The flowers of war – Zhang Yimou

The flowers of warZhang oggi e’ indiscutibilmente uno dei simboli dell’imminente sorpasso della Cina sul resto del mondo, un regista capace di mettere in riga gran parte della cricca hollywoodiana e guardare direttamente negli occhi le punte di diamante del cinema mondiale.
Film geneticamente pensato per essere internazionale, resta profondamente cinese nel racconto e nella sensibilita’ narrativa.
Il "massacro di Nanchino" del 1937 tempo e luogo della vicenda, e’ una ferita ancora aperta nella storia recente, causa di dissidi e discussione che permane tra Cina e Giappone.
Christian Bale e’ un becchino straniero in terra straniera, un trafficone cinico e superficiale che nel bel mezzo di uno spaventoso ed ingiustificabile massacro, cerca ancora un modo di fare soldi. Finira’ a difendere un gruppo di educande barricatesi dentro un monastero cattolico, unico adulto tra tutti e l’arrivo di un nutrito gruppo di prostitute sara’ l’inizio di una storia di donne, straziante e dolcissima.
Pochi sanno ritrarre l’universo femminile come Zhang Yimou. Egli ribalta la visione classica della donna attraverso forza che diviene bellezza e nel computo delle sue indimenticabili interpreti, Gong Li a perenne modello, in "The flowers of war" il regista presenta la nuova stella Ni Ni, un esordio stratosferico, una interpretazione che vale il proseguo di una carriera che si prospetta fenomenale.
Non e’ certo da meno l’altra protagonista Xinyi Zhang ma davvero, e’ una gara di bravura e bellezza tra tutte. 
Popolando la storia con gruppi in antitesi, educande e prostitute in realta’ racconta di quanto le loro esistenze siano solo in apparenza inconciliabili, rivela forza di Donna che prescinde eta’ e condizione.
Bale, tra i migliori attori di sempre, e’ l’interprete perfetto per incarnare l’idea che e’ la vita a farti indossare certi abiti ma e’ il coraggio a farli meritare. La trasformazione da furfante a eroe del resto e’ una manifestazione della grazia delle donne e dell’abominio della guerra. Gia’, la guerra.
Le sequenze di guerriglia urbana appaiono mutuate direttamente da Spielberg e il suo "Salvate il soldato Ryan", meno effetto documentaristico ma montaggio serrato e slow motion che sottolinea ed evidenzia ma il punto cruciale non e’ il conflitto in se’, quanto l’orrore scaturito dalla mancanza di regole.
Se nella prima parte la battaglia assume toni epici e gloriosi, e’ quando si perde il controllo e la dignita’ si spegne con l’arroganza dei vincitori, allora e’ li’ che la guerra diviene vera ed orrenda tragedia.
Zhang torna dopo l’esordio "Sorgo Rosso" a trattare l’invasione della Cina da parte dell’esercito giapponese e non fa sconti alla storia ancora oggi molto controversa.
Infine qualche difetto invero c’e’. Talvolta il regista si sofferma su certi particolari, correndo su altri degni di piu’ attenzione. Per qualche strana ragione ci viene anticipato il finale quando in realta’ poteva essere utilizzato per cio’ che poteva essere un grande momento di tensione, bruciando senza un perche’ il pathos.
Si potrebbe anche obiettare che certe trasformazioni dei protagonisti siano eccessive e poco credibili ma credo invece nell’intento di esaltare lo spirito umano oltre le apparenze, voler evidenziare come la vera natura di ognuno emerga potente quando il caos dell’esistenza lo richiede.
Un suo film ancora una volta imperdibile, forse troppo per il nostro cinema e percio’  irreperibile, che da il senso della grandezza di Zhang.

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Ju Dou – Zhang Yimou, Yang Fengliang

Ju DouRitorno a Zhang Yimou per completare la sua filmografia con uno degli ultimi tasselli ancora  da sistemare.
Film del 1990 e ambientato nella Cina dei primi anni ’20 dove un uomo ricco e violento compra una terza moglie dopo aver ucciso le altre due perche’ incapaci a dargli figli ma dal momento in cui non accade nulla anche con la terza, non solo non comprende la sua sterilita’ ma intensifica la violenza che spingera’ lei verso le braccia del nipote, in realta’ nemmeno parente ma adottato anni prima e ora operaio alle sue dipendenze.
Tanto va la gatta al lardo che ci nasce il cinesino per la felicita’ di tutti quanti, lei non piu’ massacrata di botte, il vecchio cornuto ma con prole maschia e il nipote con la bella zia da godersi ad ogni trasferta del vecchio. Proprio in occasione del ritorno da un viaggio, l’uomo viene ritrovato paralizzato dalla cinta in giu’ e non potrebbe andare meglio ai due amanti ora riuniti in famiglia senza piu’ temere il vecchio violento ma la vendetta, con lo zampino del destino, sara’ inevitabile.
Zhang e’ impeccabile e non tragga in inganno la doppia regia se, come sembra, sia dovuta a motivi per cosi’ dire politici e non artistici. Ritroviamo il film incrinato in una progressiva escalation di successi e qualita’ che inizia con l’ottimo esordio di "Sorgo rosso" e segue con "Lanterne rosse", "La storia di Qiu Ju" , "Vivere!" e via di questo incredibile e straordinario passo. Ci si puo’ solo incantare con la fotografia di Gu Changwei ma il mestiere e le opere successive del regista, fanno intuire che certe scelte siano state da lui dettate e condotte.
Infine e come non potrebbe essere diversamente, lei Gong Li, regina della scena e dei sensi, attrice che spazza via decenni di sciacquette nostrane e dalla bellezza che nei suoi 25 anni e’ sfolgorante, la cui sola presenza basta a definirla capolavoro dell’intera razza umana. In questo film poi e’ d’una sensualita’ travolgente, persino anomala per l’accoppiata regista-attrice e in generale per il cinema cinese di venti anni fa ma la grazia e il garbo di entrambi e’ un dolce e languido susseguirsi di volutta’ e dolore.
Film da non perdere anzi, impossibile farne a meno.

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Sorgo Rosso – Zhang Yimou

Sorgo rossoOpera prima di Zhang, esordio potente e gia’ fortemente caratterizzato da gran parte degli stilemi propri del regista, anticipando cosi’ gli anni a venire.
C’e’ la Cina degli anni ’30 ad un passo dalla svolta maoista, c’e’ la campagna coi suoi riti, le sue gioie e le sue tragedie e c’e’ ancora una volta una donna forte nella sua fragilita’ e nella sua innocenza.
E’ la storia di Jiu’er narrata dal nipote molti anni dopo, venduta dal padre a un ricco lebbroso per un somaro, sara’ liberata da Yu Zhanao, servitore e innamorato corrisposto ed insieme metteranno su famiglia e porteranno avanti l’azienda di vino di sorgo, finche’ non arriveranno gli invasori giapponesi.
Tratto dal libro omonimo di Mo Yan, le tinte dell’affresco sono quelle che rimangono e impressionano se al primo colpo s’incamera l’Orso d’oro berlinese ed in effetti e’ difficile sottrarsi all’intensa doccia scozzese emozionale di dramma e gioia ben dosati e ancor meglio raccontati.
Opera prima si diceva ma non certo immatura, nessuna ingenuita’ ed esperienza guadagnata fuori dai set perche’ Zhang nell’87 aveva i suoi bei 36 anni suonati, diversi dei quali gia’ trascorsi nel mondo del cinema seppur non da regista.
Tra le sue pellicole piu’ politiche assieme a  "Vivere!", per quanto non espressamente nelle intenzioni del Maestro forte del concetto che l’obiettivo di ogni forma d’arte non dovrebbe essere politico e gli crediamo perche’ con tutta la buona volonta’ e’ difficile parlare della Cina del secolo scorso senza scontrarsi con storia e politica sottesa.
Ad ogni modo se devo pensare alle assenze o alle carenze, trovo che manchi ancora quella capacita’ di raccontare con la straordinaria sintesi che e’ gli e’ propria, il saper tracciare un contorno gia’ immagine, trovando quel pizzico di didascalico che gia’ da "La storia di Qui Ju" in poi perdera’ guadagnando in soave delicatezza

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La triade di Shanghai – Zhang Yimou

La triade di ShanghaiUltimo film del regista con Gong Li, splendida interprete di alcuni dei capitoli piu’ belli del suo cinema come "La storia di Qui Ju", "Lanterne rosse" e "Sorgo rosso" ed e’ stata una gran perdita, forse piu’ per lui considerando la fine del loro rapporto sia di lavoro che sentimentale.
Gossip a parte, l’attrice si dimostra ancora una volta estremamente versatile e impressionante nel rendere il personaggio della contadinella salita sul giusto treno verso il successo, il denaro e il potere.
Donna del boss, cantante rinomata nel locale piu’ famoso della citta’, trattata come una regina e venerata come una dea. Intrappolata dal suo status, perdera’ l’anima, anima che ritrovera’ a caro prezzo, nel finale della storia.
Al di la’ quindi del titolo, ancora una volta la vicenda ruota attorno ad una donna catalizzatrice di vita e morte, figura completa che avvolge gli umani pregi e difetti e merito di Gong Li il saper evocare nello spettatore sentimenti opposti che vanno dal disprezzo alla pena piu’ profonda, innocenza persa e ritrovata.
Nel complesso un buon film, cinema gia’ esperto di Zhang che si lascia andare pero’ verso sponde piu’ occidentali del consueto, in una storia che potrebbe essere adattata benissimo a un qualunque gangster movie prodotto negli USA come in Italia.
La delicatezza delle immagini e dei dialoghi certo appartengono all’oriente ma temo che la coproduzione francese abbia pesato non poco sulla resa finale.
Film piu’ rappresentativo della bravura di Gong Li che dell’arte di Zhang Yimou, non un passo falso ma tra i meno consigliati nella carriera del regista.

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La locanda della felicita’ – Zhang Yimou

La locanda della felicita'Nonostante una crescita economica a due cifre, la Cina e’ sterminata, la Cina insegue se stessa, la Cina e’ un gigante dai piedi pesanti, la Cina e’ spaesata, la Cina e’ ancora innocente.
Guardo i film di un grande regista come Zhang Yimou e ritrovo quella genuina semplicita’ delle commedie del dopoguerra italiano, rivedo sguardi e ascolto parole non ancora schiacciate da chi ha strappato il cinema alla gente per farne una clava intellettualoide come e’ avvenuto purtroppo da noi.
Sono le persone il centro di queste storie, persone ritratte nell’ordinarieta’ del semplice vivere e non c’e’ epica in questo, non si vuole tratteggiare mitologici eroi il piu’ delle volte a combattere inesistenti mostri dell’epoca moderna eppure si assiste a minuscoli frammenti d’insignificante esistenza che rivelano splendore inaspettato e commovente.
Sono bellissimi i protagonisti di Zhang, bellissimi e puri, innocenza che deriva dall’inconsapevolezza dei loro gesti guidati solo dal buon senso e da uno spirito sano di sopravvivenza a volte fatto di piccoli inganni e bugie ma senza che un prossimo debba averne troppa rimessa.
Le donne, le donne hanno un posto speciale in questi racconti e penso tra le tante, a Wei Minzhi di "Non uno di meno" o alla storia Qiu Ju del film omonimo.
Donne fragili e sottili come giunchi di bambu’ ma come il bambu’ indistruttibili quando le vedi piegarsi, flettersi oltre il dolore ma quel dolore non e’ mai troppo grande per spezzarle e si rialzano, orgogliosamente protese verso il cielo, loro unico degno giaciglio.
Cosi’ e’ Wu Ying la protagonista, splendida nel suo vestitino rosso fiorato che vale ogni sorriso, tutta la speranza che va oltre la consapevolezza, oltre il destino avverso, oltre l’evidenza che nulla e’ come appare.
C’e’ da ringraziare Zhang Yimou per lei, per Zhao e gli amici tutti, per aver ricreato 30 anni e un oceano dopo il tenero "Angeli con la pistola" talmente ben congeniato che Frank Capra volle girarlo non una ma ben due volte.
Pellicola straordinaria, finalmente un neorealismo degno del suo nome, imperdibile.

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