Redenzione Immorale – Philip K. Dick

Redenzione ImmoraleFerie, mare, Dick, una tradizione, un rito, un piacere. Dopo infinite riletture si passa a inediti o opere minori, certo e’ che "Redenzione immorale" e’ per me  una novita’. Pubblicato nel 1956, siamo almeno ad un lustro di distanza dal Dick piu’ interessante ma non di meno le tematiche che lo contraddistinguono sono gia’ tutte qui.
Guerra e terre radioattive, societa’ allo sbando ed un futuro non troppo roseo per non dire distopico, ecco gli ingredienti. Stato di polizia dove il miglior autocontrollo e’ nei cittadini, come a dire la paranoia maccartiana incontra la viscida spietatezza socialista. E’ un mondo puritano quello in cui si muove Allen Purcell, un uomo del sistema dentro al sistema che per ragioni anche a lui ignote, inizia a ribellarsi con piccoli gesti persino ridicoli come la profanazione della statua del padre costituente e ad un certo punto sara’ costretto suo malgrado a combattere per la sua stessa vita.
Romanzo non inedito ma nella lista dei dimenticati dell’autore statunitense scomparso. Opera indubbiamente immatura, poco definita, a tratti abbozzata, percorsa da un’eccessiva celerita’ negli anni in cui Dick scriveva per sopravvivere percio’ comprendiamo. Sorprende comunque come sin da queste prime opere, egli sia sempre riconoscibile alla luce della produzione dei successivi venti e passa anni e certo sapendolo, lo si apprezza di piu’, una conoscenza senza la quale, si ridurrebbero queste pagine in ben poca cosa. Immaturo ma non scoordinato, non troppo almeno e comunque migliore di altre cose anche piu’ quotate ma immagino si vada a gusti.
Da un lato si puo’ ben capire perche’ non rientri nel novero delle sue grandi opere, dall’altro resta una lettura sempre gustosa per chi ama il suo autore.
Ah dimenticavo, una volta tanto una prefazione ad un libro di Dick che non faccia danni.

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Vulcano 3 – Philip K. Dick

Vulcano 3Ogni anno mi piace ripeterlo: per me estate fa rima con Philip K. Dick. Da molto tempo ormai, l’appuntamento al mare col grande scrittore di fantascienza scomparso, e’ divenuta tradizione, una certezza che inseguo e coltivo con molto piacere.
Ne approfitto per leggere e rileggere, forte anche della sterminata lista di romanzi che Dick ci ha lasciato malgrado la prematura scomparsa. Quest’anno ho recuperato "Vulcano 3", romanzo del 1960 mutuato da un racconto breve di qualche anno prima. Siamo nel 2030, dopo l’immancabile guerra atomica, il mondo e’ compatto e unito, governato da un’unica entita’ politica, sottomessa per scelta a Vulcano 3, un gigantesco computer senziente che comanda e dirige. Non mancano ovviamente i ribelli, una setta chiamata i "Guaritori" e sara’ a causa loro che uno dei dirigenti verra’ ucciso e un suo collega cerchera’ di capire cosa gli e’ accaduto e soprattutto cosa sta accadendo in cima alla piramide di comando.
Alla fine sara’ guerra ma le fazioni in campo non saranno quelle che ci aspettiamo.
Libro come detto del 1960, periodo spartiacque per Dick che sta focalizzando le tematiche che maggiormente andranno a definire il suo stile. C’e’ il potere incontrollato, nascosto eppure dominante, subdolo e strisciante verso il quale non resta che lo scontro frontale o la totale sottomissione. C’e’ pero’ l’eletto, il ribelle, quello che comprende la situazione, che vede dove altri non vedono e capisce cose che altri non capiscono. Ci sono le macchine tanto lontane dall’uomo, machina ex deus verrebbe da parafrasare, potere del potere, spesso il potere che sovrasta il potere. Poi le guerre atomiche, le terre radioattive, il tutto condito con la grande salsa della paranoia.
C’e’ tutto questo ma e’ appena abbozzato, un crescendo ancora da stabilizzarsi e definirsi, percio’ alla fine si resta indifferenti ad una storia non brutta ma sottotono. A questo proposito faccio notare l’incredibile introduzione di Carlo Pagetti che gia’ dalle prime righe non fa altro che ribadire quanto sia brutto il romanzo, per poi salvarlo sul finale e comunque anticipa trama, annessi e connessi. Non e’ la prima volta che Fanucci usa pessime introduzioni ma questa e’ talmente grottesca che vince. Certo e’ che resta un libro da leggersi per il solo bisogno filologico pur restando marcato Dick percio’ sempre degno di attenzione

Noi marziani – Philip K. Dick

Noi MarzianiMarte, ultima frontiera. C’e’ poca ironia e una involontaria seppur cercata citazione perche’ Marte nei primi anni ’60, poteva essere una soluzione ed un obbiettivo.
D’altro canto Kennedy aveva promesso la Luna per la fine del decennio e perche’ Marte non avrebbe potuto essere alla portata dell’umanita’ per la fine del millennio?
Certo tutto era possibile ma lo sguardo disincantato di Dick stravolge l’idea vittoriosa della conquista che rese grande gli Stati Uniti e in fondo li caratterizza ancora oggi, invertendo il senso di marcia del successo e lasciando a meta’ una colonizzazione del pianeta rosso che tanto prometteva ma che non e’ esplosa mentre i nuovi abitanti restano ogni giorno a combattere contro la carenza d’acqua e di materie prime. La vita in fondo scorre ma le difficolta’ ci sono.
Qualcuno riesce comunque ad arricchirsi, i piu’ si arrabattano alle bene e meglio nella speranza di tempi migliori che ad un certo punto paiono arrivare se dalla Madre Terra sono in arrivo fortissimi investimenti che porteranno un benessere inaspettato e clamoroso, specie per coloro che sapranno accaparrarsi i terreni giusti nel momento giusto.
E’ qui pero’ che Marte si fara’ sentire, con la sua storia e col suo futuro, manifestandosi con bambini mutanti e nativi autoctoni.
Ebbene cio’ di cui parliamo e’ un Dick nel 1964 e se vogliamo pensare al giro di boa della sua carriera di scrittore ovviamente legata a filo doppio con la sua storia personale, "Noi marziani" e’ l’opera perfetta.
C’e’ la contro-utopia, non la definirei distopia, forse piu’ propriamente l’utopia fallita, specchio di un sentimento personale e nel contempo sociale. Si perche’ cio’ di cui ci troviamo do fronte e’ davvero tra i testi piu’ autobiografici della sua carriera e in qualche modo summa del Dick paranoico e pessimista, stati mentali che presto si mescoleranno indissolubilmente alla droga e al disagio che ben conosciamo.
Qui c’e’ tutto il Dick-universo letto prima e che leggeremo poi. Terre desolate da conquistare duramente, radiazioni, mutanti, precog, alieni e le malattie mentali. Poi Marte ovviamente ma non il pianeta rosso che i fissati anti maccartisti ripetono da decenni ma come si diceva, terra di conquista che se aveva a che fare coi russi, era nell’idea di predominio che Bogdanov con "La setta rossa" e a seguire Tolstoj in "Aelita" poi, vedevano come trionfo politico prima del predominio geografico, con Dick che va a nozze ribaltando tutto.
C’e’ ovviamente anche il sesso, il suo difficile rapporto con le donne, specie se mogli e una ancor piu’ complicata relazione con la propria mente che a stento e sempre con piu’ difficolta’, riesce a tenere a freno, come certi capitoli davvero drammatici del libro, sottolineano.
Infine e non e’ certo da meno, un libro meraviglioso, appassionate, tristissimo e tratti terribile ma anche in questo dolore la sua immensa grandezza.

I simulacri – Philip K. Dick

I simulacriRomanzone di Dick, rilettura estiva dopo troppi anni lasciato al solo ricordo.
Nessun protagonista preciso ma una serie di personaggi che infine compongono un racconto d’inganni e politica, complotti e cospirazioni contro un popolo soggiogato da un’idea di democrazia lontana dalla realta’.
La prefazione del romanzo e’ scritta da Sergio Cofferati e voglio sperare che se ne intenda piu’ di Tex Willer che di Dick, perche’ dal suo testo si evince che dello scomparso autore statunitense non ha capito molto.
Certo, leggendo cio’ che ha scritto si capisce che non ha neppure capito molto del mondo che lo circonda ma questo lo avevamo gia’ intuito.
Non trovo una sola ragione per la quale un editore attento ed intelligente come Fanucci debba far scrivere la prefazione de "I simulacri" al fu-sindaco bolognese, se non a causa di una offerta che non poteva rifiutare come nello stile della ghenga di "amici" che sostiene l’illuminato ex sindacalista ma certo non ne imbrocca una.
Voglio dire, nel suo tentativo patetico di fare di Dick una specie di stregone con la sfera di cristallo, azzardare un parallelo tra la First Lady del romanzo con Reagan – ricordo che si chiamava Ronald quindi era un uomo-  quando nel 1996, anno di pubblicazione, era gia’ chiaro chi portasse i pantaloni tra Bill e Hillary nella gaia famiglia Clinton, implica una ottusita’ non indifferente. Sia chiaro, il "cinese" e’ un personaggino che da sempre offre spunti ilari quindi non ce l’ho con lui anzi sfrutto i suoi paralleli sballatissimi tra il romanzo di Dick e la societa’ attuale come punto di partenza, ovviamente con ben altre equivalenze, piu’ divertenti e sorprendenti.
Il Dick che ci racconta come coloro che premono un pulsante in massa s’illudano di gestire in prima persona la democrazia, non supera in comicita’ i cabarettisti aizzapopolo ma poco ci manca.
Del resto i temi dickiani sono sempre quelli e sempre qui: poteri occulti, multinazionali avide, politici inetti come fantocci in mano altrui, paranoia e in pratica tutto quanto rende felice i complottisti di professione e per hobby.
Di Dick troviamo i sim ovviamente ma non mancano mutanti, psi e marziani, mescolati in un mondo diviso in caste come Orwell preconizzava e di conseguenza, infiniti paralleli con la societa’ sovietica chiusa in microrayon obbedienti, all’interno di un ecosistema che intrappola piu’ di una prigione.
Il partitone unico poi e’ senza alcun dubbio di stampo rosso ma rimodulato in Occidente, questo si in procinto di realizzarsi nella sua interezza o almeno cosi’ sembra a giudicare dalle reti unificate del palinsesto della tv di stato.
Dick non e’ un profeta, mai stato. Semmai fu un uomo capace di seguire una retta passante per piu’ punti e sapeva riderci su, al contrario dei cinesi

Follia per sette clan – Philip K. Dick

Follia per sette clanChuck Rittersdorf e’ un patriota che fa la sua parte lavorando per la CIA e scrivendo testi per simulacri mandati in missione nei paesi comunisti a propagandare l’Occidente. Una moglie avida in procinto di separarsi da lui lo coinvolgera’ in una missione statunitense su una luna una tempo adibita a curare malati mentali ma abbandonata al suo destino. Dopo decenni e’ ormai indipendente seppur abitata da quegli stessi malati e dai loro eredi che delle loro patologie hanno fatto un sistema sociale. La missione a questo punto diventera’ un intrigo politico, bellico e personale con tinte di thriller ben dosate con l’azione. 
Questo e’ il Dick che preferisco. Distante dallo splendore dei racconti ma nel 1964 aveva gia’ costruito un universo autonomo abitato da Psi, simulacri, razze aliene tanto peculiari quanto divertenti, convivenze promiscue e un governo fin troppo impiccione. Ancora lontano dalla paranoia lisergica degli anni a venire, non e’ pero’ un caso che riempia un’intera luna di malattie mentali incarnate in vere e proprie etnie nell’idea che una patologia possa essere altrettanto efficacemente un modo di vivere.
Questo e’ un Dick di transizione, ironico eppure amaro nelle conclusioni e nelle scelte, il Dick che mescola la propria esistenza con quella dei suoi personaggi, sempre inguaiati, con ex mogli feroci e il solo desiderio di tranquillita’ ad ogni costo, nel bene e nel male.
E’ anche il Dick politico, meglio dire anarchico che nella societa’ civile e nel governo vede malati di mente e nei sette clan di psicotici uno specchio della realta’ che lo circondava o almeno la sua percezione.
Tante invenzioni, tanti i protagonisti e nel fondo della storia, la lotta del singolo contro un sistema, tutto il sistema, che non funziona appena ci si voglia spostare un poco a lato dal consueto. Del resto non si salva nessuno, abolendo di fatto un giudizio di fondo che colpisce tutti quindi con unanime condanna.
O almeno cosi’ sembra ma del resto egli colloca la normalita’ come uno stato alternativo ma equivalente ad un qualunque disturbo psichico, disintegrando di fatto ogni barriera tra le psicosi.
Libro che non metterei tra i primi cinque di Dick ma piacevolissimo, forse uno dei piu’ divertenti e scanzonati.

Urania 336: I traditori e altri racconti – Vari

I traditoriVolevo leggere altro di A.E. Van Vogt, un po’ per agganciarmi al precedente "L’uomo dai mille nomi" ma soprattutto per togliermi il retrogusto amaro che mi aveva lasciato, finendo invece su questo ingiallito Urania 336 datato 1964, non il piu’ vecchio della mia collezione ma certo quello messo meglio.
C’e’ il Van Vogt che cercacavo ma ad attirarmi sono stati gli altri autori della raccolta, Silverberg e Dick tra tutti.
Bei tempi quelli e non solo per i nomi allora in piena attivita’ ma il numero 336 si fa ricordare per il passaggio alla pubblicazione settimanale, con l’Italia, unica al mondo a poterselo permettere e per il ritorno sulla carta stampata di Van Vogt dopo molti anni d’assenza dovuta all’adesione a Scientology.
Si inizia col suo racconto, l’arrivo a destinazione di un’astronave generazionale terrestre, si prosegue con Silverberg col fato di un criminale in un futuro distopico, l’esordiente Kolom non e’ originale ma diverte con una storia di regali alieni, Linster si fa leggere con un curioso scontro ideologico tra razze, Leiber e’ poco credibile nel futuro che prevede guerra tra pedoni e automobilisti e infine ma non ultimo Philip K. Dick in un racconto geniale quanto divertente, persino anomalo in ottica futura, autocitazionista e circolare, brillante come solo Dick poteva essere perche’ possiamo discuterne in eterno, ma il suo periodo a cavallo tra i ’50 e i ’60  fu il migliore.
Meravigliosi quegli anni e chissa’ quale fu l’ingrediente magico, forse quella fine del mondo cosi’ vicina, forse la tensione della guerra fredda  che alla faccia dell’idiozia pacifista che non ammette "se e ma", fungeva da carburante per il motore dell’arte come e meglio di qualunque catatonico mondo di pace perche’ ricordando Welles e Greene "In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù", gli stress sociali e personali generano idee.
Ragioni di tanta grazia a parte – e poi Welles lo si cita sempre volentieri – a volte bastano poche pagine di un albo dimenticato per ricostruire un’epoca e i suoi sapori, per non scordare da dove veniamo, per risvegliare il piacere della lettura di un genere, la fantascienza, che se vuole sa ancora stupire.

Un oscuro scrutare – Philip K. Dick (estratto)

(Recensione completa qui)
C’era stato un tempo, nel passato, in cui lui, Bob Arctor, non viveva in quel modo, con una calibro 32 sotto il guanciale, uno spostato nel giardino posteriore a sparare per Dio solo sapeva quale motivo, e qualche altra zucca vuota, se non proprio la stessa, che aveva imposto un’impronta cerebrale di se stesso cortocircuitando un cefoscopio costosissimo e pregiato, che tutti in quella casa, e tutti i rispettivi amici, apprezzavano e utilizzavano per rilassarsi. In quei giorni ormai passati, Bob Arctor aveva condotto i propri affari in maniera molto diversa: c’era stata una moglie, in tutto simile ad altre mogli, c’erano state due figliolette, e una fissa dimora che veniva spazzata, pulita e svuotata dei rifiuti ogni giorno, coi giornali vecchi mai aperti portati puntualmente dal vialetto anteriore al bidone della spazzatura, oppure, a volte, addirittura in casa per essere letti. Ma poi un giorno, mentre sollevava la padella per i popcorn da sotto il lavello, Arctor aveva battuto la testa contro uno spigolo dell’armadietto da cucina giusto sopra di lui. Il dolore, quel taglio nel cuoio capelluto, così inatteso e immeritato, gli aveva per chissà quale motivo dissipato le tenebre. Come in un lampo gli era stato chiaro, allora, che lui non odiava quell’armadietto: odiava sua moglie, piuttosto, le due figliolette, il garage, l’impianto di riscaldamento, il giardino davanti casa, lo steccato, e tutto quel posto fottuto e chiunque mai ci vivesse. Voleva divorziare. Voleva battersela. E così aveva fatto, quanto prima gli era stato possibile. E quindi era entrato, per gradi, in una vita nuova e cupa, dove non v’era più nulla di tutto quello.
Probabilmente avrebbe rimpianto quella decisione, prima o poi. Ma non l’aveva ancora fatto. Quella vita era stata priva di stimoli, senz’alcun rischio. Troppo sicura, lutti quegli elementi che la costituivano sarebbero stati giusto lì davanti ai suoi occhi per sempre, senza che mai avesse potuto attendere da loro nulla di nuovo. Sarebbe stata, aveva pensato una volta, come una piccola barca di plastica che avrebbe virtualmente continuato a navigare per sempre, senza incidenti, fino al giorno in cui non fosse affondata, con grande e malcelato sollievo di tutti.
Ma nel mondo oscuro nel quale ora dimorava, traboccavano costantemente verso di lui cose orribili e cose sorprendenti e, una volta ogni tanto, di rado, qualche piccola mirabile cosa. Non poteva contare su nulla. Neanche sul suo cefalocromoscopio Altec, intenzionalmente e malvagiamente danneggiato, su cui aveva edificato il momento di piacere delle sue giornate, il segmento del giorno nel quale tutti loro si rilassavano e si lasciavano andare. Da un punto di vista razionale non aveva alcun senso, per chiunque mai l’avesse fatto, danneggiare il cefoscopio. Ma lì, in quel suo nuovo mondo, fra quelle lunghe oscure ombre della sera, poche fra le cose che accadevano potevano dirsi razionali, almeno in senso stretto. Quell’azione, di per sé enigmatica, avrebbe potuto essere stata compiuta da chiunque, e per una ragione qualunque. Da una qualsiasi persona, fra quelle da lui conosciute o semplicemente incontrate. Una qualsiasi fra otto dozzine di balordi, fricchettoni, cervelli spappolati, tossici oramai imbambolati, paranoici di natura psicotica con rancori allucinatori messi in scena nella vita reale, e non nella fantasia. In realtà, avrebbe anche potuto essere qualcuno che non aveva mai incontrato, e che lo avesse estratto a caso dall’elenco del telefono.
O anche il suo migliore amico.

Un oscuro scrutare – Philip K. Dick

Un oscuro scrutareE’ mia tradizione estiva leggere o rileggere qualcosa di Dick e stavolta la scelta e’ caduta su "A scanner darkly" tenuto a riposare a lungo per via che il Dick anni ’70 non sia di massima il mio preferito. Si e’ messo poi in mezzo il film omonimo di Richard Linklater cosi’ fedele al soggetto originale che mantiene l’impronta caratteristica del romanzo facendo della lettura una riproduzione e non un’alternativa.
Dick tento’ di vendere il libro non come fantascienza malgrado l’ambientazione sia spostata nel 1994 e l’anno di pubblicazione il 1977, praticamente il suo penultimo libro considerando la trilogia di Valis come unica entita’.
Libro autobiografico certo, esperienze lisergiche dal suo periodo da tossico conclamato, al punto cioe’ di preferire una sfera d’esistenza, una filosofia di vita che nella droga e nell’inevitabile conclusione, trova comunque piu’ motivazioni che nel vivere quotidiano.
Romanzo di doppi e di scelte, Bob Arctor agente infiltrato della narcotici, recita il ruolo di tossico per inserirsi nel giro e sgominare il traffico crescente di stupefacenti e con l’idea di arrivare sempre piu’ in alto, s’immerge nel fondo della catena di spaccio per risalire la vetta ma qualcosa a poco a poco lo ingloba e lo assorbe, la dipendenza non si ferma alla droga ma si espande verso una scelta verso un futuro incerto comunque preferibile a cio’ che in fondo e’ troppo delineato e infine la separazione da se stessi, scissione che va oltre il disturbo bipolare sfociando invece in una divisione piu’ filosofica che psicologica, non perdersi ma ritrovarsi due volte nell’essenza dell’esistere e contemporaneamente nel proprio riflesso fino al sublime sorprendete finale.
No, non e’ fantascienza, e’ un viaggio nella psiche dello scrittore, nel suo diario intimo, racconto di una scelta che diviene vittoria in quanto scelta consapevole, colma di rammarico per gli amici perduti come fossero martiri di una guerra combattuta contro l’ordinario quotidiano, guerra come condizione, non necessita’ o almeno non e’ tale per chi non sente il bisogno di parteciparvi.
Questo non e’ il Dick che preferisco per quanto sappia distinguersi dal drogato perdente e complottista incapace di accettare la propria debolezza e la propria miseria. C’e’ la confessione, persino la richiesta di perdono ma senza pentimento resta la profonda tristezza dell’irreparabile sua scomparsa per quanto nel finale il lirismo svetta verso il poetico, la tristezza sostituisce l’accusa perche’ oltre le colpe, oltre le cause e gli effetti, sul terreno restano gli uomini e per chi non c’e’ la morte,  volte la vita non e’ il meglio sperabile.
Dick scrittore e’ da altre parti, qui abita l’uomo con l’onesta’ che paga la sconfitta e la vittoria del raccontarle.

"Ci vuole una forma superiore di saggezza per sapere quando occorre usare l’ingiustizia"

I giocatori di Titano – Philip K. Dick

I giocatori di titanoSi desidera scardinare le tradizioni forse per sostituirle alle proprie e cosi’ deve essere se in questi anni ho costellato il mio tempo di piccole abitudini create spesso per caso e senza premeditazione.
Una di queste consiste nel leggere o rileggere uno o piu’ romanzi di Dick durante i giorni di ferie, simpatica mania che per parecchio tempo ha bloccato la lettura di questo libro nell’attesa di Agosto.
Ebbene chi sono io per interrompere le tradizioni specie dopo averle inventate?
Arriviamo cosi’ alla storia di Peter Garden, non troppo fortunato giocatore di Bluff, gioco nel quale si mettono in palio terre e donne quando di terra ce n’e’ fin troppo in un mondo in cui causa guerra non nascono piu’ figli e la promiscuita’ e’ l’unico metodo possibile per trovare combinazioni di coppia ancora in grado di procreare.
In tutto questo vi sono intrighi, complotti, menzogne e ovviamente i titaniani, strani conquistatori con un ruolo non cosi’ trasparente.
Molti sono i punti di contatto con "La penultima verita’" e "I Simulacri" usciti l’anno successivo, condivisione di personaggi e situazioni talvolta diversamente contestualizzate come in una sorta di variazione sul tema cosi’ come e’ regolare la ricorrenza di elementi utilizzati come comparse o protagonisti, in altre novelle o racconti.
Il romanzo viene spesso definito minore a fronte di tanti elementi tra i quali la pubblicazione schiacciata da colossi come "La svastica al sole", "I Simulacri" e "Follia per sette clan" ma direi soprattutto per una mancanza di lucidita’ che contraddistingue piu’ le opere degli anni ’70 che di questo periodo.
I temi dickiani ci sono tutti, in dosi persino superiori al periodo, paranoia, realta’ dominatrici nascoste, complotti e droghe rivelatrici ma tutto e’ mescolato senza la sapienza, pardon follia, con la quale normalmente questi ingredienti vengono messi insieme con un effetto d’instabilita’ generale o forse e’ meglio dire di bozza preparatoria per cio’ che non a caso uscira’ l’anno successivo.
Da ragazzo mi emoziono’ molto di piu’, oggi con una conoscenza dell’autore e del genere piu’ approfondita, resto meno convinto ma forse nella sua semplicita’ v’e’ un motivo in piu’ per consigliarne comunque la lettura e d’altronde e’ anche difficile trovare qualcosa di Dick da sconsigliare.

La citta’ sostituita – Philip K. Dick

La città sostituitaIl Dick che preferisco e’ quello del decennio 1958-1968, troppo canonico prima, troppo allucinato dopo, bene inteso che non si puo’ tagliare la sua produzione con la falce e che c’e’ sempre da distinguere i racconti dai romanzi.
"La citta’ sostituita" datato 1957, costituisce un ottimo esempio di quel passaggio di consegne tra un periodo e l’altro, uno degli anelli evolutivi dell’autore, in fondo il segno tangibile di una letteratura infine protesa verso la ricerca di quale sia la realta’ dietro la realta’, il volto del mondo celato dalla facciata del quotidiano. 
Nel racconto, Ted Barton torna nella sua citta’ natale dopo 20 anni per scoprire che nulla e’ come si ricordava, non una casa, non una via, non un negozio. Peggio e’ imparare che il bambino Ted Barton mori’ all’incirca nell’epoca della sua partenza.  Inizia cosi’ ad addentrarsi nelle viscere di una verita’ ancora piu’ allucinata ed allucinante di quanto fin qui potesse gia’ sembrare.
L’inizio e’ innegabilmente accattivante e la scrittura lo e’ ancora di piu’ nella gestione a capitoli che come nel miglior romanzo d’appendice, termina con una frase o una situazione ad effetto, effetto riuscito perche’ la curiosita’ resta altissima cosi’ come e’ altissima la scrittura sempre ben misurata e controllata.
Se come si diceva questo e’ un anello di congiunzione, specie nel finale smarrisce parte dell’incisivita’, qualcosa si disperde col pathos che non cresce di pari passo col desiderio di capire che accade e in fondo puo’ essere questa la ragione per la quale il romanzo e’ rimasto senza una pubblicazione per molti anni e ristampato meritoriamente da Fanucci, esclusivista di Dick per l’Italia, a inizio 2011.
Il livello e’ altissimo si badi bene ma piu’ nell’idea e nella tecnica che nella sua realizzazione leggermente molle ma basti pensare quanto forte l’eco di questa letteratura sia rimbalzato nelle pellicole e nei romanzi fino ai giorni nostri per rendere la lettura di questo Dick indispensabile.
"La battaglia imperversa ovunque, in tutto l’universo.
E’ per questo che esiste: e’ perche’ loro possano avere un posto dove darsi battaglia
"

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