Il mercante delle quattro stagioni – Rainer Werner Fassbinder

Il mercante delle quattro stagioniCome cambiano le cose, come si trasforma il comune senso della colpa e della condanna, come si sposta l’asse che regola la morale.
Oggi non potremmo accettare come eroe buono un alcolizzato che picchia la moglie davanti alla bambina piccola, neppure se la famiglia di lui ne e’ stata la rovina, neppure se lei e’ una donna dai costumi fin troppo facili.
No, non sarebbe accettabile eppure nel 1971, data di uscita della pellicola, l’idea rousseauiana che alla societa’ siano relegati tutti i mali e che l’individuo sia incolpevole persino delle sue colpe, giustificava ogni angheria del protagonista, facendo gioco all’idea di una rivoluzione che igienizzasse un mondo cattivo e borghese.
Vicenda realmente drammatica che rimanda a "Come le foglie al vento" film del ’56 interpretato da Rock Hudson e Lauren Bacall, a tratti colpisce duro, quando il meglio lo da’ l’interpretazione degli attori, sempre quelli del gruppo di Fassbinder laddove curiosamente, la Schygulla e’ solo comprimaria mentre Irm Hermann e’ la protagonista femminile ma credo che il regista a quel punto stesse ancora prendendo le misure con se stesso e i suoi attori.
Opera con la quale Fassbinder inaugura la sua casa di produzione e si vede che qualche soldino gira per via di una realizzazione piu’ curata e attenta, meno tirata via dei precedenti lavori.
Come sempre buona la regia e anche la storia non e’ male, sempre perche’ se qualcuno dava una mano alle idee, quelle di Fassbinder uscivano meglio.
Comunque lo script non fa gridare al miracolo, specie nel finale dove il regista da’ un calcio a quel che di buono s’e’ visto e ci riesce piazzando un paio di sequenze tanto grottesche quanto ridicole, certo inspiegabili, per fortuna equilibrate da quei suoi piani sequenza che tanto mi piacciono.
Alla fine se facciamo finta che Fassbinder inizi da qui, mi si lasci il paradosso di dire che c’e’ qualche buona speranza per lui.

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Il fabbricante di gattini – Rainer Werner Fassbinder

Il fabbricante di gattiniAmmettendo che il cinema di Fassbinder abbia una relazione con la realta’ del suo tempo, viene fuori una Germania del tutto ignota, molto curiosa, senza possibilita’ di smentita persino inaspettata.
Sappiamo tutto e tutto ricordiamo dell’Italia all’alba dei ’70, cosi’ come nulla ci e’ stato taciuto sugli Stati Uniti, sulla Francia e un po’ d’Inghilterra ma questi tedeschi sorprendono.
Ebbene nel casino planetario di ribelli e figli dei fiori, a dar retta a Fassbinder in Germania c’erano ancora dei soggetti modello esistenzialista ovvero gente con l’entusiasmo da Brando-boy che immobili con lo sguardo vacuo rivolto all’infinito, scambiano dialoghi illuminanti e sofferti come: "Che cos’hai, se strana…" – "Tu sei strano" – "Allora vai al diavolo".
Neanche a dirlo, tanta verve e’ immortalata dal regista con lunghe e silenziose sequenze nelle quali nulla si sposta di un centimetro, lunga agonia per lo spettatore al quale non resta altro che la speranza in qualche evento rapido ed indolore che lo strappi al fato di una visione avversa.
S’intende che l’"esistenzialista" e’ un individuo che non fa un emerito ca…volo dalla mattina alla sera e in questo un po’ assomiglia ai rivoluzionari suoi contemporanei, quindi ha tempo di perdersi dietro a conversazioni insulse e a convincere chesso’, la propria donna a prostituirsi, cosi’ per fare un po’ di soldi.
Come costante di Fassbinder, testi inutili e il suo voler recitare, questa volta almeno nella parte di un greco che non conosce la lingua, quindi in gran parte tace ma in qualche modo e’ coinvolto nella vita debosciata del quartiere dove si svolge tutta la vicenda, luogo che pare abitato esclusivamente da alcolizzati fancazzisti e bagasce mononeurone.
Immagino che per Fassbinder & co. questa fosse l’idea di borghesia da combattere.
Questo in sintesi il bianco e nero pallosissimo di Fassbinder al suo secondo lungometraggio che per molti versi delude piu’ del primo non offrendo nulla che valga la pena di ricordare, oltre ovviamente una Hanna Schygulla che svestita fa il suo porchissimo effetto.

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L’amore e’ piu’ freddo della morte – Rainer Werner Fassbinder

L'amore è più freddo della morteStoria di piccola malavita organizzata, strani guappi teutonici usciti da una pessima ricostruzione storica della Chicago del proibizionismo. 
La situazione e’ talmente grottesca da indurre a pensare stia passando una farsa, accorgendosi ben presto che non e’ cosi’ laddove un trio di sbandati non si fa scrupoli ad uccidere delinquenti come loro o indifferentemente una cameriera o un poliziotto, senza che nulla si sposta nei fatti e nella morale di questi assassini nati.
Fassbinder pasticcione o la malavita tedesca alla fine degli anni ’60 era realmente cosi’? Cercasi conferme.
Certo e’ che il soggetto mal si addice al regista e non parlo del testo perche’ sin dall’inizio della carriera ha purtroppo dimostrato di essere un pessimo commediografo e sceneggiatore.
Se e’ per questo e’ anche un pessimo attore, edonista al punto di voler recitare ma in fondo ci sta, fosse solo per risparmiare i soldi di un interprete.
Cambia invece il registro sul piano registico. Fassbinder al primo lungometraggio, bianco e nero intellettuale, praticamente nouvelle vague digerita da Robert Frank e stritolata da Warhol assieme a tutto il cinema indipendente a stelle e strisce dell’epoca. Dialoghi che nel non dire nulla presumono grandi verita’, lunghe riprese di gente spesso immobile, noia da martellate sulle ginocchia per restare svegli ed in generale tutti i cliche’ che derivano dall’inesperienza mascherata da perle regalate ai porci.
In mezzo a tanto nulla e a tanto gia’ visto, spuntano pero’ delle vere e proprie chicche, alcuni piani sequenza spettacolari da grande regista, quale in effetti fu e gia’ dagli inizi dimostra che l’occhio e il polso sono quelli giusti.
Ancora un grane rammarico quindi nel pensare che Fassbinder se avesse avuto un grande produttore alle spalle e penso anche ai nostri del cinema italiano o se solo si fosse limitato a dirigere lasciando ad altri l’onere dei testi, sarebbe stato uno dei grandi immortali della settima arte.

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Veronika Voss – Rainer Werner Fassbinder

Veronika VossPenultimo film del regista prima della sua scomparsa ed episodio conclusivo della "BRD Trilogy", dove gli altri due ricordiamolo, sono "Il matrimonio di Maria Braun" e "Lola",  dedicata alle donne e al dopoguerra, periodo storico nel quale le storie si svolgono e per cosi’ dire, caro al regista.
Tratto si dice da una storia vera, Veronika Voss e’ un’ex diva del cinema che raggiunse il massimo splendore negli anni del nazismo.
Ormai decaduta, vive in una realta’ solo sognata, s’atteggia a grande diva ancora in auge e l’incontro fortuito con un giornalista sportivo, svelera’ il tragico destino verso il quale e’ andata incontro.
Film premiatissimo e come poteva essere diversamente, lo trovo invero l’anello debole della catena.
Interessante l’idea d’imbastire un thriller noir e del resto il bianco nero, anch’esso sbagliato nell’eccesso di esposizione, rimanda al genere nonche’ al cinema espressionista tedesco che a sua volta ricorda il passato della protagonista ma purtroppo la scelta serve ancora di piu’ e non ce n’era bisogno, a stimolare confronti con "Viale del tramonto" e la battaglia e’ persa in partenza.
Fassbinder non e’ Wilder, Rosel Zech la Voss, non e’ la Swanson e Robert Krohn il protagonista nemmeno si avvicina a William Holden. Tantomeno si possono confrontare le due sceneggiature, brillante e sorprendente quella di Wilder, lineare e scontata quella di Fassbinder.
Il regista ci ha abituati a meglio, molto meglio, irriconoscibile nelle riprese, luci che non condivido e non mi piacciono e il montaggio che nel finale sa di ultima spiaggia per regalare un po’ di mordente ad una trama che si sgonfia troppo in fretta. Pessima anche la colonna sonora, cosi’ per finire il discorso.
Non desidero essere troppo severo, il film tutto sommato ha una sua anima ed una identita’ ben precisa, tanti difetti certo ma avercene del cinema cosi’. Ecco credo che senza il confronto col predecessore hollywoodiano e senza esperienza sul cinema di Fassbinder, il piacere s’accresce e la visione ne guadagna.
Comunque vale la pena vederlo.

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Germania in autunno – Rainer Werner Fassbinder, vari

Germania in autunnoFilm, documentario, docufiction, come chiamare questa roba?
Non so. So che mi rifiuto di parlare di politica, specialmente quando a distanza di oltre trent’anni, il tentativo di difendere l’indifendibile orrore stragista di stampo comunista, lo lasciamo ai gaudenti neobrasiliani, a qualche giudice nostalgico, a candidati politici del sud Italia e agli amici di costoro.
Invero per cio’ che mi riguarda c’e’ una ragione piu’ profonda e radicata che cosi’ bene sintetizzo’ il compatriota e collega Werner Herzog : "Il film non è analisi, è agitazione della mente; il cinema proviene dalla fiera del villaggio e dal circo, non dall’arte e dall’accademismo." quindi non e’ solo il tempo o le opinioni a separarmi dai realizzatori del film ma il modo stesso d’intendere il cinema.
D’altro canto anche vedere Fassbinder e il suo convivente girare nudi per casa, non e’ che mi entusiasmi e il profondo significato simbolico sotteso a questa scelta, non allevia la visione che avrei volentieri evitato.
Parlo di Fassbinder ma in realta’ e’ un film corale sugli anni di piombo tedeschi, nel pieno centro dell’uragano a fatti non caldi ma roventi laddove la coralita’ s’intende nel collettivo che ha realizzato il film non certo nell’eterogeneita’ dei commenti espressi.
C’e’ dentro di tutto perche’ di tutto serve infilare per riempire un vuoto ideologico di questa portata e coprire con schiamazzi l’orrore che ne consegue. Vecchi filmati di chissa’ quale gloria, interviste accondiscendenti, riuscendo persino a declinare Sofocle alla causa terrorista, arrivando molto dopo Brecht e una decina d’anni dopo la Cavani, giusto perche’ quando c’e’ da battere gli ultimi, noi siamo i primi in ispirazione. L’apoteosi poi e’ quando si e’ dissotterrata la stucchevole "La ballata di Sacco e Vanzetti" per sotterrare tre terroristi. Ironia alle stelle.
Quante palesi contraddizioni, quale ridicolo aggrapparsi su specchi scivolosi sui quali piu’ d’uno e’ caduto e penso proprio a Fassbinder, da considerarsi egli stesso vittima tra le decine e decine di milioni, che la sua ideologia ha causato. Pena, ho provato molta pena innanzi alla sua sconfitta umana e politica e in fondo rispetto per un uomo che ha pagato per le sue colpe morali laddove da altre parti il sistema gli entrato dentro e dolorosamente fino in fondo, pur facendo finta di essere sindaci, giornalisti o magistrati.
E’ consolante scoprire che tutto quanto e’ terminato, escluso qualche vomitevole rigurgito odierno ma di massima e’ una follia conclusa che oggi lascia poco piu’ che un lezzo disgustoso, appena sopportabile turandosi il naso per il paio d’ore dello show. Poi la verita’, come sempre, l’ha raccontata la storia.

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Lola – Rainer Werner Fassbinder

LolaPrima del "sistema Italia" il "sistema Germania"?
Oltre "Le mani sulla citta’" aggiungiamo "Lola" di Fassbinder?
Diciamo che il nostro regista ancora una volta manifesta una palese intolleranza al decennio successivo al dopoguerra, come se ogni misfatto avesse origini in quel periodo. Fosse al mondo oggi con la sua Germania al capo d’Europa forse tacerebbe ma tra i ’70 e gli ’80, poteva raccontare errori ed orrori perpetrati sull’altare della ricostruzione.
Uomini diversi, uomini che si disprezzano fino ad odiarsi ma legati tra loro dal collante piu’ antico del mondo: sesso e denaro.
Si perche’ Lola e’ una prostituta, una "cantante" come ama definirla sua madre e l’arrivo di un assessore all’urbanistica particolarmente pignolo e incorruttibile, dara’ modo alla cricca cittadina di complottare e all’avvenente protagonista di guadagnarsi un posto in paradiso.
Fassbinder ormai in dirittura di arrivo, e’ sempre ottimo tecnicamente, ormai lontanissimo da una parvenza di realta’ trasformando ambienti e luci in mondi artificiali, in parte lisergici in parte anticipatori dei neon degli anni ’80.
La sceneggiatura ancora una volta manca di essere memorabile ma una manifesta vena ironica, almeno alleggerisce il testo rendendolo se non degno di essere ricordato, a tratti persino piacevole e con qualche buono spunto. Non e’ chiaro chi Fassbinder intendesse salvare o gettare tra le fiamme dell’inferno, probabilmente tutti quanti, dai corrotti in quanto tali, all’incorruttibile solo fin quando la sua anima resta leggiadra, passando per lei, Lola la protagonista che non cerca redenzione bensi’ una scusa per non peccare, restando intimamente una prostituta.
Armin Mueller-Stahl, il buono della vicenda, e’ come sempre straordinario, intenso nella sua semplicita’ enigmatica eppure pulsante dietro quell’aria da brav’uomo della porta accanto. Mario Adorf, caratterizza come spesso gli accade, l’arrogante e prepotente altra faccia di Mueller-Stahl mostrando per l’occasione uno spessore che raramente ha saputo esibire. Bella e brava Barbara Sukowa, forse meno protagonista di quanto avrebbe potuto, con un pizzico di presenza in piu’.
Film che si guarda volentieri, qualunque valenza gli si voglia attribuire e non e’ un merito un da poco.

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Il matrimonio di Maria Braun – Rainer Werner Fassbinder

Il matrimonio di Maria BraunNon serve un particolare spirito d’osservazione per notare che praticamente non esiste un film divenuto celebre e che abbia saputo raccontare la tragedia del popolo tedesco durante e dopo la guerra.
E’ il prezzo dell’essere sconfitti e del resto a noi italiani, fu concesso il neorealismo quale premio per essere saltati sul carro giusto all’ultimo istante.
La faccio facile e un po’ ci scherzo ma certo e’ che un film come "Il matrimonio di Maria Braun", oltre al valore artistico, dona uno spaccato di storia a noi noto in quanto comune alla sorte italiana, ma curioso proprio perche’ proveniente  dalla nazione sconfitta per eccellenza.
Storia di Maria, impalmata tra bombe e proiettili. Forse e’ l’unica a credere nell’amore in quell’uomo partito soldato, amore piu’ forte del tradimento necessario per mangiare, per vivere e far vivere la sua famiglia.
Ad una donna giovane e bella non resta che la prostituzione quando attorno ci sono solo macerie e soldati statunitensi a sorvegliare la nuova pace e il ritorno del marito coincidera’ con l’omicidio dell’amante di colore che nel frattempo provvedeva a lei.
Il consorte prendera’ su di se’ ogni colpa e andra’ in prigione, mentre a lei restera’ la promessa di garantire a loro due una vita felice una volta scontata la pena. Senza indugi, fredda come una lama e altrettanto determinata, scalera’ i vertici di una piccola azienda di filati destinata a ricoprire un importante ruolo nel boom economico che seguira’ nel decennio successivo al conflitto mondiale.
Non mi sorprende sia considerato il film piu’ rappresentativo del regista, in primo luogo perche’ e’ Cinema, quella cosa composta da fotogrammi che in successione raccontano storie e alcune persino buone, poi perche’ Fassbinder e’ tecnicamente un cineasta con i controfiocchi, uno che se non si fosse disintegrato nell’ideologia, avrebbe potuto darci un cinema da ricordare.
Prospettiva e profondita’ di campo per lui non avevano segreti e non di meno colori e luci erano al totale suo servizio.
Una volta tanto la storia regge e sa raccontare Maria, un personaggio straordinario, donna che manifesta la palese superiorita’ del suo sesso non scimmiottando l’uomo, senza mettersi in competizione, esaltando semmai la sua femminilita’ come dovere morale nei confronti del proprio compagno, dimostrando che per una donna, avere gli attributi significa non mentire facendo finta di averli.
Del resto il cinema italiano glorifica le sue donne facendole fucilare inutilmente, i pragmatici tedeschi invece mostrano donne guerriere alla conquista del mondo.
E poi stiamo qui discutere perche’ quella tedesca e’ la prime economia europea.
Ottimo Fassbinder, Hanna Schygulla all’altezza della sua fama e quando un film merita, merita.

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Le lacrime amare di Petra Von Kant – Rainer Werner Fassbinder

Le lacrime amare di Petra Von KantAd occhio il tempo che mi separa dall’ultimo film visto di Fassbinder si misura in decenni ma del suo cinema ormai si parla talmente poco che evidentemente sono molti coloro che hanno preferito dimenticarsene.
D’altro canto lo spingermi dentro il teatro e ai suoi testi, m’induce ad un avvicinamento al regista scomparso, innegabilmente un trait d’union tra i media e non caso inizio con un suo celebre testo teatrale dal buon successo cinematografico che contribui’ a far conoscere Fassbinder ad una cerchia sempre piu’ ampia di persone.
E’ il racconto di Petra, celebre stilista che dopo il divorzio vive sola se si esclude Marlene, collaboratrice, cameriera, serva nel trattarla con disprezzo e indifferenza.
L’incontro con Karin cambiera’ molte cose nella vita di tutti i personaggi.
Interamente girato in una stanza, i dialoghi, l’uso minimo della camera il piu’ del tempo fissa sui pochi personaggi che ruotano attorno alla vicenda, fa del film una palese trasposizione cinematografica dell’omonima opera teatrale.
Apprezzabile l’attento studio delle ottiche e buona la regia, inaspettatamente buona, mai doma nell’inseguire riflessi e angoli, prospettive ardite che ben presto divengono le vere protagoniste laddove il testo latita, proprio quel testo che mi ha lasciato indifferente. Forse nei primi anni del ’70 poteva anche apparire una specie di proclama femminista in salsa beckettiana, un poco depotenziato dal tempo trascorso e dalle occasioni ripetute ma in realta’ gia’ da prima, Ibsen e Beckett appunto, hanno saputo andare oltre con parecchi decenni di anticipo.
Non lo definirei un testo prettamente accademico, forse eccessivamente vacuo nella ricerca piu’ dell’aforisma che del significato perche’ non si riesce a trovare una sola sillaba originale, nulla su cui riflettere, annoiati da un incedere pachidermico e orribilmente statico, laddove anche l’ultimo dei filmetti adolescenziali statunitensi ha saputo proporre un triangolo sbilenco in ogni possibile declinazione e ogni volta migliore di quanto ha scritto Fassbinder che non contento, porta in scena, e’ il caso di dirlo, abusatissimi manichini che almeno hanno una loro estetica funzionale all’immagine.
Che altro dire, Bergman mi e’ mancato tantissimo…

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