Il Male oscuro – Mario Monicelli, Giuseppe Berto

Il male oscuro - filmNella mia libreria c’e’ un reparto particolare con volumi pronti per il viaggio qualora dovessi partire per la leggendaria isola deserta con solo pochi testi da portarsi appresso. Ovviamente i libri sono pochi e selezionati ma non ho potuto fare a meno di includerne tre di Giuseppe Berto.
Non sono il solo a considerarlo uno dei piu’ grandi scrittori italiani del secolo scorso ma fu uomo libero che mai si piego’ alle logiche delle cricca culturale dei, citando Berto "padreterni", inimicandoseli e cosi’ condannarsi a rimare fuori dalle grazie di critici ed esperti, quelli che da sempre dettano al popolino cosa sia la cultura, restando per i piu’ un autore di secondo piano.
"Il male oscuro" e’ certamente la sua opera piu’ importante e se gia’ nel 1964 seppe parlare in forma autobiografica di depressione, oggigiorno il tema e’ piu’ vivo che mai e per certi versi precursore di infiniti testi psicoanalitici e relative analisi.
Il male oscuro - libroMonicelli ne fece un film nel 1990 e malgrado la sua regia, Giannini come interprete principale, la Cecchi d’Amico e Tonino Guerra alla sceneggiatura, si resta infinitamente lontani dalla potenza del testo.
Era un film destinato a fallire e solo chi ha letto il libro, chi ha sentito dentro di se’ il racconto come riflesso di un proprio vissuto, si capacita dell’incolmabile solco che separa la trasposizione dall’originale.
Il modo di scrivere di Berto, dolorosamente sincero, persino imbarazzante nelle piu’ intime confessioni, quell’assenza di punteggiatura a sottolineare il flusso di pensieri incessante, soffocante eppure rimedio ultimo alla follia come fosse una barriera protettrice e contenitiva del male oscuro appunto, quella corsa alla ricerca di una soluzione, una spiegazione, una ragione e il restare sospesi tra la voglia di vivere e il desiderio di arrendersi non poteva essere portata sul grande schermo.
Monicelli fu un uomo che soffri’ di depressione e sono certo che sapesse tutto questo ma ugualmente e anzi ne fu causa, volle farne film per non sentirsi solo, per avere meno paura, forse per urlare che ce l’aveva fatta, ammesso che si riesca davvero a farcela.
In qualche modo il "male" e’ stato spostato dalla depressione alla nevrosi, certo meglio rappresentabile da Giannini al quale non si puo’ certo contestare nulla e che anzi era l’unico che potesse dar lustro all’autore/protagonista e se di massima si e’ rimasti fedeli all’idea di base, cio’ che viene fuori e’ un racconto mentre il libro e’ uno stato della mente.
Che ognuno si faccia il regalo di leggere Giuseppe Berto, il film puo’ anche aspettare.
"Sono quindi ancora malato e credo che non guariro’ mai.
Pero’ sono guarito per quel tanto che volevo disperatamente guarire, ossia non ho piu’ paura di scrivere
."

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Capriccio all’italiana – Monicelli, Steno, Bolognini, Zac, Pasolini

Capriccio all'italianaCerco di sforzarmi e contestualizzare questo film al periodo supponendo che essere l’ultimo film di Toto’ abbia certamente contribuito ad aumentarne la fama e il successo, provando ad immaginare un target e un obiettivo ma mea culpa non ci riesco.
Non credo di aver mai visto tanta materia prima per cosi’ scarsi risultati, tanta energia risolversi in qualche scintillina inebetita e striminzita.
Sei capitoli che vanno da un avvilente e banale Monicelli (La bambinaia) a un Bolognini che in due episodi (Perche’, La gelosa) non riesce a costruire una sola situazione sensata.
Pino Zac (Viaggio di lavoro) che almeno sulle strisce a fumetti un po’ divertiva qua non fa nemmeno piangere e infine i due episodi firmati Steno e Pasolini.
Il primo in "Il mostro della domenica" pur mortificando Toto’ in ogni buffoneria possibile, s’impone come inutile ammasso d’imbarazzante comicita’, di situazioni spompate e senza speranza e in una sorta di guerra tra giovani beat e vecchi matusa, l’episodio riesce nell’improbabile compito di non piacere ad entrambe le fazioni e magari e’ gia’ un risultato.
Pasolini imbastisce invece una rappresentazione dell’Otello sospesa tra presunta poesia e becera contestazione di opera storica ed immortale e malgrado non abbia nulla da spartire con un film che dovrebbe ironizzare sulle idiosincrasie dell’italico costume, nello squallore generale almeno ha qualcosa da raccontare.
Tempo perso.

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Romanzo popolare – Mario Monicelli

Romanzo popolarePremetto: non il miglior Monicelli. Divertente, ben girato, guizzi oggi culto di un’epoca "Facis taglia mezzo forte" ma in fondo l’idea dell’italiano che fallisce nell’intento dell’evolversi da un compare Turiddu qualunque a una sorta di nordico professore di stampo bergmaniano, gia’ era in gran parte abusata.
Si perche’ il tizio anonimo della strada, magari quello convinto di appartenere alla razza dell’"uomo nuovo" gia’ a respirare l’aria di un mitteleuropeismo perno della futura Europa unita, dopo i bagordi giovanili tra chiari di luna, onde californiane, amore libero e droghe piu o meno leggere come se piovesse, cominciava a sospettare che la condivisione proletaria della moglie comunque qualche leggero turbamento lo provocava.
Poi Monicelli, innegabilmente uomo intelligente, evita di prendere troppo la mira e trasforma in macchietta un po’ tutti non per deridere, quanto per appannare un po’ la vista e far si che nessuno fosse completamente coinvolto o totalmente esentato dal sentirsi come dire, a rischio.
Rischio di provincialismo e timore che tutta la manifesta apertura a un nuovo stile di vita fosse solo un paravento per negare a se’ stessi che ancora una volta tutto dovesse cambiare affinche’ nulla cambiasse.
Ad ogni modo resta un bel Tognazzi milanizzato nel volto oltre che nella voce e nella mimica, merito di Jannacci e Viola responsabili di musiche, doppiaggio e lavoretti vari, Ornella Muti che a 19 anni non le mancava proprio niente e un Michele Placido a tratti persino simpatico.
Parodia di un’epoca comunque gia’ conclusa.

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La ragazza con la pistola – Mario Monicelli

La ragazza con la pistolaArgomento spinoso il femminismo nel 1968, campo minato qualunque fosse il percorso intrapreso, ostacolo che solo un Monicelli e pochi altri potevano lasciarsi alle spalle con un trionfo.
Provincialismo elevato ad ironia e in essa la chiave di lettura e quale miglior interprete di una Monica Vitti in forma straordinaria sotto ogni possibile aspetto, la cui lontananza dalla sicilianita’ e’ incredibilmente funzionale proprio all’idea controcorrente ma esatta, che l’evoluzione sociale deve passare per una evoluzione dell’individuo prescindendo luogo e status.
Evoluzione umana, sociale e quasi antropologica, antropomorfica persino, vero darwinismo applicato, magistralmente realizzato e ancor meglio interpretato da una Vitti che giustamente fece incetta di premi per quello che fu il ruolo che la introdusse alla giusta dimensione di attrice brillante dopo trascorsi nobili ma asfissianti con Antonioni suo compagno e pigmalione.
Non mi sentirei neppure di escludere che le scene oniriche di una Sicilia abnorme e grottesca ma ugualmente non troppo distante dalla realta’, abbiano ispirato l’ancor piu’ grottesco e in questo indimenticabile “Mimi’ metallurgico” di Lina Wertmuller considerando che entrambi i film hanno respirato la medesima aria di famiglia con direttore della fotografia Carlo Di Palma sul primo e il nipote Dario Di Palma sul secondo.
Un film nel quale si trova tutto o meglio dire in cui non manca niente, campione di una cultura del cinema e del rispetto dello spettatore che ci manca tanto.

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Boccaccio ’70 – Vari

Boccaccio 701o episodio: Renzo e Luciana – Mario Monicelli
Storia talmente invecchiata da assumere contorni irreali.
Bravi i protagonisti, bravo Monicelli per la regia brillante ma non scomposta e la scelta degli attori.
2o episodio: Le tentazioni del dottor Antonio – Federico Fellini
… sbadiglio … "bevete piu’ latte, il latte fa bene" … sbadiglio…
3o episodio: Il lavoro – Luchino Visconti
… sbadiglio… noia … per carita’, la mano c’e’, bella regia, bella da sconvolgere Romy Schneider … retorica… noia…
4o episodio: La riffa – Vittorio De Sica
Capitolo di certo ultimo strategicamente piazzato per fermare il pubblico pagante inferocito da tanta pomposita’ nei precedenti episodi.
De Sica stratosferico tra i suoi massimi vertici di humor, vero e proprio spasso in certi momenti.
Ambientato a Lugo di Romagna, funzionale al racconto ma atipico per il regista, viene sviscerata una fauna umana maldestra e bonacciona che non precipita mai in caricatura.
Popolare nel senso piu’ genuino, tratteggio di individui che all’unisono mandano a quel paese il solito camice bianco che pontifica su Kruscev mentre attendono il numero vincente della riffa con in palio lei, la Sofia "unica e sola" Loren.
Diciamocelo, la Loren spesso e’ stata sopravvalutata  ma qui e’ brava quanto e’ bella e credetemi, in quanto ad avvenenza toglie il respiro.
Non si butta via un solo secondo, non c’e’ da togliere nemmeno mezza battuta e le gambe della Sofia valgono tre Visconti e due Fellini quindi nel cambio ci si guadagna.

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