Le conseguenze dell’amore – Paolo Sorrentino (script)

PORTIERE: Dottore, c’è suo fratello.
TITTA: Me lo passi.
PORTIERE: Non è al telefono, è qui in persona.
VALERIO DI GIROLAMO: Fratellone. Bello.
TITTA: Ti prego, non sopporto le mani in faccia, hm?
VALERIO: Scusa.
TITTA: Che ti devo raccontare?
VALERIO: Non lo so, qualsiasi cosa, a piacere. Puoi pure inventare, se vuoi.
TITTA: Non ho molta immaginazione.
VALERIO: Porca puttana, è un’impresa titanica fare due chiacchiere con te.
TITTA: So’ sempre da solo. Non sono più abituato a parlare.
VALERIO: Ho capito, è per questo che dovresti approfittare di me.
TITTA: Quando hai detto che riparti?
VALERIO: Già ti sei rotto il cazzo.
TITTA: L’ho detto per fa’ due chiacchiere…
VALERIO: Parto domani per le Maldive. Un villaggio, cercavano un istruttore di surf per tre settimane.
TITTA: Papà come sta?
VALERIO: È morto, ma nessuno gliel’ha detto.
TITTA: E chi l’ammazza, quello?
VALERIO: Non lo chiami mai.
TITTA: E perché lo dovrei chiama’? Per sentirmi dire ogni volta che sono un criminale?
VALERIO: Hai solo avuto sfortuna.
TITTA: Sfortuna non esiste. È un’invenzione dei falliti. E dei poveri.

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La grande bellezza – Paolo Sorrentino

La grande bellezza"Secondo me oggi l’unica scena jazz interessante è quella etiope."
Se qualcuno pensa che un Oscar sia sufficiente a darmi la voglia di vedere un film si sbaglia, anzi.  Nemmeno ho perso tempo a leggere recensioni o pareri, anche perche’ il voltafaccia degli entusiasti quando si sono resi conto della distribuzione Medusa, ha dato la giusta misura dei reali parametri di valutazione artistica usati qua da noi.
In realta’ un articolo l’ho letto, quello scritto dal professor Antonio Saccoccio, stimato amico futurista e antiartista per eccellenza e la frase sopra mi fece dire "ok lo guardo". Si perche’ in fondo, il film e’ tutto qui, piegato nell’assurdita’ di un sistema che da tempo divora se stesso fagocitando non solo Roma ma il mondo intero. Non ci si confonda, Roma e’ un pretesto, un bellissimo pretesto di caput mundi ancora possibile.
Per la seconda volta Sorrentino cita Celine e si ripete l’idea di fuga, un disperato "koyaanisqatsi" nell’etimo, messaggio in bottiglia nemmeno sottotraccia, un contemplare le proprie vacuita’ con  rassegnazione non in  qualche triste parchetto di un pomeriggio autunnale come gli "amici miei" monicelliani ma sulle celebri terrazze romane, il che aggrava la sconfitta estendendola ad ogni strato sociale.
Si perche’ ci sta a dire che la grande bruttezza e’ dappertutto. il Brutto e’ nei sessantenni, orrendi e sconfitti in partenza, e’ nei quarantenni ancora piu’ orrendi perche’ potevano farcela e sono franati malamente, e’ nei ventenni che nemmeno capiscono di che si parla. Forse si salvano i bambini che ancora corrono nei giardini, non certo quelli col tablet in mano, gia’ vanto dei genitori.
Percio’ bellezza non e’ protagonista, bensi’  l’esatto contrario il che s’intuisce, e’ la stessa cosa, nel calco di una misera rappresentazione umana e italiana, spinta invero a tutto l’Occidente che ha perso il senso estetico ed etico del Bello soppiantando i bisogni dell’individuo a favore della massa.
I riferimenti a Fellini ci sono ma non bastano due chiapponi e tre suore e questa Roma forse qualcuno la confonde con la Roma di Flaiano. Si obiettera’ che stiamo parlando della stessa citta’ e invece no. La Roma di Fellini era felicemente caciarona e il suo sguardo divertito ne sublimava le tristezze il che non si puo’ certo dire della Roma di Flaiano, misera nell’ostentare una grandeur perduta e ridicolizzata dai protagonisti stessi che dovevano esaltarne le virtu’. La Roma di Sorrentino in fondo e’ la stessa dei gatti morti lanciati sui palcoscenici d’avanspettacolo ma se Fellini si divertiva tantissimo, Flaiano la compativa rifugiandosi magari in un teatro diverso ad ammirare Carmelo Bene. E’ tra i due estremi che spunta Moravia, non a caso citato da Gambardella e ago della bilancia tra un ieri e oggi, il giusto equilibrio tra lo sfascio e il fermento dal quale nascono le idee, grandezze definite dalle miserie viceversa. Di Fellini c’e’ la scoperta di una Roma nascosta che si rivela attraverso una porta aperta o un foro in un muro e che come arriva scompare con un soffio di vento o un raggio di sole e sempre Fellini torna nella risposta finale dove in fondo  tutto si riduce alla classica regressione archetipica junghiana o in termini cinematografici all’ "asa nisi masa" del regista romagnolo o piu’ nobilmente alla "Rosebud" di Welles.
Il testo talvolta vuole stupire a tutti i costi, ricerca l’aforisma dei 140 caratteri di Twitter, restando pero’ di massima ficcante e non solo di puro effetto
Tecnicamente non s’e’ mai visto in Italia niente del genere. Asse z come neppure Malick ha osato e accidenti Sorrentino quanto e’ bravo e se non ha superato il maestro Scorsese, al quale Jep peraltro in certi piani medi assomiglia tantissimo, di certo aggiunge una dimensione al miglior Oliver Stone quando dirigeva film e non scriveva proclami.
Bellissimo e stupefacente, la telecamera viaggia leggera, incorporea e percorre le vie di Roma come Sokurov viaggia nei corridoi dell’Hermitage, entrambi spiriti di una umanita’ perduta in costante bisogno di essere riscoperta e raccontata.
Servillo, Eh beh Servillo. Notevole. Da tanto non si vedeva una caratterizzazione cosi’ e certo non da qualche attore ancora in vita. Nel racconto della sua prima volta, scopro uno dei momenti piu’ emozionanti del cinema italiano.
Un difetto? Talvolta volta gli scappa la macchietta e invece del raffinato partenopeo, gli esce un Dudu’ il gaga’ dei tempi di Montesano. Peccato veniale.
Ecco, parlando di difetti, il troppo lungo momento conclusivo con la "santa" doveva essere evitato. E’ vero che fornisce il pretesto del finale ma non aggiunge nulla oltre a tempo che poteva essere meglio speso.
Concludendo. Il film e’ fonte d’infinite analisi, rimandi e citazioni e cio’ basta a definirne la forza e l’impatto. Bellissimo da vedere, colma un gap tecnico dell’Italia col resto del mondo civile che non si poteva piu’ giustificare. Furbo quanto basta per farsi amare dagli anglosassoni al di la’ di ogni oceano ma oltre ad avere una bella confezione ha anche un ottimo contenuto. Diciamolo, ci meritammo Sordi e siamo positivi, finalmente ci meritiamo questo Sorrentino.

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This must be the place – Paolo Sorrentino

This must be the placeCredo di aver capito la genesi del film. Dopo "Il divo" la benevolenza verso il nostro s’e’ fatta totale, universale e con un moto cageiano applicato alla settima arte, Sorrentino il burlone ha deciso di creare un soggetto estraendo fogliettini con parole a caso e il fato ha deciso per "rock star anni 80" "Irlanda", "padre morto", "USA" "olocausto". Immagino la fatica, i giorni e le notti di studio, per ricavare qualcosa di utile unendo temi cosi’ diversi.
Deve essere andata cosi’ altrimenti non si spiega, non si spiega nulla.
Per un terzo il film s’ambienta in Irlanda con la giornata annoiata di un bollito dello showbiz di 30 anni prima, la moglie pompiere e bislacca, una ragazzina disagiata col fratello scomparso, un fidanzatino scontento, due adolescenti morti sulla coscienza e poi?
Poi lo fai finire come l’ennesimo road-movie statunitense a caccia di nazisti centenari. In mezzo a questo, un tizio conosciuto in un bar presta al protagonista la sua costosissima auto, oche che girano per casa, massimalismo con tatuatori, concerti che non centrano nulla, indiani muti, un elenco infinito di episodi fini a loro stessi e robe cosi’.
Lo voglio ripetere, il fatto che Sorrentino abbia la possibilita’ di fare qualunque cosa, cio’ non lo autorizza a farlo per davvero. Pellicola dove tutto e’ sbagliato e tutto e’ stato sbagliato, sprecando una sbaraccata di soldi arrivati da ogni dove come dimostra la lista sterminata di produttori esecutivi e i titoli di testa che non la finiscono piu’ di elencare i finanziatori. Di solito si da’ la colpa al sistema hollywoodiano, al contrario di Muccino non puoi nemmeno imputargli un fratello minus habens ma la colpa in questo caso ricade totalmente su Sorrentino, reo di sceneggiatura, regia e immagino casting. Sul soggetto direi non ci sia da aggiungere altro se non il patetico tentativo di mettere assieme stereotipi premiati ai concorsi ma che messi assieme non hanno alcun senso compiuto.
La regia e’ da manuale del perfetto esordiente al Sundance Festival percio’ fredda, inutile, trita e ritrita con al massimo qualche riferimento nobile a Lynch. Musiche di Byrne che sanno di marchettone e nel contempo contentino agli "amici" ai quali Byrne piace tantissimissimo e poi lui, lo sconcertante Sean Penn in uno dei momenti piu’ bassi della sua carriera, una carriera che al netto della sovrastima, di punti alti ne ha segnati ben pochi. Dico davvero non e’ uscito niente di meglio che copiare Robert Smith, dargli le espressioni ebeti di Edward Mani di forbice e farne un subumano cerebroleso? Cosa doveva essere, umorismo, citazionismo, critica sociale, un processo al decennio, un ossimoro, l’abisso mentale di tutto l’entourage di Sorrentino o solo antipatia personale per un artista dal ruolo fondamentale nella musica di qualche decennio fa? Il regista che ringrazia un mentecatto, evasore fiscale e cocainomane in mondovisione, giudica una tra le piu’ importanti correnti musicali degli anni ’80 come "solo canzonette che vendevano bene"?  Con meno cori nel cervello e piu’ musica, certe boiate le eviti.
Sono eccessivo? Certo, ci si arrabbia molto di piu’ coi figli dotati che con quelli scemi e questo e’ il film di gran lunga peggiore di tutta la sua carriera.
Sconcertante sotto ogni punto di vista, persino doloroso vedere tanto talento sprecato.

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Il divo – Paolo Sorrentino

Il divoPrima o dopo doveva accadere ed e’ accaduto. Sorrentino bravo, bravissimo ma quanti lo sono pur restando isolati nelle loro stanzette, con bellissimi divx che nessuno vedra’ mai e questo accade se non si hanno "amici" a cui mandarli.
Gli "amici" che compaiono sempre piu’ prepotentemente sin dal suo primo "L’uomo in piu’", gli "amici" che hanno massacrato il cinema italiano coi loro registi inutili e i loro attori ancora piu’ inutili ma soprattutto dannosi perche’ danno  voce e volto alla boria saccente di chi non ha niente da dire perche’ non ha nel cervello un solo pensiero autonomo. Sorrentino non e’ cosi’ e nemmeno Servillo ma i debiti si pagano comunque e se si ha avuto tanto, altrettanto c’e’ da restituire. Percio’ il regista napoletano stacca il suo assegno reinventando parte della storia della Repubblica Italiana attraverso uno dei suoi maggiori protagonisti che si da il caso essere il nemico numero uno degli "amici". E’ piu’ corretto dire ex numero uno ma in realta’ per importanza, tempo e storia, non v’e’ confronto alcuno.
Andreotti, lo statista che pareva aver sconfitto anche la morte, non fu certo battuto dagli "amici" togati, invero troppo fantasiosi coi loro baci e abbracci improbabili e improponibili, percio’ come Orwell insegna "Chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato" e senza tante giustificazioni – gli "amici" sono SEMPRE eticamente perfetti – riscrivono la Storia a modo loro laddove nemmeno l’accanimento giudiziario, per quanto inconvulso, ha potuto. Del resto grandi uomini del passato come Goebbels che fu il primo ma seguito a ruota da Stalin e Mao su tutti, insegnano come la diffusione di ogni nefandezza sia fondamentale per indottrinare chi non capisce o chi non sa, due categorie umane sulle quali si sono costruiti regimi e imperi. E comunque Sorrentino nel finale si sconfessa da solo, sempre s’intende, con la tesi ad orologeria del "sono tutti cugini" cara alla Wertmuller.
Inutile proseguire perche’ si, gli "amici"  a volte fanno arrabbiare ma sono come bestioline alle quali non puoi mai veramente fare una colpa delle loro azioni percio’ il film mi ha divertito tantissimo, divertito laddove altri s’indignano o al contrario si esaltano, gonfiando il petto come se vi fosse qualcosa accaduto per davvero.
Tecnicamente parlando, da un lato si allunga verso Hollywood, gettone incassato per il film successivo ma dall’altro toglie punti ad un Sorrentino totalmente scorsesizzato con poco e nulla di suo.
Voglio dire, ok ispirarsi ma per partire, non per arrivare ma voglio essere positivo e pensarlo come un primo passo per il compimento de "La grande bellezza". Ancora una volta Servillo e’ da applausi ma si schiaccia sul testo, il suo e’ un Andreotti immaginario perche’ chi lo ricorda, lo sa posato ma non monocorde e tantomeno inespressivo, percio’ funzionale al film ma sbagliato nella sostanza.
A fine di tutto quanto, il film e’ gia’ dimenticato non senza aver ricevuto ogni medaglietta in palio dai festival degli "amici", sempre molto generosi coi loro tesserati.
Non posso che consigliarlo, anche perche’, come amante del trash ha la stessa valenza letteraria dalle scorregge di Vitali cha cosi’ tanto amiamo..
Ah dimenticavo. Visto che di "compagni" non si parla, e’ di questi giorni la notizia che l’erede supremo del comunismo italiano rispondera’ sulla trattativa Stato-mafia e chissa’ se gli (altri) "amici" Toto’ e Leoluca saranno ammessi, quindi ora lo domando io: e’ forse una coincidenza?

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L’amico di famiglia – Paolo Sorrentino

L'amico di famigliaGeremia, l’attore Giacomo Rizzo, e’ un usuraio sepolto nell’Agro Pontino, un personaggio squallido, sporco, laido come del resto il suo ruolo impone, principiando dall’aspetto come chiara espressione della bruttura interiore.
Vive con la madre laida quanto lui, una vecchia spaventosa che si fa servire e riverire in spregio al mondo e a se stessa. Uomo intelligente non c’e’ dubbio, d’insospettata cultura umanistica acquisita attraverso esperienza e capacita’ di lettura delll’animo umano piuttosto che libri e trattati.
Uomo orrendo e in apparenza indistruttibile ma con anelli deboli nella catena che lo vincola a questa terra: l’avidita’ come prevedibile e la passione per le donne, passione che sino ad un certo punto non si scontra col mestiere. Ha un amico, o qualcosa di molto simile, quel Gino che sogna l’America andando vestito da cowboy, un uomo che ha perso la donna che ama e non riesce a distanza di anni a farsene una ragione.
In fondo egli e’ una specie di coscienza buona di Geremia o almeno un piccolo freno alla sfrontata avidita’ del vecchio. Il fatto e’ che arrivera’ Rosalba, Laura Chiatti, che da vittima si trasformera’ in carnefice e nel cambio di ruoli, la storia del film.
Ahia. Lo dico cosi’, come scoprire che la piccola crepa nel muro si e’ purtroppo fatta buco. Gia’ da questo suo terzo film, coi primi segnali gia’ dal precedente "Le conseguenze dell’amore" appare evidente quella che possiamo definire la sindrome di Salvatores, con Fellini come possibile precedente illustre.
Ad un certo punto nei registi piu’ dotati, perche’ senza alcun dubbio sia Salvatores che Sorrentino lo sono, scatta una perdita di equilibrio che dipende forse dal sentirsi dire "uno come te puo’ fare qualsiasi cosa", il che in parte e’ vero ma esserne in grado non significa che poi qualsiasi cosa la si debba fare per davvero. Percio’ a questi registi accade che lentamente diventano sempre piu’ onirici, i loro personaggi macchiette inesistenti nella realta’ dei fatti, i dialoghi didascalici talvolta ammantati dall’aurea nobile dell’aforisma che regala grandi verita’ a noi miseri mortali. Non sto dicendo sia sbagliato, dico solo che stando a testo e stile, "L’amico di famiglia" dista da "L’uomo in piu’" la stessa misura che intercorre tra "Mediterraneo" e "Denti" del gia’ citato Salvatores.
Detto cio’ ognuno decida quanto possa essere di suo gusto. A me e’ piaciuto perche’ so apprezzare le bellissime confezioni anche se dentro il regalo non e’ all’altezza dell’involucro e poi ancora una volta la colonna sonora di Teardo, scuderia Fandango guarda caso, ha un suo perche’. Per il resto c’e’ poco da dire, tecnicamente non si discute, primi accenni da Lynch de noantri ,col testo che inizia a restituire alcune rate del prestito dovuto agli "amici" ma complessivamente  vi sono buone cose. Dal lato attoriale Bentivoglio non mi esalta, la Chiatti non finisce piu’ e per Giacomo Rizzo, indubbiamente bravo, e’ il ruolo della vita.
Interessante ma siamo gia’ nel regno delle favole.

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Le conseguenze dell’amore – Paolo Sorrentino

Le conseguenze dell'amoreToni Servillo, il protagonista, vive in un albergo in Svizzera da molti anni. Taciturno, scontroso senza darlo a vedere ma s’intuisce che c’e’ qualcosa che bolle dietro i suoi silenzi, le frasi strappate a forza, i vizi privati e inconfessati.
In apparenza non lavora, il riserbo e’ totale e assieme ad altri ospiti fissi e al personale dell’albergo, osserva un mondo che va e viene e al quale non intende attecchire. Sappiamo che ogni tanto riceve una valigia da depositare in una banca. Le modalita’ sono da agente segreto o da grande complottista,  lavoro non comune e’ chiaro e certamente il pericolo, qualche pericolo, non manca come scopriremo gia’ verso la meta’ del film.
C’e’ una simpatia con una bella barista. Lei lo guarda, lo studia, e’ affascinata dalla su figura taciturna, posata e scostante e lui non e’ indifferente ma qualcosa lo frena, qualcosa di drammaticamente importante.
Ebbene signori, standing ovation.
Finalmente ed e’ una rarita’, un film italiano che non sembra italiano o forse un film italiano come dovrebbe essere se non si fosse proceduto alla sistematica distruzione di ogni forma d’arte ed estro a scapito delle tessere di partito e paraculati sessantottini al potere, quelli del "vi meritate Alberto Sordi" per intenderci.
Sorrentino e’ di un’altra generazione e malgrado gli "amici" siano sempre quelli, e’ riuscito a fare un gran film, forse perche’ a differenza degli altri tesserati, e’ realmente un signor regista.
Soggetto, regia, fotografia, finanche la colonna sonora sa sorprendere, malgrado non riesca a sovrapporre il Sorrentino che usa i Notwist con quello che ringrazia Maradona alla notte degli Oscar.
Soprattutto e diamo qualche elemento in piu’ al concetto gia’ accennato, non e’ un film triste.
Chiarito che per "triste" non s’intente l’accezione letterale del soggetto, quanto la presenza di una cappa da neorealismo consunto, quella patina grigia che s’ottiene infarcendo i film di brigatisti, figli di brigatisti, nipoti di brigatisti, drogati, figli di drogati, disadattati, figli di disadattati ecc., pederasti, antifascismo da salotto, degrado urbano, nichilismo, esistenzialismo e novita’ dell’ultimo decennio, extracomunitari come se piovesse ma Tarantino sul cinema italiano, ha gia’ detto tutto. E’ vero, Sorrentino ci infila un po’ di mafia ma resta un elemento sempre di moda e poi e’ poco piu’ di un pretesto nella definizione complessiva della psicologia dei personaggi.
In sostanza, tolta l’evoluzione della vicenda in senso stretto, il peggio del nostro cinema e’ assente ed e’ come respirare dopo tanto tempo. Finale piu’ poetico che possibile ma anche questo contribuisce al valore aggiunto e ci sta.
Parliamo anche di Servillo. Nulla da eccepire. E’ un attore che devo ancora definire totalmente ma in una scala approssimativa di valori, dico piu’ di Christoph Waltz meno di Sordi, come De Niro meno di Gassman.
Cosi’, tanto per dare un’idea.
Per cio’ che mi concerne e’ uno dei dieci film degni di questo nome che l’Italia riesce a produrre. In un decennio.

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L’uomo in piu’ – Paolo Sorrentino

L'uomo in piuEccoci a Sorrentino che e’ come dire, eccoci al cinema italiano oggi.
In realta’ non e’ vero del tutto, perche’ un Oscar non serve a nulla se non per scoperchiare ulteriormente il tombino che divide l’arte dalla fogna nel quale il cinema di casa nostra e’ precipitato ormai da decenni. Riorganizzo spezzoni e visioni distratte sul nostro, per via del premio, per amore del cinema, curiosita’ ma in gran parte per il consiglio di un caro amico gia’ citato su queste pagine, mai col suo nome (ciao Marco!) che per quanto egli insista nell’autodefinirsi "ignorante" sull’argomento, serba una visione del cinema lucidissima ed essenziale, quindi intelligente e sempre da ascoltare. Da tempo mi spinge a guardare con piu’ attenzione Sorrentino, fosse solo per mitigare il giudizio ben piu’ che negativo che esprimo sulle pellicole di casa nostra. Percio’ eccomi.
E’ il 1980, per molti il decennio piu’ sfolgorante del secolo al suo esordio ma non per i due protagonisti, un calciatore e un cantante, entrambi napoletani ed entrambi con lo stesso nome, che perdono in pochi istanti, tutto quanto possiedono, il ginocchio il primo, la credibilita’ e dignita’ il secondo.
E’ la storia di una caduta e di un rialzarsi stentato e fallito, circondati dall’indifferenza e dal sottile e sadico piacere di chi gode nel vedere mangiare la polvere a chi cade dall’alto.
Esordio che sorprende, anzi sbalordisce. Sorrentino si permette di citare i grandi senza timore alcuno e bastino i tre minuti di piano sequenza dell’ingresso di Servillo al night come Liotta al ristorante nel "Goodfellas" di Scorsese, omaggio che anticipa la dedica da Oscar e comunque la scelta delle inquadrature, la fotografia, il movimento di camera e’ un inizio stupefacente.
Toni Servillo e Andrea Renzi, i due Pisapia protagonisti si dividono gli applausi. Intensi, potenti, calati entrambi nella inconsapevolezza di chi vive per delle passioni totalizzanti, avvolgenti e di queste passioni hanno fatto ragione di vita e con esse conquistato la vetta. Cadere in questi casi non e’ previsto, neppure innanzi l’evidenza.
C’e’ soltanto una grande pecca: e’ un film triste, tristissimo come solo il cinema italiano sa essere, anzi caratteristica propria che ormai e’ impronta indelebile, ben inquadrata dalle parole di Tarantino ma e’ un concetto sul quale tornero’.
Non il miglior esordio italiano alla regia ma poco ci manca e comunque basterebbe gia’ questo a metterlo nei primi cinque registi degni di questo nome nel cinema italiano. Anche perche’ non esiste un sesto. Vediamo il resto.

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Sabato domenica e lunedì – Toni Servillo, Paolo Sorrentino

Sabato domenica e lunedì - Toni Servillo, Paolo SorrentinoInizia ufficialmente la mia piccola retrospettiva su Sorrentino.
Ci sara’ modo di approfondire il lavoro del regista partenopeo ma soprattutto sul cinema italiano oggi. Essendo io un originalone, metto alla prova il duo Sorrentino/Servillo, perche’ di duo dobbiamo parlare, in una regia congiunta o nello specifico Servillo alla regia teatrale, Sorrentino a quella televisiva, entrambi alle prese con un classico del teatro italiano del ‘900 e ancora piu’ classico del teatro napoletano.
A casa Priore il ragu’ della domenica e’ un rito, un centro attorno al quale si raccoglie la famiglia, la sua storia e il suo futuro e se la famiglia, come struttura, organizzazione e idea, ha problemi, e’ nel rito che ha modo di dialogare, collidere e riprendere contatto con se stessa.
Conflitti tra moglie e marito ma anche confronto coi figli, le nuove generazioni che come sempre, credono di essere migliori delle precedenti e forse lo sono per davvero.  E poi gli altri, i vicini, gli amici, i confidenti, le famiglie allargate partenopee che comprendono vari gradi di comunanza, legami di onore e amicizia forti come il sangue.
Classica commedia di Eduardo De Filippo, classica nel soffermarsi in termini critici sulla famiglia che gia’ dal dopoguerra, in special modo col benessere dal momento in cui la prima rappresentazione e’ datata 1959, iniziava a scricchiolare. Lascio ogni analisi agli esperti anche perche’ poco centrano coi nostri eroi in sensi stretto.
De Filippo deve essere gestito da conterranei, per sensibilita’ ed esperienza e attenzione bene, e’ un suo limite, quindi con la coppia, il testo e’ rispettato nel profondo del significato. Servillo e’ indubbiamente bravo ma avendo in mente l’interpretazione di Eduardo, trovo quest’ultima piu’ efficace nel celare il rancore di Peppino il protagonista, facendone una questione piu’ intima e amplificando cosi’ il dramma nel momento topico, laddove Servillo piu’ palese, pare disturbato non soltanto dal sospetto di tradimento della moglie.
Sorrentino ci mette del proprio, cerca soluzioni cinematografiche con cambi d’inquadratura piu’ serrati, primi piani e zoomate, soluzioni atipiche per questo tipo di rappresentazione. Andando oltre la superficie del testo, usa l’occhio della telecamera per creare primi piani che marchiano il protagonista del momento oltre i dialoghi e le situazioni. Elabora contasti e prospettive azzardate, quasi espressioniste, effetti inediti per il teatro televisivo, il tutto senza alcuna sperimentazione ma col polso fermo di chi sa esattamente cosa vuole ottenere.
Il momento clou del confronto tra i coniugi durante il pranzo domenicale e’ un esempio straordinario di regia, non solo per il teatro ma per il cinema tutto, merito degli attori ma di Sorrentino in particolare.
Non sono un fan di Eduardo, un po’ per mancanza di sensibilita’ verso le sue storie, poi per gusto sulle tematiche che affronta, trovando l’antecedente Pirandello e faccio un nome del piu’ grande, piu’ moderno di lui.
Ancor meno mi piacciono le rappresentazioni delle sue opere che non lo vedono coinvolto in prima persona essendo stato un attore superbo ma Servillo e Sorrentino si sono fatti ascoltare e veder con piacere.

Film completo su YouTube

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