Quattro notti di un sognatore – Robert Bresson

Quattro notti di un sognatoreBresson torna a mettere in scena autori russi e questa volta ad ispirarlo e’ Dostoevskij col racconto "Le notti bianche".
E’ l’incontro fortuito tra un ragazzo e una ragazza, lui artista sognatore e spiantato, modello in fondo di tanti artisti che negli anni ’70 rappresentavano il mito della fantasia al potere. Lei e’ una delicata fanciulla che vive con la madre in forte ristrettezze economiche e che solo l’affitto di una stanza permette loro di sopravvivere. La ragazza sta per lanciarsi giu’ da un ponte, lui la salva e le domanda di rivedersi la sera successiva. Cosi’ sara’ e per quattro notti si racconteranno le storie reciproche, dove lui resta sospeso tra l’amore per lei e la realta’, lei invece e’ in attesa del ritorno di un coinquilino che le promise di portarla via da li. Divisa tra attesa e disperazione, accettera’ l’amore del ragazzo, non come ripiego ma per la sincera ammirazione che egli le rivolge, in attesa diventi qualcosa di piu’. Storia a lieto fine? Per uno di loro si.
L’anno e’ il 1971, i compatrioti di Bresson e non solo loro, tutti a fare i maoisti e lui se ne esce con una pura essenza di romanticismo senza per questo tradire il suo stile minimalista e tecnicamente esterno alla vicenda. Narratore che narra ma non racconta, i suoi attori conducono, non agiscono in piena simbiosi col Carmelo Bene-pensiero, proseguendo percio’ nel cammino che dagli esordi lo contraddistingue e che di fatto e’ la sua cifra stilistica. Anche in questo caso lasciare allo spettatore la gestione delle emozioni, rafforza enormemente una vicenda in fondo comune, l’amore non corrisposto, che nella memoria di ognuno, rivive attraverso le immagini sullo schermo. Col protagonista non si sviluppa empatia ma ce’e un vero e proprio scambio emotivo che si rafforza nel suo estraniarsi dalla realta’ inventandosene una completamente nuova e non di meno drammatica proprio perche’ tragicamente irrealizzabile. Film semplice ma Bresson c’e’

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Il processo di Giovanna d’Arco – Robert Bresson

Il processo di Giovanna d'ArcoGiovanna d’Arco. Piu’ o meno sappiamo qualcosa, in realta’ conosciamo tutti la sua fine, meno cosa l’ha condotta sin li’ e i mesi che hanno preceduto il rogo.
Bresson si concentra solo ed esclusivamente sul processo, un lungo e terribile periodo nel quale l’ingiustizia del conquistatore inglese, spalleggiato da un clero codardo e cieco, non riuscirono a piegarla, sottolineando semmai la sua forza, il suo sacrificio e la conseguente canonizzazione.
Il lavoro sul testo e’ fondamentale, anzi utilizzando le trascrizioni originali del processo, assistiamo ad un momento di storia piu’ che ad una messinscena.
Ella fu bruciata viva per eresia, le fu negata la possibilita’ di difendersi ma soprattutto niente di cio’ che disse fu usato a sua favore per una condanna a morte gia’ segnata che un processo farsa non seppe nascondere.
Santa o pazza? Beata o blasfema? Le domande rimbalzano nei secoli e si pongono anche a noi, spettatori sconvolti e increduli di come una contadinella di 19 anni abbia potuto mettersi a capo di armate e sostenere poi un processo massacrante nel quale tenne testa a dotti e clerici con ben altre conoscenze e studi.
Il bianco e nero di Bresson abbraccia mezzo secolo di cinema, dagli obliqui contrasti espressionisti, al neorealismo italiano o forse e’ sufficiente chiamarlo col nome di minimalismo alla Bresson, essendo facilmente riconducibile al suo stile. Ancora una volta nell’assenza apparente di emotivita’ dei suoi protagonisti, la forza degli stessi e l’implicazione emotiva di chi guarda e come sempre, fa sua la tragedia in atto.
Con Bresson gli attori finiscono in secondo piano, soverchiati dal testo e dal regista ma non si puo’ non tributare il giusto merito a Florence Delay, una meravigliosa e sofferente pulzella d’Orleans che cela sotto la forzata inespressivita’ la tragedia di una ragazza la cui unica colpa e’ l’amore di Dio e della Patria.
Si dice che "Il processo di Giovanna d’Arco" sia il film piu’ rappresentativo di Bresson. Per molti versi e’ vero, ho altre preferenze ma cio’ non toglie che siamo di fronte ad un’opera sofferta e grandiosa, sublime e terribile.

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Il diavolo probabilmente – Robert Bresson

Il diavolo probabilmentePochi secondi dopo i titoli di testa e sappiamo che il protagonista e’ morto suicida. In realta’ non sappiamo ancora a chi appartenga quel volto sulle pagine di giornale che riportano la notizia ma un lungo flashback, il film in sostanza, racconta le ultime settimane di vita di Charles.
Giornate complesse le sue. Rimbalza tra i brandelli di una societa’ che stenta a rialzarsi dalla tragedia della rivoluzione abortita del 1968. Decerebrati postmaoisti, gli unici rimasti a non aver compreso in quale incubo hanno creduto. Ancora peggio i cattolici, gli illuminati, progressisti, quelli delle chitarre e batterie durante la Santa Messa, quella informe melassa ideologica cattocomunista cha garantiva e ancora oggi garantisce la sopravvivenza di pochi a scapito di un intero Credo.
Gente confusa, un baratro del quale non si vede fondo e ragione.
Colpa di chi? Governi, politica, cultura, colpa del diavolo probabilmente.
Prospettive per il futuro drammatiche. L’uomo sta uccidendo il pianeta Terra, il tempo stringe e nessuno fa nulla.
In tutto questo chi gode sono proprio gli ex sessantottini riconvertiti a squallidi satiri che con la scusa della cultura, si portano a letto le ragazzine, le multinazionali del petrolio e dell’agricoltura e naturalmente spacciatori e delinquenti a sterminare i figli della fantasia al potere con l’eroina.
Non mancano neppure gli psicanalisti, i freudiani, i rousseauiani, quelli dove tutto ha colpa eccetto la stupidita’ dell’individuo e alla fine importa solo che tornino i conti nel senso che il cassetto della scrivania trabocchi di soldi.
Come possono i sentimenti sopravvivere in questo strazio?
Non possono e l’amore diviene tragico, terribile o al contrario farsesco, certo confuso.
Film che fu una mazzate devastante in pieno volto di tutto e tutti i protagonisti del tempo. Non si salva niente e nessuno, non c’e’ scampo, salvezza o redenzione dove chiunque dovra’ espiare per le proprie colpe.
E’ anche vero che grazie a film come "Il diavolo probabilmente" la Francia iniziava a leccarsi le ferite e del resto nel 1977 l’Inghilterra stava rinsavendo col punk, gli USA essendo larga e lunga, da una parte con la disco-dance e dall’altra con la No Wave e la Germania con pragmatica efficienza provvedeva a suicidare la feccia che gironzolava dalle loro parti. In Italia ci stavamo ancora prendendo a pistolettate apprestandoci ad ammazzare primi ministri e gli uomini della scorta, ancora fermi agli "Ecce bombo", per dire la tragedia della nostra povera patria ma se c’e’ un sigillo che chiude e condanna un’epoca, e’ proprio questo film.
Nel suo stile, in quegli anni imitato da molti ma inequivocabilmente suo, Bresson annulla dinamiche, interpretazioni e dialoghi, sparando piccole frasi densissime che come proiettili di diamante frantumano certezze e paradigmi di una generazione che ha sbagliato tutto ma proprio tutto e che ancor peggio, oggi come allora, non lo aveva capito. Qualcuno parla di esistenzialismo, io parlerei invece di nichilismo per molti versi attualissimo, annuncio della una fine tragica di un sistema che nel ’68 pose la prima pietra del proprio sepolcro
Non soltanto da cineteca ma da testi scolastici se non fossero scritti proprio da quelli…

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Diario di un ladro – Robert Bresson

Diario di un ladroE’ il ladro Martin LaSalle quello che scrive ed e’ una lettera indirizzata ad una misteriosa Jeanne alla quale racconta la sua storia.
Egli, scrittore gia’ fallito in partenza, ruba per vivere ma ruba anche per una strana forma di ribellione o forse riscatto sulla vita. Di lui sappiamo che ha la madre malata che per pudore non vuole vedere e un amico che biasima il suo stile di vita ma cerca comunque di aiutarlo.
Sospettato dalla polizia, egli non si sente in colpa, anzi rivendica un ruolo che la societa’ gli dovrebbe, nella curiosa teoria che individui superiori avrebbero il diritto di rubare di quando in quando.
Ad ogni modo si perfezionera’ nei furti sempre di piu’ anche grazie l’alleanza con altri due borseggiatori che in sinergia razziano il prossimo.
Nel frattempo impariamo che Jeanne e’ la vicina di casa della madre e che con altrettanta apprensione dell’amico, tiene molto alla sua vita.
E cosi’ di furto in furto, con la polizia sempre piu’ vicina, si giunge ad una conclusione che potremmo definire come, diciamo giusta e buona. 
Iin fondo l’inizio e’ simile a "Il diario di un curato di campagna" ma se in quest’ultimo la scrittura accompagna la narrazione, in "Diario di un ladro" ascoltiamo un racconto percio’ tutta la vicenda e’ un lungo flashback i cui estremi di inizio e fine si uniscono combaciando alla perfezione.
Amato da molta gente del cinema, in tutta onesta’ non sono rimasto particolarmente impressionato della regia e dal testo come invece e’ accaduto con molti altri lavori del regista ma riconosco di ragionare a posteriori dove la narrazione fuori campo e la struttura episodica fanno ormai parte del bagaglio drlla settima arte che deve anche a Bresson la definizione ultima.
Anche lo stile meno intimista e riflessivo segna un passo diverso del regista adopera una sintassi piu’ propriamente noir piuttosto che minimalista e se vi e’ apparente indifferenza nei protagonisti, questa si mesce di giusta misura con la loro determinazione che rende praticamente ineluttabile il loro destino o quasi, perlomeno sino al finale. Uno dei film piu’ importanti di Bresson, comunque preferisco altro.

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Lancillotto e Ginevra – Robert Bresson

Lancillotto e GinevraMalgrado le molte trasposizioni cinematografiche e letterarie, la leggenda di Artu’ e dei cavalieri della tavola rotonda, offre molti margini di manovra e una quantita’ smisurata di declinazioni. In qualche modo Bresson e’ il regista giusto per portare sul grande schermo una storia che ha al centro idee fondamentali come Dio e l’Uomo ma ancor meglio l’Amore, nelle tante possibili visioni e versioni.
E’ il ritorno mesto dei pochi cavalieri sopravvissuti alla ricerca del Graal, calice sacro per la cristianita’ ma da molti ambito soprattutto per i poteri magici conferiti a chi ne viene in possesso. Nella ricerca i cavalieri non solo hanno perso la vita ma soprattutto l’anima, tra violenza e sopraffazione, presagi di una fine imminente che non riguarda solo un regno, quello di Artu’ ma di un sistema che attraverso la democrazia della tavola rotonda, ha cercato di essere illuminato.
Il campione Lancillotto e’ uno dei pochi a tornare vivo, forte anche dell’amore della regina Ginevra, rispettata da tutti ma altrettanto bramata e neppure tanto segretamente. Lancilloto e’ cambiato. Egli ha visto il Graal e ha giurato davanti a Dio che quello sarebbe stato il suo obiettivo, rinunciando anche all’amore di Ginevra, la quale pero’ non si rassegna e lui. Intanto pero’ Mordred trama alle sue spalle e a quelle di Artu’, cercando nel vuoto di potere di accaparrarsi il regno e nel fare cio’ portandosi dietro alcuni dei cavalieri sopravvissuti, creando di fatto una scissione all’interno del regno. Come leggenda vuole, non finira’ bene.
Straordinario, senza mezzi termini. Bresson sottrae dal racconto ogni pathos e ogni presupposto emotivo percio’ interpretativo. Dimentichiamo l’epica wagneriana di Boorman, dimentichiamo proprio ogni estetica cavalleresca e non e’ una scelta politica o filosofica ma narrativa, forse storica nel ricreare un passato meno da favola e piu’ coerente coi tempi descritti. Sottraendo epica ed etica, resta l’essenza di amore, fedelta’ e i loro opposti, odio e tradimento. Con la medesima tecnica che contraddistingue la sua poesia, uso questo termine al posto di stile, i protagonisti paiono assenti ma qui piu’ che in passato l’apparente indifferenza sottolinea il tormento interiore, amplificando l’introiezione delo spettatore.
Favoloso da affiancare per contrasto ad "Excalibur", due meraviglie che nelle differenze convivono benissimo.

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L’Argent – Robert Bresson

L'argentTratto da un racconto di Tolstoj, "L’Argent" e’ la storia, meglio dire la parabola di come un piccolo male possa a valanga tramutarsi in un disastro per tante e tante persone e sara’ un ragazzetto viziato ad iniziare tutto.
Dopo il rifiuto del padre ad aumentargli la paghetta, si rivolge per un prestito ad un amico, il quale gli dara’ una banconota falsa da smerciare, banconota incassata da un negoziante, il quale a sua volta la rifilera’ ad un operaio che sara’ accusato di essere un falsario.
Dopo aver perso il lavoro, accettera’ di fare da autista per una rapina ma sara’ catturato. Nel frattempo il negoziante verra’ truffato dal suo commesso corrotto e cosi’ via in una irrefrenabile discesa nella tragedia e nella dannazione.
Storia con morale, spiritualita’ forte e accentuata nel grande russo come nel francese. Lasciamo stare la facile interpretazione dove il male genera il male.
Dissoluzioni di valori, il denaro come sterco del diavolo ma il denaro e’ in fondo uno strumento innocente nelle mani quelle si colpevoli, di chi lo adopera. E’ che l’avidita’ non nasce in questi decenni, neppure negli anni di Tolstoj percio’ questa e’ una storia senza tempo e viene da dire senza rimedio.  L’avidita’ e’ un meccanismo strettamente legato all’essere intimamente uomini, forza negativa ma sempre forza rimane e nei millenni ha permesso il balzo in avanti della specie. L’avidita’ e’ male, l’egoismo non lo e’, non nel senso oggettivista randiano o comunque l’avidita’ colpisce nel suo essere senza freni e senza limiti.
"Quand’e’ che basta Gordon?" domanda Buddy a Gekko in "Wall Street" che da li’ a qualche anno aggiungera’ un nuovo capitolo a "L’Argent" di Bresson. E’ il senso della misura a fare la differenza, una differenza etica perche’ e’ di etica che si parla, equiparando il giovane al vecchio, il lavoratore al disoccupato, il ricco col povero.
Nessuno si salva quando si tratta di avere di piu’, di volere di piu’ percio’ stupido e’ negare l’essenza stessa di essere uomini, meglio sarebbe imparare a circoscrivere il bisogno, il bisogno di un andare oltre, che non necessariamente deve colpire il prossimo.
In questo Bresson trova motivi e ragioni per farne un film e lo fa col suo stile di sempre, misurato nei gesti, volutamente assente nella recitazione che deve essere puro testo lasciato nella sua interpretazione a chi guarda e ancora una volta lo spettatore diviene parte integrante del soggetto.
Forse Oliver Stone fa piu’ schiamazzo percio’ ci piace ricordarlo, ma dietro tutto c’e’ il francese.
Ultimo suo film eppure sembra un inizio, non una fine o forse ancora una volta, sta a chi guarda partire da qui.

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Il diario di un curato di campagna – Robert Bresson

Diario di un curato di campagnaSono pieno di pregiudizi lo ammetto ma d’altro canto in questi anni mi sono stati buoni consiglieri facendomi dribblare stereotipi e luoghi comuni.
E’ anche vero pero’ che riesco a liberarmene in fretta se una voce che considero autorevole mi consiglia altrimenti e la la voce e’ quella di Deleuze e poco importa che Bresson sia francese e le sue storie poco in linea coi miei gusti. Il suo stile pero’ no. Importante riferimento del minimalismo cinematografico, espressionista nel paradigma visivo oltreche’ letterario, ha contrapposto la sua voce alla nascente nouvelle vague pur delineando tracce che anche da quelle parti avrebbero seguito.
Inizio il viaggio nel suo cinema con "Il diario di un curato di campagna", non opera prima ma primo successo di critica e modello di stile e carattere.
E’ la storia di un curato di campagna appunto, un giovane prete pieno di dubbi e dolore, tormentato nell’anima e nel corpo con dolori di stomaco che lo obbligano ad una dieta di solo pane, frutta e vino, insufficienti persino per stare in piedi senza svenire. Osteggiato dalla popolazione che non comprende il suo fare austero e alienato, verra’ coinvolto nelle vicende della ricca e nobile famiglia del paese dove il signore intrattiene rapporti con una giovane cameriera, la moglie ha cessato di esistere quando le mori’ il figlio maschio e la figlia che non riesce a rimanere impassibile innanzi il tradimento del padre e l’inerzia della madre.
La conversione di quest’ultima alla fede da tempo perduta, avra’ conseguenze sulla vita di tutti.
Ebbene sono colpito, affascinato anzi da un film diverso da tutti gli altri perche’ Bresson fu egli stesso un regista diverso da tutti gli altri. La negazione del cinema inteso come narrazione lineare o rappresentazione e il soggetto ridotto all’essenziale ma che esplode in dialoghi dall’enorme peso specifico quando serve, fa di questo film un punto zero nella cinematografia non solo francese ma internazionale. Tarkovskij lo elesse suo film favorito e non c’e’ motivo di dubitarne ritrovando lo stesso immobile tormento, la dirompente energia potenziale racchiusa negli oggetti inanimati, nei soggetti sepolti in loro stessi, fino a Scorsese che sul prete modello’ l’introspezione del Travis di "Taxi driver". Strutturato a piccoli racconti che come episodi di una serie narrano storie diverse ma orientate verso una grande trama comune, si resta invischiati nella progressione degli eventi e l’assenza di recitazione, come volere di Bresson, induce a introiettare il dramma in se stessi veicolando l’empatia in un sentimento universale di passione che e’ missione perche’ la via verso la santita’ passa per la semplicita’, per quell’essere bambini che piu’ volte vengono evocati e che cosi’ bene Claude Laydu, l’interprete principale, ha portato sullo schermo.
Formidabile, semplicemente formidabile.

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