La morte a Venezia – Thomas Mann (estratto)

Il suo sonno era di poca durata; notti brevi, piene di fe­lice agitazione, interrompevano i giorni deliziosamente monotoni. Egli si ritirava prestissimo, perché alle nove, quando Tadzio era scomparso dalla scena, la giornata gli pareva finita. Ma ai primi bagliori dell’alba lo svegliava uno sgomento dolce e penetrante, il cuore si ricordava del­la sua avventura; egli non resisteva più tra le coltri, si alza­va, e, leggermente coperto contro la frescura mattutina, andava a sedersi presso la finestra aperta e aspettava il levar del sole. L’avvenimento meraviglioso empiva di religiosità la sua anima santificata dal sonno. Ancora il cielo, la terra e il mare erano immersi in uno spettrale vitreo biancore crepuscolare; ancora una stella morente navigava nell’ir­reale. Ma ecco giungeva un soffio, un alato messaggio da sedi inaccessibili annunziava che Eos, l’Aurora, sorgeva dal letto maritale; e appariva quel primo tenue rossore delle zone più lontane del mare e del cielo, col quale il creato si rivela ai sensi. S’avvicinava la dea, la rapitrice di adolescenti che involò Clito e Cefalo e che sfidando l’invidia di tutto l’Olimpo godette l’amore del bel cacciatore Orione. Ai confini del mondo incominciava la pioggia di rose, un chiarore e una fiorita di grazia ineffabile, nuvole nascenti, immateriali, luminose si libravano come amorini obbedienti fra rosei e cilestrini vapori; un velo di porpora si stendeva sul mare che sembrava portarlo ondeggiando verso la riva, dardi dorati guizzavano dal basso verso l’alto del cielo, lo splendore diveniva incendio; silenziosamente, con divina strapotenza, il fuoco, le fiamme, il rogo divampante invadevano il cielo, e i sacri corsieri di Febo, il dio fratello, con zoccoli travolgenti s’innalzavano sull’orizzonte. Illuminato dal fulgore divino il vegliante solitario chiu­deva gli occhi e offriva le sue palpebre al bacio dell’astro glorioso. Sentimenti del passato, antichi deliziosi tormen­ti che erano morti durante la sua vita di rigida disciplina ritornavano adesso cosi stranamente mutati — egli li rico­nosceva con un sorriso di perplessità, di meraviglia. Pen­soso, trasognato; formava lentamente un nome con le lab­bra e sorridendo sempre col viso levato verso il cielo, le mani giunte in grembo, si assopiva ancora una volta.

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Morte a Venezia – Luchino Visconti

Morte a VeneziaDi tutti i registi italiani esaltati dalla critica "amica", Visconti e’ a mio avviso, tra i pochi ad aver meritato la fama raggiunta in un giusto connubio di capacita’ e complicita’ dell’establishment sempre pronto ad esaltare le peggio boiate degli affiliati e che di fronte ad un ottimo prodotto, o come in questo caso un ottimo regista, impazzisce letteralmente.
Per molti versi si puo’ considerare "Morte a Venezia" il suo film piu’ riuscito per quanto i confronti siano sempre difficili e spesso ingenerosi, talvolta improponibili.
Non e’ un film esente da difetti ma c’e’ una passione di fondo, un’immedesimazione del regista tale da renderlo superbo e per le medesime ragioni contestabile.
Inutile soffermarsi troppo sulle singole sequenze, estrarre immagini gia’ divenute affreschi nella memoria dei cultori ma senza ombra di dubbio, tecnica ed estetica si fondono in una danza terribile e sublime perche’ se la morte s’innamorasse della vita, ballerebbe all’alba sullo sfondo di quella Venezia, di quel mare, di quel sole, con quella luce, con lo scirocco che pare avvolgere tutti i sensi dello spettatore e le note di quella danza non potrebbero essere altre che dall’Adagietto delle Quinta Sinfonia di Gustav Mahler. L’esperienza e la cultura di Visconti un campo musicale si fanno sentire e nel connubio di suono e colore, pare impossibile che l’uno non sai nato insieme all’altro nel medesimo istante.
Non molto tempo fa scrissi che "Morte a Venezia" senza Mahler non varrebbe la celluloide della sua pellicola.
E’  un’iperbole s’intende ma non c’e’ dubbio che il film sia imprescindibile dalla sua colonna sonora, legame accentuato da Visconti per via di un episodio della vita di Mahler che starebbe alla base del romanzo, introducendo in questo modo un varco significativo sul tema dell’omosessualita’, tema riconoscibile nell’opera originale che pero’ puo’ vivere anche senza, leitmotiv ineluttabile nella pellicola. 
Gia’ tradurre Von Aschenbach come musicista invece che scrittore, sconvolge l’intera costruzione del romanzo e laddove Mann declina Tadzio nel prodotto finale di una vita trascorsa alla ricerca della bellezza suprema e superiore alla ragione umana ma non ai suoi sensi, Visconti costruisce un percorso che conduce Von Aschenbach da una felice ma sfortunata eterosessualita’ ad ancor piu’  tragica macchietta che insegue ragazzini truccato da vecchio e patetico pederasta.
Il torto peggiore dell’interpretazione di Visconti e’ riassumibile in quel "ti amo" del protagonista che nel romanzo e’ la resa della ragione innanzi all’inesprimibile Bellezza mentre per il regista e’ un’esplosione orgasmica di autoconsapevolezza omosessuale. Non trascuriamo infine il contenuto smaccatamente pedofilo che in Mann si stempera sempre nel richiamo classico della gioventu’ e della bellezza, in Visconti si traduce in un gioco complicato sul quale e’ bene soprassedere e che certo oggigiorno sarebbe difficile anche per la critica "amica" far passare inosservato, quindi ignoriamolo ma non dimentichiamolo.
Solo nel finale Visconti si riappropria del senso ultimo del romanzo o forse e’ meglio dire riesce a far coincidere le due anime della narrazione ma resta il fatto che se dal punto estetico il risultato e’ sublime, dal punto di vista etico e’ un tradimento imperdonabile dello spirito originale.
Opera innegabilmente da cineteca ma togliamo il nome di Thomas Mann e lasciamo interamente onori ed oneri a Luchino Visconti.

Scheda IMDB

La morte a Venezia – Thomas Mann

La morte a VeneziaEro curioso, molto curioso di leggere cio’ che ben conoscevo grazie al quasi omonimo film di Visconti, quel "Morte a Venezia" tanto celebre e tanto drammatico e del resto devo gia’ anticipare l’incrocio analitico tra libro e romanzo che fanno del post una specie di parte uno di due.
Non nutro particolari affinita’ con Mann per quanto mi sia impossibile non dirmi affascinato dalle sue opere anzi e’ proprio quel fuoco che non s’accende ma che si rifiuta di spegnersi ad alimentare la voglia di andare oltre la conoscenza superficiale dell’autore e insistere con le letture.
E’ indubbio che il cinema abbia giocato un ruolo fondamentale nella scelta di affrontare il romanzo breve o racconto lungo che dir si voglia ma mi hanno colpito alcune affermazioni ascoltate di recente in merito alla pubblicazione dei diari di Mann, frasi piu’ o meno testuali che cito a memoria "Si pensava che "La morte a Venezia" fosse una straordinaria intuizione etero sull’omosessualita’ invece i diari rivelano qualcosa di piu’."
Ora, a prescindere che credo poco alla dietrologia e mi si perdoni l’involontario e non voluto gioco di parole, ritengo che da Visconti in avanti, ci fosse chi attendeva un cenno seppur minimo, per affermare la ragione del regista che nella sua opera ha declinato totalmente il soggetto all’omossessualita’ latente e svelata laddove Mann pone dei paletti ben precisi sui sentimenti di Gustav von Aschenbach il protagonista, che mai tracimano oltre l’estetica.
L’autore si spertica nel rafforzare l’idea di come la bellezza non sia descrivibile, riconoscibile ma non riproducibile e in fondo quel "ti amo" rivolto all’adolescente Tadzio non fosse altro che l’estremo tentativo di esternare un sentimento altrimenti inesprimibile.
Emerge dal romanzo il riferimento forte al classicismo, al rapporto maestro-allievo di stampo ellenico, la sessualita’ e’ bandita a favore dell’esaltazione della natura che ha voce attraverso il corpo del ragazzo e la volutta’ nell’osservare Tadzio e’ la medesima del svegliarsi all’alba per godere del sole che sorge.
Anche la trasformazione proposta da Visconti di trasformare il protagonista da letterato a musicista, e’ si un modo per ricondurre la trama al suo possibile soggetto ispiratore ovvero Mahler ma a mio avviso sottrae la dimensione letteraria necessaria per comprendere i veri sentimenti del protagonista.
Per chi ha ancora innanzi le scene del film, il romanzo manca di pathos, e’ persino freddo nel descrivere un sentimento che in fondo e’ parola di un’emozione gia’  vissuta e solo alla fine, fatta carne ma e’ in fondo il problema delle trasposizioni cinematografiche dalle quali una delle due parti si depotenzia.
Lettura da abbinarsi al film, questo non deve mancare per una visione espansa dell’opera

La montagna incantata – Thomas Mann

Peggio fu quando prese a parlare della scienza,… nella quale non credeva.
Non ci credeva, spiegò, perché l’uomo è liberissimo di crederci o no.
Essa è una fede come un altra, soltanto peggiore e piú stupida di qualunque altra, e lo stesso vocabolo “scienza” è l’espressione del piú sciocco realismo che non si vergogna di prendere o spendere per moneta sonante le immagini più che problematiche degli oggetti riflessi nell’intelletto umano, e di ricavarne il piú insulso e sconsolante dogmatismo che si sia mai tentato di far digerire all’umanità.
O non è il concetto d’un mondo sensibile esistente in e per sé la piú ridicola di tutte le autocontraddizioni?
La fisica moderna invece, in quanto dogma, vive esclusivamente del presupposto metafisico che le forme gnoseologiche della nostra mente, spazio, tempo e causalità, nelle quali si svolge il mondo fenomenico, siano condizioni reali, esistenti indipendentemente dalla nostra conoscenza.
Questa tesi monistica è la piú palese impudenza che sia mai stata ammannita allo spirito.Spazio, tempo e causalità, in linguaggio monistico: evoluzione,…ecco il dogma centrale della pseudoreligione degli atei e liberi pensatori, con la quale si crede di abolire il primo libro di Mosè e di contrapporre a una favola cretina un sapere illuminante, come se Haeckel fosse stato presente alla formazione della Terra! L’empirismo! L’etere universale sarebbe esatto?
L’atomo, questo grazioso scherzo matematico della “piú piccola particella indivisibile”… è forse dimostrato?
La dottrina dell’infinità dello spazio e del tempo è certo fondata sull’esperienza, no? Infatti, presupponendo un po’ di logica, si arriverà a esperienze e risultati allegri col dogma dell’infinità e realtà dello spazio e del tempo: cioè al risultato del nulla, cioè alla comprensione che il realismo è il vero nichilismo.
Perché? Per la semplice ragione che il rapporto tra qualsiasi grandezza e l’infinito è uguale a zero.
Non ci sono grandezze nell’infinito né durata né mutamento nell’eternità.
Nel l’infinito spaziale, dato che ogni distanza vi è matematicamente uguale a zero, non ci possono essere nemmeno due punti attigui, men che meno corpi, meno ancora il moto.Lo asseriva lui, Naphta, per combattere l’improntitudine con cui la scienza materialistica spaccia per conoscenza assoluta le sue frottole astronomiche, le sue frivole ciance intorno all”‘universo”.
Da compiangere, questa umanità, che da una boriosa accolta di numeri inconcludenti si è lasciata sospingere al sentimento della propria nullità e privare della patetica certezza della propria importanza.
Sarebbe ancora passabile se la ragione umana si tenesse sul livello terreno e in quell’ambito considerasse reali le sue esperienze con gli oggetti soggettivi.
Se invece va oltre e tocca l’enigma eterno dedicandosi alla cosí detta cosmologia e cosmogonia, non c’è piú da scherzare, e la presunzione sale al vertice della sua mostruosità.

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