The Wolf of Wall Street – Martin Scorsese

Wolf of Wall StreetI mitici anni ’80. Lo scrivo con molta ironia s’intende e non che non pensi, a dirla con le parole di Renato "Mercy" Carpaneto, che siano stati  l’ultima belle époque del XX secolo, quanto perche’ anche chi c’era e ricorda, tende a soffermarsi su inezie dimenticando cio’ che davvero li rese eccezionali, ovvero quel senso di potenzialita’ nelle cose, un tunnel di sola luce e poche ombre e comunque l’intima consapevolezza che tutto sarebbe stato possibile.
Vero e’ che parte fu illusione e oggi paghiamo debiti contratti anche allora ma le possibilita’ in un futuro pieno di promesse ce le ha tolte ben altro.
In fondo "The Wolf of Wall Street" racconta di questo, delle luci di quegli anni e l’immenso bacino di possibilita’ che offrivano. E’ la storia di Jordan Belfort, vero lupo di Wall Street capace di ridefinire il concetto di ingordigia dove nemmeno Gordon Gekko ha osato spingersi. L’alta finanza roba per squali?
Parrebbe al contrario roba per bonobi arrapati con problema da dipendenza da droghe. Tutte le droghe.
Ovviamente la totale assenza di una qualunque forma di etica fornisce i presupposti di una carriera cresciuta sino ad altezze oltreumane e rovinosamente franata perche’ ricordiamolo, a quei tempi esisteva ancora un po’ di giustizia.
Ad ogni modo la morale la lasciamo ai detentori della verita’ come Oliver Stone perche’ Scorsese si limita a fare il migliore cinema al mondo e se proprio vuole dirci qualcosa e’ che tutti noi, nessuno escluso, faremmo carte false per avere un decimo del successo di Jordan Belford o essere un antieroe alla Henry Hill. Si perche’ come in "Goodfellas" non sta a domandarsi e a domandarci dove stia il bene o il male, cosi’ la missione del film e’ raccontare una storia e riuscirci nel modo piu’ stupefacente possibile. "The Wolf of Wall Street" appartiene a quella ristrettissima schiera di film che ti mette in pace col cinema e con Hollywood in particolare e che Scorsese e DiCaprio siano sovente protagonisti di questi grandi eventi, non e’ piu’ un  caso.
Ormai ho terminato gli elogi per Scorsese. Credevo che con "The Departed" avesse raggiunto il massimo ma ha saputo superarsi e tenendo il gia’ citato "Goodfellas" come riferimento, crea protagonisti e comprimari con altrettanto spessore ai quale aggiungere dialoghi che farebbero rabbia a Tarantino per resa ed efficacia.
Film divertentissimo, il suo piu’ di tutti ma in generale erano anni che non mi facevo una irrefrenabile sequenza di sane risate.
Stessa difficolta’ coi superlativi per DiCaprio e come non tirare in ballo l’Oscar perche’ se e’ vero che non ho visto McConaughey nel ruolo che l’ha premiato, deve essere stato davvero stellare per vincere su Leo ma diciamocelo, che aspettarsi dalla lobby che ha disintegrato il cinema statunitense sotto il peso del clientelismo e del politicamente corretto?
Film incredibile che alza di una tacca i valori di tanti, tantissimi parametri tecnici e artistici.

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Alice non abita piu’ qui – Martin Scorsese

Alice non abita piu' quiAlice, verace ragazza del sud, vive una inconsapevole vita da subproletariato accaldato assieme al marito rozzo e indifferente e al figlio dodicenne.
Alla morte dell’uomo, non troppo drammatica a dire il vero, partira’ con la prole verso nuovi lidi, nella speranza di poter finalmente coronare il sogno di cantante.
Lungo il suo cammino incontrera’ uomini violenti ma anche nuove buone amiche e l’amore, quello vero.
Scorsese alla seconda prova importante dopo "Mean streets" e prima del grande botto di "Taxi driver", se ne esce con un film molto particolare e piu’ articolato di quanto appaia. Il successo fu enorme e per chi non lo ricordasse, fu origine e spunto per "Alice", proseguo televisivo che raccolse il soggetto e parte dei protagonisti del film, tra i quali Vic Tayback, il burbero e indimenticabile Mel.
Alice, strana donna guardandola con gli occhi di oggi. Forte ed indipendente, non confonde il coraggio con l’arroganza, non pretende troppo pur non rinunciando ai suoi sogni.
E’ una di quelle donne con la gonna che non si mettono in competizione col maschio senza per questo sottomettersi. Conscia del proprio ruolo e di cio’ che si chiede da lei, non offre di piu’ ma neppure meno.
In qualche modo la sua figura contrasta la stupidita’ femminista fine a se stessa e ci riesce mostrando molta piu’ forza e determinazione delle piu’ ciarliere colleghe che non vanno oltre gli slogan urlati in  piazza, forse perche’ Alice deve vivere e deve dare di che vivere al figlio ormai adolescente, senza il tempo a disposizione delle mantenute colleghe radical-chic.
Dovere e piacere, amore e sesso, figli e uomini, solidarieta’ e competizione. Vita piena la nostra Alice in un sud statunitense che pare il sud del mondo, che sa essere violento e crudele, selvaggio e rude dei sentimenti che esprime. Non e’ tanto la schiettezza delle situazioni a sorprendere quanto la normalita’ nella quale sono contenute che fanno si che il film che in fondo ha pochi decenni di vita, pare ne abbia centinaia.
Oscar a Ellen Burstyn piu’ che meritato. La sua naturalezza e’ esemplare, da manuale di cinema, impossibile credere stia recitando e in certi sguardi, nei gesti mai forzati c’e’ la capacita’ di entrare e sentire un personaggio. Nel corso della sua lunga carriera restera’ il suo miglior pregio. Kris Kristofferson al contrario non e’ mai stato granche’ ma in questo film, come in molti altri, e’ li’ per fare il maschio alfa e in cio’ riesce benissimo.
Film invecchiatissimo, uno Scorsese immaturo ma con molto da raccontare. Un come eravamo piacevole.

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Hugo Cabret – Martin Scorsese

Hugo CabretScorsese celebra il cinema, il suo e quello di tutti e lo fa giocando con le origini, dipingendo la Francia del dopoguerra che ancora ricorda Georges Melies, il primo a portare la fantasia al potere in quella che fu l’alba della settima arte.
Melies e’ infatti l’indiretto protagonista, raccontato come una leggenda attraverso le avventure di Hugo Cabret, geniale orfano che ripercorrendo le orme del padre, riportera’ alla luce il suo cinema ormai dimenticato.
Per fare questo il regista italoamericano, sfoggia un costosissimo 3D da colossal per esaltare l’idea col massimo delle possibilita’ attuali applicate ad una storia antica.
E’ appurato che ormai Parigi debba assomigliare ad un mondo bohemien e steampunk, una coloratissima belle epoque in CGI, gusto molto europeo che passando attraverso l’immaginario di Metal Hurlant masticato da Jeunet e Caro, arriva in Australia da Baz Luhrman e ora contagia gli USA attraverso Scorsese.
Scorsese non so, non mi pare lui. Nelle sue mani nulla e’ sbagliato eppure maneggia un materiale che non gli appartiene e seppure sia un grande regista con un’esperienza tale da poter gestire cio’ che piu’ gli aggrada, in questo caso non riesce fino in fondo a farlo proprio.
Parlo anche del soggetto che per un’intera ora, la prima meta’ del film, prende infinite direzioni con bambini soli, zii cattivi, amore per la lettura, amore per il cinema, amore per la meccanica, eredita’ spirituali, segreti di famiglia e ci si dibatte come mosche intrappolate dentro ad una scatola con troppi lati.
Tutto troppo stereotipato con l’orfanello, il ricordo del caro genitore, il vecchio burbero che alla fine della vita si riscattera’, il clou d’azione quando tutto e’ in pericolo, le macchiette per gli interludi comici e ovviamente l’avventura che cambiera’ la vita dei protagonisti.
No, non si celebra l’amore per il cinema attraverso il banale gia’ proposto, lo si fa con l’invenzione, con l’estro, col mai visto prima
Oltre i giudizi positivi che non nego sono anche miei alla fine di tutto, resta la visione di un film con poca anima, con la passione sormontata dalla tecnica quando la passione doveva essere il suo punto di forza, e invece resta una favola sterile che non scalda i cuori per quanto ottimamente raccontata.
La sensazione non e’ solo mia se tutto sommato gia’ oggi di questo film ce ne siamo dimenticati.

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The Departed – Martin Scorsese

The departedDue ragazzi, stessa partenza, arrivo che non potrebbe essere tanto diverso. Faccenda complicata pero’, Matt Damon il corrotto, e’ il poliziotto buono e forte del gruppo, Leo DiCaprio e’ l’eroe obbligato a fare il cattivo. Entrambi come rette che convergono e divergono, ricerca spietata, antitesi e speculari nell’essere spie nei gruppi opposti, l’uno alla caccia dell’altro e in mezzo il perno attorno al quale le loro vite ruotano, un Jack Nicholson tanto lucido quanto crudele, un vero assassino di quelli di una volta, capace di ammazzare con la pistola quanto col cervello.
Lo dico senza indugi, fenomenale. Straordinario e fenomenale.
Uno Scorsese cosi’ lo si e’ visto di rado e parlando di uno dei piu’ importanti registi al mondo, e’ davvero roba grossa.
Non posso affermare sia il suo film migliore ma il testo fa a gara con "Goodfellas", il cinema con "Toro scatenato" e il montaggio… beh sul montaggio non ce n’e’ per nessuno dei precedenti. Meccanismo ad incastro di sublime fattura dove nulla viene dato per scontato, tantomeno il finale che si protrae per lunghi minuti in un colpo di scena dietro l’altro.
Ha vinto tanto ma mai abbastanza di quanto avrebbe meritato e non si e’ ancora giunti agli interpreti.
Innanzitutto lui, DiCaprio. Toglie letteralmente il fiato da quanto e’ bravo, prende su di se’ la tragica sorte del protagonista e te la scaglia addosso come un macigno. Da quel momento si e’ intrappolati nel suo mondo e nelle sue paure. Ridefinisce un ruolo, davvero. Nicholson e’ al suo top e attenzione, non sono uno che pende dalle sue labbra, anzi spesso lo trovo sopravvalutato, specie nei soliti ruoli che lo vogliono totalmente pazzo e che francamente, hanno scocciato. Qui all’opposto e’ freddissimo e finalmente ci offre un vero malvagio, non un bastardo come oramai sono relegati i villain cinematografici. Il film e’ pieno di attori sorprendenti e conferme di vecchi glorie, Martin Sheen e Alec Baldwin sono piu’ veri del mio vicino di casa, Mark Wahlberg e il suo personaggio meriterebbero un spin-off  o una serie di telefilm e resta Matt Damon, bravo per quanto non riesca a farlo entrare nelle mie grazie.
Infine credo che l’importanza di "The Departed"  e la grandezza di Scorsese, stia nell’aver offerto grande cinema unendo il puro entertainment con l’arte del realizzarla ai piu’ alti standard possibili. Totale.

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Al di la’ della vita – Martin Scorsese

Al di la' della vitaNicholas Cage e’ un paramedico del turno di notte in ambulanza in una New York che non solo non dorme mai come vuole la tradizione ma rigurgita sangue e follia non appena si gira l’angolo del benessere, dei club, dei ricchi registi che che a colpi di clarinetto ne hanno fatto una macchietta e dei comici off che non fanno neppure pena.
A tutti noi capita di sbagliare sul lavoro ma per chi salva vite umane, sbagliare e’ uccidere e a volte saperlo non basta per sopportare il dolore e il senso di colpa. Ognuno di quegli uomini ci passa o c’e’ passato e ognuno di loro reagisce come puo’, chi sognando un futuro migliore, chi con Dio, altri col cinismo e la violenza, Cage col bere e l’ardente desiderio di salvare persone e tornare a sentirsi una divinita’ benevola che dona vita.
E’ uno Scorsese curioso che gia’ in passato ci ha abituati a strane digressioni, discorsi che sembrano fatti tra se’ e se’ piuttosto che col pubblico.
Film tecnicamente non impegnativo nel quale il regista sfoggia una solare anarchia che in parte, solo in parte, contrasta lo spirito del film che non vuole essere drammatico a tutti i costi.
In realta’ trovo che l’intento sia il vero punto oscuro dell’operazione. Certo che nel 1999, gli anni del piu’ fulgido E.R. e dei mille epigoni cha gia’ si stavano formando, non si sentiva certo bisogno di (para)medici in prima linea, quindi potrebbe trattarsi di un contro-inno alla sua New York tanto amata, persino nei momenti piu’ folli come in "Tutto in una notte" col quale condivide la tendenza alla metafisica. Forse e’ la storia di quel pezzo di umanita’ troppo lontana dai ristorantini e i locali alla moda, cosi’ lontana che tendiamo ad ignorarla e preferibilmente dimenticarla o chissa’, forse e’ la storia di uomo giunto ai bordi di se stesso. Oppure e’ una storia, punto e basta.
Colori saturi e montaggio mi hanno ricordato lo Stone di "U-turn" anch’esso di quegli anni nei quali c’era voglia di giocare e sperimentare alle soglie di un 2000 carico di chissa’ quali sorprese.
Bravo Cage, attore poco amato con troppe scelte sbagliate alle spalle e una certa dose di sfortuna con altri film ben piu’ meritevoli ma per quello che mi riguarda, con "Via da Las Vegas" si e’ guadagnato a vita un angolo di cuore e molto rispetto. Ottima prova per i comprimari e come non citare il sempre egregio Goodman e Tom Sizemore in un ruolo che esalta le sue notevoli doti attoriali.
Uno Scorsese un po’ diverso che ogni tanto fa bene a farsi vedere.

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New York, New York – Martin Scorsese

New York New YorkLa guerra e’ finita, grandi prospettive per i reduci statunitensi al loro ritorno a casa e a uno come De Niro, sassofonista spiantato ma molto in gamba,  manca solo una bella donna per conquistare il mondo. Trovera’ sulla sua strada Liza Minnelli, voce fenomenale che poco a poco s’innamorera’ di lui ma proprio quando nasscera’ il loro primo figlio, le loro strade si divideranno, lei nuova stella e diva del mondo dello spettacolo, lui buon musicista padrone di un club. New York, come un tappeto di stelle, a far da sfondo.
Confesso molta perplessita’. Non capisco come siano passati al vaglio di una produzione hollywoodiana, i primi 20 minuti intasati da uno dei peggiori abbordaggi della storia del cinema, pedanteria senza fine dopo la quale si auspicherebbe l’arrivo di qualcuno che finalmente stendesse De Niro a cazzotti feroci in bocca, tanto e’ irritante e noioso. Nel suo personaggio alberga uno psicopatico piuttosto che un artista bizzoso e pieno di se’ e francamente inquieta al punto da sperare per lui il peggior destino possibile.
Il resto non e’ che faccia molti passi avanti. Dopo l’irritazione iniziale, si recupera verso la fine ma e’ una sofferenza arrivare in fondo. Cosa doveva essere tutto questo? Un omaggio a Broadway, ai musical, al mood di una citta’?
Da qualunque parte la sia guardi, e’ un fallimento dal quale si salva solo lei, Liza.
Voce straordinaria ed e’ difficile trovare i giusti superlativi per un’interprete che lascia senza fiato.
Non m’interessa neppure la Minnelli attrice, brava ma persa nella confusione generale, quando con la voce copre di luce tutto cio’ che la circonda.
Flop non abissale ma considerevole, ebbe parecchie ripercussioni sulla carriera di Scorsese.
Malvoluto da molti, quasi tutti, oggi si tende a dimenticarlo, salvando il solo tema del film, quel "Theme from New York, New York" che tanta fortuna ha portato alla Minnelli anche grazie all’interpretazione di Sinatra poco tempo dopo ma non dimenticherei ogni singola canzone da lei interpretata.
Nel bene e nel male un pezzo di storia, da guardare poi andare oltre.

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Fuori orario – Martin Scorsese

Fuori orarioPer quegli strani scherzi del destino, devo aver impiegato una decina d’anni prima di vedere questo film per intero. Parliamo di quasi tre decenni fa, registrazioni televisive su VHS in cassette troppo corte, palinsesti sbagliati e cose cosi’.
New York della prima meta’ degli anni ’80, quella delle mille luci ma non ancora uscita dal degrado del decennio precedente. Paul, Griffin Dunne,  e’ un programmatore di computer, single ed in cerca del colpaccio umano e professionale.
L’incontro fortuito con Marcy, Rosanna Arquette, sara’ l’inizio d una notte tanto singolare quanto avventurosa, un miscuglio di sfortuna, scelte sbagliate e demenzialita’ che impedira’ al protagonista di tornare a casa propria.
Ho sempre pensato a questo film come singolare nella carriera di Scorsese eppure egli e’ li con la sua tecnica, la sua citta’, i personaggi sempre sopra le righe, una strisciante follia che serpeggia tra le strade perennemente umide e muri che trasudano una umanita’ confusa ma contenta d’esserlo.
La telecamera ruota, brandeggia, s’alza e zooma velocissima e l’impressione e’ che Scorsese si diverta tantissimo, cosi’ come si diverte moltissimo col suo protagonista, comportandosi come un dio maligno e sottilmente crudele. Del resto questo divertimento arriva anche allo spettatore che difficilmente potra’ sentirsi in ansia per il nostro eroe e tutto sommato le sue disavventure restano relegate alla sana goliardia da godersi senza patemi, una sorta di adventure con mille enigmi e difficolta’ da superare.
Finale metafisico o solo grottesco chissa’
Film leggerino ma dalla regia superba che insegna ancora oggi moltissimo e si fa riguardare con soddisfazione, fosse solo per un piacevole e curioso "come eravamo".

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Mean Streets – Martin Scorsese

Mean Streets"Mean Streets" non fu l’esordio di Scorsese, Keitel e De Niro ma in fondo e’ come se lo fosse, per me almeno vale cosi’.
Mi piace l’idea di un solo film capace di far conoscere al mondo un regista e due attori che hanno segnato indelebilmente le pagine del cinema.
Del resto "Mean Streets"  e’ per molti aspetti seminale, archetipo sicuramente nella produzione futura dei tre e di molti, moltissimi atri.
Film per certi versi autobiografico perche’  quell’America, quella New York, quella Little Italy non te la inventi se non l’hai vissuta, amata e odiata nello stesso tempo. Serve che l’asfalto abbia contato i tuoi passi e il tuo guardo abbia fotografato quelle case e quelle persone per anni. Diversamente non e’ possibile.
Keitel e’ il protagonista, giovanotto destinato ad un brillante futuro, diciamo cosi’ nella malavita organizzata, quella malavita italoamericana vecchio stampo, delinquenti certo ma con una morale propria e con principi per quanto deviati, imprescindibili.
De Niro e’ Johnny Boy, un cane pazzo che non manchera’ di mettere nei guai l’amico oltre se stesso. Il finale sara’ drammatico.
Nulla da aggiungere sui due protagonisti, preferisco Keitel a De Niro ma non e’ certo il caso di stilare classifiche.
Tecnicamente Scorsese impressiona, la ricerca nel movimento di camera e’ costante, a volte pare di seguire un esperimento che trovera’ compimento nel vicino "Taxi Driver" ma ancor piu’ con "Quei bravi ragazzi" del quale "Mean Streets" e’ vero e proprio prototipo tecnico e di scrittura. E’ un gioco cercare le connessioni tra i due film ed istruttivo scoprire come e quanto il regista sia cresciuto in quasi un ventennio.
Resta il fatto che essere nel 1973 e vedere Scorsese dirigere in quel modo, deve essere stata una gran bella sorpresa e a distanza di anni anche le tante imperfezioni, sono folklore da godersi assieme al resto.
Da queste premesse non poteva che nascere un Maestro e cosi’ e’ stato.

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Re per una notte – Martin Scorsese

Re per una notteSi ricompone il duo Scorsese / De Niro e ritroviamo la stessa New Your invecchiata di oltre un lustro ma irriconoscibile nel riprendere colore, dove le luci al neon iniziano a sostituire la spazzatura e la televisione macina alla grande nel proporre stili di vita e modelli di successo sempre piu’ deleteri. 
E’ la storia sopra le righe ma non di meno drammatica di Rupert Pupkin un figlio del vuoto televisivo con un passato difficile, un uomo incapace di distinguere la fantasia che lo vuole divo alla pari del suo idolo Jerry Langford (Jerry Lewis), quando nella realta’ e’ poco piu’ che un disadattato.
Con maestri come quelli televisivi, le menti piu’ deboli cedono e Rupert Pupkin  di cio’ non e’ forse archetipo ma modello si.
Scorsese si rivolge alla propria esperienza e al mestiere gia’ acquisito e non inventa molto, lascia la sua impronta per quanto il film sia totalmente attoriale e sulle forti spalle di De Niro e Lewis poggi l’intera struttura.
Il cortocircuito metanarrativo tra Lewis e’ il suo personaggio e’ la grande invenzione, l’idea fondamentale e da li’ lo sviluppo e’ quasi automatico. La follia di Pupkin e’ riversata sullo spettatore attraverso la confusione che in breve tempo si sposta dalla sua mente allo schermo e se fino ad un certo punto e’ facile distinguere la fantasia dalla realta’, lentamente queste si confondono ed e’ qui che Scorsese rafforza la sua presenza ed esalta il proprio mestiere.  Del resto a ben vedere, la formula e’ mutuata pari pari da "Taxi driver" del quale segue le orme sin nella conclusione, per quanto lo faccia con toni molto molto piu’ leggeri e divertiti e De Niro in fondo veste gli stessi abiti sociopatici gia’ indossati da Travis e ancora prima dal Jon Rubin di depalmiama memoria
Nulla da dire sui protagonisti. In questi anni ho sviluppato un’anomala antipatia per De Niro credo dovuta al fatto che piu’ passano gli anni piu’ si ridimensiona il passato glorioso che pure ci ha offerto performance straordinarie e comunque la vicinanza temporale dalle avventure di Jake LaMotta, sottolinea la versatilita’ di un attore che in quegli anni era davvero al suo massimo.
Lewis e’  lontanissimo dal "picchiatello" che fu, una maschera indossata da un grande professionista ed esperto conoscitore del mondo dello spettacolo, che si manifesta in tutta la sua grandezza ed importanza.
Particina minuscola ma mi e’ piaciuta tantissimo Shelley Hack, anche per ricordarci che si puo’ essere grandi attori e attrici anche in piccoli ruoli.
Buono ma c’e’ qualcosa di imperfetto che resta sottotraccia in virtu’ delle tante forze in campo fin troppo esagerate per un soggetto tanto piccolo, per via di De Niro gia’ visto e per lo spirito per certi versi anticipatore ma gia’ surclassato dal "Videodrome" di Cronenberg successivo di pochi mesi e poi diciamolo, per il duo superarsi dopo "Toro scatenato" era davvero impossibile.

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Shutter Island – Martin Scorsese

Shutter IslandNon si puo’ discutere su questo film senza rivelare elementi importanti sul finale, quindi mi si perdonera’ se saro’ breve e molto vago.
Diro’ che la sola delusione e’ non tanto la conclusione in se’ quanto la sua prevedibilita’ ma sia chiaro, tutto il resto e’ notevole.
Esclusivamente in questo "Shutter Island" ricorda un altro film che qui non citero’ per non dare indizi, che invece seppe sorprendermi col suo cambio di marcia repentino ed impensabile, svelando gia’ a meta’ film l’arcano ma mantenendo una tensione altissima fino al finale quello si, inaspettato.
Regia di uno Scorsese che non ha da imparare niente da nessuno, lasciandosi ammirare in silenzio con molta referenza.
La padronanza sulla macchina da presa e’ la miglior peculiarita’ di un regista che da "Taxi driver" in poi ha mostrato una materia diversa delle citta’, delle case, dei muri, ha trasformato la telecamera in un oggetto fluido ed incorporeo andando oltre l’occhio che osserva, insegnando un nuovo modo di fare cinema.
Per cio’ che mi riguarda DiCaprio non deve dimostrarmi piu’ niente anzi aspetto il giorno in cui lo si elevera’ al rango di altri mostri sacri che da troppo tempo vivono di una rendita non sempre meritata.
Mark Ruffolo, Ted Levine accidenti, fategli fare cio’ che volete, io li guardero’ e infine Ben Kingsley resta un formidabile interprete che non riesco del tutto a far entrare nelle mie grazie ma ammetto dipende da un problema epidermico, non di qualita’ tecnica.
Dimenticavo la risposta alla domanda del 2010: "Shutter Island" o "Inception"?
Non ho dubbi, "Inception" con distacco importante ma non abissale.

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