Kotoko – Shinya Tsukamoto

KotokoE’ da un po’ di tempo che Tsukamoto non torna sui miei schermi e lo accolgo a braccia aperte..
Recentemente ho scritto che se a von Trier "L’uomo perfetto" di Jorgen Leth cambio’ il modo d’intendere il cinema, "Le avventure del ragazzo del palo elettrico" e la saga di "Tetsuo", spostarono per sempre la mia concezione estetica della settima arte e non solo quella. Da quel momento Tsukamoto non mi hai mai deluso, e’ sempre stato presente nei miei pensieri, divenendo un riferimento per me e per altri suoi colleghi essendo stimato e benvoluto da cineasti di tutto il mondo, iniziando magari da quel Miike che non ha mai negato l’influenza di Tsukamoto nel suo cinema al punto da volerlo piu’ volte al suo fianco.
Dopo qualche anno un po’ a margine, il regista torna con la storia di Kotoko, una strana donna non propriamente in se’ per questa strana abitudine di tagliuzzarsi le braccia per saggiare la forza di volonta’ del suo corpo di sopravvivere ma ancor peggio con lo strano dono, o dovrei dire maledizione, di vedere di ogni individuo il suo doppio, spesso malvagio. Kotoko ha anche un figlio ma certo e’ che nelle sue condizioni, i servizi sociali non hanno sbagliato a darlo in affidamento alla sorella. Anche prendere letteralmente a forchettate ogni possibile spasimante non aiuta ma l’insistenza di uno scrittore, Tsukamoto attore, cambiera’ drasticamente le cose.
Con la straordinaria intuizione a lui propria e condivisa con gran parte del cinema orientale, il terrore e’ sottile, pochi elementi ma spaventosi. Attraverso il meccanismo formidabile di cio’ che potrebbe accadere, si omaggia l’Hitchcock che lo invento’ per il thriller, declinato all’horror per Tsukamoto. La cifra estetica del suo cinema c’e’ tutta.
La progressione della tragedia, la platealita’ della carne martoriata, il masochismo imperante, la mutazione interiore che trova sfogo nel corpo in perenne trasfigurazione cronenberghiana. D’altro canto i volti tumefatti sono quelli di "Tokyo Fist", il viaggio nella follia non puo’ che richiamare "Haze, persino l’amore oltre l’umano rimanda a "Vital" e lo stesso Tsukamoto legato evoca le appendici metalliche di "Tetsuo". Ennesimo segno distintivo la telecamera frenetica innanzi la violenza  e forse la novita’  piu’ evidente e’ un velato humor che esce dal grottesco suo solito e si declina in chiave manga ma per il resto sintassi a parte, e’ nel gia’ visto la debolezza dell’opera.
Il soggetto e’ buono ma irrisolto, incompleto nel non riuscire a decollare verso i lidi promessi, lei Cocco, la protagonista nonche’ autrice del soggetto e delle musiche a sua volta convince ma non esalta, troppo piegata sulle proprie capacita’ per andare oltre.
Non brutto ma e’ l’anello debole nella grande carriera cinematografica di Tsukamoto.

Scheda IMDB

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Haze – Il Muro – Shinya Tsukamoto

HazeTsukamoto, il grande regista / interprete giapponese,, quello della saga di "Tesuo" per intenderci, il Cronenberg dagli occhi a mandorla, colui che con la carne ha creato una nuova grammatica da una prospettiva meno raffinata ma certo piu’ eroica della sua controparte occidentale.
Ebbene questa volta se ne esce con un mediometraggio fatto di poco o niente, strepitoso nel tenere la scena con un uomo intrappolato in un buio e claustrofobico labirinto di mattoni, senza alcun ricordo di cosa ci faccia li’ e di chi sia. Punto e basta. Per cinquanta minuti il regista e interprete, manovra ombre, sprazzi di luce, prospettive azzardate, primi piani di sguardi terrorizzati, arti sporchi e sudati, viscido che trasuda dalla pelle e dai muri. Si gioca d’immagine e si gioca di suoni, distanza ravvicinata di ansimi e gorgoglii, stridio di pelle che si consuma sfrigolando sulla calce, denti e acciaio nel formidabile passaggio nella strettoia.
Finale a sorpresa che si apre su infinite possibilita’, evoluzione chiusa e aperta nel contempo, suggestioni che proseguono oltre il tempo massimo della pellicola.
E’ l’idea che regge il mondo e con le idee lo si evolve. La risposta a perche’ il nostro cinema muore e’ palese confrontando Tsukamoto alle controparti delle nostre latitudine,  ai nostri massacratori di cinema, registi barra interpreti come Verdone che da trenta e passa anni si esprime al meglio solo con le stesse infinite macchiette da cabaret di prima serata, Pieraccioni che nella pochezza almeno fa film per trombarsi le attrici e lui, quel Benigni capace di affogare nella stessa melassa ormai stantia, Pinocchio, un detenuto in un campo di concentramento e un mafioso ma non andiamo oltre per non deprimerci.
Da noi il cinema lo si parla, dalle altri parti lo si fa. Attendiamo una primavera che ci riporti dei registi da troppo tempo scomparsi e partire da Tsukamoto potrebbe essere un inizio.

Tetsuo: The Bullet Man – Shinya Tsukamoto

Tetsuo the bullet manEnrico Ghezzi e’ l’ennesimo tesserato Rai stipendiato coi soldi tutti, che con la scusa del fuori sincrono metaforico, va in studio a farsi riprendere due volte all’anno, il resto del tempo lo passa svegliandosi ad orari improponibili e da casa, senza neppure degnarsi di andare al lavoro, si paracula per telefono tanto gli "amici" diranno che e’ un genio visionario.
Forse non si guadagna i soldi che prende ma qualche merito gli va riconosciuto perche’ ha presentato nel tempo anche cosine pregevoli e personalmente gli devo la conoscenza delle opere di Shinya Tsukamoto.
A distanza di 20 anni esatti dal primo "Tetsuo", esce il terzo capitolo "Tetsuo: The Bullet Man" e l’emozione continua perche’ Tsukamoto rivoluziona totalmente la formula senza spostarsi di un passo dall’originale.
Girato in inglese, il distributore internazionale evidentemente non si accontentava della parabola dell’individuo sparato a forza nella modernita’ e forse ritenendo l’immaginario cyberpunk ormai bollito e insufficiente a sostenere la trama, ha chiesto maggiori lumi.
Tsukamoto da’ quindi una spiegazione che ricontestualizza anche i capitoli precedenti donando loro nuova valenza all’idea fossero visioni alternative del medesimo tema, idea che attenzione bene, si puo’ a scelta decidere di adottare. Esiste un "Tetsuo project" e cio’ basti.
Stiamo parlando realmente di un punto d’incrocio multidimensionale della filosofia tsukamotiana con il terzo capitolo che declina l’uomo proiettile verso piu’ concrete e avventurose sponde sottraendolo al dominio della psicologia disumanizzante ma nel contempo interseca il precedente "Vital" riprendendo l’idea che nel corpo, nella macchina, sia celato il mistero dell’anima donando quindi all’acciaio il volto trasformato della rabbia.
"Il corpo umano e’ l’opera d’arte piu’ bella e funzionale del mondo naturale.
Non creo un corpo artificiale per migliorare l’opera divina ma per meglio interpretarla."

Per il resto la tecnica si evolve ma non cambia, l’acciaio e’ piu’ tecnologico ma non di meno urla il suo orrore, il colore resta confinato al grigio per divenire saltuariamente sangue o energia, le citta’ esplodono in dimensioni alternative e la violenza urbana di altri Tetsuo e’ solo rinviata.
Il respiro metallico non si sgancia dai suoni industriali, cuore pulsante di carne straziata e le musiche dei "Nine Inch Nails" impreziosiscono ma non mutano il selvaggio tappeto sonoro originale.
Questa e’ una pellicola fondamentale nel percorso artistico di Tsukamoto, ancora attore in una sua opera, immutato anch’egli nel tempo e’ una icona del cinema che sa essere entertainment, filosofia che non racconta ma pensa, egli e’ profeta nell’annunciare la fine di una triste umanita’ destinata a perire se non sapra’ trovare l’acciaio dentro e se Mishima ha dato la vita per questa idea, Tsukamoto ha immolato la sua arte per essa e serve essere ad entrambi molto grati.
"Quello che voglio Antony e’ che mostri agli inetti del mondo intero cosa sia la vita vera.
Schizzi di sangue e cervello! Questa e’ la realta’!
Forza Antony, infrangi i nostri indolenti sogni di pace."

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Vital – Shinya Tsukamoto

VitalTsukamoto romantico?
Oddio, a suo modo si e neppure di rado a ben vedere.
Va preso con cautela e tenuto a giusta distanza ma l’amore e’ un ingrediente che il nostro non disprezza, ancor piu’ in questo film che anzi definirei il piu’ romantico della sua carriera.
Si potrebbe obiettare che la dissezione della defunta ex-fidanzata non sia argomento per serata di coccole sul divano ma stiamo parlando di un regista la cui missione e’ ridefinire il rapporto tra carne e percezione di se’, corpo e macchina entrambi meccanismi, nuova materia nell’espansione mentale indotta dall’evoluzione tecnologica.
Come vive quindi la nuova carne un sentimento antico e tenacemente resistente come l’amore?
L’anima ha ancora un tempio nel quale dimorare? E se nel cemento e nel silicio lo spirito non avesse un posto nel quale fermarsi, dove potrebbe mai vivere?
Ecco quindi la ricerca del protagonista senza piu’ memoria che riscopre la propria anima e quella della donna amata attraverso il corpo di lei, nella minuziosa analisi e riproduzione di organi e tessuti, ricostruzione di un involucro per comprendere forma e volume del contenuto.
Tsukamoto ridiscute Cartesio e ridiscute Ryle, perche’ malgrado la "macchina" sia ridotta ai componenti essenziali, il suo "fantasma" vive, danza, piange, ha un luogo in cui attende e ama ma nel contempo lo spirito e’ il corpo e viceversa se addentrandoci nell’uno ritroviamo l’altro.
Non basta un solo mondo per contenere un amore che abbia il desiderio di scoprire tanto dell’altro e il regista ci guida in un viaggio di corpi, di anime o "spirti nelle macchine" appunto rivelandoci forse che noi dell’amore conosciamo forse gli occhi ma non cio’ a cui somiglia.

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Le avventure del ragazzo del palo elettrico – Shinya Tsukamoto

Tetsuo cofanetto“Le avventure del ragazzo del palo elettrico” e’ stato interamente realizzato da Shinya Tsukamoto all’eta’ di 27 anni.
E’ vero che Orson Wells cambio’ la storia del cinema con “Quarto potere” quando di anni ne aveva 26 ma considerando che qua da noi ci sono registi che a 60 e passa anni continuano ad elemosinare contributi statali credo che questo faccia di lui una specie di genio.
Scherzi (?) a parte se e’ vero che in gran parte il mediometraggio e’ stato banco di prova per il piu’ celebre ed universalmente celebrato “Tetsuo”, come non stupirsi con un Super 8 d’impatto devastante, visivamente straniante, tecnicamente stupefacente considerando i mezzi e il budget a disposizione.
L’uso smodato dello pixilation ne fa non inventore ma di certo anticipatore del piu’ celebre e premiato “Gisele Kerozene” uscito due anni dopo del francese Jan Kounen e il continuo rimescolar carne e materiale elettrico, fa di lui uno dei padri di un cyberpunk cinematografico ancora oggi ineguagliato.
Tsukamoto scalda i muscoli su tecnica e tematiche delle sue opere future e la sua carne e’ nuova carne non in direzione cronemberghiana di morte e conquista bensi’ con un’accezione transumanista nel divenire futuro e vittoria e del resto il regista intervistato ammette che la sua e’ la generazione del televisore non del computer, attingendo quindi esperienze e memorie da miti catodici e non elettronici, fondendo stili e racconti di chi da sempre si nutre di fantascienza scritta e visiva.
Fenomenale davvero, uno stile unico e da nessuno eguagliato, un nuovo segno nell’immaginario fantascientifico globale, un regista, uno dei pochi in mezzo agli spropositi, definito e definibile di culto.
Un ultimo particolare: l’edizione della RaroVideo comprendente questo film piu’ Tetsuo, Tetsuo II e un favoloso e curatissimo libro bilingue sull’autore, meriterebbe anche se costasse dieci volte tanto. Obbligatorio.
Scheda IMDB

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