Impiegati – Pupi Avati

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Ultimo Minuto – Pupi Avati

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Balsamus l’uomo di Satana – Pupi Avati

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Il fulgore di Dony – Pupi Avati

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Un ragazzo d’oro – Pupi Avati

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Pupi Avati. Sogni incubi visioni – Andrea Maioli

Pupi Avati. Sogni incubi visioni - Andrea Maioli L

Lelio Luttazzi – Il giovanotto matto – Pupi Avati

Lelio Luttazzi - Il giovanotto mattoPer completare la lettura recente su Luttazzi, mi viene incontro un documentario a lui dedicato diretto oltretutto da Pupi Avati e trattandosi del piu’ importante regista italiano vivente, non poteva essere altro che un ottimo lavoro e cosi’ e’ stato. Girato nel 2008 con un Luttazzi ottantacinquenne che nell’ultima fase della sua vita, torna alla ribalta dopo una sorta di autoesilio dalle scene. In breve, vi fu una telefonata che nel 1970 lo coinvolse in un tragico errore giudiziario, uno dei tanti, troppi della cara Repubblica. Ventisette giorni di carcere che gli sconvolsero la vita al punto di mollare tutto al clou della carriera. Avati inizia il racconto su Luttazzi con un ritorno alla sua Trieste, citta’ natale e dove decidera’ di vivere i suoi ultimi anni di vita.
E’ la storia di un bambino rimasto orfano di padre a tre anni dalla sua nascita, la madre maestra di scuola, pochi studi di musica che un grande talento trasformarono in mestiere e l’amore per lo swing che lo condusse a traghettare verso nuovi suoni un’Italia appena uscita dalla guerra. Un pizzico di fortuna con i giusti incontri, l’avanspettacolo, la radio e la televisione, quando la televisione era per gli italiani un evento.
Poi il cinema con quegli strani eventi che lo portarono a recitare sotto Antonioni, insomma una vita piena, tanti successi e un’unica definitiva sconfitta. La cronaca di Avati che si divide tra intervista, immagini di repertorio e documentario si ferma qui, al 1969, ad un passo dall’anno successivo.
Non insiste, non ci prova neppure a far parlare Luttazzi, anzi lo lascia con una domanda che e’ anche riflessione per lui e per noi, un invito dopo tanti anni, a liberarsi di un grande peso come gesto taumaturgico.
Lo stile dolce e pacato di Avati si sposa perfettamente alla classe di Luttazzi che nel tempo resta immutata, l’oretta abbondante scivola via forse con troppa celerita’, molto viene omesso e la sensazione e’ che il poco tempo a disposizione sia solo un pretesto. Ad ogni modo "Il giovanotto matto" non  e’ soltanto un documentario su un artista che nel frattempo e’ scomparso ma un’importante riflessione sulla televisione che fu, sui suoi protagonisti e come in fondo, fosse lo specchio di un’Italia irrimediabilmente perduta.

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Il bambino cattivo – Pupi Avati

Il bambino cattivoVedo in giro bambini orrendi ma non e’ colpa loro. Chi e’ veramente orrendo  sono genitori mentalmente disagiati e la tragedia e’ che questi sono della mia generazione, gente che conosco, in senso lato s’intende ma so cosa guardavano, cosa ascoltavano, che scuole hanno frequentato, che libri leggevano, in che locali passavano le sere e alla fine, tutto questo orrore non me lo spiego.  Se avessi voluto dei figli sarei certamente stato un genitore peggiore degli altri e almeno non volendone ho risparmiato al mondo intero altra tragedia. Frega poco lo so, del resto mi frega poco degli altri e dei loro figli, percio’ siamo pari ma un film come questo costringe ad affrontare certi discorsi. La storia in fondo e’ comune, forse la piu’ comune da "Incompreso" di Comencini in poi. Genitori pessimi sfasciano tutto cio’ che toccano, figli inclusi. Avati non ci dice di chi e’ la colpa perche’ i giochi ci vengono presentati gia’ fatti.
La madre del resto e’ un’alcolizzata recidiva, il padre uno che ha fatto del sesso il proprio hobby preferito. 
Di chi la colpa non e’ dato saperlo e poco conta, il figlio comunque e’ in mezzo e non tifa per nessuno, magari vorrebbe crescere in santa pace, quel tanto da fregarsene e lasciare i parenti al loro inferno.
Avati depotenziato in tv e non al cinema, oltretutto in RAI, il braccio armato del politicamente corretto con la pummarola ‘ncoppa. E’ lui e non e’ lui, nel senso che un soggetto cosi’ poteva girarlo l’ultimo dei paraculati a spese del contribuente ma la sensibilita’ e dove possibile, l’ironia, e’ tutta del regista bolognese. Ironia amara, amarissima s’intende, tragica non fosse cosi’ aderente ad una realta’ che tra genitori che fuggono, altri che se ne fregano, parenti motivati dalla vendetta, la nonna che impazzisce per le sorti del nipote, non puo’ averlo in affidamento perche’ ha dei crocefissi in casa ma questa si sa, e’ la logica della societa’ dei vincitori, dei giusti, di quelli senza se e senza ma, di chi governa le questioni morali, percio’ t’inventa gli assistenti sociali. Ad ogni modo il film finira’ bene, siamo sul canale pubblico e  "the sun always shine on tv" come si diceva un tempo.
Il soggetto e’ percio’ facile e scontato ma come tutte le storie, conta piu’ il narratore che il resto e piu’ di Avati e’ difficile pensare ad altro. Oltre Avati il nulla ma lui per fortuna c’e’.

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Il cuore grande delle ragazze – Pupi Avati

Il cuore grande delle ragazzeMeraviglioso Avati. Egli viaggia sull’onda dei ricordi come fossero racconti leggendari dove magia e verita’ si confondono e si mescolano, sussurrando una storia che sa di favola. E’ il sentirsi protetti in un abbraccio infantile, antico ma che si ricorda benissimo, ognuno stretto nelle proprie dolcezze che il regista bolognese sa evocare cosi’ bene.
La voce di uno dei protagonisti ormai anziano lo spiega, e’ la storia della sua famiglia, ricordi da mettere su carta e da lasciare ai posteri perche’ certe avventure sono talmente straordinarie da non poter essere disperse.
Storia di una famiglia quindi, padre, madre, due fratelli e una sorella, uno zio, sua moglie e tutto l’intorno. Mezzadri ai tempi del fascismo ma poco conta quando negli uomini di famiglia scorre un sangue caldissimo che si trasmette di generazione in generazione e quando a Cesare Cremonini, il fratello piu’ grande, quello bello al quale nessuna sa dire di no pur non essendo una cima, viene imposto il matrimonio di una delle figlie racchie del padrone, i guai si faranno molto seri.
Film brillante, a tratti esilarante venato comunque da quella leggera malinconia propria di Avati, perche’ come accade nella vita di tuti i noi, niente e’ assoluto, come un dipinto a colori sfumati raramente uniformi.
Ancora una volta il regista bolognese gioca la carta della sorpresa arruolando un outsider, turno che tocca a Cremonini. Operazione riuscitissima per quanto e’ da dire, dandogli il ruolo di un belloccio non particolarmente brillante, lo fai giocare in casa. Idem per Andrea Roncato, controparte anziana di Cremonini perfetto ad incarnare le disavventure che Avati ha scritto per lui. Cavina ormai e’ una specie di totem, nella vecchiaia unico e meraviglioso, perfetto nei tempi e nella misura. Varrebbe il film da solo eppure nel complesso e’ una delle tante figure bellissime. Meritati gli applausi per la protagonista femminile Micaela Ramazzotti ma ancor piu’ ho preferito Manuela Morabito nel ruolo della madre. Non nuova alla regia di Avati, e’ di una bravura sconcertante, al punto che sarebbe ora di tributarle i giusti onori. Ad ogni modo il discorso e’ sempre quello, sotto le mani di Avati i mediocri diventano grandi e i grandi giganti, non e’ una novita’, non sorprende ma e’ bene ricordarlo ogni volta, cosi’ come e’ bene ricordare che Avati resta il migliore regista italiano vivente e unico erede di un cinema ormai scomparso nelle sale ma non nei ricordi.

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Le strelle nel fosso – Pupi Avati

Le strelle nel fossoXIX secolo spaccato, 1801 per l’esattezza ma il racconto non appartiene a quel tempi li’  e forse non appartiene a nessun anno in particolare, piu’ vicino all’atemporalita’ delle favole e delle leggende. Cosi’ pero’ ci viene detto, nella tradizione di una oralita’ che e’ cultura, intrattenimento, spesso unica fonte di notizie per gente seppellita in un piccolo mondo che e’ abitazione da generazioni e che per ancora a lungo sara’ la sola realta’ per loro, i loro figli e i figli che ancora verranno. Ad ogni modo e’ il racconto di un vecchio vedovo e dei suoi quattro figli tagliati completamente fuori da ogni forma di civilta’. Vivono cosi’, un po’ selvaggi e un po’ bambini, sazi delle leggende arcane sospese tra una religione che e’ misticismo e mistero, in una realta’ molto piu’ allargata della nostra dove i santi si confondono coi demoni, le streghe e tutte le creature immaginarie che una fantasia abbandonata a se stessa puo’ inventare.
La loro vita sarebbe perfetta ma manca una donna in ogni accezione possibile, da madre ad amante, da balia ad amica fintanto che i loro sogni come per magia si avverano ed ecco arrivare una graziosa fanciulla diretta al palazzo del signore locale ma perduta dopo essersi avventurata per la strada sbagliata.
In un primo momento nei cinque c’e’ sorpresa, sconcerto, persino paura ma l’istinto e’ forte e il bisogno ancora di piu’. Lei lentamente s’inserira’ nella vita di ognuno, conquistandoli con la dolcezza, con la gioia e la forza della femminilita’, fino alla conclusione, tragica eppure dolcissima.
Per cio’ che mi riguarda, qui si traccia una linea tra l’Avati di prima e l’Avati di poi, una linea non cosi’ marcata certo ma ben riconoscibile. Troviamo gran parte delle tematiche per le quali si e’ distinto sino a quel momento e tutta la poesia con la quale abbiamo iniziato ad ammirarlo. C’e’ la storia antica anche se non antichissima, quella storia ancora viva nei racconti dei padri e dei nonni e c’e’ la terra, quella terra sul quale la stirpe e’ cresciuta e fortificata, quella terra nella forma piu’ pura e sincera che conquista e va conquistata, metro dopo metro, giorno dopo giorno. C’e’ il mistero e persino l’orrore dei primi film ma in costante via di affinamento. Manca la musica ma a quella aveva gia’ provveduto l’anno prima con "Jazz Band", per quanto in televisione e non al cinema e comunque resta la nenia di note e parole antiche che si sposano perfettamente con la fiaba e con l’antico.
Il solito Avati. Percio’ sublime.

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