L’ignoto spazio profondo – Werner Herzog

L'ignoto spazio profondoVolevo una scusa per rivedere questo film e il cofanetto dei documentari di Herzog come regalo natalizio, mi ha offerto l’occasione che cercavo. Terzo di una ideale trilogia formata assieme a "Fata Morgana" e "Apocalisse nel deserto" , Herzog crea una nuova forma di documentario o forse di film.
Il confine e’ volutamente indefinito percio’ indefinibile. La forma e’ data da un testo che non ha relazione con le immagini o meglio le parole ricontestualizzano il girato creando uno sconcertante effetto straniante, una vertigine intellettuale che obbliga chi vede a buttare via ogni nozione precedentemente acquisita e farsi condurre su nuovi sentieri. Se Duchamp per primo uso’ questa tecnica inventando ready-made con un intento pero’ prettamente dissacratore seppur rivoluzionario, Herzog semplicemente inventa un nuovo modo di raccontare una storia, quindi le riprese NASA della missione Shuttle STS-34 diventano le testimonianze di un viaggio extragalattico e l’incredibile girato di Henry Kaiser sotto il pack in Antartide, la visione di un mondo alieno.
Allo stesso modo le musiche, interpreti dal Senegal, Germania, Olanda e persino uno straordinario gruppo corale sardo, concorrono a rendere ancora piu’ aliene parole e video.
Virgilio in questo incredibile viaggio, Brad Dourif, un alieno sbarcato sulla Terra in cerca di un nuovo mondo ma destinato a sua volta a fallire considerando che la Terra stessa e’ votata all’estinzione.
Ci troviamo percio’ tra le mani delle immagini di repertorio ma la forza del narrato e la grande capacita’ di Herzog di raccontare, trascinano in una incredibile odissea piu’ credibile di molti altri film di genere.
E’ noto che consideri Herzog tra i piu’ grandi registi viventi e questo e’ uno dei suoi film che preferisco. Strano a dirsi dal momento in cui per gran parte e’ stato girato da qualcun altro ma non si deve dimenticare che Herzog non solo e’ un grande regista ma anche un grandissimo documentarista il cui maggior pregio e’ cogliere e sottolineare aspetti talvolta marginali, qui sceglie con incredibile sensibilita’ e assembla per un nuovo e straordinario prodotto.
Le immagini di Kaiser sono di una bellezza sconvolgente e posso assicurare che sono pochi i film di fantascienza capaci di offrire visioni piu’ aliene di queste. Infine, protagonista eppure in una piccola parte, Dourif, il piu’ sottovalutati dei grandi attori, una forza sconvolgente, un’interpretazione magistrale.
Raro che usi la parola capolavoro, questo lo e’.

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Cave of Forgotten Dreams – Werner Herzog

Cave of Forgotten DreamsL’occasione e’ ghiotta, vedere Herzog in uno dei suoi ultimi film-documentario sul grande schermo e non me la lascio scappare.
In realta’ non ho mai pensato a questi film come documentari in senso stretto perche’ Herzog si sa, non resta al di fuori di cio’ che racconta e per quanto il suo giudizio si esprima attraverso accenti e sfumature, usando il linguaggio cinematografico per parlare e sottolineare, ottiene l’apparente effetto di cinema-verita’ – allocuzione orrenda che lui per primo respinge – quando invece si tratta di vera e propria cronaca, analisi e giudizio.
Eccetto questo pero’ e’ indubbio che la sua sensibilita’ ed esperienza siano impareggiabili e ogni suo intervento e’ magistrale e superlativo.
Produzione recente, 2010 per un’occasione davvero unica e non e’ un abuso del termine dal momento in cui egli e’ riuscito ad entrare con la telecamera nelle grotte Chauvet  nel sud della Francia all’interno delle quali sono stati scoperti graffiti di oltre 30.000 anni fa, di fatto i piu’ antichi mai ritrovati.
Ogni sbalzo di temperatura puo’ essere letale per la loro conservazione, cosi’ Herzog si e’ avvalso di apparecchiature speciali per la ripresa e l’illuminazione. Presentato per la prima volta in 3D, fortunatamente il 2D non toglie nulla alla suggestione, semmai favorisce la visione e rafforza l’idea del regista che parte da un fatto straordinario per giungere comunque a considerazioni sull’uomo, sul suo passato, il senso della vita e dell’evoluzione, sino a tracciare una linea ideale verso il futuro.
Di tutti i documentari di Herzog questo e’ il piu’, come dire, documentario appunto.
Egli e’ presente con le domande agli scienziati, con le sue considerazioni e osservazioni e nel finale certo, una coda piu’ divertente che interrogativa ma molto piu’ che in passato, questa volta lascia parlare in prevalenza le immagini, in misura maggiore Herzog si defila perche’ basta la realta’ dei fatti e sono sufficienti gli sbalorditivi disegni murali e il luogo che li contiene per evocare forze talmente distanti da noi da far precipitare chiunque in un vortice di confusione ed emozione.
Herzog non puo’ sottrarsi all’incantesimo e in un movimento di luci evocatrici di antichi fuochi, tenebrose ombre, nel terrore e coraggio, mette tutta la sua arte per mostrare cio’ che c’e’, niente di piu’, niente di meno.
Con Herzog ritroviamo il Kubrick piu’ megalitico nel gioco di forme e nella forza della vita, esaltazione del primitivismo pittorico e al contrario la negazione filosofica rousseauiana, cosi’ come impera il frastuono interiore di Cage i cui echi riverberano nella valle del tempo.
Poi mi si conceda, dipinti dentro caverne scoperte fortunosamente nel cuore della Francia, mammut  e animali primitivi, estendono nel mondo reale la fantasia di Sokal e del suo "Syberia".
L’uomo nasce qui e non trovo narratore migliore di Herzog per raccontarlo.

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Il mondo contemplativo di Werner Herzog – Peter Buchka

Il mondo contemplativo di Werner HerzogDopo aver visto "Il diamante bianco" e ripercorso grazie a questo documentario la carriera di Herzog, ho trovato spontaneo, istintivo, doveroso scrivere sul mio profilo Facebook.
"Torno dopo molti mesi al cinema di Herzog e ritrovo in lui non un padre, un fratello o un sodale ma la totale aderenza di idee, di intenti, il modo di sentire il Cinema e ancora piu’ ampio, la Bellezza. No, egli non e’ un padre, un fratello o un sodale, Herzog sono io se fossi una persona molto, molto migliore."
Chi altri potrei citare se non il mio stesso riconoscimento verso uno straordinario poeta della settima arte, un uomo la cui sola ambizione e’ il volo, in qualunque forma possibile.
Egli in tutta la sua vita ha definito un’estetica personalissima senza forzarla e tantomeno imporla, ha espresso l’unico messaggio o non-messaggio che invita alla Bellezza, quel punto sospeso tra follia e piacere da ricercarsi in un luogo neppure troppo nascosto dentro l’insensata corsa quotidiana.
Come ben ci spiega Herzog, egli non ama la Natura perche’ stupida e cattiva ma questa esiste e va rispettata, cosi’ come non disprezza la tecnologia, essendo questa un mero strumento in mano ad una civilta’, la nostra, destinata all’estinzione.
Mentre scorrono molte delle sequenze piu’ rappresentative del sua cinema, dai primi corti sino a "Cobra Verde", ultimo film prima della realizzazione del documentario datato 1989, Herzog parla di se’, del cinema e della sua idea di cinema e non serve altro per investigare nell’Herzog-pensiero, vedendo incarnati i bisogni e i desideri nelle pellicole che da sempre realizza e col senno di poi, sapra’ realizzare.
Una sola ora di documentario e’ un regalo che ognuno dovrebbe farsi per comprendere un grande regista e la sua arte, per chi invece di Herzog ha visto tutto, e’ la spinta non necessaria al tutto di essere rivisto.

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Il Diamante Bianco – Werner Herzog

Il diamante biancoSi potrebbe pensare che volare sia ormai una sfida relegata al passato e che nessuna emozione possa piu’ venire da un gesto quotidiano quale puo’ essere imbarcarsi su un aereo. A maggior ragione e’ facile ritenere che i dirigibili appartengano ad un periodo glorioso ed avventuroso della storia dell’aviazione, oramai confinati protagonisti di qualche romanzo steampunk.
Invece esistono uomini che conservano il sogno del volo non come esercizio meccanico, bensi’ stato emozionale dell’assenza di peso, voglia di perdersi nel vento sollevato da ogni pensiero quando il pensiero stesso e’ fatto d’aria.
Soltanto un grande documentarista poteva possedere la giusta tecnica ed esperienza per raccontare questa storia, laddove serve una grande sensibilita’ per cogliere la magia di un gesto leggero eppure imperioso. Solo Herzog aveva capacita’  e anima per riuscirci.
Era da parecchi mesi che non tornavo sul suo cinema, lui il regista che sopra tanti, forse sopra tutti, sazia la mia fame di tecnica e cuore, un artista del quale prima ancora dei film, ammiro storia e passato, riconoscendomi nella sua filosofia di vita e di un cinema puro che sappia esprimere sensazioni ed idee come conseguenza, non fine ultimo.
Ebbene Herzog riesce finanche a commuovere documentando l’impresa dell’ingegnere Graham Dorrington di voler sorvolare con un dirigibile le cascate Kaieteur nella Guyana.
Come spesso accade col suo cinema specie quando documentaristico, Herzog sovrappone strati su strati, racconta storie dentro storie perche’ il protagonista e’ si un ingegnere inglese ma ancor piu’ i suoi demoni in conflitto coi sui desideri e nel contempo e’ la storia del documentarista Dieter Plage che perse la vita proprio durante uno dei suoi esperimenti di volo, nonche’ narrazione di un popolo, della terra che abita e delle leggende che lo nobilita. Racconto di una sfida, c’e’ sempre una sfida da affrontare nel mondo di Herzog, sia tecnica che umana e vi e’ una passione, una forza che travalica ogni finzione, ogni altra ripresa sceneggiata e preconfezionata. La straordinaria bravura di Herzog e’ come sempre nel saper riprendere qualcosa che accade e incidere il proprio genio attraverso l’uso di una lente, della distanza, della luce, dei suoni, come ad illuminare con la giusta luce un paesaggio preesistente e mai artificialmente costruito.
A completare la perfezioni delle immagini, le musiche ancora una volta sublimi e come accadra’ nuovamente con "L’ignoto spazio profondo", Herzog si fara’ accompagnare da un ensemble di tenori sardi, intuendo mirabilmente un risultato dall’equazione che lega la nostra bella isola ad un altra distante un intero mondo.
Impressionante, bellissimo.

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Incontri alla fine del mondo – Werner Herzog, Paul Cronin

Incontri alla fine del mondoIncontrare Segers e’ stato come se qualcuno avesse allungato una mano attraverso i secoli e mi avesse toccato le spalle.
Che sapore abbia l’affinita’, Herzog fornisce un’immagine precisa ed esprime un sentimento di devozione e rispetto che sorge spontaneo nell’imbattersi con idee simili, comunanza che va oltre il semplice sentire e condividere medesime opinioni scoprendo anime che con determinazione queste idee le hanno messe in pratica ed espresse al meglio.
Ho la mia idea sul cinema ma in fondo chi sono io se non uno spettatore in un mondo di esperti, critici e registi e sceneggiatori e attori e maestranze, tutti impegnati, tutti dai grandi principi e dai grandi ideali, tutti a mettere maiuscole e ad esaltarsi l’un l’altro come un branco scomposto, aggrappato ad un pezzo di niente da difendere con proclami e ricatti, brandendo come clave la stampa accondiscendente e un ceto medio che di qualcosa deve pur parlare durante gli happy hour.
Mai fregato molto di sentirmi solo ma trovare un punto d’approdo in uno dei piu’ grandi registi al mondo fa comunque piacere, specie se di questo regista si e’ visto tutto o quasi e nelle conferme delle sue parole s’accresce il senso di comunione.
Herzog intervistato, ripercorre dagli inizi la sua carriera, soffermandosi su ogni film ed ogni documentario, raccontando aneddoti e ragioni, impressioni e resoconti, illustrando molto chiaramente e senza esitazioni la filosofia sottesa alle opere, le motivazioni che hanno veicolato certi percorsi invece che altri.
E’ un uomo complesso eppure basilare nelle scelte che mescolano istinto ed opportunita’.
Racconta di pochi compromessi e a giudicare dal suo cinema gli si puo’ credere.
Ha forti opinioni che non sovrastano l’estetica dell’opera mai sottomessa all’idea.
Al contrario la forte stilizzazione di certe scene in molti dei suoi documentari, e’ funzionale alla sequenza e non si rinuncia all’invenzione se questa amplifica l’effetto generale. Del resto l’intera sua filosofia del cinema e’ riassunta nel “Manifesto del Minnesota“, dichiarazione in dodici punti, alcuni dei quali apparentemente insensati ma chiarissimi per coloro che conoscono di Herzog opere e intenti. Nella ricerca di un ritorno alla spontaneita’ all’istinto, al coraggio e alla fatica del guadagnarsi i propri sogni, egli diviene iconoclasta di una falsa convinzione di arte che ha soppiantato cio’ che l’arte in origine fu, un sentimento, un dono, un bisogno ma anche tecnica e cura sapiente tramandata nelle botteghe, dagli artigiani alcuni dei quali chiamati maestri al cui dovere era delegato il compito di costruire nuove generazioni di artisti.
Nel suo essere conservatore, Herzog e’ il piu’ alto tra i rivoluzionari e forse per questo fa comodo a molti non capirlo e contestarlo, senza che questo peraltro sia mai stato per lui un  problema.
Devo molto a quest’uomo perche’ mi ha dato prima un grande cinema dal quale saro’ eterno spettatore, poi una figura da rispettare ma ancor piu’ la speranza che lo spirito dell’uomo ancora sia vivo e vitale e appartenga all’ingegno, alle mani e ci sottragga dalla notte fin troppo buia nei lunghi secoli trascorsi e in quelli che ci attendono.
Non mi sono mai preoccupato della felicita’. La felicita’ e’ uno strano concetto.
Io non sono proprio tagliato per la felicita’. Non e’ mai stato un mio obiettivo, non ragiono in questi termini.
Sembra un obiettivo nella vita di molte persone ma io non ho obiettivi.
Credo di essere alla ricerca di qualcos’altro.

Dichiarazione del Minnesota – Werner Herzog

1. A forza di dichiarazioni, il cosiddetto Cinéma Vérité è privo di verità.
Esso sfiora una verità di pura superficie, la verità dei contabili.

2. Un noto rappresentante del Cinéma Vérité ha dichiarato pubblicamente che la verità può essere facilmente scoperta prendendo una macchina da presa e cercando di essere onesti. Assomiglia al guardiano notturno della Corte Suprema che si risente per la quantità di leggi scritte e le procedure legali. “Per me – dice lui – ci dovrebbe essere un’unica legge: i cattivi dovrebbero andare in prigione”.
Sfortunatamente ha in parte ragione, per la maggior parte delle persone, il più delle volte.

3. Il Cinéma Vérité confonde i fatti con la verità, quindi ara solo pietre. Eppure i fatti, talvolta, hanno uno strano e bizzarro potere che fa sembrare incredibile la loro verità intrinseca.

4. Il fatto crea regole e la verità illuminazione.

5. Al cinema ci sono livelli più profondi di verità e c’è una sorta di verità poetica, estatica.
E’ misteriosa e sfuggente e può essere raggiunta solo attraverso l’invenzione e l’immaginazione e la stilizzazione.

6. I cineasti del Cinéma Vérité assomigliano a turisti che scattano fotografie tra le rovine dei fatti.

7. Il turismo è peccato, viaggiare a piedi è virtù.

8. Ogni anno, in estate, decine di persone infrangono con le motoslitte il giaccio che si sta sciogliendo sulla superficie dei laghi del Minnesota, e annegano.
Crescono le pressioni sul nuovo governatore perché approvi una legge di tutela, e lui, ex lottatore e guardia del corpo, ha dato l’unica risposta saggia: “Non si può legiferare sulla stupidità”.

9. Il guanto di sfida, dunque, è lanciato.

10. La luna è pallida. Madre Natura non chiama, non ti parla, sebbene, a volte, un ghiacciaio possa scoreggiare.
E non ascoltare il Canto della Vita.

11. Dovremmo essere grati del fatto che l’Universo là fuori non conosce alcun sorriso.

12. La vita negli oceani deve essere un inferno senza fine. Un immenso, assoluto inferno di costante e immediato pericolo. Un inferno tale che durante l’evoluzione alcune specie – tra cui l’uomo – sono strisciate fuori, sono sfuggite sui piccoli continenti di terraferma, dove le Lezioni di Oscurità continuano.

Burden of Dreams – Les Blank

Burden of dreamsDocumentario realizzato durante le riprese di "Fitzcarraldo" amplificando per quanto possibile l’epica dell’impresa.
In genere ascoltiamo storie leggendarie sul cinema e sugli uomini che ne fanno parte, registi che contro tutto e tutti creano il loro film e produttori che rischiano gli averi solo per una pellicola ma e’ raro che, come Herzog, si metta in gioco l’anima oltre al futuro.
La complessita’ della realizzazione e l’incredibile successione di sfortune e malaugurati eventi, hanno fatto della vicenda un emblema della forza dell’arte sulle avversita’ e reso Herzog una sorta di Sisifo del XX secolo cosi’ come lo fu Fitzcarraldo nel XIX.
A un certo punto nel libro-diario "La conquista dell’inutile", Herzog scrive: "sono io Fitzcarraldo" e mai affermazione poteva essere piu’ vera quando il fato del protagonista andava di pari passo con quella del suo autore e le disgrazie dell’uno divenivano anche le disgrazie dell’altro.
Herzog avrebbe potuto terminare le riprese in decine di occasioni ma chi lo consigliava di desistere, non sapeva, non capiva, non voleva affrontare l’idea antica quanto l’uomo che certe vette vanno scalate, certi guadi attraversati, certi pericoli affrontati, nella consapevolezza che "uomini" non lo si e’ per nascita ma per conquista.
Al di la’ di questo, il film-documentario rivela particolari interessanti, sconvolgenti, divertenti persino, partner perfetto del libro "La conquista dell’inutile" per ricostruire nella sua interezza il progetto ma ancor di piu’ e oltre, vuole testimoniare un’opera prima umana poi artistica, l’esaltazione della forza e della volonta’.
Un esempio per tutti noi e non parlo certo di cinema.
"Without dreams we would be cows in a field, and I don’t want to live like that.
I live my life or I end my life with this project."

Scheda IMDB Burden of dreams
Scheda IMDB Fitzcarraldo 
Libro: La conquista dell’inutile
"Fitzcarraldo" su Wikipedia

Segni di vita – Werner Herzog

Segni di vitaSoldati della Seconda Guerra Mondiale che per strani eventi rimangono confinati su un’isola greca, alzi la mano chi indovina la pellicola.
Salvatores? “Mediterraneo”? 1991? No. Herzog, “Segni di vita”, 1968.
Stroszek, soldato tedesco di istanza in Grecia, viene ferito in una imboscata e guarito verra’ destinato al facile compito di sorvegliare un deposito di munizioni sull’isola di Kos assieme alla novella mogliettina greca conosciuta durante la convalescenza e ad altri due soldati.
La noia presto diviene il peggior nemico e il rimedio al male sara’ davvero estremo.
Mi si dira’ che non bastano dei soldati che invece di combattere perdono tempo su un’isola greca per presumere che Salvatores si sia in qualche modo appoggiato alla pellicola girata oltre 20 anni prima da Herzog ma le somiglianze sono parecchie seppur distanziate da diverso incipit, finale e stile.
Trovo interessante l’idea teutonica di soldati che premono per andare in qualche tipo di missione pur di fuggire dalla noia mentre l’interpretazione italiana e’ di imboscarsi il piu’ possibile, al meglio possibile ma ancora piu’ singolare e’ ritrovare dei soldati tedeschi che non ammazzano donne e bambini tra lazzi e sadiche risate cosi’ come vuole l’iconografia cinematografica dei “vincitori”, anzi questi soldati dissertano di lingue antiche, Chopin, sono rammaricati di occupare appartamenti che non gli appartengono e malgrado le due facce e le due razze, i greci non gli sono per forza ostili, non tutti almeno.
Opera prima di Herzog ed e’ evidente nel montaggio poco brillante e nelle inquadrature talvolta banali o forzatamente singolari ma altrettanto evidente e’ il bianco e nero da cinegiornale e il taglio piu’ di cronaca che di narrazione.
Il paesaggio che osserva gli esseri umani e mai il contrario, nonche’ gli innumerevoli riferimenti alla filmografia futura del regista a partire da Stroszek, il nome del protagonista, personaggi disadattati, la gallina, Fricke in veste di attore e presto leader dei “Popol Vuh” e i lunghi piani sequenza sull’orizzonte, fanno della pellicola una sorta di preview su quanto Herzog sapra’ offrirci.
Anche la storia non si discosta dal suo stile per quanto molto spiegata ed illustrata, didascalica fino ad accrescere il senso documentaristico ma ritengo celi un giustificato senso d’insicurezza di opera prima da compensare con la parziale facilita’ della proposta.
Film piu’ utile alla comprensione del regista che per meriti artistici ma ugualmente da non ignorare.

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Fata Morgana – Werner Herzog

Fata MorganaPrimo del trittico di film/documentari realizzati da Herzog nel corso di 25 anni, seguiranno infatti "Apocalisse nel deserto" e "L’ignoto spazio profondo", opere caratterizzate dall’impronta nettamente documentaristica ma caricate di testo che riconfigura il girato in nuova interpretazione fino a rivoluzionare interamente la struttura e trasformarla in narrazione fantastica.
Nella metafisica del linguaggio cio’ che viene mostrato non e’ quanto immaginiamo e gli occhi ingannatori si chiudono per riaprirsi su nuovi e sublimi orizzonti narrativi mentre realta’ e finzione ormai fusi tra loro, cessano d’esistere singolarmente per esaltarsi nel fantastico nuovo corpo che Herzog ha donato loro.
Film diviso in tre parti, tre periodi che raccontano la creazione del mondo, il paradiso e l’eta’ dell’oro dell’umanita’ e di ogni forma di vita e sempre tramite la traslitterazione semantica, si allontana il "significato" dal "significante" talvolta ponendoli agli esatti opposti e in questo movimento risiede la potenza straordinaria dell’operazione.
Dialoghi da leggende Maya e dello stesso Herzog, musiche da Mozart a Cohen in un contrasto che non e’ provocazione ma il grande respiro del cosmo, non e’ anarchia di simboli ma inedita struttura, non lessico casuale ma nuova grammatica.
E’ poesia tridimensionale, narrativa per una razza di uomini che deve ancora nascere, lume per ragioni che hanno intrapreso il cammino verso l’eternita’ ed il rimescolio emotivo scatenato dalla visione e’ esso stesso ingrediente della dialettica complessiva dell’opera.
Non un solo momento si percepisce uno scollamento tra le parti anzi sono esaltate ed amplificate, perfettamente definite come se un velo pesante si alzasse dagli occhi per la prima volta nella vita.
Ho usato spesso l’aggettivo "sublime" scrivendo di Herzog; mi si consenta la noia della ripetizione anche in questa occasione.

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La ballata del piccolo soldato – Werner Herzog

La ballata del piccolo soldatoUn bambino soldato e’ di per se’ cosa orrenda e ancora piu’ orrendo e’ sentirgli raccontare di qualcuno che gli ha ridotto la madre a brandelli di carne davanti agli occhi, cosi’ come ha visto massacrare i suoi fratellini, il piu’ piccolo di due anni e come sono stati uccisi il padre e il fratello maggiore, tutto ad opera di presunti democratici chiamati sandinisti ma cio’ che davvero ripugna e’ che una fetta di mondo, oggi integerrimi giornalisti, scrittori, politici e anche qualche sindaco, osannavano questi assassini, senza dimenticare quattro straccioni che hanno fatto i miliardi dedicando loro un celebre LP.
Nel 1984 Herzog era in Nicaragua e in Honduras per raccogliere questa e altre testimonianze e ancora una volta lo fa a modo suo, senza enfasi ma neppure evitando gli orrori legati ad entrambe le fazioni.
Se non ci fa mancare i racconti di una madre che ha perso quattro bambini legati e massacrati davanti a una chiesa dai sandinisti, non si esime dal sottolineare gli aiuti americani e il gioco sporco anche dei contras dell’addestrare preadolescenti, far loro il lavaggio del cervello e mandarli in prima linea a combattere.
Causa, effetto, cosa e’ causa, cosa e’ effetto, a chi la colpa e a chi il merito ma Herzog da vero intellettuale e grande regista quale e’ si preoccupa prima di mostrare il piu’ possibile al meglio possibile, poi c’e’ un uomo dietro la macchina e le sue idee sono accenti, sfumature, puntini di sospensione.
La sua posizione e’ chiara e si schiera con l’innocenza che ancora resta ai bambini e con essa inizia e termina il documentario, riprendendo giovani soldati che cantano canzoni di un tempo che non vivranno mai, dimostrando con grande dignita’ che in mezzo a una follia partigiana dell’una o dell’altra parte, la vera causa per la quale combattere doveva essere solo questa.
Nel frattempo il cantante del gruppo miliardario e’ morto e quando il piu’ tardi possibile incontrera’ uno di quei bambini, spero sappia trovare abbastanza dignita’ per regalare questa volta a loro, almeno una canzone.

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