Il «folle» slogan dei jeans Jesus – Pier Paolo Pasolini

Il linguaggio dell’azienda è un linguaggio per definizione puramente comunicativo: i «luoghi» dove si produce sono i luoghi dove la scienza viene «applicata», sono cioè i luoghi del pragmatismo puro. I tecnici parlano fra loro un gergo specialistico, sì, ma in funzione strettamente, rigidamente comunicativa. Il canone linguistico che vige dentro la fabbrica, poi, tende ad espandersi anche fuori: è chiaro che coloro che producono vogliono avere con coloro che consumano un rapporto d’affari assolutamente chiaro.
C’è un solo caso di espressività — ma di espressività aberrante — nel linguaggio puramente comunicativo dell’industria: è il caso dello slogan. Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita.
La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte.
Ma è possibile prevedere un mondo così negativo? È possibile prevedere un futuro come «fine di tutto»? Qualcuno — come me — tende a farlo, per disperazione: l’amore per il mondo che è stato vissuto e sperimentato impedisce di poter pensarne un altro che sia altrettanto reale; che si possano creare altri valori analoghi a quelli che hanno resa preziosa una esistenza. Questa visione apocalittica del futuro è giustificabile, ma probabilmente ingiusta.
Sembra folle, ma un recente slogan, quello divenuto fulmineamente celebre, dei «jeans Jesus»: «Non avrai altri jeans all’infuori di me», si pone come un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista, e indicandone una evoluzione diversa da quella che la convenzionalità — subito adottata dai disperati che vogliono sentire il futuro come morte — faceva troppo ragionevolmente prevedere.

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I giovani infelici (da Lettere luterane) – Pier Paolo Pasolini

Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri.
Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti.
È il coro – un coro democratico – che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale.
Confesso che questo tema del teatro greco io l’ho sempre accettato come qualcosa di estraneo al mio sapere, accaduto «altrove» e in un «altro tempo». Non senza una certa ingenuità scolastica, ho sempre considerato tale tema come assurdo e, a sua volta, ingenuo, «antropologicamente» ingenuo.
Ma poi è arrivato il momento della mia vita in cui ho dovuto ammettere di appartenere senza scampo alla generazione dei padri. Senza scampo, perché i figli non solo sono nati, non solo sono cresciuti, ma sono giunti all’età della ragione e il loro destino, quindi, comincia a essere ineluttabilmente quello che deve essere, rendendoli adulti.
Ho osservato a lungo in questi ultimi anni, questi figli. Alla fine, il mio giudizio, per quanto esso sembri anche a me stesso ingiusto e impietoso, è di condanna. Ho cercato molto di capire, di fingere di non capire, di contare sulle eccezioni, di sperare in qualche cambiamento, di considerare storicamente, cioè fuori dai soggettivi giudizi di male e di bene, la loro realtà. Ma è stato inutile. Il mio sentimento è di condanna. I sentimenti non si possono cambiare. Sono essi che sono storici. È ciò che si prova, che è reale (malgrado tutte le insincerità che possiamo avere con noi stessi). Alla fine – cioè oggi, primi giorni del ’75 — il mio sentimento è, ripeto, di condanna. Ma poiché, forse, condanna è una parola sbagliata (dettata, forse, dal riferimento iniziale al contesto linguistico del teatro greco), dovrò precisarla: più che una condanna, infatti il mio sentimento è una «cessazione di amore»: cessazione di amore, che, appunto, non da luogo a «odio» ma a «condanna».
Io ho qualcosa di generale, di immenso, di oscuro da rimproverare ai figli. Qualcosa che resta al di qua del verbale: manifestandosi irrazionalmente, nell’esistere, nel «provare sentimenti». Ora, poiché io — padre ideale – padre storico – condanno i figli, è naturale che, di conseguenza, accetti, in qualche modo l’idea della loro punizione.
Per la prima volta in vita mia, riesco così a liberare nella mia coscienza, attraverso un meccanismo intimo e personale, quella terribile, astratta fatalità del coro ateniese che ribadisce come naturale la «punizione dei figli».
Solo che il coro, dotato di tanta immemore, e profonda saggezza, aggiungeva che ciò di cui i figli erano puniti era la «colpa dei padri».

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Officina Pasolini – MAMbo, 31-12-2015

Pasolini MamboQuarant’anni fa, era il 2 Novembre 1975, moriva Pier Paolo Pasolini. I ricordi e le celebrazioni si sono sprecate, si sprecano e si sprecheranno ancora. Non entro nel merito se tutto questo sia dovuto perche’ lo e’, ma e’ ancora una volta la cultura partigiana percio’ a senso unico che sporca anche cio’ che abbiamo avuto di buono, non garantisce nulla, anzi..
Ad ogni modo Bologna ha un legame importante con lo scrittore scomparso per avergli dato i natali e per i tanti ritorni in zona per quanto il Friuli prima e Roma poi, siano state di maggior riferimento, umano e professionale.
Il MAMbo con grande dispendio di forze assume l’onere per tutta la citta’ di ricordarlo degnamente e cosi’ le ampie sale delle mostre temporanee si sono attrezzate per l’allestimento che proseguira’ sino al 28 Marzo 2016.
Che le cose siano state fatte alla grande basta una semplice occhiata per capirlo e l’impatto con la penombra ovattata nella quale la luce diventa segno, messaggio e sottolineatura, e’ imponente e meraviglioso. Certo una tale cura in passato non s’e’ mai vista e per una ragione o l’altra, e’ comunque ragione di complimenti ai curatori.
La difficolta’ nell’affrontare un personaggio come Pasolini consiste nel decidere che impostazione dare per raccontare la vita di un intellettuale che si e’ cimentato su innumerevoli branche della cultura e dello spettacolo.
Egli fu poeta, scrittore, saggista, giornalista, regista una vita non lunghissima ma costellata da innumerevoli iniziative e progetti, percio’ saggiamente, il MAMbo non segue un percorso storico ma tematico, zone d’interesse che divengono spazi fisici non di approfondimento ma di sottolineatura, con scritti, video, foto e testimonianze, a volte pagine di giornale, altre reperti fisici come costumi oppure oggetti. La scelta e’ giusta, quasi obbligata per quanto e’ da dire, chi sa poco Pasolini non ne puo’ uscire arricchito da un’esperienza che implica una conoscenza di fondo piu’ importante. Ognuno nella mostra vedra’ cio’ che gia’ sa o crede di sapere, meglio trovera’ confermate le proprie idee sull’uomo e l’artista. Trovo che Pasolini sia stato un regista poco piu’ che mediocre, talvolta pessimo con qualche rara punta d’eccellenza e nulla di quanto ho visto ha intaccato la mia tesi, al contrario fu un grande scrittore e oltre i contenuti che meritano un ampio discorso a parte leggiamo un suo italiano sublime, di una bellezza da togliere il fiato anche su miseri appunti o generici bozzetti. Poi sui significati e le idee, ognuno declina come vuole, certo e’ che per paradosso ma e’ un paradosso dei tempi, anche Pasolini oggi ha a ben vedere una valenza opposta rispetto i suoi anni e il suo messaggio meglio si adatta a coloro che in vita gli furono ostili e viceversa. 
Del resto basta guardarsi attorno, dove la borghesia vota i suoi nemici storici, quella sinistra che stravede per il tragico imperialismo statunitense, mentre i ceti piu’ bassi si rivolgono a un conservatorismo russo, oggi ultima frontiera  rimasta all’Occidente in via di estinzione. Pasolini per molti versi lo aveva previsto e sarebbe interessante sapere oggi dove avrebbe rivolto il suo sguardo. Vedendo la mostra una risposta l’ho vista, altri immagino avranno preferito far finta del contrario. alla fine comunque ci si pone domande e se v’e’ rimasta grandezza nella figura di Pasolini, e’ proprio negli interrogativi che ancora ci rivolge, percio’ vale la pena rivedere e rileggere il suo lavoro.

Scheda Evento

Capriccio all’italiana – Monicelli, Steno, Bolognini, Zac, Pasolini

Capriccio all'italianaCerco di sforzarmi e contestualizzare questo film al periodo supponendo che essere l’ultimo film di Toto’ abbia certamente contribuito ad aumentarne la fama e il successo, provando ad immaginare un target e un obiettivo ma mea culpa non ci riesco.
Non credo di aver mai visto tanta materia prima per cosi’ scarsi risultati, tanta energia risolversi in qualche scintillina inebetita e striminzita.
Sei capitoli che vanno da un avvilente e banale Monicelli (La bambinaia) a un Bolognini che in due episodi (Perche’, La gelosa) non riesce a costruire una sola situazione sensata.
Pino Zac (Viaggio di lavoro) che almeno sulle strisce a fumetti un po’ divertiva qua non fa nemmeno piangere e infine i due episodi firmati Steno e Pasolini.
Il primo in "Il mostro della domenica" pur mortificando Toto’ in ogni buffoneria possibile, s’impone come inutile ammasso d’imbarazzante comicita’, di situazioni spompate e senza speranza e in una sorta di guerra tra giovani beat e vecchi matusa, l’episodio riesce nell’improbabile compito di non piacere ad entrambe le fazioni e magari e’ gia’ un risultato.
Pasolini imbastisce invece una rappresentazione dell’Otello sospesa tra presunta poesia e becera contestazione di opera storica ed immortale e malgrado non abbia nulla da spartire con un film che dovrebbe ironizzare sulle idiosincrasie dell’italico costume, nello squallore generale almeno ha qualcosa da raccontare.
Tempo perso.

Scheda IMDB

Medea – Pier Paolo Pasolini

Ero curioso di vedere come “Medea” di Pasolini fosse stato non solo un flop di dimensioni oceaniche ma avesse potuto disintegrare cio’ che restava della carriera della Callas.
Del resto si sa che con Pasolini “comunque vada sara’ un successo” e se cosi’ non fosse e’ perche’ “la gente non capisce” quindi e’ impossibile sbagliare, sempre che non si riesca fare qualcosa di straordinariamente brutto e pare proprio cosi’ sia stato.
Nemmeno il presunto flirt tra i due, credibile quanto il fidanzamento tra la Canalis e Topo Gigio, ha potuto fare nulla per risollevare le sorti della pellicola..
Neppure voglio entrare nel merito del testo o del suo adattamento perche’ la mia concezione di narrazione e’ molto, troppo distante da quella di Pasolini e ugualmente posso accettare una diversa visione e giustificarla ma qui il problema e’ il cinema, il movimento dalla camera, le scelte visive di un regista che con tutta la buona volonta’, anche con la ricerca delle attenuanti e delle ragioni piu’ ardite, non sono giustificabili.
Elsa Morante, professione scrittrice, ha usato per un mito greco musiche da teatro Kabuki che per oscuri giochi estetici accompagnano personaggi dal look Tartaro-Etrusco tardo postatomico senza una sola ragione al mondo che ne consolidi il legame.
Inquadrare per 20 secondi dal mento in su una Callas urlacchiante e saltellante contro uno sfondo brullo e spoglio urla vendetta.
Telecamera in spalla in un interno va bene per l’arrivo di una barella in ER, non per delle ancelle di mitologica tragedia.
Allestire Corinto in Piazza dei Miracoli a Pisa e’ follia, non metafora specie se ci si arriva da mura di pietra di stanza in Turchia.
Proseguo? Lasciamo stare.
Si salvano i megalitici e lunari paesaggi della Cappadocia, i costumi superbi e sfarzosi di Piero Tosi, le scenografie di Ferretti, la fotografia di Ennio Guarnieri, grandi professionisti ai quali si deve il rispetto guadagnato sul campo ed e’  unica ragione per scrivere del film.
La Callas… che dire della Callas. Demolita dal matrimonio di Onassis con la bella Jacqueline Kennedy deve aver accettato il ruolo in preda a chissa’ quale demone e per questo le perdoniamo tutto.
Se ci concentriamo abbastanza e’ possibile vedere qualunque cosa in una roccia ma non bisogna mai dimenticare che a volte si tratta solo di un inutile sasso…

Scheda su IMDB

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