Dayanita Singh – MAST, 31-10-2016

Dayanita Singh - MASTCon impressionante regolarita’ il MAST persegue e prosegue la missione di divulgare i grandi artisti della fotografia industriale. Ottimo per noi fedeli visitatori.
Cio’ che piu’ colpisce e’ la capacita’ dei curatori di viaggiare nel tempo e nello spazio dell’arte fotografica, scegliendo nomi atipici o poco conosciuti per i non addetti ai lavori, fatto che si evidenzia ancora di piu’ con Dayanita Singh, nella sua prima esposizione nazionale.
Indiana classe 1961, la Singh si distingue proprio nella capacita’ di annullare tempo e spazio. Complice il perenne bianco e nero, tranne che nella serie Blue Book dove comunque il colere e’ viraggio emozionale ma intenzionalmente i suoi ritratti siano essi uomini o macchine, non riportano indicazioni cronologiche, lasciandoci in balia delle didascalie per comprendere che stiamo vedendo foto di qualche anno, non decenni addietro. L’effetto e’ voluto e l’India profonda aiuta, cosi’ come aiutano i macchinari ripresi da vecchie officine, gli scaffali ricolmi di carte di archivi che in fondo potrebbero essere pure nostri, tanto siamo messi male a burocrazia e digitalizzazione. Ci sono persone, uomini, impiegati in genere ma anche operai, che non lasciano trasparire alcuna forma di modernita’. Ed e’ un bene. Confesso una certa perplessita’ iniziale, dettata piu’ che altro da uno scarso interesse per l’India e annessi, non si discute pero’ la qualita’ del lavoro della Singh, le solide fondamenta strutturali delle serie proposte, rivelandosi tutto sommato tra le mostre piu’ in linea con gli intenti programmatici del MAST. viste sino ad oggi.

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Ceramica, latte, macchine e logistica – Fotografie dell’Emilia-Romagna, MAST 09-07-2016

Ceramica, latte, macchine e logisticaCome spin-off di Fotografia Europea 2016, il MAST propone una mostra che percorre la Via Emilia, arteria vitale dell’Emilia Romagna, macroregione ante litteram, unita ma non troppo, separata in casa da una sana e gaudente rivalita’, sempre con la voglia di fare, crescere, costruire e alla fine godersi la vita che resta, come il collante principale di cio’ che a tutti gli effetti e’ un destino comune. S’intende che la mostra del MAST e’ totalmente indipendente, solo tematicamente legata a Reggio Emilia e in sempre in  accordo con la mission della fondazione, ovvero presentare e raccontare le dinamiche della produzione e dell’industria. Da emiliano nato sulla Via Emilia, e’ pleonastico sentirsi a casa, riconoscendo sfondi e paesaggi, muri e cancellate, le crepe e i cortili persino, che sento parte di me, la sensazione di ognuno a rimirare casa propria del resto. E’ l’Emilia che lavora quella che interessa ai curatori, percio’ vi sono foto storiche di uomini e macchine, che troviamo nell’eccellenza definita da Basilico, Valsecchi e Barbieri, eccellenza tecnica e stilistica delle foto s’intende, perche’ qualcosa sta davvero cambiando, anzi il cambiamento e’ gia’ in atto. Forse sono i particolari di Guido Guidi, i volumi minimi e minimali, gli oggetti che da vicino divengono astrazioni, idee ed e’ l’idea dell’Emilia Romagna che ci si para innanzi, lo spirto e la forza e purtroppo, come gia’ visto a Reggio, quando una regione, tra le piu’ forti a livello nazionale, uno dei motori trainanti dell’economia Italiana, cede sul fronte dei piccoli artigiani votati al lavoro, allora la fine e’ imminente. Sono loro che stanno sparendo, trucidati da questa follia chiamata Europa, dai suoi burattini e se muore l’Emilia, non rimarra’ piu’ niente oltre la bellezza delle immagini, che si fondono con l’orrore del messaggio che ne esce. Ad ogni modo al MAST c’e’  un’esposizione di alta caratura tecnica ed estetica impreziosita dal film-documentario  "Le radici dei sogni – L’Emilia-Romagna tra cinema e paesaggio" di Francesca Zerbetto e Dario Zanasi che coglie appieno la gloria di cio’ che fu e lo sconforto di cio’ che sara’.
Gratuita sino all’11 Settembre 2016. Importante.

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Jakob Tuggener, MAST 19-03-2016

Jakob TuggenerNella tradizione o forse dovrei dire nella missione del MAST, troviamo una nuova mostra sulla fotografia industriale, storia e stile, vita e tecnica mai cosi’ intrecciate come di rado c’e’ dato di vedere. Jakob Tuggener, svizzero, classe 1904, anima d’artista che seppe esprimersi appena ne ebbe l’occasione attraverso fotografie industriali commissionate allo scopo di sottolineare l’avanzato stato tecnologico, una realta’ spesso asettica e ordinata laddove dietro la macchina c’e’ carne, sudore e umanita’.
Tuggener fu fortemente influenzato dal cinema espressionista tedesco e quello fu il taglio impresso alle fotto di strutture, impianti e ai volti duri, scolpiti nelle ombre profonde, nella serieta’ di occhi che paiono non vedere nulla oltre il lavoro. Dal fuochista all’impiegato, dal fattorino all’ingegnere, ritratti aderenti alla nuova oggettivita’ ma nel contempo esasperati nel segno netto e nel tratto obliquo, nel grigio che e’ sinonimo d’esistenza. La critica anche politica e’ evidente ma non e’ un fine ma una conseguenza di stile.
Il fotografo svizzero non ebbe molta fortuna in vita. Poco incline ai compromessi, nessuna concessione ai committenti o agli editori, una fermezza che impedi’ alle suo opere di diffondersi e che comunque non lo fermo’ dal comporre le proprie raccolte e collezioni. "Fabrik" il libro oggi ricordato come opere fondativa tra la fotografia industriale, ebbe al tempo scarso successo, oggi pero’ viene ampiamente recuperato e messo in mostra assieme ad altre foto di macchine, ritratti e costruzioni. Cinematografico anche nel raccontare storie con le singole immagini, come fotogrammi discontinui ma progressivi di una sola narrazione. A contrasto troviamo foto della ricca nobilta’ svizzera nei fasti del capodanno, rappresentazione che stride innanzi il duro lavoro dell’operaio, un occhio forse erroneamente ritenuto maligno al punto da impedire la pubblicazione da parte dei diretti interessati e solo recentemente recuperati. Non mancano video nei quali Tuggener sfogava la passione del cinema e in quale riconosciamo lo stile e il contenuto. Ancora una mostra importante, un pezzo di storia recuperato e diffuso, il giusto omaggio ad uno dei padri della fotografia di genere.

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Foto / Industria 02 – Bologna, 17-10-2015 (quinta parte)

Foto Industria II - Slavin Neal Slavin
Negli Stati Uniti, ma anche in Cina per quanto con molta meno ironia, le foto collettive sono di prassi e uno degli ultimi grandi esponenti del genere fu Neal Slavin.
Negli anni ’80 egli introdusse il fattore umano in quello che doveva essere un documento tecnico o una testimonianza di gruppi industriali, commerciali, servizi o di lavoratori in genere. Difficile da comprendere se tutto sommato parliamo di ritratti collettivi ma cio’ in cui Neal e’ riuscito, e’ stato di contestualizzare le persone al loro mestiere, immergerle nel quotidiano del lavoro pur sottraendoli ad esso per un ritratto in posa, quanto cioe’ di meno spontaneo immaginabile. Percio’ i macellai bevono birra coi loro bei camici imbrattati e i musicisti stanno appesi ad un traliccio come note sospese su un pentagramma. I lottatori di wrestling sudano sfidando l’osservatore e gli operatori del pronto intervento di sostanze pericolose hanno vicino un camion fumante.
Tutti pero’, indistintamente, sembrano divertirsi moltissimo e noi con essi, al punto che e’ difficile pensare si tratti di persone vere e non attori, perche’ in fondo, per una volta e qui e’ merito di Slavin, si rendono le persone protagoniste delle loro vite. Singolare e curioso, una bella testimonianza, forse ancora una volta molto a margine del contesto della biennale ma non fuori luogo.

Conclusioni
Biennale che conferma doti e intraprendenza, altissima qualita’ e persino qualche eccellenza. Una manifestazione iniziata bene e che prosegue per il meglio offrendo la possibilita’ di vedere grandi artisti in contesti strepitosi di una Bologna che quando vuole sa essere bellissima. Pero’ qualche perplessita’ mi rimane. Ho apprezzato, tutto, davvero ogni singola mostra, qualcuna mi ha entusiasmato ma personalmente ho un’altra idea di fotografia industriale. I curatori si badi bene, hanno fatto un ottimo lavoro scegliendo di raccontare l’industria girandogli attorno, mostrandone sfaccettature e rovesci, puntando piu’ sull’arte che sulla tecnica. A giudicare dalla quantita’ di pubblico e’ stata una scelta vincente e lo dico a occhio, senza dati ufficiali e certamente e’ servita ad attrarre anche coloro piu orientati in senso artistico ma senza entrare nel merito della qualita’ dei singoli artisti, tantomeno creando paralleli e confronti, ho preferito la precedente edizione perche’ in linea con la mia concezione di industria raccontata dalla fotografia. Mi e’ mancato Basilico, van Arkel, anche il Cartier Bresson industriale, che ho ritrovato in Gorny, Campigotto e Burtynsky ma sono scelte e preferenze soggettive s’intende, strade diverse che spetta ai curatori decidere. La manifestazione e’ giovane, ci sta la sperimentazione e comunque attendero’ volentieri due anni per la prossima edizione. Consiglio di fare altrettanto.

Foto / Industria 02 – Bologna, 24-10-2015 (quarta parte)

Foto Industria II - NohJason Sangik Noh
Se il corpo umano e’ una macchina, allora il medico e’ un meccanico. Detta cosi’ contestualizziamo il lavoro di  Sangik Noh all’interno di Foto / Industria 2015. Medico chirurgo, specializzato in oncologia, Noh coltiva parimenti la passione per la fotografia e la inserisce all’interno del suo lavoro. Trattando di tumori, la questione e’ delicata e i confini si fanno complessi ed articolati, non troppo lontani dal contesto ma con la distanza necessaria per non urtare i soggetti delle foto e lo spettatore. Se da un lato vi sono gli strumenti quotidiani del lavoro ricontestualizzati in forme e sequenze, vetrini allineati, attrezzi operatori in controluce, tavoli sfumati di organico ed inorganico, dall’altro i referti clinici si mescolano alle storie dei pazienti, grafici e foto, fredde analisi con l’umano destino intrecciati indissolubilmente tra loro. La vita e soprattutto la morte racchiusa in grafici che palano di giorni di sofferenza e paura. Noh e’ preciso ma non freddo, amministra bene e con equilibrio cio’ che espone, fa pensare, fa paura eppure v’e’ anche speranza nelle guarigioni o nelle aspettative di vita. Molto interessante ma tolta la premessa sopra, e’ difficile pensare la mostra in questo ambito.

Foto Industria II - CampigottoLuca Campigotto
Posso dire finalmente? Si, finalmente ad una bella esposizione di fotografia industriale ed e’ ancora meglio se e’ un italianissimo Luca Campigotto a proporcela. In questo contesto i suoi soggetti privilegiati sono il porto di Genova e New York ma non fondo i porti, le navi, i dettagli delle carene e delle gru appartengono a tutti i porti del mondo, non fosse per la magnificenza della costa ligure e il noir statunitense che tanto bene conosciamo da film e telefilm. La sua e’ una ricerca del particolare che nel caso di navi grandi come palazzi, significa volumi giganteschi che si riflettono nel grandissimo formato delle stampe, una miriade di particolari ai quali non si fa mai caso ma che s’esaltano nelle luci artificiali a rendere l’atmosfera a volte surreale quando in fondo, ad essere surreale e’ la forza immane della meccanica quando l’uomo dimostra di saperla governare. Iperrealismo spinto al punto di divenire astratto, campi lunghi che creano nuove prospettive e nuove forme, un gioco incessante di ricostruzione del contesto e dell’oggetto. Soprattutto pero’ immagini bellissime nelle quali si entra coi sensi, da osservare per ore senza fatica alcuna, anzi con grande piacere. Ecco, Campigotto e’ il punto centrale di questa biennale, il perno stilistico e tematico che valorizza una manifestazione di questo tipo. Splendido anche il contesto dello Spazio Carbonesi, certamente si esaltano a vicenda.

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Foto / Industria 02 – Bologna, 24-10-2015 (terza parte)

Foto Industria II - GimpelLeon Gimpel
Parigi all’inizio del secolo scorso era leggenda, lo sappiamo tutti, uno splendore che la I Guerra Mondiale non riusci’ del tutto ad offuscare. L’immaginario artistico e letterario travalicava confini e stagioni ma a un dato momento, complice la tecnologia, questo splendore arrivo’ innanzi gli occhi di chiunque anche grazie al lavoro di Gimpel, Incantato dalle luci che la Parigi degli anni venti offriva, coperta com’era dai neon a loro volta brevettati da pochi anni, Gimpel divenne un testimone privilegiato della sinergia che la tecnologia assieme a un’amministrazione accorta e il commercio, sapevano offrire.  Sfruttando quello che allora era un recente procedimento fotografico chiamato autocromia, Gimpel offri’ al mondo una Parigi stupefacente anche al giorno d’oggi, paesaggio antico ma nel contempo stilizzato e futuristico nell’accezione romantica del termine. Foto di piccolo formato che accresce il misticismo di immagini fuori dal tempo, eterne in quanto stilizzate ed astratte eppure cosi’ presenti in un immaginario che il tempo accenna appena a sfumare.
L’unica osservazione che mi sento di sollevare riguarda la presenza in biennale perche’ e’ vero che in qualche modo ben rappresenta le forze di un sistema che "Foto / industria" racconta ma e’ il discorso tecnico che prevale sul contenuto, diciamo che il medium sovrasta il messaggio.

Foto Industria II - HaoHong Hao
Il tempio, per cosi’ dire, bolognese dell’arte moderna ospita le opere di Hong Hao, artista cinese che da oltre dieci anni lavora a questo singolare progetto nel quale con pazienza a dir poco certosina, cataloga e scannerizza i piccoli e grandi oggetti del suo quotidiano, quelli che potrebbero appartenere a chiunque, riorganizzandoli in grandi pattern cromaticamente omogenei, tematicamente solo in apparenza disordinati laddove talvolta emerge l’esigenza di creare una forma, altre un tema specifico. Percio’ si passa da pura estetica alla constatazione di una maoismo pop e coloratissimo. Il messaggio politico e’ ben preciso, anzi potremmo riassumere il lavoro di Hao in "posseggo quindi sono", in un misto d’ironia e tragica constatazione di un consumismo spaventoso e senza controllo. L’individuo perso in una miriade di inutilita’, smarrito in cio’ che gli appartiene, confonde il proprio valore con cio’ che possiede e serve l’artista per esibirlo e anzi per contrasto esporre un’opera interamente formata da capelli tagliati, per aumentare la confusione tra individuo e oggetti che gli appartengono coi quale fare arte. Mi e’ piaciuto tantissimo, una delle migliori mostre della biennale, il punto pero’ e’: cio’ basta per definire industriale il lavoro di Hao? La critica sul capitale e’ una critica all’industria s’intende ma potrebbe non centrare l’obiettivo delle Foto / industria. Vedremo meglio al tirare delle somme.

Foto Industria II - LinkO. Winston Link
Link fu evidentemente un uomo di grande passione anzi con due passioni importanti, la fotografia e i treni. Per questa ragione divenne uno dei testimoni piu’ importanti di questo mezzo di locomozione al punto che in pochi anni, produsse una copiosa quantita’ di immagini spettacolari e ben caratterizzate. Il treno diviene protagonista non soltanto per l’irrompere nella scena ma come elemento vivente che partecipa, si mostra, sorprende, pare mettersi in posa. E’ in fondo la cifra stilistica di Link, questo e’ ovvio, pero’ il suo non e’ un lavoro tecnico o meccanico, non solo ma il voler a tutti i costi ritrarre persone in momenti di vita comune assieme a treni non per forza al centro dell’attenzione, fa delle sue foto una vera miniera di curiosita’. Nemmeno si preoccupava di raggiungere un realismo assoluto, anzi come in ogni buon ritratto che si rispetti, Link imbastiva dei veri e propri set fotografici, giganteschi s’intende dato il soggetto e le distanze che nelle foto in notturna richiedevano un impianto d’illuminazione di tutto rispetto, hollywoodiano persino. Stiamo parlando degli anni d’oro del cinema, dell’America che ha conquistato mediaticamente il mondo, la seconda meta’ degli anni ’50, quella degli Happy Days e dei drive-in, l’America della torta di mele e dei film di Elvis, l’innocenza vera o presunta di una nazione che della tecnologia e del benessere ha fatto il suo vanto e ragione d’essere. In tutto questo emerge prepotente la meccanica, marginale al contesto Link, forte in quello della biennale. Un bello spaccato di vita che non c’e’ piu’.

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Foto / Industria 02 – Bologna, 17-10-2015 (seconda parte)

Foto Industria II - LachapelleDavid LaChapelle
Indubbiamente e’ il nome che piu’ colpisce della biennale, quantomeno perche’ non te lo aspetti.
Da quanto racconta il curatore Francois Hebel. nemmeno LaChapelle credeva di finire in un contesto di foto industriale, ha snobbato percio’ l’evento e solo quando il suo manager ha visitato i nuovissimi spazi della Pinacoteca Nazionale, si e’ reso conto di che gran bell’ambiente fosse. Ad ogni modo resta la domanda: che ci sta a fare un fotografo glamour come lui? Semplice, attraverso la meticolosa costruzione di impianti petroliferi in miniatura, usando materiale quotidiano quando non di scarto e fotografando i modelli in ambienti naturali, illuminati pero’ dalle tinte sature e traslucide che contraddistinguono la sua cifra stilistica. Divertente, straniante, impatto forte e sorprendente, godibile dalla distanza e ravvicinato, grandi formati da esplorare alla ricerca di oggetti comuni nell’inganno delle scale e proporzioni. Stampa di altissima qualita’, la migliore digitale che abbia visto sino ad oggi. Foto industriale e LaChapelle, entrambi sotto un nuovo punto di vista.

Foto Industria II - BurtynskyEdward Burtynsky
Di Burtynsky nessuna foto, solo diapositive e va bene se cio’ esalta il suo lavoro che si appoggia su grandi spazi e grandi ambienti. Immagini portentose, riprese dall’alto di natura contaminata o all’interno di montagne e cave dove l’uomo e’ intervenuto per sfruttare e piegare, anzi piagare l’ambiente.
Non mancano impianti giganteschi, strade e discariche, macrovisioni che in qualche modo raccontano una storia piu’ complessa di cio’ che il semplice messaggio ecologista vorrebbe proporre.
Cio’ che Burtynsky ritrae e’ la nuova carne della Terra, qualcosa alla quale dovremmo abituarci, non senza preoccupazione o rabbia o volonta’ d’intervenire ma nel contempo serve la consapevolezza dello stato delle cose e comunque fare i conti con una nuova estetica che tolti i risvolti etici, e’ indubbiamente affascinante.
In qualche modo il suo occhio si sottrae al giudizio ma sappiamo bene che non e’ cosi’ e che prima o dopo serve fare i conti col nostro operato, dove siamo e dove si andra’ a finire.
Percio’ Burtynsky si puo’ leggere sotto diverse angolazioni, denuncia o rappresentazione, allarme o meraviglia, comunque fa riflettere, suscita sensazioni perche’ la tensione che si crea e’ altissima.
Di politica ne dobbiamo ingoiare gia’ abbastanza, mi piace percio’ la pura estetica ed e’ grandiosa.

Foto Industria II - RyanKathy Ryan
Lavorando con la fotografia da 30 anni per il New York Times, qualcosa la Ryan deve aver pur capito, percio’ le sue foto, prima postate su Instagram, poi raccolte in un bel volume presentato da Renzo Piano, hanno molto piu’ del mestiere improvvisato del principiante. Il mondo del lavoro e chi lo frequenta, persone e mobili, oggetti d’uso comune sono tutti protagonisti nel grande teatro degli uffici newyorkesi della redazione e in essi una regina su tutti: la luce. Ad un primo sguardo verrebbe da dire che e’ ben poca cosa ma in effetti c’e’ del buono, talvolta dell’ottimo in cio’ che la Ryan racconta, insomma e’ brava. Del resto ella non si pone come nuova rivoluzione, semmai propende per un less is more che in ambito fotografico invita a ricercare la bellezza nelle piccole cose, in cio’ che abbiamo davanti gli occhi quotidianamente e che se visto coi giusti occhi puo’ essere sublime. Ha ragione e in breve sfuma la voglia di sottovalutare cio’ che sembra facile quando in fondo se e’ vero che bastava guardare, lei lo ha fatto e noi no e cio’ le e’ di merito. Certo, gli splendidi interiors valgono da soli meta’ foto e New York fuori dalle finestre aiuta molto. Fotografia industriale? Coi suoi distinguo, si.

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Foto / Industria 02 – Bologna, 17-10-2015 (prima parte)

Patrocinata dalla Fondazione MAST, l’edizione 2015 di Foto / Industria invade la citta’ di Bologna che gia’ due anni fa ospito’ l’edizione passata, la prima in assoluto. Se in precedenza fui sorpreso dall’evento che colsi per un soffio,  ho avuto due anni per preparami, pianificare le visite e soprattutto seguire le pregevoli iniziative del MAST.
Ancora una volta la biennale si distingue per la qualita’ del materiale proposto e per le superbe sedi che la ospitano, merito ovviamente di una Bologna che non ha nulla da invidiare a ben altre citta’ italiane e che regge meglio, almeno per ora, la barbarie che avanza su tutto il territorio nazionale.
Il proponimento resta comunque uno solo: il mondo del lavoro visto sotto diverse angolazioni, nel presente e nel passato, in ogni angolo della Terra, senza confini.

Foto Industria II - GardinGianni Berengo Gardin
Prima mostra ad essere visitata e certo una delle piu’ rappresentative in seno alla manifestazione. Quarant’anni di industria italiana e d’italiani, quarant’anni pesanti in termini sociali e tecnologici, non solo per noi s’intende ma guardando quei volti, quegli spazi, quelle macchina, si coglie immediatamente la velocita’ vorticosa dal dubbio esito che stiamo vivendo. Gardin e’ interessato all’industria ma all’interno di una estetica che non la predilige.
Egli resta tra l’artistico e il didascalico, le persone ritratte si pongono innanzi all’obbiettivo col fare del ritratto pur restando nel posto di lavoro, congelati in un istante qualunque della quotidianita’. E’ un’Italia pacifica e pacificata, al limite dell’irreale stando ai racconti distorti di un’epica sindacale, eppure rendiamoci conto che siamo, o siamo stati, una nazione di gente che prima di tutto lavora, poi se ha tempo e voglia scende in piazza. Sto parlando dell’Italia migliore ovviamente, l’Italia che Gardin ritrae con tanta grazia senza concedere pero’ alcuna poesia ad una realta’ gia’ importante per come e’

Foto Industria II - GonnordPierre Gonnord
Nella spettacolare ed evocativa cornice del Genus Bononiae Santa Maria della Vita, Gonnord espone i volti e con essi le storie di minatori dell’Asturia una regione al nord della Spagna che da generazioni lotta per sopravvivere malgrado le difficili condizioni di lavoro. Non saranno pero’ le difficiolta’ e i padroni e sconfiggerli ma la Comunita’ europea che esige la chiusura di queste miniere e ancora una volta il "ce lo chiede l’Europa" diviene un colpo al cuore della nostra civilta’. Non solo minatori, comunque, volti di gente lontana dalla modernita’ alla quale siamo abituati, gente d’uso conquistare la vita con la forza delle braccia e quella lotta resta sui loro volti come un marchio indelebile. Complesso di opere dal forte impatto non v’e’ dubbio, coadiuvato anche da slide show con foto e Arvo Part. Il grande formato immerge lo spettatore nelle vite degli altri e la meravigliosa sala del palazzo con le luci morbide e la delicata penombra fanno tutto il resto. L’unica pecca e’ la sensazione di voler spingere troppo sul pathos, arrivando a truccare i soggetti, falsando cosi’ la spontaneità del volto e l’intento politico dell’operazione.

Foto Industria II - GornyHein Gorny
Nel piccolo ma significativo spazio che la scorsa edizione riservo’ a Henry Cartier Bresson, troviamo le foto di Hein Gorny che nulla hanno da invidiare al grande artista francese. Gorny fu un fotografo industriale molto importante nella Germania della prima meta’ del ‘900, rappresentante della "Nuova oggettivita’", movimento che manteneva intatti funzione e forma, cercando o creando nel contempo un’estetica che esaltasse il prodotto e la fantasia.
Piegando la luce emergono nuove geometrie che si stagliano nella serialita’ e nella prospettive sorprendenti, percio’ pur vedendoimmagini commerciali, si resta incantati dai pattern che magicamente prendono vita da semplici aghi o biscotti. Gorny e’ fenomenale, un vero artista che in una sola immagine coniuga l’esperienza del Bauhaus, di Duchamp e Man Ray , lavori che non tradiscono il committente e tantomeno l’anima del fotografo.
Egli non deforma il prodotto , semmai riesce nel difficile compito di inventare qualcosa di totalmente nuovo pur lasciando in primo piano il soggetto scelto. Ecco, se devo pensare ad un insieme compatto di arte e tecnica, di logica e stupore, Gorny ne e’ un perfetto campione. Una delle mostre che ho preferito

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Industria Oggi (Mast. 25-07-2015)

Industria OggiPerche’ cercare il fresco nei centri commerciali quando si puo’ entrare in un museo? Per carita’ non saro’ io a ridurre la funzione dei musei in luoghi barbari per primitivi di ogni eta’, anzi ne ho una visione piuttosto settaria e snobistica, resta il fatto pero’ che approfittando di un giro per Bologna malgrado il clima non proprio temperato fresco, la visita al Mast si e’ rivelata piacevole non soltanto per il contenuto ma anche per i gradi.
Ormai posso dirmi un fedele frequentatore del museo che e’ nel contempo ambiente di studio, sperimentazione e d’economia. L’industria racconta se stessa e lo fa con grande capacita’ espositiva e sintattica.
La mostra attuale, iniziata il 14 Maggio 2015 e che si protrarra’ sino al 6 Settembre, e’ dedicata alla fotografia industriale dura e pura o quantomeno quando se ne discosta, e’ soltanto per mostrare variazioni sul tema. Sempre ben documentata con l’eccezionale piccolo catalogo dato all’ingresso, ancora una volta non si resta delusi, anzi di tutte le mostre a tema viste sino ad ora, questa che e’ la piu’ generica e corale, viene incontro a chi come me ha la passione per la fotografia industriale in senso assoluto e ricerca la geometria perfetta nell’ordinata stratificazione di forme che la meccanica concede.
Da un lato quindi s’esalta l’aspetto estetico solo fino ad un certo punto casuale dal momento in cui l’ordine e’ eleganza e l’eleganza e’ Bellezza ma nel contempo si sottolinea l’aspetto etico di un’industria sempre meno soggetta all’espansione meccanica incontrollata e altresi’ soggetta e rigide regole di programmazione.
Non v’e’ dubbio che molte fotografie, pensiamo agli stabilimenti Ferrari ritratti da Olivio Barbieri o agli impianti di Carlo Valsecchi, nascono a fini di propaganda, riuscendoci molto bene per quanto s’intende, lo splendore, l’ordine, l’eleganza e la luminosita’ di certi ambienti e’ per forza di cose artefatta. Ad ogni modo non siamo qui per discutere di etica, semmai e’ proprio il Mast e proporre nuove analisi attraverso le foto di Jim Goldberg o Sebastiao Selgado con l’altra faccia dell’industrializzazione. Anche Jacqueline Hassink, Allan Sekula e Bruno Serralongu pongono interrogativi talvolta polemici, altri ironici, all’interno dell’industria stessa, dei suoi uomini e del loro ambiente di lavoro.
A corredo, due proiezioni su cio’ che resta quando l’uomo e suoi manufatti lasciano l’ambiente di lavoro e degli effetti che l’ambiente subisce. Insomma non solo luci ma anche ombre e appunto, c’e’ da dar merito al Mast di non trascurare questo aspetto.
Come detto tante sono le mostre tematiche alle quali ho assistito, ma questa e’ certamente tra le migliori in assoluto e comunque il Mast resta un ambiente formidabile da visitare.

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Emil Otto Hoppe’, MAST. Bologna 21-03-2015

Emil Otto Hoppe'_1Con grande piacere torniamo al MAST, imponente ed elegante struttura sede della fondazione omonima che pone al centro degli studi la ricerca quando coinvolge innovazione, arte e tecnologia.
Programmaticamente le loro esposizioni restano nell’ambito della sfera industriale e la fotografia, tra tutte le arti, coniuga la tecnica con l’estetica di un sistema che dell’ordine e della struttura sa fare la propria cifra stilistica.
Questa volta al MAST. si racconta di Emil Otto Hoppe’, personaggio singolare dal destino ancora piu’ singolare. Tedesco naturalizzato inglese, terminati gli studi di economia si dedico’ alla fotografia con straordinari risultati al punto che attorno al 1920, era uno dei fotografi piu’ famosi non solo in patria ma nel mondo.
Davanti alle sue lenti sono passati principi e regine, artisti di fama internazionale, letterati e politici, esponenti del bel mondo e semplici volti che egli trovo’ caratteristici. Nel contempo si rese celebre con reportage dal mondo, tempi quelli in cui la fotografia era il solo modo per conoscere altri paesi e altri culture e se a tutto questo si aggiungeva l’occhio privilegiato dell’artista, si faceva la storia.
Qualcosa pero’ ando’ storto nella carriera di Hoppe’ perche’ negli anni ’50. ormai settantenne e in pensione, cedette l’intero suo archivio che fu catalogato per genere e non per autore, smarrendo l’uniformita’ tematica e finendo velocemente in un oblio immeritato. Solo di recente la sua opera e’ stato recuperata integralmente e il MAST offre in anteprima mondiale 200 scatti della realta’ industriale nei primi decenni del secolo scorso.
Lo stato di conservazione non sempre e’ eccellente ma cio’ non inficia il valore artistico degli scatti e comunque una parte considerevole e’ ristampata in digitale. In aggiunta alle fotografie, girano in rotazione proiezioni di alcune delle sue collezioni di ritratti, artisti del balletto russo, nudi, Africa, Australia e Inghilterra.
Infine non manca un breve documentario nel quale viene raccontato il quasi fortuito ritrovamento delle sue foto e il percorso di vita e carriera. 
Un ringraziamento doveroso al MAST. anche per il piccolo ma prezioso catalogo in omaggio e la grande attenzione che pone in queste iniziative.

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