Blood & bones – Sai Yoichi

Blood and bonesLa guerra si accompagna a drammi che vanno ben oltre il conflitto.
Basti pensare agli emigrati di una nazione straniera che all’improvviso divengono nemici della terra che li ospita.
Il cinema ha gia’ offerto molti esempi in questo senso, campi di concentramento americani per giapponesi ma anche stranieri imprigionati in Giappone raccontati da Ballard in "L’impero del Sole".
E’ la storia di Masao o meglio e’ la storia di suo padre, emigrato coreano in terra giapponese, vista come i nostri emigranti vedevano gli Stati Uniti.
Uomo violento suo padre, un bellissimo Takeshi Kitano, anzi un vero e proprio pazzo furioso che nemmeno la guerra e’ riuscito ad ammazzare, abietto e senza scrupoli fondera’  una piccola ma redditizia azienda umiliando dipendenti e famiglia, impegnato a violentare donne e a generare figli su figli e una volta ricco, mettera’ a frutto denaro e violenza trasformandosi in usuraio.
La ricostruzione e il periodo postbellico faranno da contorno alle tragiche vicende familiari. Anni difficili di sacrifici e rinunce, la violenza sempre alle porte con la guerra di Corea e il delirio comunista che anche in Giappone mietera’ le proprie vittime, innocenti illusi che pagheranno duramente l’errore delle loro scelte sconsiderate.
Masao ricorda e nel racconto si svela sempre piu’ una catarsi non esente da rabbia e dolore.
Il sangue non e’ acqua? In fondo e’ questa la tragedia nella vita di Masao e la risposta arrivera’ stampata sulla sua pelle, piegato dal fallimento di superare un padre che senza pieta’ lo schiaccera’ senza possibilita’ di rivalsa.
Il film e’ straordinario e durissimo, specie per noi occidentali non abituati alla violenza non addomesticata del cinema orientale. Pieta’, disgusto, rabbia, tristezza, un’intera gamma di forti emozioni avvolge la visione e gran parte del coinvolgimento lo si deve a Kitano. Si Kitano, che attore incredibile…
Alla sua eta’ ancora affamato d’arte, entusiasta come un ragazzino, si annulla nel personaggio e lo trasforma in un aguzzino come poche volte si e’ visto sul grande schermo. Sa farsi odiare dal pubblico e durante il film ci si raccoglie nella speranza di vederlo morire nel modo piu’ doloroso possibile e quando si esce dalla fiction, cio’ che resta e’ l’ammirazione per un gigante del cinema. Se solo Hollywood non  fosse quel circolo di compagnucci che in fondo da sempre e’, avrebbero dovuto dare ogni premio possibile a lui, anzi ne avrebbero dovuti inventare dei nuovi.
E’ che il suo cattivo ha la dignita’ e la potenza dello Scarface di Al Pacino, del cattivo tenente di Keitel, idea di una malvagita’ che da’ ragione a Golding e non certo a Rousseau ma in fondo questa e’ la caratteristica comune dei veri cattivi cinematografici e non solo a loro.
Finale amaro quanto l’intero film e sul quale si potrebbe anche aprire una discussione, certo e’ che da oggi ho un nuovo riferimento quando si parla di grandi interpretazioni.

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Nascita di un guru – Takeshi Kitano

Nascita di un guruDa anni ormai Kitano e’ assurto al ruolo di maschera tradizionale giapponese anzi a maschera internazionale essendo riuscito a travalicare i confini della propria nazione grazie al suo eclettismo e la dote non comune di sapersi destreggiare con fortune alterne in innumerevoli campi dello showbiz e dell’arte.
Maschera di un personaggio iconico ma anche maschera involontaria che il destino gli ha stampato sul volto dopo un grave incidente motociclistico ed egli, da uomo di spettacolo qual’e’, ha saputo tramutare un handicap in tratto distintivo caratterizzando di fatto i suoi ruoli sulla nuova sembianza.
Cinema a parte, "Nascita di un guru" e’ un libro del 1990, periodo di forte fermento creativo per Kitano, momento nel quale a leggere la sua biografia, si stava muovendo in innumerevoli direzioni quasi a cercare la piu’ consona e favorevole.
Anche il protagonista e’ alla ricerca di qualcosa, Kazuo questo e’ il suo nome, perde nello stesso periodo lavoro e fidanzata e un po’ per reazione, un po’ casualmente, certo con incoscienza, si getta  tra le braccia di una setta religiosa palesemente falsa, persino patetica nel tentativo di convincere il prossimo dei poteri miracolosi del loro guru, eppure per il ragazzo sara’ un’importante occasione per riprendere in mano le redini della propria vita.
Per quanto ho letto sino ad oggi, Kitano non e’ un gran scrittore e anche questo libro conferma purtroppo l’impressione. Soggetto mal definito con personaggi bidimensionali e poco credibili, figurine a quattro colori ritagliate con approssimazione su sfondo fin troppo facile da immaginare.
Malgrado questo pero’ Kitano si salva e ci riesce ancora una volta con la grande anima che gli appartiene, con la poesia che riversa in tutto cio’ che fa e denominatore comune di ogni espressione artistica nella quale si cimenti.
In mezzo ad un testo essenzialmente piatto, emergono suggestioni altissime come quadri da sogno e fosse solo per quelle poche frasi, che il libro assume senso e da’ voglia di concludere la lettura perche’ per il resto, non vale granche’.
Se si considera Kitano e’ una specie di amico fraterno allora e’ lettura da farsi, altrimenti c’e’ di meglio.

Outrage – Takeshi Kitano

OutrageKitano con "Outrage" torna a fare film sulla yakuza. Sorprendente? Moltissimo conoscendo il regista, i suoi trascorsi, le sue parole, le sue promesse e il personaggio nel complesso. Dopo "Brothers" giuro’ e spergiuro’ che mai piu’ avrebbe fatto film sulla yakuza, scelta coraggiosa ma obbligata per un estroso come Kitano che difficilmente si puo’ rinchiudere in una gabbia per quanto dalle sbarre dorate. Scelta d’orgoglio quindi, come fosse troppo facile il successo restando nel cliché ma qualcosa e’ andato storto e parer mio, l’errore del regista e’ stata di aver sopravvalutato il suo pubblico ritenendo forse che la sua arte potesse essere sufficiente a garantire il giusto successo. 
Lunghi anni sbagliando un film dietro l’altro, incapace di comprendere cosa non stesse funzionando, ripiegando su pittura e scrittura, ironizzando amaramente con "Glory to the filmmaker!" e "Takeshis’", gettando la spugna con "Achille e la tartaruga" e infine la resa con "Outrage".
Non e’ questione di bello o brutto ma la pellicola e’ l’inizio di un nuovo capitolo e a occhio, un boccone amaro per Kitano. Storia di yakuza, violenza e denaro, guerra senza quartiere per conquistare territori e nuovi mercati del crimine. Tutto qui e intendo dire che non offre chissa’ quali emozioni ed innovazioni.
Lui resta una maschera sublime, sempre piu’ stilizzata e riconoscibile, consapevole oramai e non piu’ rassegnata ed e’ difficile leggervi altri sentimenti. E’ una regola per l’attore firmarsi Beat, alter ego dei bei tempi andati, lasciando Kitano come regista ma la dicotomia questa volta ha il sapore di divorzio, di separazione.
Se piace il genere, piacera’ anche questo ma non brilla di originalita’ e gia’ nel suo DNA con l’intenzione dichiarata di puro entertainment, pare che Beat Takeshi abbia voluto dare al suo pubblico cio’ che voleva, niente di piu’, niente di meno, dichiarata resa verso coloro che, incapace di comprenderlo, s’ostinavano nel domandare una visione univoca di cinema per lui superata ma per lo spettatore no.

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Achille e la tartaruga – Takeshi Kitano

Achille e la tartarugaUn racconto, una parabola, magari un favola dal sapore burtoniano condita con la dolce salsa di Kikujiro e la sprezzante ironia del nostro giunto ormai alla fine di un ciclo. Nascere per e con l’arte, questo e’ il destino del protagonista e malgrado le avversita’ della vita, il bisogno di un riconoscimento, anche tangibile perche’ no, prendera’ il sopravvento sul senso comune del vivere e del creare.
Prima della resa con "Outrage", Kitano si e’ giocato un’ultima carta con "Achille e la tartaruga", forse il film piu’ autobiografico della sua carriera, ancor piu’ di "Takeshis’ " col quale scherzo’ amaramente laddove il riso fu un pretesto per nascondere rabbia e incredulita’.
Si sa quanto egli sia legato alla pittura, passione antica tornata in auge nel periodo di degenza dopo il terribile incidente che lo vide protagonista. Sappiamo che nel periodo successivo all’uscita del film, la sua mostra personale ha girato il mondo e diciamocelo, senza il nome Kitano difficilmente troveremo questa roba oltre il cortile di qualche istituto scolastico.
Non che sia un caso isolato anzi e’ noto quale inganno sia il mercato dell’arte ma credo anche che un uomo intimamente artista quale egli e’, si senta frustrato e non poco innanzi gli scarsi risultati gonfiati artificialmente dal suo nome e poco altro.
Come a Machisu il protagonista, c’e’ un fuoco in lui alimentato dalla passione ma non dal talento, almeno un talento riconosciuto in quanto tale, una maledizione tremenda per chi sente il bisogno di esprimersi, dolore persino troppo grande sentendosi falliti in ben due discipline, cinema e pittura, come stava accadendo a Kitano a quel tempo. I riferimenti ci sono tutti, persino l’incidente che non conta, non ferma, non blocca il bisogno di essere all’interno di un’arte dirompente e coinvolgente.
In realta’ Kitano e’ un artista vero, uno dei grandi dal talento incontenibile ma troppi anni d’insuccesso minerebbero la fiducia a chiunque anche a chi, come Kitano, non dovrebbe avere questi problemi.
Cosi’ si spiega la pellicola e in fondo dieci anni di vita a tutto tondo del Maestro, le sue scelte e il percorso intrapreso, opera in fondo estrema come estrema diviene la follia del protagonista.
Non credo neppure sia sottotraccia un discorso generale sull’arte, inutile come sempre quando si cerca di definirla, eppure il gap tra operatori del settore e uomo della strada non solo s’allontana ma s’inasprisce.
In mezzo resta chi fa arte e ci crede, la sente come esigenza fisica, un bisogno tangibile di dare, irrefrenabile nell’esprimersi, spesso incompresa da chi sta vicino, sbeffeggiata da chi al di fuori non sa capire.
Eppure c’e’ da mettere in conto che c’e’ sempre una realta’ con la quale confrontarsi e lo scontro tra ingegno e giorno avviene dove troppo spesso i sogni s’infrangono.
Kitano ha raggiunto la sua tartaruga quindi? Purtroppo per lui, si.

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Catalogo mostra Kitano alla Fondazione Cartier

Boy – Takeshi Kitano

BoyIl poliedrico Kitano ormai lo conosciamo, si sa di cosa e’ capace e soprattutto si apprezza la capacita’ d’incunearsi nei meandri delle storie e mostrare aspetti inediti e peculiari di cio’ che racconta.
E’ un uomo di spettacolo, nel senso piu’ ampio concepibile, l’entertainment come stato naturale dell’esistere, nascita, crescita e volonta’ di fare show della propria arte. Artista completo non c’e’ dubbio, capace di passare dalla violenta yakuza agli uomini mosca sino a samurai leggendari.
Serve un grande cuore e un grande cervello per gestire un ventaglio cosi’ ampio di sentimenti e scriverne e’ solo un diverso medium rispetto il cinema.
In “Boy” c’e’ un Kitano ancora differente da cio’ che ci aspetteremmo, poco riconoscibile in fondo, verrebbe da dire ordinario come sono del resto queste tre storie di ragazzi ma e’ palpabile il senso di meraviglia, il medesimo dei film.
Ragazzi appunto e di ragazzi si parla.
Maschietti alle soglie dell’adolescenza, quando ancora si e’ capaci di sorprendersi ma col mondo degli adulti alle porte e gia’ problemi di convivenza con i propri coetanei.
Ci siamo passati tutti e a posteriori si accetta come parte del crescere ma sul momento non e’ facile mantenere la propria individualita’ e le proprie passioni anche andando contro a cio’ che dovrebbe essere di buon senso.
Quanto e’ complicato sopravvivere ingoiati dall’onda emotiva e l’ideale si scontra perennemente col reale finche’ a fatica si trova un equilibrio minimo e sufficiente per vivere sensatamente.
Ci si scorda di questi sforzi ma Kitano e’ li’ a ricordarcelo e ci offre memoria di quelle sensazioni, di quei sapori, delle paure ma anche del coraggio necessario per affrontarle.
Questo e’ il libro e non posso fare a meno di associarlo ai ragazzi del sublime “Il silenzio sul mare”, silenziosi, spalle allo spettatore e fronte verso il vasto oceano e tutto tace se non la vita che scorre, il flusso ininterrotto del futuro che si sovrappone al presente, cicli che si ripetono e si lasciano sul fondo dell’anima, momenti dei quali e’ bene non scordarsi mai del tutto.

Getting any? – Takeshi Kitano

GETTING ANYMi mancava questa pellicola per completare l’intera filmografia di Kitano e per sorprendermi ancora una volta.
Ultimo suo film prima dell’incidente che quasi lo uccise lasciandolo irrimediabilmente segnato nel corpo ma non per questo meno attivo o efficace che in passato.
Colpisce vederlo senza l’odierno celebre ghigno, non meraviglia invece l’impronta umoristica e dissacrante del ragazzo raccontato in "Asakusa Kid" prima e dell’attore manzai dopo, un ritorno alle origini di un artista divenuto nel frattempo una celebrita’ che mai ha smarrito la via di casa.
Stupisce semmai questo episodio bizzarro collocato in mezzo ad una serie di film drammatici e serissimi, una parentesi curiosa che sara’ ripresa e portata avanti qualche anno dopo con "L’estate di Kikujiro" e dopo due lustri da "Takeshis" uscito appunto nel 2005.
Asao, il protagonista vuole fare sesso e la ricerca di espedienti, fantasiosi quanto fallimentari, sono il motore del film alimentato da una miriade di sketch con chiara origine cabarettistica.
Ironia e citazioni sparate a 360 gradi, parodie di persone, cose ed abitudini, piu’ satira di genere che sociale, esilarante e cosi’ diversa dalle sgonfie pantomime dei pagliacci in zona nostra.
La grana talvolta e’ grossa seppur non volgare, a tratti sopra le righe ma e’ una impressione di noi occidentali.
Difficile cogliere ogni singolo riferimento e questo dispiace ma purtroppo nessuna traduzione puo’ aiutare.
Se sia questo il vero volto di Kitano lo dira’ solo il tempo ma stiamo parlando di un artista vero e poliedrico, un uomo nato e cresciuto nell’arte, per l’arte e sono certo fonte inesauribile di sublime piacere per cio’ che sapra’ regalarci.
Non dimenticate di guardare oltre i titoli di coda: l’uomo-cavalletta vi attende!

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Glory to the Filmmaker! – Takeshi Kitano

Glory to the Filmmaker!
Kitano e il suo “8 e 1/2” (meglio dire il suo “12 e 1/2”) alla ricerca di un linguaggio nuovo verso un pubblico che attenzione lui e non viceversa, non sa piu’ comprendere.
L’umilta’ di un gigante del cinema mondiale capace di destrutturare la sua arte e tutto il cinema in genere e giocarsi ancora una volta la faccia, pardon il ghigno, innanzi a critica e spettatori con ironia, con poesia, col coraggio proprio di chi ha cuore e idee.
Ci si diverte come nel migliore “Kikujiro no natsu”, forse ancora di piu’ eppure non si puo’ dimenticare il volto di un artista che vuole solo raccontare al meglio le sue storie.
Davvero consigliato specie ai detentori della cultura cinematografica italiana che tra un albergo a 5 stelle e l’altro pagato da noi contribuenti, potrebbero prendersi un po’ piu’ in giro e forse guadagnarsi da vivere senza boriosa arroganza.

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