La sottile linea rossa – Terrence Malick

La sottile linea rossaII Guerra Mondiale, lo scenario e’ quello del Pacifico, l’isola e’ Guadalcanal, teatro della celebre battaglia che vide fronteggiarsi Stati Uniti e Giappone. Passo dopo passo, metro dopo metro, un morto dietro l’altro, la conquista sara’ sofferta e dolorosa, pagata non solo con vite umane ma soprattutto, ed e’ qui che punta Malick, con l’anima di chi ha combattuto.
Film evento per una infinita’ di motivi, certamente uno dei pochi veri e propri colossal degli ultimi 20 anni, laddove la grandeur non viene dai soldi, non solo da quelli almeno.
Innanzitutto c’e’ Malick che torna alla regia esattamente 20 anni dopo "I giorni del cielo" e lo fa con un film sul secondo conflitto mondiale, argomento da tempo esaurito e senza riferimenti paralleli con altri scenari ma dal momento in cui la vera guerra si svolge nel cuore degli uomini, in qualche modo l’intorno e’ un pretesto e poteva essere usata qualunque cosa.
Ad accentuare il grande evento e’ l’impressionate presenza di stelle hollywoodiane che hanno preso parte alla pellicola, tre ore si durata che in realta’ dovevano essere sei con l’ulteriore moltiplicarsi di divi in azione. Considerate le forze in campo, gia’ il cartellone basterebbe e riempire di sorpresa, la crema dei professionisti del cinema e gli elogi sono quasi inevitabili.
Certo e’ che dal mucchio non si possono evitare i nomi di John Cusack, attore in parte perduto ma bravissimo e altrettanto si puo’ dire di Woody Harrelson, altro interprete che in poche occasioni ha avuto modo di esprimersi veramente al suo massimo. Cio’ vale anche per Elias Koteas mentre tra i biggissimi i nomi sono due, Nick Nolte e Sean Penn, il primo straordinario nel suo periodo migliore, il secondo, malgrado l’antipatia personale e la sopravalutazione universale, anche lui negli anni buoni dove seppe farsi vedere con prestazioni davvero maiuscole, inclusa questa.
E poi Malick. Questo e’ il film che preferisco, di gran lunga su tutti gli altri. Lo dico senza ironia pur constatando e ribadendo che Malick dovrebbe fare altro, chesso’ documentari con cascate, pappagallini e alberi, tanti, tanti, tanti, tantissimi alberi con telecamere che gli ruotano attorno, su, giu’ dentro e fuori. Condire con un bel suono ambient, a proposito, Zimmer e’ decisamente d’effetto, e far dire a qualcuno con voce calda ma concentrata cose tipo "siamo come insetti nella corteccia del tempo" o fregnacce da minus habens appena usciti da un libro di Gramellini.
Bravo e’ bravo, certe sequenze sono degne del miglior Spielberg da li’ a poco con "Salvate il soldato Ryan" ma la banalita’ new age che non si distingue dal girato, e’ devastante.
Allo stesso tempo il duecentesimo albero col sole tra i rami ti ammazza la ragione. Siamo ancora lontani dal delirio di "To the wonder" ma allo stesso tempo la pasta e’ fatta dalla stessa farina.
Ripeto, e’ il suo film che preferisco malgrado tutto, mille sono i motivi per riderci su ma altrettanti restano per apprezzarlo, La somma alla fine segna positivo e va bene cosi’.

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To the wonder – Terrence Malick

To the wonderGente infelice, alberi, tramonti, mari, monti e fiumi. Ah, i monologhi. Malick. Fine. Dimenticavo, "siamo nuvole"
Questo e’ il film, buona visione.
No vabbe’, c’e’ chi lo chiama evento, c’e’ chi sta ancora facendo pernacchie che nemmeno Sordi e Toto’ da giovani.
Gia’ Malick ha dentro l’allegria di Saviano che commenta Cioran (se lo capisse), se poi ci racconta di una francese con figlia che mal si lega ad un americano, di un prete in cerca della fede, una ex un po’ vacca, allora avanti. Critica e pubblico diviso ma sono dell’idea che sia una divisione antropologica, come un tempo scapoli ammogliati, oggi pro o contro foto di gattini su Facebook. In mezzo a tanto splendore, Ben Affleck che fa l’introspettivo ci sta come John Belushi alle prese con Beckett, Olga Kurylenko la francese, o saltella come une deficiente ad ogni piu’ sospinto oppure si deprime, probabile combinazione errata di medicinali.
Bardem il prete affranto, ha la faccia di uno che dovrebbe lasciare la tonaca e indossare una bella camicia hawaiana e infilarsi dentro un peepshow di Las Vegas senza tanti perche’ o percome e ancora ragazzette appena sgravate, disadattati, drogati e gente sconfortata in genere. Pubblico incluso.
Del resto li’ in mezzo il prete ci sta a fare soltanto da diversivo per cercare di spezzare il ritmo alla vicenda dei due gia’ cosi’ insopportabile. Abbiamo pure una rappresentanza nazionale, Romina Mondello, una superstar delle nostre che ha recitato persino in "RIS" e non le vogliamo dare l’Oscar alla carriera per un monologo che a memoria mi pare il piu’ ridicolo che la storia ricordi? 
Reinventare la poesia dell’andare a capo a ca…volo con frasi al massimo pentasillabiche, e’ ormai un affare consolidato per Malick, qui peraltro si supera in una escalation di banalita’ pseudocasuali, come lanciare in aria parole come "nuvole", "tu", "noi", "andare", "amore", "sentire".
Non dimentichiamo la colonna sonora, stampella irrinunciabile per tenere in piedi quel poco di buono che c’e’ dove questa volta esagera cercando di sfasciare da Berlioz a Rachmaninoff, da Wagner a Shostakovich ma trovare "Fratres" di Arvo Part, e’ dolore da "trattamento Ludovico"
Poi percepisco attorno a me tanto disaccordo ma che ci posso fare, sono uno di quelli che ride sulla poesia di un poster comprato all’autogrill con tramonti e signorine o bambini e prati in fiore.
Film che ridefinisce totalmente il concetto di noia. In fondo un’esperienza pure questa.

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The new world – Il nuovo mondo – Terrence Malick

New WorldAncora animaletti, ancora animaloni. Alberi e sempre alberi, erba e vento, vento e erba, fiumi e mari, cielo e stelle e ancora di piu’, sempre piu’ verde, azzurro e marrone e sempre quei monologhi… mamma mia…Sempre Malick, sempre lui.
Questa volta spruzza il suo repertorio su Pocahontas, come se la Disney non avesse gia’ fatto abbastanza danni con una storia della quale non frega nulla a nessuno, non fosse per lo sforzo immane di infilarci per qualche anfratto tutta la retorica del "volemese bene" e trasformare il millenario pruritino dell’umano diffondersi, in esemplare modello di convivenza tra popoli e culture. Vabbe’.
Malick ha altra retorica da portare avanti con la storia della principessa selvatica bella, buona e saggia in balia di uomini nevrotici che non possono vivere con lei e neppure senza di lei, il tutto nella Virginia dei primi del 1600 all’alba della colonizzazione del continente nordamericano.
Di tutti i film di Malick che a sprazzi divertono, annoiano e qualche volta sanno persino stupire, questo mi innervosisce parecchio.
Si, sono davvero nervoso. L’adagio del "Piano concerto n.23" di Mozart, si usa sapendo di essere perdenti in partenza e di tutti i mezzucci possibili per affascinare lo spettatore, questo e’ tra i piu’ banali e scontati nell’abbinamento di amore/dolore, quindi di fatto una ridicolaggine. Del resto parlando di musica, basterebbe ascoltare il preludio del "Das Rheingold" di Wagner come utilizzato da Malick e da Herzog per valutare il peso specifico di ognuno di loro e vedendo le sequenze, comprendere che Malick ha bisogno di Wagner per dare forza alle sue immagini, Herzog invece alla sinfonia costruisce il perfetto palcoscenico.
Poi forza, che ci sta a fare un compositore tedesco del XIX secolo nella Virginia del 1600.
I Carpazi di quegli anni sono quantomeno una scelta piu’ oculata…
Malick ha provato persino a crearsi un dogma, regole per luci e camera, fallendo anche in questo dal momento in cui esistono testimonianze che smentiscono il rispetto delle regole da lui stesso imposte.
Restando sul cinema,  Colin Farrell e’ li’ a fare il piacione e fa il piacione, e’ bravo e gli riesce bene, Christian Bale e’ bravo persino quando diretto da Malick. La Pocahontas ha le fattezze di Q’orianka Kilcher, figliola di origine peruviana che interpreta un’indiana – e cio’ spiega le bancarelle estive di peruviani zufolanti vestiti da pellerossa – e tutto il resto e’ Malick all’ennesima potenza.
Se c’e’ qualcosa da salvare e’ l’arrivo in Inghilterra, momento in cui lo stupore di un popolo e’ l’ordinario di un altro, ben resa l’esperienza forse comparabile all’atterraggio su un nuovo pianeta. Poi alla fine si torna a sfasciare tutto.
Malgrado tutto, il ragazzo piace? Allora saranno due ore di gaudio, altrimenti non so.

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I giorni del cielo – Terrence Malick

I giorni del cieloStati Uniti inizio del secolo scorso. Richard Gere il protagonista, dopo aver commesso omicidio, fugge con la fidanzata e la sorella per diventare braccianti in Texas. I tre si fingono fratelli e le stagioni passano, il lavoro e’ massacrante, il proprietario terriero s’arricchisce sempre piu’ mentre loro sopravvivono a stento.
Sara’ il padrone, Sam Shepard, ad innamorarsi della ragazza e Gere a spingerci dietro dopo aver scoperto che al ricco rimangono pochi mesi di vita. Si sa, una bella figliola tra le mani fa miracoli ma non tutti saranno felici di questo.
Tanto tanto entusiasmo, premi, Oscar per la fotografia e blabla fratelli.
Non so, non mi convince o meglio non mi entusiasma, non mi emoziona, non mi scalda, non mi esalta.
Sara’ un problema di pelle, forse un diverso modo d’intendere la poesia cinetica della settima arte ma Malick mi annoia. Si certo, begli spazi aperti, begli animaletti infilati qua e la’, bei tramonti, belle albe, bello tutto. Cheppalle pero’.
Solita voce fuori campo pregna di banalita’, la stessa in ogni suo film o forse sono io che non reggo l’aria fritta svaporata simil-Coelho. Anche il soggetto non mi aiuta perche’ l’etica rognosa del quinto stato m’interessa quanto la filettatura di un bullone del 15 ma capisco che cio’ basti ai salvatori del mondo uniti ma tant’e’.
Efficaci alcune scene, ben girata l’invasione delle cavallette e l’incendio conclusivo ma quanta erba sbattuta dal vento dobbiamo vedere agitarsi, per pochi minuti di piacere?
Presenza preziosa invece quella di Richard Gere alle prime armi, nel film che lo fece notare al grande pubblico e soprattutto agli addetti ai lavori. Gere e’ un attore che ho sempre ammirato e apprezzato, perfetto nella prima parte della sua carriera per i ruoli malandrini, partendo alla grande con una storia che tutto sommato lo agevola.
Ottimo Sam Shepard. Intenso eppure misurato, la faccia giusta e la giusta tensione al personaggio, il saper trasmettere l’essenza della brava persona con uno sguardo.
Altra sufficienza a Malik, senza aggiungere e togliere altro.

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La rabbia giovane – Terrence Malick

La rabbia giovaneAnche i Malick hanno iniziato da piccoli. Film del 1973, esordio del regista e trampolino di lancio per un giovane Martin Sheen ed una ancora piu’ giovane Sissy Spacek, che s’ispira alla vicenda di novelli Bonnie & Clyde che alla fine degli anni ’50 terrorizzarono il sud degli Stati Uniti. In realta’ il loro intento non fu quello di compiere rapine ma erano giovani, incoscienti e senza un briciolo di senso morale percio’, dopo aver ucciso il padre di lei, ragazzetta quindicenne innamorata di uno spiantato dieci anni piu’ vecchio, iniziano una fuga spianata a suon di fucilate contro chiunque gli si parasse davanti. Poteva solo finire male.
La prima domanda che ci si pone e’: cosa c’e’ del Malick che verra’?
La natura innanzitutto, lo sguardo trasognato del regista che si traduce in lente ma estasiate carrellate tra rami, cespugli, animaletti vari e macro riprese d’insetti.
Gli umani non sono esseri umani ma elementi appesi ad un soffio di vento, ad un raggio di sole, elementi naturali in apparenza non dotati di libero arbitrio ma comandati dall’istinto e dal momento. La vicenda dei due si snoda come un documentario naturalistico di un tempo, quando la camera inseguiva cervi sui monti oppure orsi dopo il letargo.
Film piaciuto tantissimo ma siamo alle solite, anno 1973 gente che ammazza i genitori, da’ fuoco alla casa e si fa largo impallinando borghesi che lavorano, era il sogno post-hippy forte nel cervellino nei fancazzisti sempre piu’ in odore di sconfitta. Oltretutto la traduzione italiana del titolo originale "Badlands", ci spinge dietro.
A conferma della retorica pelosa, il finale con poliziotti commossi e auguranti buona fortuna ad uno che ha sterminato a sangue freddo una mezza dozzina di persone, incluso un padre preoccupato per la figlia innamorata di uno psicopatico. Bella roba gente.
Buon esordio s’intende per un regista trentenne che comunque dimostra di sapere bene cosa vuole, per quanto ripeto, non mi abbia propriamente impressionato.
Brava la Spacek, anche se a quel tempo aveva quasi dieci anni in piu’ del personaggio che andava ad interpretare e bravo Sheen che con discreto anticipo si mostra deciso e determinato come il Willard di "Apocalypse Now" e che anzi ne anticipa l’immagine mentre saltella nella foresta in attesa della jungla.
Per cio’ che mi concerne, piena sufficienza ma non una virgola di piu’.

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The tree of life – Terrence Malick

The tree of lifeSe Malick monta i suoi film come vuole, anche io posso farlo coi miei post.
Brad Pitt ancora una volta e’ straordinario, unico ed inimitabile erede di Marlon Brando dal quale mutua la figura del padre, uomo a suo modo giusto, personaggio durissimo e difficilissimo ma di una verita’ interiore che solo un grande interprete poteva portare con tanta lucidita’ sullo schermo.
E’ un uomo che ha sbagliato e paghera’ duramente il suo errore, cosi’ come i suoi figli pagheranno con lui ma resta un puro purtroppo alieno alle logiche giocose di un bambino. E’ un personaggio sul quale piangere e disperarsi mentre gli si gira le spalle e forse puo’ costare una vita uscirne vivi con le proprie gambe ma alla fine anche il dolore si stempera nel fluido del cosmo e quando nel finale lo zoom nel tempo durato miliardi d’anni collassa in un singolo istante dentro il cuore di un uomo, solo qui Malick recupera il senso di un’opera semplice raccontata con troppa difficolta’.
Non c’e’ nulla che non vada, dico solo che fatto cosi’ e’ un film facile.
Facile fare il poeta con rielaborazioni grafiche ad altissima risoluzione di qualche importante osservatorio, prova a fare il fenomeno nella corsia detersivi di un supermercato di provincia.
Facile buttare frasi random che al confronto Terzani condiviso su Facebook dalla pingue 40enne fuori tempo massimo pare Nostro Signore redivivo. Provaci dissertando sulle composizioni possibili degli scaffali Billy.
E’ cosi’ facile inquadrare il cielo con Mahler in sottofondo ed evocare il nome di Dio, troppo facile.
A bocca aperta per la nascita della vita sulla Terra? Se proprio si vuole citare impropriamente Kubrick, ricordiamo che mezzo secolo fa ha mostrato come nasce un dio, quindi? Trovo che ancora oggi Bruno Bozzetto in "Allegro non troppo" abbia dato una versione della nascita della vita persino piu’ efficace
Se come e’ accaduto a Bologna, Malick e’ stato proiettato in ordine sparso per nove giorni e nessuno se n’e’ accorto, certo definiamo l’imbecillita’ di certi esperti e del pubblico che li segue ma si da’ un segno preciso e tangibile che il regista ha prodotto diapositive, non un film.
Mi rifiuto di usare come copertina il piedino del neonato, ovvieta’ compiuta da qualcuno che denuncia la stessa profondita’ di pensiero di chi riempie le proprie bacheche di cagnini o gattini sorridenti e in quanto tale efficace nel far sospirare ogni donna sulla faccia del pianeta e forse qualche neo padre non ripresosi del tutto dal filmino del parto.
Voglio essere capito pero’, il film e’ perfetto. No non sono ironico.
E’ perfetto come una splendida fanciulla elaborata in computer grafica, come un diamante uscito da un laboratorio, come lo spot di uno yogurt magro o di un detersivo ecologico. E’ la bellezza di immagini passate in HDR, la meraviglia di un tramonto photoshoppato, la carrozzeria di un auto di lusso esposta in vetrina.
Perfetto ma sono le imperfezioni a caratterizzare il sublime.
Dai ragazzi non scherziamo, qua siamo come le sedicenni che si riprendono i piedi e stanno ad ammirarsi per ore. Questo e’ un modo di fare cinema e lo rispetto, rispetto Malick ma nell’accezione deleuziana tra fotografia e fotogramma, il Cinema, il mio almeno, e’ altro.
NB: alla fine ho fatto come Malick, tanti giochi di montaggio e poi termino il film come tutti gli altri.

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