Kenro Izu – Requiem for Pompei – MATA Modena 30-05-2020

Izu 1

Izu 2

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Franco Fontana, Sintesi – Fondazione Arti Visive, MATA, Modena 20-04-2019

Franco Fontana

Franco Fontana

Master of Photography – Mata, Modena, 16-09-2017

Master of Photography 1

Master of Photography, Gillian Allard

Effimera 2 – Mata, Modena, 15-04-2017

Effimera 2Chi non c’e’ non puo’ capire la tragedia grottesca del Mata, incolpevole figlio di una amministrazione dissennata, dalla vista strabica, lontana del buon senso e allegra coi soldi pubblici. In meno di due anni, s’e’ visto di tutto, dal pessimo all’avvilente e qualche buon momento, anzi uno solo a ben pensare, con "Effimera" che proprio l’anno scorso in questo periodo, ha ridato un po’ di speranza a gioia a questa povera Modena maltrattata.
La cosa e’ talmente vera che qualcuno ha deciso di inaugurare una seconda edizione di "Effimera", idea che normalmente riterrei ridicola ma dal momento in cui si offre a Chimento e Panaro la possibilita’ di replicare la sola mostra con un senso vista da queste parti, accettiamo l’inaccettabile, oltretutto con gioia.
Ho molto rispetto per la competenza dei due curatori, percio’ sono contento anche se non dovrei.
Tre grandi installazioni e gia’ e’ una differenza con la prima edizione che spaziava su molte piu’ opere ed artisti. Facile riassumere perche’ delle tre una mi e’ piaciuto moltissimo, con l’altra si poteva osare di piu’, delusione per la terza.
Dal meglio al peggio s’inizia con l’installazione di Roberto Pugliese capace di creare uno spazio volumetrico col suono attraverso la forzata direzionalita’ di effetti, accordi, pattern, frequenze piu’ o meno ordinate ed emesse da altoparlanti incanalati in tubi di plexiglass di altezza e dimensione variabili. Esplorando lo spazio fisico si esplora nel contempo il campo sonoro con uno straordinario effetto cangiante e un’esperienza avvolgente e totalizzante. Installazione infinita. Finita invece e’ l’opera di Calo Bernardini, artista  manipolatore di luce che attraverso le fibre ottiche e’ imbrigliata, letteralmente piegata in suggestivi percorsi che solcano spazio, finanche i muri e s’avvolge attorno a strutture, rimbalza e si dirama in un’atmosfera onirica e al contempo meccanica. Il difetto e’ che in uno spazio cosi’ ristretto l’impatto si esaurisce troppo in fretta, la sorpresa pure, la dimensione disponibile non basta per far durare la magia dell’incontro. Un impianto piu’ dinamico avrebbe aiutato. Delusione invece per Sarah Ciraci. Se attraverso le sovrapposizioni di maree e scogliere intende offrire allo spettatore un viaggio nel proprio inconscio attraverso l’illusione pareidolitica, nel concreto ne impedisce la riuscita perche’ sovrappone immagini precostruite, condizionando anzi impedendo di fatto ogni libera associazione. Cio’ che poteva essere un’importante interazione tra opera e osservatore, si riduce ad un grande screensaver poco piu’ che suggestivo.
Alla fine e’ un pareggio con palla al centro, ho preferito la prima edizione poi si, rispetto le figurine siamo milioni di anni luce avanti.

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Modenesi e Modena, Fotografie di Beppe Zagalia – Mata, Modena, 25-06-2016

Modenesi e Modena, Fotografie di Beppe ZagaliaFotografie di Beppe ZagaliaChe ormai il Mata a Modena sia relegato a contenitore di varie ed eventuali e’ gia’ chiaro al suo terzo appuntamento. Non lo dico per svalutare quanto si e’ gia’ visto figuriamoci perche’ sono state cose buone, semmai per sottolineare quanto e’ distante la realta’ dei fatti con la faziosita’ di un’amministrazione comunale che ha voluto vendere un’insana operazione commerciale come fiore all’occhiello culturale di una citta’ che non sa andare oltre lo zampone e tortellini. Che la dimensione del Mata sia sempre piu’ cittadina, neppure provinciale o regionale, lo conferma questa mostra della quale non so neppure bene perche’ ne scrivo, dal momento in cui gia’ per chi viene dalla provincia, ha poco senso. Il tema e’ Modena, o meglio i modenesi, nell’idea di fondo del fotografo Beppe Zagalia per il quale la mostra si puo’ intendere come retrospettiva personale.
Non c’e’ architettura, commercio o uno sguardo sulla citta’ se non come conseguenza dei personaggi, spesso negozianti piu’ o meno storici, baristi, commessi e artigiani. Da un lato c’e’ la nostalgia di una citta’ che sotto il peso di una folle sostituzione etnica si sta annientando ma questo non e’ un problema solo modenese, dall’altro l’evidenziare come "una faccia, una razza" si possa ridurre anche alla sola appartenenza urbana. E’ un bel modo di raccontare una citta’ che si aggiunge alla possibiltita’ per gli autoctoni di riconoscere e riconoscersi tra le centinaia di volti presenti. Non c’e’ un ordine preciso, se non nelle esperienze di Zagalia. Inevitabili le marchette alla politica ma gli inchini alle processioni non sono solo al Sud, cambia solo la forma non la sostanza.
Per me che sono si modenese ma di provincia, resta una simpatica curiosita’, una lezione piu’ fisiognomica che emotiva ma ne e’ valsa comunque la pena.

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Effimera – Mata, Modena, 07-05-2016

Effimera - MattesE cosi’ torniamo al Ma.Ta, il luogo del delitto. Si delitto essendo stato ammazzato il buonsenso, la ragione e quel minimo di rispetto che almeno un poco le amministrazioni pubbliche dovrebbero a noi sudditi obbedienti, per facciata non per altro.
Ad ogni modo a Modena, o ad una parte sempre meno numerosa per quanto ancora importante, tutto cio’ non interessa e comunque non siamo qui a parlare di bruttezze, anzi parliamo della prima vera e propria mostra che si vede da queste parti. "Effimera" ed e’ un nome intelligente per introdurre la precarieta’, l’evanescenza intrinseca alle nuove tecnologie nella quali l’idea e’ il software e il medium e’ l’hardware, in mezzo tutti noi, qualcuno che resta schiacciato, molti perplessi, altri succubi, tanti inconsapevoli. Non eravamo pronti al web 1.0, tantomeno al 2 figuriamoci al 3.
Le nuove generazioni sanno piu’ di scimmiette ammaestrate che reali padroni del mezzo e in tutto queste l’arte che dice? "Effimera" vuole dare una risposta. Non e’ una mostra corale, non nel senso ampio del termine.
Tre gli artisti scelti, diverse le opere di ognuno, tutte a declinare l’arte del nuovo millennio all’interno delle diverse sfere espressive nelle nuove dinamiche sociali.
E’ una mostra d’arte per cosi’ dire classica, perche’ certe realizzazioni come "Rotazione 1" e "8 minuti luce" di Diego Zuelli continuano la tradizione di videoarte, aggiornando coi moderni mezzi espressivi cio’ che un tempo era materia, oggi e’ energia. Qui infatti v’e’ un momento fondamentale, quella trasformazione tecnica, sociale e antropologica preconizzata da Negroponte piu’ di un quarto di secolo fa parlando del passaggio mentale da atomo ad elettrone. Percio’ anche i beni da possedere viaggiano attraverso la rete e perche’ l’arte deve fare eccezione? Effimera - ZuelliUscendo dai musei, questa diviene fruibile immediatamente, potenzialmente parla a miliardi di persone e cambia anche il modello economico. Percio’ Carlo Zanni, altro artista in mostra, e’ presente con ViBo, progetto di videoarte portatile, il passare dall’opera da un milioni di dollari che appartiene a uno, a quella da un dollaro che appartiene ad un milione di persone.
Idea sulla carta democratica e sensata che va sempre conciliata col pensiero di Benjamin oggi valido piu’ che mai. Fulvio Chimento, uno dei curatori che per puro caso ci ha fatto da cicerone, cita i cento anni del ready-made di Duchamp ed e’ vero, si puo’ pensare che il passaggio dal materiale all’immateriale sia della stessa portata.
Poi si entra nella sfera politica col lavoro di Eva e Franco Mattes, italiani emigrati oltreoceano che ponendosi tra arte e tecnica, reinventano il situazionismo e nuove performance, l’aleatorio che aggrega tutti sotto l’ombrello del pensiero unico. Provocatori, ironici, regalano l’angolazione arguta dietro la quale osservare i nuovi media quindi nell’epoca del 2.0, noi stessi.
Chimento giustamente ribadisce l’anomalia di una mostra che non soltanto Modena ma l’Italia non e’ abituata ad accogliere ed ha ragione. C’e’ ancora tempo per visitarla, questa si che non si puo’ perdere.

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Il manichino della storia – Mata, Modena, 23-01-2016

Mata - cavallo PaladinoE alla fine sono andato al Mata. Di cio’ che e’ avvenuto prime, dopo, durante il Mata, i non modenesi nulla sanno e nulla possono sapere. Anche per gran parte dei miei concittadini a onor del vero, la questione resta irrilevante, eppure da dire ce n’e’ e ce ne sarebbe. Non staro’ a tediare con beghe politiche-economiche di una piccola provincia, piccola d’umanita’ e spessore, la faccenda ha risvolti anche complessi, il piu’ delle volte grotteschi per non dire avvilenti.
E’ l’incapacita’ di certe amministrazioni di evitare collusioni, l’impossibilita’ di agevolare gli amici e gli amici e deli amici, e’ il negare pochi spiccioli ad organizzazioni come il Node Festival, esautorare del proprio ruolo professionisti come Marco Pierini e affondare le poche strutture esistenti in una citta’ culturalmente azzerata, ripiegata sul cotechino e sui cuochi stellati che lo destrutturano, come se questo bastasse a portare in ciitta’ frotte di turisti che una volta satolli, si sarebbero dovuti immergere nella Grande Cultura che il territorio offre loro.
Cosi’ e’ stata venduta un’operazione quasi milionaria quando si piangono i soldi per riparare le strade. Le polemiche non sono mancate, le ironie neppure ma tanto a Modena abbiamo i zamponi, i cuochi, Pavarotti e la Ferrari percio’ che ci frega. Cio’ che da fastidio non e’ l’operazione in se’ che in una realta’ in cui la cultura museale e’ morta ammazzata, e’ come pioggia dopo la siccita’, quanto l’indorare di tanti bei propositi cio’ che in fondo e’: l’esposizione di quadri di amici in gran parte comprati da un solo gallerista, raggruppati alla bene meglio per inventare una tematica (il manichino della storia) impossibile. Insomma, il tanfo del clientelismo sovrasta il profumo delle buone intenzioni senza neppure degnarsi di aprire la finestra per dare aria.  
Mata - Mark InnerstPercio’ lasciamo stare i manichini, dimentichiamo le amicizie e la politica, limitiamoci a vedere una galleria di opere anche importanti ma slegate tra loro e sensate nella singolarita’ e non nella collezione. 
Molto appartiene agli ultimi 30 anni ed e’ un bell’aggiornamento per chi come me predilige i musei alle gallerie. I nomi sono in gran parte noti, tra gli italianissimi De Dominicis, Clemente, Paladino (il cocco del gallerista di cui sopra), Chia e Ontani e il resto del mondo del quale posso dire ci mi ha colpito di piu’. Il materico-non materico Peter Halley ad esempio ma anche un favoloso Mark Innerst  realista ed espressionista, l’intenso Robert Longo con piu’ di un’opera ma anche David Salle, Julian Schnabel e molti altri.  Non manca neppure la vera eccellenza del territorio, un bellissimo Vaccari che da solo vale un quinto della mostra. Molte le fotografie d’autore, qualche esempio di cio’ che  Angelo Crespi chiama "sgunz" come le lampadine di Gonzales-Torres e non fatemi parlare di Basquiat che a dir poco non mi piace, oppure dei fratelli Chapman che divertono, rendono denaro ma poco di piu’.
Alla fine che posso dire, mi aspettavo peggio ed e’ certo che anche i detrattori alla fine si sono sbilanciati criticando le singole opere quando e’ l’insieme che non funziona. Tolti i gusti personali, nessuno discute la qualita’ dell’esposizione, per quanto altalenante e non rappresentativa di nulla, Mostra piccola ma che sa far smarrire e impegnare, l’ambiente e’ nuovo e il cavallo di Paladino contestualizzato su un intorno dechirichiano stende un tappeto rosso all’arrivo del visitatore. Fosse stato pagato con fondi privati, un pochino avrei pure applaudito ma cosi’ come si fa. La mostra dura ancora una settimana, poi a detta da chi ci lavora, il vuoto assoluto su cio’ che ci sara’ e non so come mai ma la cosa non mi sorprende.

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