Thomas Ruff, Anish Kapoor – MAST 03-11-2017

 

Thomas Ruff Anish Kapoor

 

Thomas Ruff
Anish Kapoor

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Ernst Reijseger – MAST 03-11-2017

 

Ernst Reijseger Ernst Reijseger Score

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Foto / Industria 03 – Bologna 14-10-2017 (prima parte)

Lee FriedlanderLee Friedlander

 

Joan FontcubertaJoan Fontcuberta

 

Mimmo Jodice
Mimmo Jodice

 

Michele Borzoni
Michele Borzoni

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La forza delle immagini – Mast, 03-06-2017

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Lavoro in movimento – MAST. 25-03-2017

Lavoro in movimentoIl Mast. e’ un luogo bellissimo, ogni volta lo scrivo, ogni volta sento il bisogno di sottolinearlo. Poi non lo so, sara’ stata la giornata di primavera, la visita a fine mattinata invece che a fine giornata ma m’e’ parso piu’ bello del solito. Anche la mostra e’ stata diversa dal solito. Se il Mast. persegue la missione di raccontare l’industria, di evolverla attraverso sinergie e ricerche e l’arte e’ un mezzo importante allo scopo. Abbiamo visto innumerevoli mostre fotografiche, spesso monografiche e non sempre di fotografi esclusivamente votati all’industria ma sempre ponendo al centro le macchine, il territorio, la finanza e di frequente l’uomo, uomo del passato o del presente, di tutti i continenti e in tutti i ruoli ricopribili all’interno del sistema. Questa volta invece sono i video ad essere protagonisti, siano essi installazioni o cortometraggi, con finalita’ artistiche o piu’ spesso politiche. Diversa e’ la grande sala non piu’ illuminata ma sapientemente in penombra per far vedere, ammirare gli schermi piccoli e grandi che ospitano le opere riassunte e dettagliate da tablet e non piu’ targhe appese. Ancora una volta Urs Stahel il curatore, si dimostra persona attenta e colta, originale e straordinariamente dotato nel proporre nuove idee anche attraverso un cambio sintattico.
Mostra collettiva, il lavoro soggetto del discorso e non potrebbe essere diversamente, laddove le video installazioni raccontano una storia o un concetto, talvolta attraverso metafore, come il lavoro di Chen, Doherty o Hugo, oppure con la cruda realta’ di Ancarani, Farocki / Ehmann, Vroege o Nuis. Impianti favolosi, dislocazione dei video mirata per confronti mai casuali, schermi ad alta visibilita’, audio direzionale impressionate e suggestivo. Sempre importanti le mostre del Mast. ma questa mi e’ particolarmente piaciuta per impostazione e organizzazione, Mi ripeto? Da non perdere.

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Dayanita Singh – MAST, 31-10-2016

Dayanita Singh - MASTCon impressionante regolarita’ il MAST persegue e prosegue la missione di divulgare i grandi artisti della fotografia industriale. Ottimo per noi fedeli visitatori.
Cio’ che piu’ colpisce e’ la capacita’ dei curatori di viaggiare nel tempo e nello spazio dell’arte fotografica, scegliendo nomi atipici o poco conosciuti per i non addetti ai lavori, fatto che si evidenzia ancora di piu’ con Dayanita Singh, nella sua prima esposizione nazionale.
Indiana classe 1961, la Singh si distingue proprio nella capacita’ di annullare tempo e spazio. Complice il perenne bianco e nero, tranne che nella serie Blue Book dove comunque il colere e’ viraggio emozionale ma intenzionalmente i suoi ritratti siano essi uomini o macchine, non riportano indicazioni cronologiche, lasciandoci in balia delle didascalie per comprendere che stiamo vedendo foto di qualche anno, non decenni addietro. L’effetto e’ voluto e l’India profonda aiuta, cosi’ come aiutano i macchinari ripresi da vecchie officine, gli scaffali ricolmi di carte di archivi che in fondo potrebbero essere pure nostri, tanto siamo messi male a burocrazia e digitalizzazione. Ci sono persone, uomini, impiegati in genere ma anche operai, che non lasciano trasparire alcuna forma di modernita’. Ed e’ un bene. Confesso una certa perplessita’ iniziale, dettata piu’ che altro da uno scarso interesse per l’India e annessi, non si discute pero’ la qualita’ del lavoro della Singh, le solide fondamenta strutturali delle serie proposte, rivelandosi tutto sommato tra le mostre piu’ in linea con gli intenti programmatici del MAST. viste sino ad oggi.

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Ceramica, latte, macchine e logistica – Fotografie dell’Emilia-Romagna, MAST 09-07-2016

Ceramica, latte, macchine e logisticaCome spin-off di Fotografia Europea 2016, il MAST propone una mostra che percorre la Via Emilia, arteria vitale dell’Emilia Romagna, macroregione ante litteram, unita ma non troppo, separata in casa da una sana e gaudente rivalita’, sempre con la voglia di fare, crescere, costruire e alla fine godersi la vita che resta, come il collante principale di cio’ che a tutti gli effetti e’ un destino comune. S’intende che la mostra del MAST e’ totalmente indipendente, solo tematicamente legata a Reggio Emilia e in sempre in  accordo con la mission della fondazione, ovvero presentare e raccontare le dinamiche della produzione e dell’industria. Da emiliano nato sulla Via Emilia, e’ pleonastico sentirsi a casa, riconoscendo sfondi e paesaggi, muri e cancellate, le crepe e i cortili persino, che sento parte di me, la sensazione di ognuno a rimirare casa propria del resto. E’ l’Emilia che lavora quella che interessa ai curatori, percio’ vi sono foto storiche di uomini e macchine, che troviamo nell’eccellenza definita da Basilico, Valsecchi e Barbieri, eccellenza tecnica e stilistica delle foto s’intende, perche’ qualcosa sta davvero cambiando, anzi il cambiamento e’ gia’ in atto. Forse sono i particolari di Guido Guidi, i volumi minimi e minimali, gli oggetti che da vicino divengono astrazioni, idee ed e’ l’idea dell’Emilia Romagna che ci si para innanzi, lo spirto e la forza e purtroppo, come gia’ visto a Reggio, quando una regione, tra le piu’ forti a livello nazionale, uno dei motori trainanti dell’economia Italiana, cede sul fronte dei piccoli artigiani votati al lavoro, allora la fine e’ imminente. Sono loro che stanno sparendo, trucidati da questa follia chiamata Europa, dai suoi burattini e se muore l’Emilia, non rimarra’ piu’ niente oltre la bellezza delle immagini, che si fondono con l’orrore del messaggio che ne esce. Ad ogni modo al MAST c’e’  un’esposizione di alta caratura tecnica ed estetica impreziosita dal film-documentario  "Le radici dei sogni – L’Emilia-Romagna tra cinema e paesaggio" di Francesca Zerbetto e Dario Zanasi che coglie appieno la gloria di cio’ che fu e lo sconforto di cio’ che sara’.
Gratuita sino all’11 Settembre 2016. Importante.

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Jakob Tuggener, MAST 19-03-2016

Jakob TuggenerNella tradizione o forse dovrei dire nella missione del MAST, troviamo una nuova mostra sulla fotografia industriale, storia e stile, vita e tecnica mai cosi’ intrecciate come di rado c’e’ dato di vedere. Jakob Tuggener, svizzero, classe 1904, anima d’artista che seppe esprimersi appena ne ebbe l’occasione attraverso fotografie industriali commissionate allo scopo di sottolineare l’avanzato stato tecnologico, una realta’ spesso asettica e ordinata laddove dietro la macchina c’e’ carne, sudore e umanita’.
Tuggener fu fortemente influenzato dal cinema espressionista tedesco e quello fu il taglio impresso alle fotto di strutture, impianti e ai volti duri, scolpiti nelle ombre profonde, nella serieta’ di occhi che paiono non vedere nulla oltre il lavoro. Dal fuochista all’impiegato, dal fattorino all’ingegnere, ritratti aderenti alla nuova oggettivita’ ma nel contempo esasperati nel segno netto e nel tratto obliquo, nel grigio che e’ sinonimo d’esistenza. La critica anche politica e’ evidente ma non e’ un fine ma una conseguenza di stile.
Il fotografo svizzero non ebbe molta fortuna in vita. Poco incline ai compromessi, nessuna concessione ai committenti o agli editori, una fermezza che impedi’ alle suo opere di diffondersi e che comunque non lo fermo’ dal comporre le proprie raccolte e collezioni. "Fabrik" il libro oggi ricordato come opere fondativa tra la fotografia industriale, ebbe al tempo scarso successo, oggi pero’ viene ampiamente recuperato e messo in mostra assieme ad altre foto di macchine, ritratti e costruzioni. Cinematografico anche nel raccontare storie con le singole immagini, come fotogrammi discontinui ma progressivi di una sola narrazione. A contrasto troviamo foto della ricca nobilta’ svizzera nei fasti del capodanno, rappresentazione che stride innanzi il duro lavoro dell’operaio, un occhio forse erroneamente ritenuto maligno al punto da impedire la pubblicazione da parte dei diretti interessati e solo recentemente recuperati. Non mancano video nei quali Tuggener sfogava la passione del cinema e in quale riconosciamo lo stile e il contenuto. Ancora una mostra importante, un pezzo di storia recuperato e diffuso, il giusto omaggio ad uno dei padri della fotografia di genere.

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Foto / Industria 02 – Bologna, 17-10-2015 (quinta parte)

Foto Industria II - Slavin Neal Slavin
Negli Stati Uniti, ma anche in Cina per quanto con molta meno ironia, le foto collettive sono di prassi e uno degli ultimi grandi esponenti del genere fu Neal Slavin.
Negli anni ’80 egli introdusse il fattore umano in quello che doveva essere un documento tecnico o una testimonianza di gruppi industriali, commerciali, servizi o di lavoratori in genere. Difficile da comprendere se tutto sommato parliamo di ritratti collettivi ma cio’ in cui Neal e’ riuscito, e’ stato di contestualizzare le persone al loro mestiere, immergerle nel quotidiano del lavoro pur sottraendoli ad esso per un ritratto in posa, quanto cioe’ di meno spontaneo immaginabile. Percio’ i macellai bevono birra coi loro bei camici imbrattati e i musicisti stanno appesi ad un traliccio come note sospese su un pentagramma. I lottatori di wrestling sudano sfidando l’osservatore e gli operatori del pronto intervento di sostanze pericolose hanno vicino un camion fumante.
Tutti pero’, indistintamente, sembrano divertirsi moltissimo e noi con essi, al punto che e’ difficile pensare si tratti di persone vere e non attori, perche’ in fondo, per una volta e qui e’ merito di Slavin, si rendono le persone protagoniste delle loro vite. Singolare e curioso, una bella testimonianza, forse ancora una volta molto a margine del contesto della biennale ma non fuori luogo.

Conclusioni
Biennale che conferma doti e intraprendenza, altissima qualita’ e persino qualche eccellenza. Una manifestazione iniziata bene e che prosegue per il meglio offrendo la possibilita’ di vedere grandi artisti in contesti strepitosi di una Bologna che quando vuole sa essere bellissima. Pero’ qualche perplessita’ mi rimane. Ho apprezzato, tutto, davvero ogni singola mostra, qualcuna mi ha entusiasmato ma personalmente ho un’altra idea di fotografia industriale. I curatori si badi bene, hanno fatto un ottimo lavoro scegliendo di raccontare l’industria girandogli attorno, mostrandone sfaccettature e rovesci, puntando piu’ sull’arte che sulla tecnica. A giudicare dalla quantita’ di pubblico e’ stata una scelta vincente e lo dico a occhio, senza dati ufficiali e certamente e’ servita ad attrarre anche coloro piu orientati in senso artistico ma senza entrare nel merito della qualita’ dei singoli artisti, tantomeno creando paralleli e confronti, ho preferito la precedente edizione perche’ in linea con la mia concezione di industria raccontata dalla fotografia. Mi e’ mancato Basilico, van Arkel, anche il Cartier Bresson industriale, che ho ritrovato in Gorny, Campigotto e Burtynsky ma sono scelte e preferenze soggettive s’intende, strade diverse che spetta ai curatori decidere. La manifestazione e’ giovane, ci sta la sperimentazione e comunque attendero’ volentieri due anni per la prossima edizione. Consiglio di fare altrettanto.

Foto / Industria 02 – Bologna, 24-10-2015 (quarta parte)

Foto Industria II - NohJason Sangik Noh
Se il corpo umano e’ una macchina, allora il medico e’ un meccanico. Detta cosi’ contestualizziamo il lavoro di  Sangik Noh all’interno di Foto / Industria 2015. Medico chirurgo, specializzato in oncologia, Noh coltiva parimenti la passione per la fotografia e la inserisce all’interno del suo lavoro. Trattando di tumori, la questione e’ delicata e i confini si fanno complessi ed articolati, non troppo lontani dal contesto ma con la distanza necessaria per non urtare i soggetti delle foto e lo spettatore. Se da un lato vi sono gli strumenti quotidiani del lavoro ricontestualizzati in forme e sequenze, vetrini allineati, attrezzi operatori in controluce, tavoli sfumati di organico ed inorganico, dall’altro i referti clinici si mescolano alle storie dei pazienti, grafici e foto, fredde analisi con l’umano destino intrecciati indissolubilmente tra loro. La vita e soprattutto la morte racchiusa in grafici che palano di giorni di sofferenza e paura. Noh e’ preciso ma non freddo, amministra bene e con equilibrio cio’ che espone, fa pensare, fa paura eppure v’e’ anche speranza nelle guarigioni o nelle aspettative di vita. Molto interessante ma tolta la premessa sopra, e’ difficile pensare la mostra in questo ambito.

Foto Industria II - CampigottoLuca Campigotto
Posso dire finalmente? Si, finalmente ad una bella esposizione di fotografia industriale ed e’ ancora meglio se e’ un italianissimo Luca Campigotto a proporcela. In questo contesto i suoi soggetti privilegiati sono il porto di Genova e New York ma non fondo i porti, le navi, i dettagli delle carene e delle gru appartengono a tutti i porti del mondo, non fosse per la magnificenza della costa ligure e il noir statunitense che tanto bene conosciamo da film e telefilm. La sua e’ una ricerca del particolare che nel caso di navi grandi come palazzi, significa volumi giganteschi che si riflettono nel grandissimo formato delle stampe, una miriade di particolari ai quali non si fa mai caso ma che s’esaltano nelle luci artificiali a rendere l’atmosfera a volte surreale quando in fondo, ad essere surreale e’ la forza immane della meccanica quando l’uomo dimostra di saperla governare. Iperrealismo spinto al punto di divenire astratto, campi lunghi che creano nuove prospettive e nuove forme, un gioco incessante di ricostruzione del contesto e dell’oggetto. Soprattutto pero’ immagini bellissime nelle quali si entra coi sensi, da osservare per ore senza fatica alcuna, anzi con grande piacere. Ecco, Campigotto e’ il punto centrale di questa biennale, il perno stilistico e tematico che valorizza una manifestazione di questo tipo. Splendido anche il contesto dello Spazio Carbonesi, certamente si esaltano a vicenda.

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