicemente un disadattato incosciente, non troppo lontano dall’accusa di non saper intendere e volere. 
Visconti legge la sua vita e ne fa un lunghissimo film, ancora piu’ lungo in edizione integrale, ripercorrendo la sua vita dal giorno dell’incoronazione sino alla morte. Com’e’ ovvio, e’ il lato umano ad interessarlo, l’amore impossibile per la cugina Elisabetta di Baviera e l’omossesualita’ prima negata poi irrefrenabile. Nel mezzo un regno del quale non si cura e infine un governo che decide di esautorarlo e chissa’ poi se con diritto oppure no.
Film a dir poco grandioso nel complesso della realizzazione, per la regia prima e sopra di tutto ed e’ inutile elencare le ragioni per le quali Visconti resta uno dei piu’ importanti registi di sempre. Grandiosita’ teatrale in ogni senso, che da "Il Gattopardo" in poi e in special modo nel gruppo dei suoi ultimi quattro film,ne hanno fatto leggenda. Ancora una volta pero’ il merito e’ da condividersi coi suoi collaboratori, il primo dei quali e’ il costumista Piero Tosi qui insuperato ed insuperabile, ben oltre il fasto della novella di Tomasi di Lampedusa.
Lo stesso dicasi di Mario Chiari alle scenografie, certo aiutato dai suntuosi ambienti bavaresi e Armando Nannuzzi alla fotografia. Non deve essere stato facile stare dietro al perfezionismo manicale di Visconti, quello stesso perfezionismo che riusci’ ad affondare la Titanus di Lombardo pur regalandoci un capolavoro.
"Ludwig" fu il film che lancio’ Helmut Berger nel gotha dei grandi interpreti ed in effetti non si puo’ non rimanere impressionati da tanta bravura ma c’e’ anche da dire che il personaggio controverso eppure delicato, efebico e tormentato gli fu cucito addosso con precisione certosina da un Visconti a quel tempo suo amante, padre, pigmalione e non vogliamo sapere altro. Berger restera’ sempre un attore per questi ruoli, percio’ non e’ mai diventato grande veramente. Tutto il contrario invece si deve dire di Romy Schneider, una delle donne piu’ belle del nostro tempo ed attrice straordinaria, poliedrica e capace di impersonare il dramma con una forza inusitata a tanta bellezza. Nel ritrovato ruolo della principessa Sissy, fa innamorare chiunque, immagino anche un pederasta conclamato quale fu Visconti che ancora una volta scopre il fianco proprio su questo aspetto.
Insistere sull’omosessualita’ anzi usarla a giustificare una psiche paranoide e bipolare e comunque come emblema di delicatezza e intelligenza incompresa, falsa la ragione storica e la piega al volere di una logica impropria, esattamente come avvenne con "Morte a Venezia". Ad ogni modo fiction e’ e fiction rimane, tra la migliore possibile e della quale andare ancora oggi fieri. Mi raccomando, cercare la versione completa.

Scheda IMDB

La caduta degli dei – Luchino Visconti

La caduta degli deiGermania 1934. Il nazionalsocialismo e’ forte ma non abbastanza. Potra’ avere radici forti per la nazione ma non per l’Europa, non per la conquista del mondo. Come una pianta maligna e velenosa e’ gia’ entrato nel tessuto sociale ed economico e il Cancelliere, cosi’ viene evocato Hitler, stende il suo lungo braccio nero in ogni zona del paese, a fondo all’interno delle industria pesante, fucina in tutti i sensi del futuro esercito nazista.
Ecco come i conflitti interni alla famiglia Von Essenbeck, importanti magnati dell’acciaio, si andranno presto a mescolare agli intrighi politici della nazione e i lunghi coltelli colpiranno fuori e dentro la ricca casa.
Come giudicare questo film. Visconti e’ piu’ impegnato a raccontare la storia che a girarla e per quanto la cura nei particolari, le luci e quel suo aggirarsi con la camera nello scovare e sottolineare perfette minuzie sia sempre presente, lo sforzo di rappresentare mostri e non uomini prende il sopravvento.
Luci vivide come fari di un teatro osceno ispireranno Fassbinder che non mi sorprende ne rimase folgorato.
Per Visconti esistono due categorie di nazionalsocialisti: i violenti, beceri ed ignoranti e gli inetti lascivi, pedofili e pederasti, calcando meno sui pederasti per ovvie ragioni anche se certe sequenze fanno immaginare Visconti che squittisce quando circondato da cristoni biondi mezzi nudi. Per non farsi mancare nulla si aggiunga all’elenco dei crimini, droga e incesto che trasformano l’ultima mezz’ora di film in un grottesco e abominio. Voglio dire, ci si fosse limitati al "male assoluto" magari qualcuno se la beveva, ma tanta roba tutta assieme e’ puro avanspettacolo.
Non dimentichiamo gli assassini e le donne del regime, tutti prototipi delle future "Elsa la belva delle SS" anche grazie alla sublime interpretazione della bergmaniana Ingrid Thulin assieme ad Helmut Berger, una delle poche ragioni a dare senso al film..
In effetti se c’e’ da trovare un merito e’ quello di aver solleticato i bassi istinti del popolino e del popolone innestando una curiosa quanto grottesca infinita clonazione in quel nazi-porno che prima o poi qualcuno dovra’ seriamente spiegare, ammettendo finalmente che un’epoca che ha potuto partorire simili film, andrebbe eliminata dai libri di storia e dalla memoria di tutti.
Lo ripetero’ allo sfinimento e alla noia, non sopporto il cinema di chi se la canta e se la suona, indipendentemente dalla canzone e qua la musica va avanti per quasi tre ore.

Scheda IMDB

Vaghe stelle dell’Orsa – Luchino Visconti

Vaghe stelle dell'orsaDa tempo meditavo un ritorno su Visconti ma aspettavo di sentirmi annoiato al punto giusto.
No, non sto denigrando il nostro, anzi  tutt’altro dal momento in cui abitualmente guardo il cinema che l’istinto mi suggerisce e queste giornate uggiose predispongono ad una maggiore concentrazione e calma interiore.
Inizio con "Vaghe stelle dell’Orsa" perche non ricordo di averlo visto prima, per curiosita’ su un Visconti pre-successone, poi il soggetto, infine per Claudia Cardinale che quando c’e’ lei, levati.
E’ proprio Claudia ad aprire le danze, giovane moglie di ricco borghese, domicilio francese e un ritorno in Italia per risolvere alcuni questioni rimaste in sospeso.
Da subito qualcosa stona, un alone nemmeno troppo velato di segreti e misteri fa capolino nelle piccole bugie di lei e nella sempre peggio celata perplessita’ di lui ma sara’ l’arrivo del fratello, col quale condivide un rapporto palesemente morboso, a scatenare i primi dubbi.
Un padre ebreo tradito durante la guerra e morto nei campi di concentramento, una madre malata ed esiliata dal mondo, un patrigno nervoso ed un ex fidanzato, partecipano alle danze, gettando di minuto in minuto, benzina sul fuoco della storia.
Film complicato, molto complicato. Nel 1965 promisquita’ ed incesto era roba tosta e Visconti lo affronta a testa alta.
La carne c’e’ tutta, il sudore pure, celati da un chiaroscuro formidabile di Armando Nannuzzi, nel quale la mano del maestro si vede eccome perche’ di Visconti si puo’ dire tutto ma non che non sappia fare Cinema.
Il testo talvolta incespica, alcuni dialoghi restano legnosi, Visconti che scopre subito le carte per poi ricoprirle, dinamiche lasciate solo intendere quando ormai si stava gia’ guardando nell’abisso, molte strade intraprese ma non tutte percorse sino in fondo.
Il risultato e’ comunque grande e corale merito di una Cardinale formidabile, incredibilmente piu’ brava che bella ed e’ bella da morire. Non sfigura affatto Jean Sorel nel ruolo del fratello, anzi guadagna nel mio personalissimo cartellino non pochi punti, cosi’ come nel piccolo ma importante ruolo del patrigno, mi ha impressionato Renzo Ricci, un ragazzo del ’99 con un curriculum lungo come una strada provinciale.
Per una volta concordo con la critica "amica" che non ha fatto mancare premi e onori ma che dire, anche questi ogni tanto capiscono di cinema…

Scheda IMDB

Morte a Venezia – Luchino Visconti

Morte a VeneziaDi tutti i registi italiani esaltati dalla critica "amica", Visconti e’ a mio avviso, tra i pochi ad aver meritato la fama raggiunta in un giusto connubio di capacita’ e complicita’ dell’establishment sempre pronto ad esaltare le peggio boiate degli affiliati e che di fronte ad un ottimo prodotto, o come in questo caso un ottimo regista, impazzisce letteralmente.
Per molti versi si puo’ considerare "Morte a Venezia" il suo film piu’ riuscito per quanto i confronti siano sempre difficili e spesso ingenerosi, talvolta improponibili.
Non e’ un film esente da difetti ma c’e’ una passione di fondo, un’immedesimazione del regista tale da renderlo superbo e per le medesime ragioni contestabile.
Inutile soffermarsi troppo sulle singole sequenze, estrarre immagini gia’ divenute affreschi nella memoria dei cultori ma senza ombra di dubbio, tecnica ed estetica si fondono in una danza terribile e sublime perche’ se la morte s’innamorasse della vita, ballerebbe all’alba sullo sfondo di quella Venezia, di quel mare, di quel sole, con quella luce, con lo scirocco che pare avvolgere tutti i sensi dello spettatore e le note di quella danza non potrebbero essere altre che dall’Adagietto delle Quinta Sinfonia di Gustav Mahler. L’esperienza e la cultura di Visconti un campo musicale si fanno sentire e nel connubio di suono e colore, pare impossibile che l’uno non sai nato insieme all’altro nel medesimo istante.
Non molto tempo fa scrissi che "Morte a Venezia" senza Mahler non varrebbe la celluloide della sua pellicola.
E’  un’iperbole s’intende ma non c’e’ dubbio che il film sia imprescindibile dalla sua colonna sonora, legame accentuato da Visconti per via di un episodio della vita di Mahler che starebbe alla base del romanzo, introducendo in questo modo un varco significativo sul tema dell’omosessualita’, tema riconoscibile nell’opera originale che pero’ puo’ vivere anche senza, leitmotiv ineluttabile nella pellicola. 
Gia’ tradurre Von Aschenbach come musicista invece che scrittore, sconvolge l’intera costruzione del romanzo e laddove Mann declina Tadzio nel prodotto finale di una vita trascorsa alla ricerca della bellezza suprema e superiore alla ragione umana ma non ai suoi sensi, Visconti costruisce un percorso che conduce Von Aschenbach da una felice ma sfortunata eterosessualita’ ad ancor piu’  tragica macchietta che insegue ragazzini truccato da vecchio e patetico pederasta.
Il torto peggiore dell’interpretazione di Visconti e’ riassumibile in quel "ti amo" del protagonista che nel romanzo e’ la resa della ragione innanzi all’inesprimibile Bellezza mentre per il regista e’ un’esplosione orgasmica di autoconsapevolezza omosessuale. Non trascuriamo infine il contenuto smaccatamente pedofilo che in Mann si stempera sempre nel richiamo classico della gioventu’ e della bellezza, in Visconti si traduce in un gioco complicato sul quale e’ bene soprassedere e che certo oggigiorno sarebbe difficile anche per la critica "amica" far passare inosservato, quindi ignoriamolo ma non dimentichiamolo.
Solo nel finale Visconti si riappropria del senso ultimo del romanzo o forse e’ meglio dire riesce a far coincidere le due anime della narrazione ma resta il fatto che se dal punto estetico il risultato e’ sublime, dal punto di vista etico e’ un tradimento imperdonabile dello spirito originale.
Opera innegabilmente da cineteca ma togliamo il nome di Thomas Mann e lasciamo interamente onori ed oneri a Luchino Visconti.

Scheda IMDB

La morte a Venezia – Thomas Mann

La morte a VeneziaEro curioso, molto curioso di leggere cio’ che ben conoscevo grazie al quasi omonimo film di Visconti, quel "Morte a Venezia" tanto celebre e tanto drammatico e del resto devo gia’ anticipare l’incrocio analitico tra libro e romanzo che fanno del post una specie di parte uno di due.
Non nutro particolari affinita’ con Mann per quanto mi sia impossibile non dirmi affascinato dalle sue opere anzi e’ proprio quel fuoco che non s’accende ma che si rifiuta di spegnersi ad alimentare la voglia di andare oltre la conoscenza superficiale dell’autore e insistere con le letture.
E’ indubbio che il cinema abbia giocato un ruolo fondamentale nella scelta di affrontare il romanzo breve o racconto lungo che dir si voglia ma mi hanno colpito alcune affermazioni ascoltate di recente in merito alla pubblicazione dei diari di Mann, frasi piu’ o meno testuali che cito a memoria "Si pensava che "La morte a Venezia" fosse una straordinaria intuizione etero sull’omosessualita’ invece i diari rivelano qualcosa di piu’."
Ora, a prescindere che credo poco alla dietrologia e mi si perdoni l’involontario e non voluto gioco di parole, ritengo che da Visconti in avanti, ci fosse chi attendeva un cenno seppur minimo, per affermare la ragione del regista che nella sua opera ha declinato totalmente il soggetto all’omossessualita’ latente e svelata laddove Mann pone dei paletti ben precisi sui sentimenti di Gustav von Aschenbach il protagonista, che mai tracimano oltre l’estetica.
L’autore si spertica nel rafforzare l’idea di come la bellezza non sia descrivibile, riconoscibile ma non riproducibile e in fondo quel "ti amo" rivolto all’adolescente Tadzio non fosse altro che l’estremo tentativo di esternare un sentimento altrimenti inesprimibile.
Emerge dal romanzo il riferimento forte al classicismo, al rapporto maestro-allievo di stampo ellenico, la sessualita’ e’ bandita a favore dell’esaltazione della natura che ha voce attraverso il corpo del ragazzo e la volutta’ nell’osservare Tadzio e’ la medesima del svegliarsi all’alba per godere del sole che sorge.
Anche la trasformazione proposta da Visconti di trasformare il protagonista da letterato a musicista, e’ si un modo per ricondurre la trama al suo possibile soggetto ispiratore ovvero Mahler ma a mio avviso sottrae la dimensione letteraria necessaria per comprendere i veri sentimenti del protagonista.
Per chi ha ancora innanzi le scene del film, il romanzo manca di pathos, e’ persino freddo nel descrivere un sentimento che in fondo e’ parola di un’emozione gia’  vissuta e solo alla fine, fatta carne ma e’ in fondo il problema delle trasposizioni cinematografiche dalle quali una delle due parti si depotenzia.
Lettura da abbinarsi al film, questo non deve mancare per una visione espansa dell’opera

Bellissima – Luchino Visconti

BellissimaE’ il 1951, piena ricostruzione, boom ancora lontano ma gia’ le persone riprendono a sognare e Anna Magnani, madre della piccola Maria, ripone nella figlia le ambizioni cinematografiche mancate, il desiderio di una vita migliore e l’amore di madre che come una lupa combatte per il meglio della prole, il tutto mescolato da frustrazione ed ingenuita’.
L’occasione di un film con Blasetti e’ ghiotta e non ci saranno piu’ sacrifici troppo pesanti per far recitare la figlia, incluso l’invischiarsi col trafficone Walter Chiari, parassita aggrappato alle carni di Cinecitta’ e pronto a spolpare la prima illusa pronta a immolarsi sull’altare della fama.
Visconti in odore di pseudo-neorealismo che faceva bene alla pelle, al portafoglio e tanto contenti gli amichetti, non si puo’ discutere se non nell’eccessiva sguaiataggine di certe sequenze che sfiorano la pantomima invece di evidenziare uno strato suburbano, proletario e ancora rintronato dai bombardamenti.
Si ritrova un po’ la spocchia del nobile che tanto si diverte con le bestiole di rango inferiore e le lascia sfogare e giocare come simpatiche creaturine naif e tanto folkloristiche e del resto la conclusione del film e’ retorica sino all’inverosimile, come solo un straricco sangueblu poteva mettere in scena.
La Magnani dal canto suo, con certe sceneggiate va a nozze e qui trova pane per i suoi denti.
E’ che a me la Magnani non convince, non mi ha mai convinto e mi piace solo sporadicamente, mai per piu’ di trenta secondi filati, ineguagliabile nel far desiderare bevande scozzesi con poco ghiaccio, giusto per riprendersi.
Per carita’, brava, bravissima, attrice da Oscar ma eccelle davvero laddove esprime dolore e coraggio, una eterna "Mamma Roma" che alla lunga mi viene a noia. In fondo lei era cosi’, romana, rancorosa e brava nella misura in cui il mio meccanico e’ un grande attore perche’ e’ impagabile nel recitare il ruolo di uno che ripara auto.
Resto della strana idea che un grande attore eccelle in ruoli molto diversi tra loro e la Magnani non e’ tra questi per quanto qui compaia spesso in sottoveste e scollacciata e almeno nell’immagine, guadagna qualche punto. 
Al di la’ di tutto pero’ il film e’ scritto senza esitazioni da tante mani tra le quali l’immarcescibile Zavattini e Suso Cecchi D’Amico, inoltre ha il grande pregio di essere un racconto sulla velina ante litteram, ricordando ai nuovi puritani, a chi sbraita sul degrado dei costumi odierni, a chi fa retorica opposta a chi ambisce ad essere subrette e non dottoressa, sparando colpe e veleno laddove il populismo impera, che la scorciatoia del cinema o della tv non e’ un’invenzione moderna, cosi’ come da sempre c’e’ chi fa carte false per arrivare o far arrivare il figliolame, laddove lo spettacolo garantisca successo ed onore.
Del resto chissa’ quante delle imperterrite neo-indignate hanno sbavato per essere una "Miss Quarto Piano" e se lo sono state magari ancora se ne vantano con l’idraulico o il lattaio e proprio a loro un film come "Bellissima" puo’ servire.

Scheda IMDB

Boccaccio ’70 – Vari

Boccaccio 701o episodio: Renzo e Luciana – Mario Monicelli
Storia talmente invecchiata da assumere contorni irreali.
Bravi i protagonisti, bravo Monicelli per la regia brillante ma non scomposta e la scelta degli attori.
2o episodio: Le tentazioni del dottor Antonio – Federico Fellini
… sbadiglio … "bevete piu’ latte, il latte fa bene" … sbadiglio…
3o episodio: Il lavoro – Luchino Visconti
… sbadiglio… noia … per carita’, la mano c’e’, bella regia, bella da sconvolgere Romy Schneider … retorica… noia…
4o episodio: La riffa – Vittorio De Sica
Capitolo di certo ultimo strategicamente piazzato per fermare il pubblico pagante inferocito da tanta pomposita’ nei precedenti episodi.
De Sica stratosferico tra i suoi massimi vertici di humor, vero e proprio spasso in certi momenti.
Ambientato a Lugo di Romagna, funzionale al racconto ma atipico per il regista, viene sviscerata una fauna umana maldestra e bonacciona che non precipita mai in caricatura.
Popolare nel senso piu’ genuino, tratteggio di individui che all’unisono mandano a quel paese il solito camice bianco che pontifica su Kruscev mentre attendono il numero vincente della riffa con in palio lei, la Sofia "unica e sola" Loren.
Diciamocelo, la Loren spesso e’ stata sopravvalutata  ma qui e’ brava quanto e’ bella e credetemi, in quanto ad avvenenza toglie il respiro.
Non si butta via un solo secondo, non c’e’ da togliere nemmeno mezza battuta e le gambe della Sofia valgono tre Visconti e due Fellini quindi nel cambio ci si guadagna.

Scheda su IMDB

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: