Cane randagio – Akira Kurosawa

Cane randagioPoteva mancarmi un film fondamentale nella filmografia di Kurosawa? Evidentemente si se lo recupero solo ora. A mia discolpa posso dire che il meglio il regista lo dara’ solo un decennio dopo ma insomma, un Kurosawa del ’49 vale sempre il costo del biglietto. Specie con Mifune.
Mifune appunto e’ un giovane poliziotto al quale rubano la pistola, un vero problema e un disonore, i giapponesi ormai li conosciamo bene.
Inizia cosi’ la ricerca dell’arma, ricerca disperata, violenta persino, ancora piu’ drammatica nella calura asfissiante dell’estate di Tokyo, un viaggio nelle viscere della citta’, della gente ancora segnata dalla guerra, da una rinascita che da sconfitti non e’ indolore. Naturalmente e’ un viaggio anche nei bassifondi dove regna la delinquenza e il degrado, una sorta di girone infernale che l’ispettore Mifune dovra’ attraversare.
Film che da un lato sorprende, dall’altro delude. Kurosawa per volere, forse necessita’ e’ estremamente occidentale, nel taglio noir che dagli USA alla Francia non avrebbe sfigurato e comunque la provenienza e’ quella. Naturalmente Kurosawa non tradisce la propria natura, non potrebbe neppure volendo ma il soggetto stesso, l’occidentalizzare quanto piu’ possibile i personaggi dall’abbigliamento alle abitudini di lavoro e di vita, e’ citazione e nel contempo confezione di un prodotto pronto ad essere esportato. Non e’ certo un caso se Kurosawa e’ il regista giapponese piu’ amato alle nostre latitudini, fama che evidentemente si e’ guadagnato sin dal principio di carriera. Poi resta un maestra della luce, i suoi neri inghiottono, la sua luce abbaglia e di questo non c’e’ che da prenderne atto
Ammetto la mia passione per Mifune, uno dei piu’ fenomenali attori di tutti i tempi, qui alla sua terza prova di uno sposalizio che col regista durera’ ancora a lungo . Neanche trentenne a quel tempo ma gia’ dotato di una fisicita’ straordinaria che unita all’intensita’ dei suoi sguardi, fa di lui un libro aperto nel quale lo spettatore puo’ leggere emozioni e pensieri, vivere lo stesso dramma con altrettanta forza e sentimento. Un gigante davvero.
Un film modernissimo, ancora attuale, per altri registi avremmo detto un capolavoro, per Kurosawa un’ottima prova, non la migliore, una delle tante.

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I bassifondi – Akira Kurosawa

I bassifondiEnnesimo tuffo nella letteratura occidentale e questa volta tocca all’opera teatrale omonima, "I bassifondi" di Maxim Gorky, il celebre scrittore russo che elaboro’ il testo nel 1902 e che Kurosawa riporta su schermo nel 1957.
Ancora un film politico per Kurosawa o meglio dire un film alla ricerca di un realismo che immerge le radici nella poverta’ materiale allargata a quella spirituale, una ricerca della purezza nello squallore della miseria umana e denuncia ovviamente, denuncia del male che l’uomo fa all’uomo, della barbarie che chiama barbarie e nel contempo l’affermazione del bene laddove appunto pare impossibile si possa trovare.
Si potrebbe ritenere "I bassifondi " un anticipazione con molta meno poesia e molta piu’ denuncia sociale di "Dodes’Ka-Den" il quale appunto conserva una dolcezza di fondo qui mai sfiorata ma del resto in Gorky, la dolcezza non era un obiettivo primario e neppure secondario a ben vedere.
Testo teatrale e teatrale realizzazione, regia non voglio dire azzerata ma in secondo piano rispetto il testo e le interpretazioni sulle quali spicca, neanche a dirlo il sempre grande Toshiro Mifune, senza il quale confesso avrei anche potuto non arrivare sino in fondo. Non solo lui intendiamoci, un’opera di scrittura come questa, richiede necessariamente ottimi interpreti e la voglia di chi assiste di dissertare su concetti e suggestioni sulle quali, almeno il sottoscritto, non ha voglia di soffermarsi.
Per carita’, l’uomo, Dio, la liberta’. la miseria, la vecchiaia e la malattia sono certo ottimi argomenti ma di una tale vastita’ e con margini di dialogo talmente ampi che si puo’ solo finire a chiacchere da bar anche perche’ intendiamoci, grandi filosofi e pensatori non e’ che siano giunti a granche’ nel corso dei secoli.
Tanti sassolini nell’acqua ad incresparne appena la superficie e alla fine mi e’ restata solo la noia di piccoli cerchietti che credono di essere maremoti. Io mi fermo qui.

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Madadayo, il compleanno – Akira Kurosawa

Madadayo"Il Maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà" e son certo che se Kurosawa avesse ascoltato Paolo Conte, "Il maestro" sarebbe finita come sigla d’apertura del film, l’ultimo del regista, diretto alla veneranda eta’ di 83 anni.
Un vecchio professore in pensione attraversa con filosofia gli anni della guerra e la vecchiaia, non da solo ma accompagnato dai suoi fedeli ex studenti che vedono in lui un esempio e riferimento di vita.
Apologia della vecchiaia, apologia dell’amicizia, apologia delle istituzioni, apologia del Giappone. Kurosawa saluta tutti con sufficiente grazia per autocelebrarsi e lo fa con le carte che gli restano da giocare, scaramanticamente anche col titolo che tradotto suona come "non ancora", leitmotiv di sfondo a diciassette anni di vita di un ex professore di tedesco e di alcuni affezionati ex studenti, celebrato attraverso il rito delle feste di compleanno.
Pellicola che crea difficolta’ a noi occidentali nel comprendere strane abitudini e tradizioni che Kurosawa non modera per il piacere dei suoi amici statunitensi in primis, anzi proprio agli USA spara diverse bordate che sanno persino d’ingratitudine considerando che l’ultimo decennio della sua carriera artistica e’ stato possibile grazie all’intervento economico di Coppola, Lucas e amici vari ma evidentemente e giustamente, alla fine dei giorni che restano, ci si concede il diritto di dire cio” che piu’ aggrada e basti pensare all’incidente "diplomatico" di "Rapsodia in Agosto" con le scuse non autorizzate di Richard Gere.
La conclusione non mi ha fatto impazzire, anzi dalla storia del gatto in avanti e’ tutto un precipitare nella retorica.
Il peloso quattro zampe e’ un elemento del quale si poteva fare a meno e per chi volesse trovarci la poesia del rapporto con la natura, la trasposizione freudiana tra l’animale e i figli mai avuti o perduti o il simpatico siparietto di un vecchio estroso si accomodi, per me e’ senilita’ da ricovero inutile nel complesso.
Anche il pistolotto finale suona di autocelebrazione, un "coccodrillo" fai-da-te forse piu’ adatto alla pacchianita’ di Coelho che all’esperienza del regista che comprensibilmente alla sua eta’, aveva davvero finito le idee.
Il colore giallo di Kurosawa, quello si c’e’ e commuove. Degno allievo del suo tanto amato Van Gogh, fino all’ultimo non dimentica la lezione sul colore e con esso sa ancora stupire. 
Epilogo di un grande regista a ottanta anni ampiamente superati, un saluto, pensiamolo cosi’ e siamo felici di averlo porto. Per l’arte ci vediamo in fondo.

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Rashomon – Akira Kurosawa

RashomonKurosawa ha iniziato ad essere pensato, oltre che conosciuto, con questo film.
Vi sono opere che contraddistinguono il loro regista lasciando un marchio d’eccellenza tale da non far piu’ dubitare delle sue capacita indipendentemente da cio’ che in futuro andra’ a produrre e in termini d’influenza sul modo di fare cinema, "Rashomon"  non e’ secondo neppure a "Quarto potere", altra pellicola che spesso le viene gli affiancata per molte ragioni, tutte presunte dal momento in cui a quel tempo Kurosawa ancora non lo aveva visto.
Storia di un omicidio raccontato da diversi personaggi ed e’ subito contraddizione tra loro perche’ la verita’ non e’ nella natura umana.
Film che rasenta la perfezione al punto da non dover raccontare o descrivere poi troppo. La telecamera guizza come una saetta tra i rami e gli alberi, un movimento continuo e stupefacente, precisione di ripresa e uso delle lenti ancora oggi da manuale. Veri punti di forza restano pero’ luce e montaggio.
La prima e’ l’indubbia protagonista perche’ si muove, indica, evidenzia, genera vento e sconvolge la mente.
Vera o artificiale che sia, Kurosawa la domina e la possiede senza una sola incertezza.
Altrettanto si puo’ dire del montaggio col quale il regista metteva a frutto la sua tecnica che consisteva nel piazzare diverse telecamere per una sola sequenza e decidere in un secondo tempo, cosa tenere e come esporlo.
Infine lui, il lupo, Toshiro Mifune, anch’egli divenuto con questo film uno degli immortali, buca lo schermo, frantuma i muri, disintegra ogni concetto precostituito di grande interpretazione.
Non c’e’ altro. Da vedere e rivedere nell’impossibile missione di saziarsene.

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Kagemusha – L’ombra del guerriero – Akira Kurosawa

KagemushaIn occidente la tradizione del doppio e’ storia antica, basti pensare all’espediente degli dei greci di moltiplicarsi per ingannare, conquistare o possedere qualcuno o qualcosa.
Non di meno il fenomeno della propria replica e’ presente nella tradizione cristiana e la psicoanalisi poi  ha permesso a noi comuni mortali di moltiplicarci pur non essendo santi o dei.
Evidentemente anche nel Giappone feudale di Kurosawa se ne sentiva l’esigenza se proprio li’ e a quel tempo, e’ ambientata la storia del principe Takeda Shingen che prima di essere ucciso, trova un suo sosia in un ladro condannato alla pena capitale.
In pieno conflitto con i principati vicini, i nobili e i familiari di Takeda decidono di non annunciare la sua morte e sostituiscono il principe col ladro, con tutti i problemi annessi a questa decisione.
Doppi e ombre, sinonimi talvolta, antonomi in altri casi, conflitti e concomitanze in un gioco dell’uno o dell’altro che coinvolge molti dei protagonisti e non solo il sovrano rimasto ucciso.
Si perche’ e vero che assistiamo ai dilemmi prima e alla trasformazione poi di Kagemusha, il doppio, l’ombra appunto ma l’analisi non si ferma al suo protagonista quando il dilemma si spostera’ sul fratello del principe, sua ombra in vita e sul figlio, cresciuto e allevato nell’ombra di un padre che arrivo’ a preferirgli il nipote.
In qualche modo Kurosawa prende spunto da una serie di fatti realmente accaduti per analizzare il senso del doppio, quindi dell’interazione con se’ stessi e su cio’ che ci definisce e della forma subordinata tra individui, del vivere all’ombra di qualcun altro.
Il regista e’ imperioso, grandioso nelle ricostruzione di un medioevo vivido e vicino a giudicare dalle immagini ma ancor piu’ e’ perentorio nel tracciare i rapporti tra i protagonisti, fuori e dentro di loro.
Kurosawa epico e intimo, bella prova perfettamente riuscita e giustamente premiata.

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Il trono di sangue – Akira Kurosawa

Il trono di sangueCompleto la mia personalissima trilogia sul Macbeth per un classico del cinema, un classico di Kurosawa e un classico… dei classici.
Che Kurosawa abbia avuto un occhio di riguardo per la letteratura occidentale non e’ un mistero e neppure inusuale se vogliamo ma la trasposizione nel medioevo giapponese e’ efficacissima, vuoi per un parallelo temporale seppur di massima s’intende ma ancor piu’ per ritrovare quello spirito di onore e nobilta’ che accomuna molte delle vicende riadattate dagli originali shakespeariani.
La storia narrata in "Trono di sangue" salvo alcune differenze, e’ la medesima del "Macbeth", con Mifune nei panni di Taketoki Washizu, il Macbeth della storia, che nell’esaltazione di una profezia che lo vuole re, uccide il suo sovrano per prenderne il posto ma la sete di potere lo mettera’ in guerra contro il popolo, il resto dei nobili ed ex amici e verra’ sconfitto laddove non sapra’ leggere tra le righe di una nuova profezia beffarda eppur sincera.
La moglie, come la sua controparte Lady Macbeth, avra’ una parte fondamentale nello spingere il marito a perorare gli ambiziosi e criminali intenti anzi ne diverra’ prima ispiratrice poi complice.
Nella sua visione Kurosawa esemplifica e semplifica il gia’ compatto testo di Shakespeare e comunque ne ricava una versione di piu’ facile lettura non fosse che molte implicazioni etiche restano vincolate ai fatti narrati che invero, di grandi spiegazioni, non ne hanno bisogno.
Meno pindarico del solito, forte attaccamento all’immagine eccessivamente piatta in un bianco e nero non contrastato e falsamente illuminato, effetto illustrazione da raggiungere per amplificare la novellizzare, quasi fosse un palco teatrale rappresentativo di archetipi, non uomini.
Certo e’ che la sequenza finale e’ da cineteca e per Mifune vale un’intera carriera.
Straordinaria e come tutto il film, imprescindibile.

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La sfida del samurai – Akira Kurosawa

La sfida del samuraiContrariamente a quanto dice al proverbio, i guai possono venire anche da soli e cosi’ e’ quando Sanjuro, ronin nel Giappone del diciannovesimo secolo, giunge in una cittadina dilaniata dallo scontro di due famiglie yakuza che si combattono per la conquista del territorio.
I capi di entrambe le fazioni non brillano certo per acume e coraggio e nella sfida giocata al rialzo nell’assumere loschi figuri sempre piu’ triviali e violenti, un ex samurai come Sanjuro puo’ davvero mutare le sorti del conflitto a favore di colui che sapra’ conquistarne i favori.
A questo punto l’idea meravigliosa di Sanjuro sara’ di sporcarsi le mani il meno possibile lasciando alle due famiglie il compito di massacrarsi a vicenda ma gli imprevisti, come sempre accade, sono in agguato e se questi hanno una pistola allora serve prepararsi al peggio.
Kurosawa al suo meglio? Potrebbe anche essere. Film direttamente ed indirettamente citato e ricordato, rubato da un giovane Sergio Leone che ne trasse l’idea per "Per un pugno di dollari", convinto com’era che nessun altro al mondo si sarebbe accorto della similitudine tra il suo film e quello di un lontano giapponese, vicenda che si risolse col pagamento delle royalty a un Kurosawa che se ne accorse eccome e che riprese i suoi soldi a suon di denunce e cause. Regolarmente fatturata invece la trasposizione in "Ancora vivo", il remake di Walter Hill del 1996 a dimostrazione del fatto che ieri e oggi, dopo quasi mezzo secolo l’interesse per la pellicola non e’ destinato a spegnersi.
La ragione di tanto successo e’ presto detta, anzi e’ sufficiente limitarsi alla sigla d’apertura con le musiche tanto beat quanto beffarde di Masaru Sato, per respirare un’aria sbarazzina e in un certo qual modo iconoclasta verso un genere, quello tradizionale dei samurai, fino ad allora piuttosto serio ed impettito.
Nell’esilarante ma non meno avvincente proseguo del film, lo spostamento d’asse tra buono/cattivo verso furbo/scemo, sara’ archetipo e modello che ben si adatta per tutta una serie di film di diverso ordine, perfetto per il western ridefinito di Leone, che da "La sfida del samurai" pare non aver tratto solo lo spunto per la sceneggiatura. cosi’ come non si contano gli epigoni altrettanto beffardi e nel contempo avventurosi.
Piu’ che un film uno stile quindi, matrice di un genere trasversale ai generi, testo esemplare che non deve oscurare una regia straordinaria che a sua volta deve tanto al cinema hollywoodiano, magari in quel western che nel flusso e riflusso genera ed e’ generato, autogamia cinematografica per un circolo virtuoso e prolifico.
Divertente ed impeccabile, dimostrazione che si puo’ fare la storia del cinema senza distruggere ma mescolando gli ingredienti al ritmo giusto.

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Anatomia di un rapimento – Akira Kurosawa

Anatomia di un rapimentoGondo, imprenditore rampante ad un passo dalla vetta, investe tutto cio’ che possiede per portare a termine un’acquisizione che lo lancera’ nell’olimpo della finanza. O vince o perde tutto ma poche ore prima della sua vittoria, un rapitore annuncia di avere suo figlio e chiede per riscatto la somma necessaria per la sua impresa.
Gondo non ci pensa un istante per decidere di pagare pur dovendo rinunciare ai suoi sogni di gloria, sino al momento in cui si accorge che il bambino rapito e’ il figlio dell’autista e non il suo.
Cosa fare a questo punto?
Intrigante, non c’e’ che dire per un film di genere, anzi due.
Thriller vecchio stampo, una prima parte claustrofobica all’interno di un appartamento con il susseguirsi sempre piu’ serrato di contrasti ed opinioni sul da farsi, pratica che scivola nell’etica, uno psicodramma in piena regola che si trasforma in poliziesco nella seconda parte, frenetica caccia all’uomo in pieno sfoggio d’intuito e intelligenza, un pizzico di fortuna e i buoni che sconfiggono i cattivi nel finale.
Scansione ritmica a parte, nel 1963 il film si innesta in un filone noir non nuovo per Stati Uniti o Francia, due nazioni campioni del genere e per certi versi anticipa temi e situazioni orientate al sociale gia’ iniziate ma che esploderanno appieno da li’ a pochi anni.
Il gioco si sposta subito verso lo spettatore, coinvolto nel dubbio del protagonista che diviene in fretta dubbio proprio, coinvolgendo non poco il proprio senso morale, sempreche’ si abbia voglia di rifletterci seriamente.
La seconda parte si libera dai dilemmi e si lancia all’avventura con sollievo e curiosita’, interessante reperto di un cinema vecchio stampo che non invecchia poi cosi’ male a quasi cinquant’anni di distanza.
Preceduto da svariati minuti messi li’ giusto per allungare un po’ il brodo, non mi e’ piaciuto affatto il pistolotto finale, non nel testo almeno, carico com’e’ di una contrapposizione di classe che non regge malgrado l’ingessatura ideologica. Molto meglio l’aspetto tecnico in un rimando di riflessi millimetrici e suggestivi, padronanza di un linguaggio del quale Kurosawa era gia’ maestro.
Inoltre, ed e’ il segno del valore del regista, sorprende anche se non dovrebbe, la versatilita’ del Maestro, la capacita’ di percorrere le strade del cinema in ogni direzione possibile, il saper viaggiare tra samurai, dottori e poliziotti nello spazio di pochi anni senza smarrire stile ed identita’, prerogativa riservata a pochi grandi.

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Barbarossa – Akira Kurosawa

Barbarossa"Barbarossa" traccia un profondo solco nella carriera di Kurosawa.
Ultimo suo film in bianco e nero e fine della collaborazione artistica col protagonista Toshiro Mifune.
Dopo lo spartiacque "Dodes’Ka-Den" e’ innegabile che il cambiamento del regista fu evidente, perche’ dopo questo l’aria si fa fredda, con gli anni che passano e le sconfitte ad aggravare il tono e l’umore.
"Barbarossa" mantiene intatto il senso dell’epico di Kurosawa e il suo spirito caustico e polemico di fronte le ingiustizie ed e’ questa la storia, storia di contrasti e confronti, necessita’ diverse e diverse soluzioni di una vita che affonda nel dramma le sue radici anticipando di venti anni quel “tutti nasciamo piangendo e moriamo quando abbiamo pianto abbastanza” dello shakespeariano "Ran".
La vicenda si svolge nel XIX secolo quando un giovane e viziato neolaureato in medicina finisce nell’ospedale diretto dal dottor Niide detto "Barbarossa" primario duro e spigoloso capace pero’ di gesti d’infinita bonta’ e di manie che in realta’ nascondono saggezza e organizzazione.
La crescita del giovane dottore passera’ per le esperienze dei malati, attraverso la consapevolezza che dietro i quadri clinici ci sono persone e che raramente cio’ che appare e’ in realta’ cio’ che e’.
L’arrivo poi di una ragazzina strappata per un soffio ad una vita da prostituta, salvera’ lui e lei, nella saggia decisione del dottore di curare entrambi trasformando l’uno nel medico dell’altra e viceversa.
Si dice che la rottura artistica tra Kurosawa e Mifune avvenne per il protagonismo del suo interprete principale che riusci’ a trasformare il film da opera corale a monumento personale contro il volere del regista.
Forse e’ vero, forse no, personalmente ho qualche dubbio che una cosa del genere possa sfuggire di mano se non nel momento in cui non sia possibile nascondere la grandezza di un attore e Mifune e’ un gigante, incontestabile comunque, per una recitazione magistrale.
Dal canto suo Kurosawa confezione un film perfetto nella misura, colmo della giusta dose di poetica ed ideale, forse in questo eccessivamente occidentalizzato nella morale e nella conclusione ma del resto non c’e’ da stupirsi se il suo cinema e’ stato cosi’ apprezzato in Europa e negli States.
Posso consigliare "Barbarossa" come modello della  filmografia e della lirica di Kurosawa, malgrado abbia realizzato di meglio e pur restando un ottimo esempio di disimpegno in grande stile.
Un’ultima annotazione: seppur in una particina, ritrovare Chishu Ryu e’ stato un piacere enorme, un promemoria per non scordare mai da che parte batte il cuore…

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Dodes’Ka-Den – Akira Kurosawa

Dodes'ka-denEsistono pellicole con un intorno piu’ interessante del film stesso.
Malgrado la nomination all’Oscar, il film fu un flop di notevoli proporzioni, la goccia che fece traboccare il vaso di Kurosawa gia’ colmo di altri fallimenti professionali e umani al punto da indurlo al suicidio.
Per forza di cose falli’ nel suo intento ma la depressione prese il controllo della sua vita al punto di abbandonare il cinema per cinque anni sino al successivo e sublime "Dersu Uzala" uscito solo grazie ad una coproduzione nippo-sovietica.
E’ una storia di periferia, di miseria morale e materiale, bassifondi fangosi e scalcinati come i suoi abitanti o quantomeno alcuni di questi, anzi il luogo diviene contenitore di diversa umanita’ e d’infiniti gradi di volonta’ e forza di vivere e altrettanto probabile morire, morire di vita.
La scena si apre con questo strano ragazzo che nella sua testa realizza il sogno di guidare un tram, fantasia fatta da mezzi fantasma e rotaie immaginarie ma la convinzione e’ suprema i suoni sono persino reali e nell’onomatopeico "dodes’ka-den" ecco le ruote che girano per lui e per noi, nel sorriso fanciullesco che coinvolge tutti quanti.
"La verita’ e’ che un albero morto non e’ piu’ un albero", pietra tombale sulla questione se la depressione del regista fu antecedente o successiva alla pellicola ma tenendo conto del rigurgito di pazzi, peripatetiche, depressi, mogli fedifraghe, sesso promiscuo, stupri familiari, vecchi con la saggezza da velina da cioccolatino, bambini disadattati e orrendamente accondiscendenti, diventa non una metafora dell’infelicita’ umana ma un macabro avanspettacolo di macchiette.
Alla fine per Kurosawa la soluzione e’ abbandonarsi alle proprie illusioni seppellendo l’oggettiva realta’ al suo squallore ma evidentemente, per lui non risolve, cosi’ come non risolve il film.
Per quanto mi sia sforzato, non sono riuscito per un solo istante ad evitare il confronto col nostro "Brutti, sporchi e cattivi", italianissimo, magistrale Ettore Scola con un Manfredi da urlo, storia anch’essa ambientata in una baraccopoli non alle porte di Tokyo bensi’ quelle di Roma.
Certo, si puo’ dire che le due pellicole condividono l’ambientazione e null’altro ma non riesco a non confrontare l’approccio alla tematica dell’emarginato non tanto dei due registi, quanto del modus pensandi  di due popoli cosi’ diversi come il giapponese e l’italiano e se per entrambi non vedo un intento di denuncia sociale, uno studio antropologico o tantomeno un approccio neorealista, e’ anche vero che se per l’orientale Kurosawa la portante narrativa e’ la poesia, per l’italiano Scola e’ la pernacchia e sono convinto che una bella pernacchia avrebbe risolto molto di piu’ e molto meglio.
E’ una forte stilizzazione, me ne rendo conto ma capisco anche che una volta tanto, in anni complessi come i ’70, forse la strada italiana era la migliore da percorrere.
Per chi ammette l’esistenza di un Kurosawa minore, ebbene puo’ aggiungere un titolo all’elenco.

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