Halo Legends – Vari

Halo LegendsHalo, la "killer application" con quale Microsoft  lancio’ l’X-Box, col tempo e’ divenuto un universo autonomo con una serie di seguiti ludici e non.
Fumetti, romanzi, film e non potevano mancare i cortometraggi d’animazione.
Sette episodi dati in mano a diversi studios giapponesi e il progetto funziona non bene ma benissimo. Vuoi che l’immaginario del videogiocatore e’ legato a filo doppio con manga e anime, tanto che ad un certo punto tutto si compatta sotto un’unica matrice. Sette episodi si diceva, che approfondiscono e scavano in quello che e’ a tutti in effetti un completo universo letterario. Non si richiede neppure la conoscenza del videogioco, per quanto s’intende, cio’ aiuta e certo amplifica l’esperienza visiva. Infatti si esordisce con "Origini" ed e’ la narrazione di come tutto ha avuto inizio, migliaia di anni prima, ben oltre il primo videogioco. Le angolazioni sono innumerevoli, drammatiche e divertenti, marginali o fondamentali all’interno della dinamica letteraria.
C’e’ la goliardia Daisuke Nishio di "Dragon Ball" o la formalita’ di Mamoru Oshii, storie di onore, di vittoria e di sconfitta, persino un racconto sui Covenant declinati in chiave medioevo giapponese.
Un bel prodotto che fa felici anime sparse, gusti diversi, sempre con molta classe, tante teste pensanti del mondo dell’animazione nipponica capaci d’esprimersi a livelli altissimi.

Scheda IMDB

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Sound & Vision – Luca Beatrice, Vari

Sound and visionNel 2006 Perugia ospito’ una mostra molto molto interessante sui legami tra arte visiva e musica, ovvero come una sia confluita nell’altra caratterizzando stile e intenti di entrambi. La mostra si e’ conclusa da un pezzo ma resta un catalogo completamente autonomo, grande formato e perfettamente leggibile a distanza di tempo.
Musica e immagine, un connubio perfetto sotto ogni punto di vista, prima di tutto commerciale perche’ oggi lo si da per scontato ma fino agli anni ’40 non esistevano lp con foto e colori in copertina e quando furono buttati sul mercato i primi dischi illustrati, il successo fu tale da decuplicare le vendite. Negli anni furono molti gli artisti che si dedicarono alle copertine degli LP ma in genere come puro mestiere tecnico senza troppe velleita’ artistiche che non fosse un buon lavoro possibilmente accattivante. Cio’ accadeva fino alla seconda meta’ degli anni ’60 dove tra Beatles e Warhol, una copertina firmata divenne un valore aggiunto importante, talvolta fondamentale. Da allora il fenomeno e’ cresciuto, estendendo il connubio al video, cioe’ ai videoclip e alle installazioni. Ovviamente per i musicisti che provengono da scuole d’arte o affini e non sono pochi, la scelta e’ praticamente obbligata, altrettanto si puo’ dire di attori o performers. Devo, Talking Heads, Laurie Anderson tanto per fare alcuni nomi ma se allarghiamo il discorso alle parentele acquisite o meno, come non ricordare Lennon / Ono o i piu’ recenti Bjork / Matthew Barney, unioni sentimentali che di fatto hanno creato una svolta evidente nello stile e negli intenti dell’uno e dell’altro.
Restando a Bjork, come non riconoscerle l’autorita’ di artista impegnata su molti fronti della ricerca audiovisuale, oltre ad un perfetto esempio di come la sinergia tra cantante e regista di clip possa produrre veri e propri capolavori, si pensi al lavoro comune con Gondry e Chris Cunningham, il quale a sua volta ebbe un rapporto a dir poco simbiotico con Aphex Twin dal momento in cui insieme, crearono tra i videoclip piu’ sensazionali di sempre, "Windowlicker" ma soprattutto l’immortale "Come to daddy". Non a caso la copertina del libro e’ tutta sua.
Il catalogo della Damiani non si limita alle riproduzione di copertine ma i testi bilingue raccontano ed introducono diversi aspetti della mostra che si traducono in altrettanti capitoli, forse non sempre omogenei ma l’argomento e’ vasto, i legami complessi, le implicazioni importanti. Ottimamente curato da Luca Betarice del quale apprezziamo anche l’intervento, si divora con passione ed interesse. Libro illuminante e divertente, curiosita’ a non finire e catalogo di cose molto belle. Stimola e illumina di nuova luce anche cio’ che si dava per noto ed acquisito.

Pagina dell’editore

Giochi di societa’ – Vari (Urania 555)

Giochi di societa (Urania 555)Leggere questi vecchi Urania e’ un piacere dentro ad un piacere. Con loro soddisfo la voglia di nuovi libri, la fame di fantascienza e nel contempo mi restituisco un po’ dello stupore di un tempo. Albo del 1970, a quei tempi c’ero ma non leggevo ma quando una decina di anni dopo iniziai ad essere regolare nel collezionare i numeri, era questo il periodo storico che trovavo con maggiore probabilita’ nelle edicole del mare piene di libri in offerta e ne comprai talmente tanti che ancora oggi sono la spina dorsale dell’intera collezione.
Adoravo poi le antologie, come quella di cui stiamo parlando e ben presto iniziai ad apprezzare alcuni autori piu’ di altri e la sintesi come dote .
Il tema della raccolta, i giochi di societa’ appunto, e’ in realta’ un blando collegamento se non intendendo il gioco come componente ironico di un vivere quotidiano e futuro, forse meglio dire un diverso modo di d’intendere l’esistenza che trasforma la ragione di vita di qualcuno, nel trastullo di qualcun’altro.
Ipotesi di in futuro drammatico seppur singolare, scontro piu’ che incontro tra diverse intelligenze, aliene o artificiali che siano, lezione sulla morale che se cambia drasticamente tra uomini separati nel tempo, e’ inevitabile che i punti di contatto tra razze diverse, siano ancora piu’ distanti. Come e’ inevitabile che sia, ci sono i racconti migliori e quelli peggiori ma in generale tutti sono buoni, nessuno straordinario e nessuno pessimo.
Ottimi "Visita alla mamma" di Williamson e "Diaspora" di Scott che rispettivamente aprono e chiudono la raccolta.
Il mio preferito resta "Test per due", tragicamente vero. Peccato per "Crio-UFO" che avrebbe meritato maggior approfondimento e "Trapianto" e’ un riassunto troppo stringato per un problema etico di ben altro respiro.
Nel complesso va ben oltre la sufficienza e lo si divora in un lampo.

Scheda Mondo Urania

Urfuturismo Futurismo Oggi 2000 n. 1 – Roby Guerra, vari

Urfuturismo Futurismo Oggi 2000 n1Questo libro e’ una specie di evento e non per una sola ragione. Innanzitutto parliamo del mio primo post su un ebook, inteso come libro che esiste nella sola versione versione digitale, poi concedendomi un pizzico d’orgoglio, tra le pagine sono presente anche io.
Servirebbe ora una lunga disanima sul futurismo, cio’ che fu, come si evolse e cio’ che oggi e’ diventato ma non essendo argomento da liquidarsi in poche righe, invito alla lettura non tanto del mio post su "Trattato di filosofia futurista" di Riccardo Campa, quanto del libro vero e proprio ma ancor meglio seguire i siti, e sono tanti, che fanno capo alle nuove dinamiche futuriste, transumaniste e connettiviste.
In cima alla piramide concettuale e operativa del movimento, troviamo intellettuali come Campa appunto e parimenti Antonio Saccoccio, Stefano Vaj e ultimo ma non ultimo Roberto "Roby" Guerra.
E’ a lui che si deve il coordinamento tecnico per la realizzazione di "Urfuturismo Futurismo Oggi 2000 n. 1" primo volume che raccoglie alcuni saggi inediti e molte interviste e testi gia’ pubblicati nel corso di questi anni principalmente nel web o su altri media. Molti i temi trattati ma col denominatore comune di filtrare attraverso la nuova cultura digitale, aspetti quotidiani come politica, argomenti alti come filosofia e elementi piu’ legati ad aspetti artistici e performativi nati da un lascito antico e aggiornati alle tecnologie odierne.
Un piede nel passato, l’altro nel futuro, perche’ ricordiamolo, "futurismo" non e’ soltanto un movimento artistico relegato ai libri di storia ma una filosofia che ieri come oggi, definisce linee guida di pensiero e d’azione, uno stile che e’ metodo perche’ e’ innanzitutto credo e obiettivo. Si puo’ e si deve analizzare la societa’ attraverso la lente del futurismo e tramite esso rivoluzionarne le dinamiche fallimentari che si manifestano oggigiorno nella loro drammatica attualita’.
Percio’ nelle quattro sezioni centrate su Nuova Oggettivita’, Urfuturismo, Tempi Netmoderni e Sublime Avvenire, si diverge partendo da un punto comune, verso i vertici di un quadrilatero che racchiude idee e bisogni.
Tanti, tantissimi gli autori interpellati attraverso il meccanismo delle domande incrociate e reiterate, campionario a 360 gradi di metodi e soluzioni di tensioni, a volte visioni diverse, segnale di un movimento vivo e sensibile all’evolversi degli accadimenti.
Oltre i luoghi comuni, oltre la politica, superare la destra e la sinistra girandosi indietro e guardando avanti, non fosse altro che ormai parliamo di etichette senza alcun legame con storia, cultura o tradizione.
Per cio’ che mi concerne resta la grande soddisfazione di vedere il mio nome accostato ad altri che in questi anni ho ammirato e studiato e francamente non potevo ambire a niente di meglio.

Dove acquistarlo
Urfuturismo Futurismo Oggi 2000 n. 1
Roby Guerra Futurista
Movimento Particellare

Il piedistallo vuoto. Fantasmi dall’Est Europa – Bologna 15-02-2014

Il piedistallo vuoto-2Come non vedere, sentire, immaginare il vuoto lasciato in Russia da settant’anni di comunismo? Non e’ una questione politica, non soltanto certo e neppure una considerazione di merito ma un regime oligarchico che ha retto le corde del mondo per tutto questo tempo, e’ restato dentro le cose come nelle persone, nei libri ma ancor piu’ nei ricordi, nei gesti, nelle abitudini, nel modo di pensare e vedere.
Come la Russia sia cambiata in questi ultimi venti anni dopo la caduta del muro, e’ davanti agli occhi di tutti ma e’ piu’ difficile vedere cio’ che ora manca, perche’ meno visibile e percepibile a primo acchito ma non meno importante e significativo.
Ecco, la mostra si prefigge proprio questo, mostrare cioe’ il vuoto di un sistema politico venuto improvvisamente a mancare ma soprattutto mostrare che questo vuoto non si limita alla struttura sociale ma al modo d’intendere ogni aspetto della vita, dalla politica, all’arte, in un continuo tentativo di colmare l’assenza attraverso rielaborazioni o nuove implementazioni.
Confesso che leggendo le varie schede informative in preparazione della visita, questa idea di separare la mostra in due sezioni, Teatro dei Gesti e Archeologia delle Cose, non mi e’ stata chiara fino al momento in cui, una volta entrato e a contatto con le opere, tutto quanto si e’ rivelato in un lampo.
Il piedistallo vuoto-1Se da un lato esiste una fisicita’ dell’assenza che i piedistalli coi simboli del passato regime rimossi o sostituiti sono il miglior esempio possibile, dall’altro c’e’ il tempo che passa e le giovani famiglie ritratte un tempo sotto quegli stesso monumenti, ora sono anziane coppie con figli piu’ vecchi dei loro genitori quando fecero le foto. Non e’ soltanto tempo che scorre, e’ vita che cambia, un adattarsi continuo che riflette l’istinto di conservazione della specie, l’animale sociale che muta per sopravvivere alle sue stesse regole.
Tutta la sezione Teatro dei Gesti, altro non e’ che la ricerca di un metodo per colmare vuoti e distanze, sistemi diversi che prevedono il riempire posti vacanti come ci accoglie all’ingresso la sedia vuota con abito pronto da indossare di Ondak, recupero e ricontestualizzazione, la ricerca di nuovi gesti per comunicare del video di Jaan Toomik, nel futuro anteriore di Kusmirowski, la reinvenzione dell’arte di Oganyan o la celebre stella a cinque punte autoinflitta dalla Abramvic sul proprio ventre che cristianamente carica su di se le colpe del proprio mondo mostrando l’essenza dei suoi simboli.
L’Archeologia delle Cose vuole recuperare la materia mutandola per i nuovi bisogni come i caldi tappeti di Djordjadze inseriti in un mondo freddo e scomodo, le immagini della Feriancova che scivolano in un oblio da spezzare col ricordo o i simboli di nazione che bruciano e si ricreano in un loop infinto che Cantor insegue con la forza inusuale che un proiettore in 16mm possiede in questa epoca elettronica.
Complimenti quindi a Marco Scotini il curatore per una mostra che racconta di terre e di uomini in un modo diverso e intelligente, piu’ efficace di tante inutili analisi che imperversano su libri e quotidiani.
Il solo appunto che mi sento di rivolgere, piu’ una piccola delusione che altro, e’ stata l’impossibilita’ di entrare nella sala video per via di una programmazione non sempre attuabile durante lo svolgersi della mostra, scelta che per i non residenti, puo’ essere penalizzante.
Consiglio comunque l’acquisto del catalogo. Ben realizzato e documentato, al quale manca solo il colore per essere perfetto.

Scheda Artefiera

Shi Kong: China Futures – Vari (Urania 1564)

Shi KongNel breve excursus all’interno della fantascienza di ultima generazione o quantomeno nel tentativo d’uscire dalla cara fantascienza classica alla quale sono tanto affezionato, non potevo esimermi ancora a lungo dal leggere la raccolta "Shi Kong: China Futures", pubblicata sulla collana Urania un paio di anni orsono. Cina e fantascienza, connubio impossibile ma c’era da aspettarselo e nella prefazione, il curatore Lorenzo Andolfatto, mette sul piatto alcuni spunti interessanti sui quali riflettere.
Non e’ un caso che i primi racconti risalgano all’inizio degli anni ’80. Scomparso Mao, condannata la rivoluzione culturale e i suoi orrori, col potere in mano al riformatore Deng Xiaoping e la straordinaria svolta economica, politica e sociale che si apprestava a mettere in atto, anche la semplice liberta’ di dare sfogo alla fantasia e uscire con la mente dall’orrore comunista, fu un atto innovativo e rivoluzionario. Non solo. Come fa ben notare Andolfatto, all’improvviso in Cina si aprirono le porte a decenni di letteratura fantascientifica mai letta prima e vedere come questa poteva essere metabolizzata in pochi anni, e’ gia’ un fantastico esperimento.
Al di la’ quindi del semplice giudizio critico, e’ importante affrontare il libro avendo ben presente il background storico e sociale della Cina perche’ in questo caso l’humus e’ significativo quanto il raccolto. 
Non sorprende quindi che i primi due racconti datati 1980 siano eccessivamente semplici, il secondo di Jin Tao addirittura imbarazzante ma basta un salto di dieci anni al racconto "Le tombe del cosmo" di Han Song che di anni pare ne siano trascorsi cento. Crescita stilistica e concettuale esponenziale, un po’ come e’ avvenuto alla loro economia. Velocita’ che non smarrisce completamente la sensibilita’ propria del popolo cinese e soprattutto non si astrae troppo restando aderente ad un pragmatismo dettato anche da un’accelerazione che non permette sbilanciamenti eccessivi e voli pindarici pericolosi. Sempre Andolfatto crea un parallelo con la solida fantascienza statunitense anni ’50 ed e’ vero per quanto ripeto, sia piu’ dovuto a diversa sensibilita’ invece che innocenza primitiva.  
Voglio essere chiaro, non giudico la raccolta solo sotto il profilo sociologico, per quanto attraverso questa interpretazione ne guadagni ma il contesto e’ importante e alla fine da’ senso e valore al volume.
Molto,  molto interessante e ancor piu’ lo e’ immaginare quali soprese la Cina sapra’ riservarci.

Nove inframondi – Vari (Urania 1595)

Nove inframondiPur essendo abbonato Urania di lungo corso, letture troppo diversificate e poco tempo a disposizione, m’impediscono di leggere con regolarita’ le nuove uscite. D’altro canto, come ho piu’ volte avuto modo di scrivere, restando affezionato alla fantascienza dei grandi nomi del passato, mi serve molta spinta per spingermi verso i nuovi autori, molti dei quali certamente ottimi ma temo troppo distanti dai miei riferimenti letterari e per esperienza, pochi possono davvero smentirmi.
Questa raccolta pero’ sembra nata per farmi ricredere, in primo luogo perche’ la passione per i racconti resta comunque potente, poi perche’ da’ modo di spaziare per autori e stili senza l’onere di un intero romanzo ed infine per la presenza di alcuni nomi noti e irresistibili.
Prima parte del volume "The Year’s Best SF vol. 14" redatto da David G. Hartwell e Kathryn Cramer, evidenzia sin dall’introduzione, la cura e la cultura di chi ha deciso cosa pubblicare. Oltre alla prefazione, una semplice ma importante scheda informativa, ci racconta chi e’ lo scrittore e con gli immancabili riferimenti web, la possibilita’ di scoprire altro.
Senza ulteriori indugi non posso che complimentarmi con chiunque abbia preso parte alla raccolta, nessuno escluso. Non sono cosi’ sfiduciato da pensare che il meglio sia oramai alle nostre spalle ma certo una qualita’ cosi’ alta fa ben sperare in autori che non si rifugino dietro grandi luci e colori ma come in passato, sappiano usare il genere per raccontare l’uomo come altrimenti non sarebbe possibile. Sorpresa nella sorpresa, piu’ della meta’ degli autori e’ donna. Si potrebbe parafrasare Paolo Conte dicendo che "le donne non amano la fantascienza e non si capisce il motivo" eppure la raccolta smentisce la diceria senza snaturare lo spirito molto leggero e trasognato delle autrici, la cui gentilezza propria del loro sesso, si contrappone con chiarezza ai rudi maschietti piu’ spigolosi e nervosi.
Mi piacerebbe parlare di ognuno ma evito classifiche e riassunti in fondo poco interessanti.
Posso dire sempre ottimo Gaiman, tanto scrittore quanto sceneggiatore, inventiva e classe alla stelle per Chiang, la rosea delicatezza della Gilman ma soprattutto mi concedo qualche considerazione su Paolo Bacigalupi e il suo racconto. Stile a parte, molto interessante, ho apprezzato l’idea di un futuro distopico una volta tanto non popolato da regimi totalitari vestiti di nero, bensi all’opposto di un tempo in cui sballo e divertimento sono le uniche costanti di un mondo ormai ridotto all’indifferenza, persone intrappolate nell’infinito politicamente corretto che implica il totale immobilismo che non turba e non offende. In una tragica evoluzione della condizione odierna, se un errore soffoca mille scelte giuste, che senso ha creare, osare, correre il rischio di cadere quando qualcun altro pensera’ ad aggiustare e riparare e peggio per lui, sbagliare. Colpa ella chimica, colpa dei giornali ma il collasso e’ vicino se sempre meno persone si assumono le proprie responsabilita’, sprecando invece il loro tempo ad abbaiare i loro inutili latrati. Presto nessuno prendera’ decisioni e quel il giorno  la macchina si fermera’ e con essa ogni parvenza di civlta’.
Prendiamo i considerazione l’ipotesi che il peggior futuro possibile sia quello dove tutti i nostri sogni si sono realizzati.
Attendo con ansia la parte due.

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Walter Chappell – Modena e suoi fotografi 1870-1945 – Modena 14-09-2013

Walter Chappell 1Continua a Modena la rassegna sui fotografi americani e dopo la collettiva "Flags of America", il protagonista questa volta e’ Walter Chappell.
Convinto naturalista e ambientalista, percorse con anticipo quelle tendenze che nel movimento hippy ebbero poi facile sbocco. Artisticamente affianca per molti versi lo spirito di Adams, senza ovviamente raggiungerne la perfezione tecnica, forse piu’ simile a Edward Weston perlomeno per un tratto di carriera dove la natura veniva colta nella sua forma piu’ stilizzata, transitando per uno stadio di confronto e assimilazione con l’essere umano.
Se Weston pero’ spinse la ricerca sul piano espressivo, per Chappell invece fu trasfigurazione assimilata in comunanza, pura filosofia ambientalista e se in Weston sia l’uomo che la natura si allontanavano dalla loro stessa essenza trasformandosi in linee e curve tendenti all’astrazione, Chappell ricerca la fisicita’ degli elementi, similitudine nei corpi che paiono terra e terra che rimanda ai corpi in un intento iperrealista che alla fine e’ quanto maggiormente lo differenzia dai suoi colleghi e caratterizza il suo lavoro.
Il grosso della sua produzione ha ruotato attorno ad un unico concetto, non fossilizzandosi pero’ su un unico stile, declinando cio’ che definiva camera vision, tecnica che mirava a cogliere le immagini come si formano nello sguardo, in momenti anche molto diversi tra loro che nel tempo si sono succeduti e che lega  "Light an water" sino al portfolio "Metaflora".
La sua vita, come la sua fotografia, si costitui’ delle tante mogli e figli che ebbe, i corpi di ognuno esposti, filosofia di vita fatta arte, sincerita’ dell’esistere che nel mettersi letteralmente a nudo, rafforza la straight photography forse nella sua forma piu’ estrema. Arrivato all’esplicito del lingam e yoni trovo abbia superato il confine scivolando nel banale e nel retorico, un peccato mortale per un artista che dell’espressione ha fatto il proprio vanto, perche’ l’ordinario deve andare oltre la normale rappresentazione. Ad ogni modo nulla da dire, una visita e’ dovuta.

Modena e i suoi fotografi - BandieriCome pregevole abitudine della Fondazione Fotografia modenese, alla mostra principale si affiancano alcune esposizioni collaterali altrettanto interessanti. La prima e’ "Modena e suoi fotografi 1870-1945", un omaggio alla citta’ attraverso le immagini di storici studi fotografici che mettono a disposizione alcuni tra gli scatti piu’ rappresentativi del territorio, dei modenesi e della tradizione che diventa cultura di un popolo.
Forse Modena non sara’ la capitale mondiale della fotografia ma ha saputo donare nel corso del tempo, una testimonianza viva e vitale di tecnica che sa diventare arte e comunque sia chiaro, Modena e i suoi fotografiModena e la tecnologia in un passato purtroppo remoto, andavano sovente a braccetto.
Fotoamatori che si trasformano in imprenditori, dando vita ad atelier caratterizzati da stili unici e bene definiti, come lo Studio Sorgato molto presente nelle istituzioni, Studio Bandieri sensibile allo sviluppo urbanistico, lo studio Orlandino vicino alla tradizione o i piu’ vicini alla fotografia declinata all’arte in senso stretto come Testi e Carbonieri.
L’interesse per questa esposizione travalica il territorio per quanto l’appartenenza ai luoghi ne amplifica la portata e il piacere.

Altro evento collaterale, questa volta collegato al Festival della Filosofia quest’anno dedicato al tema dell’amore, e’ "Principianti – Di cosa parliamo quando parliamo d’amore", incrocio simpatico tra Carver, festival e nuove leve della fotografia, nove studenti del master tenuto presso la Fondazione, alle prese col tema "amore" espresso attraverso esperienze Principianti - Serraindividuali e sensibilita’ diverse che portano ad interpretazioni sull’argomento molto variegate e peculiari.
C’e’ l’iperrealismo di Mammarella, l’introspezione da grande parete di Pasquaretta, i contrasti di Mainieri o la ricerca espressiva di Quadri.
Infine Cristina Serra col suo fenomenale dittico che come due parentesi racchiude l’amore nella sua accezione piu’ dolorosa, talvolta inevitabile.
Non tutto e’ memorabile ma c’e’ qualche bella scoperta.
Aperta fino al 13 ottobre 2013, merita anch’essa una visita.

Walter Chappel – Eternal Impermanence
Modena e i suoi fotografi 1870-1945
Principianti

Island: New art from Ireland – John Lennon artista – Museo della figurina (Modena Settembre 2013)

IslandScrivo di questa piccola ma bella esposizione con molto dispiacere.
Si perche’ oramai e’ conclusa e purtroppo cio’ che restera’ e’ il mio tardivo commento quando avrebbe potuto fungere da traino e invito per altri visitatori.
Mi riduco a visitarla praticamente il penultimo giorno d’esposizione e soltanto per un’errata valutazione.
Leggendo la scheda informativa, me feci l’idea che in fondo si trattasse della raccolta piu’ o meno sparsa, per quanto interessante, di artisti accumunati dal solo essere irlandesi. Posso concedermi l’attenuante che in apparenza sulla carta, poco del lavoro di ognuno si lega a quello degli altri; sculture, dipinti, corti cinematografici un po’ troppo eterogeni per vederci un filo conduttore eppure, abbandonato il web per la vita reale, la forza della mostra consisteva proprio nel tema comune agli artisti e alle loro opere.
Ogni artista a modo suo, pone l’Irlanda come punto centrale della ricerca, eppure ne trasforma l’identita’ fuggendo da essa, come Dorothy Cross che attraverso la natura lisergica che cambia la visione, scambia tradizione e ambiente oppure Mark Garry che mostra come il reale possa apparire artificiale o ancora Martin Healy che dell’estetica industriale fa una nuova immagine naturale e forse Damien Flood con le sue isole immaginate e poco emerse, spinge ad andare oltre l’iconografia o la forma da volantino turistico.
Pochi artisti ma dalle idee molto chiare, conto in una replica magari espansa.

John LennonNon ho i Beatles come riferimento supremo. Conosco molto, mi piace molto, ne riconosco i meriti ma v’e’ una notevole sopravvalutazione quantomeno riferendoci ai singoli componenti del gruppo, non tanto sulla macchina da guerra costruita attorno a loro.
Del duo Lennon / McCartney poi, da sempre tifo quest’ultimo svantaggiato nei confronti dell’altro per il solo fatto di non essere stato ammazzato anzitempo. Lennon godette e ancora oggi la sua figura s’esalta in un mare di retorica, cavallo infilato a forza nel giusto circuito e devo dire che fosse stato solo per lui non avrei visitato la mostra.
Al contrario in questi anni la figura di Yoko Ono ha iniziato ad intrigarmi e approfondendo fatti e biografie, mi convinco sempre di piu’ di come seppe manovrare il nostro e di quanto il suo successo sia in effetti dovuto alla sua manina neppure troppo occulta. Lennon artista, quindi e diamolo per buono con le litografie della "Bag One" e alcuni cimeli legati alla sua partecipazione al film "Come ho vinto la guerra", film modestissimo non fosse per la curiosita’ destata dal suo celebre figurante.
Molto, molto piu’ interessanti i video prodotti con la moglie anche se e siamo a prova di smentita, e’ tutta farina del sacco di lei, laddove il passato Fluxus e l’esperienza warhoiliana, ne avevano gia’ tracciato i solchi principali.
Niente di nuovo a quel tempo e tantomeno oggi ma se piace il genere, meritano una guardata anche perche’ in questo caso, c’e’ ancora tempo

Museo della Figurina - AmoreUn ultimo accenno al "Museo della Figurina". La mostra e’ permanente e davvero piacevole da visitare in un viaggio che attraversa l’intero secolo scorso fino ai commoventi anni della nostra infanzia ma in occasione del Festival della Filosofia a Modena, si tinge di rosso come l’amore ed espone una corposa serie di figurine dedicate all’argomento. Non ci si aspetti pero’ melense raffigurazioni, tutt’altro. L’idea di amore, innamoramento, matrimonio e convivenza sono cambiate decisamente nel corso dei decenni e non era difficile veder rappresentate cio’ che noi oggi chiamiamo soprusi o violenze domestiche, tradimenti e umiliazioni, il tutto in forma di barzelletta o boutade. Vi sono anche grandi sentimenti da romanza ma e’ divertente constatare come anche solo i nostri nonni vivessero un quotidiano profondamente diverso dal nostro e non solo per i beni che ci circondano ma soprattutto nel modo d’intendere la vita, Merita una visita.

Island: New art from Ireland
All you need is love: John Lennon artista, attore, performer
Museo della figurina

Novecento – Forlì, Musei San Domenico 01-06-2013

NovecentoMostre come queste valgono ben una trasferta e cosi’ e’ stato, allettato anche dalla mia passione ormai nota, sull’arte futurista.
"Novecento" e’ un titolo forse ingannevole dal momento in cui l’esposizione concentra lo sguardo tra gli anni ’20 e ’40 quindi ben al di la’ dal fornire una panoramica completa del secolo scorso ma il nome e’ da intendersi nella definizione che ne diede Massimo Bontempelli sulla rivista "900" ovvero "Il Novecento non comincia che un poco dopo la guerra.". Non solo pero’, c’e’ in realta’ anche altro.
Lungi dal voler rappresentare esclusivamente l’arte legata al ventennio fascista, per quanto viene da se’ che essendo quelli gli anni, vi sia sovente una sovrapposizione col regime e ai dettami della sua estetica, i curatori con grande saggezza, ne approfittano per esporre da un lato un serie di Novecento - Tullio Crali - Incuneandosi nell'abitatoartisti validissimi la cui condanna all’oblio e’ stata determinata esclusivamente dall’appartenenza politica, dall’altro far ammirare nomi celebri e famosi talvolta in una veste ai piu’ sconosciuta, in anni che in seguito non avrebbero, gradito essere ricordati.
La pittura la fa da da padrona e’ ovvio ma di questi vent’anni si e’ voluto esporre uno stile che ha abbracciato tutte le arti e la vita quotidiana quindi non mancano poster pubblicitari, sculture, oggetti d’arredamento, mobili finanche abiti e scarpe alla moda.
I grandi ci sono tutti, futuristi e non, persino un Picasso.
Che piaccia o meno il ventennio fascista fu per l’Italia un’occasione importante per guadagnare prestigio in campo internazionale e ben vi riusci’ con quel ritorno all’ordine che pretese di restituire una gloria perduta attraverso un ritorno al classico. Cio’ avvenne col recupero di stile e tecnica quattrocentesca che non dimentica gli anni appena trascorsi dell’avanguardia futurista ma soprattutto non ignora gli emergenti problemi sociali, esistenziali e introspezioni psicologiche che il teatro e la letteratura introducevano in quegli anni, Pirandello e Moravia per fare due nomi.
Novecento - Xanti Schawinsky - SiLa mostra si snoda attraverso sale tematiche dove di volta in volta si considerano differenti aspetti artistici, tecnici o sociali del periodo.
Il rapporto col fascismo come si e’ detto ma anche la sua evoluzione passata attraverso l’occhio concettuale del primo futurismo di Balla, Crali, Depero e Dottori, passando per il ritorno al classico di Sironi, Funi, Campigli e Carrà sino alle perplessita’ premonitrici di una societa’ sempre piu’ decadente e complessa di Guttuso, Sofianopulo e Maccari.
Col potere Mussolini si trasforma da uomo a condottiero, sino divenire figura epica e ultraumana, idealizzato esso stesso in concetto nell’importante passaggio sintetizzabile da Duce a DUX.
Nel frattempo l’ideologia penetra in ogni aspetto della societa’ e il vigore dell’Impero si trasmette all’architettura come alla pubblicita’, nuovi eroi si forgiano nella forza lavoro e nella tecnica e in cio’ l’origine socialista del fascismo si fa palese.
La classicita’ romana e’ iconografica e ideologica nell’organizzazione sociale e nell’esaltazione di antichi valori quale la cura del corpo attraverso lo sport e l’attivita’ fisica e per le donne saranno inventate nuove mode, innestando quel circolo virtuoso che tutt’oggi fa eccellere l’Italia nel mondo, senza per questo esautorarla dal ruolo fondamentale di madre e moglie.
Il ritorno all’ordine prima come stile, poi come concetto per gli artisti, i tecnici ed infine per le masse che dal ventennio ebbero anche indiscutibili vantaggi, verita’ e bellezza seppellite dalla propaganda dei vincitori, assieme a grandi artisti che solo mostre come questa riescono a mostrare finalmente al grande pubblico.
Avrei voluto andare prima per consigliare quante piu’ persone a visitare la mostra ma c’e’ ancora tempo per non perdere la possibilita’ di visitare la grande mostra di una nazione, la nostra Italia, che cosi’ tanto ha dato e tanto puo’ ancora dare.

Sito ufficiale della mostra

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