Che strano chiamarsi Federico – Ettore Scola

Che strano chiamarsi FedericoGli americani fanno i biopic, gli italiani gli omaggi e una volta tanto, siamo meglio noi. Ultimo film di Scola, il saluto ad un amico che nel contempo diviene un saluto al cinema e al suo pubblico. Scola e Fellini, piu’ vecchio il riminese di dieci anni e sono anni pesanti se lo Scola bambino leggeva sul "Marc’Aurelio" il Fellini gia’ ventenne. Dieci anni di fascismo che controllava, s’intrometteva, imponeva le linee guida, niente che abbia impedito a Scola di inserirsi sulla strada dell’impegno, facendo del suo cinema il piu’ mainstream dei registi schierati.
L’inizio film non e’ brillante, si schiaccia sullo stereotipo del regista di spalle, la riva del mare, la cosciona e i clown, poi fortunatamente si arriva alla storia vera e propria, o almeno a una parte di essa perche’ lo scopo non e’ la biografia ma il ricordo personale, non necessariamente ordinato o utile. Anzi, ci si accorge alla fine che la pellicola si divide nel racconto umano e professionale di Scola con quello di Fellini, talvolta con paralleli, altre con curiosita’ e le immancabili immagini di repertorio, coi dialoghi rubati a vecchie interviste, s’intrecciano nel tessuto filmico creando di fatto una meta-rappresentazione che mescola ricordi, finzione, cronaca e giudizio.
Alla fine lo apprezzi se si conosce la storia di entrambi i registi, la loro filmografia e i loro trascorsi, per quanto si resti generalmente dalle parti del sogno e dell’invenzione.
Piacevole, leggero e comunque ben girato, come poteva essere diversamente…

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La piu’ bella serata della mia vita – Ettore Scola

La piu' bella serata della mia vitaAlberto Sordi e’ un facoltoso rappresentante che si reca in Svizzera non per vendere ma per versare, versare pregiata valuta esentasse. Ritardi alla dogana e l’appuntamento con la banca salta e cosi’ non gli resta di meglio da fare che inseguire un’avvenente motociclista. Resta in panne con l’auto e finisce casualmente in uno strano castello abitato da un nobile avvocato in pensione e frequentato da suoi amici ex giuristi. In breve Sordi rimarra’ ospite per cena e li’ subira’ un vero e proprio processo sulla propria vita, il suo passato spregiudicato come uomo e commerciante, una farsa per passare la serata. O forse no.
Tratto da un racconto di Durrenmatt, obiettivo e missione e’ la critica feroce alla borghesia – ma vah – che non solo era, e’, sara’ colpevole di ogni nefandezza possibile, di qualunque cosa faccia e pure di cio’ che non ha fatto.
Tautologia applicata non tanto nel testo originale che tende ad analizzare il distacco tra Legge e Giustizia, quanto nel film che preme l’acceleratore contro una certa parte (sempre la solita) della societa’ civile. Scola non risparmia bordate neppure a giudici e avvocati s’intende ma quelli erano anni nei quali ai magistrati ancora sparavano, poi hanno capito che conveniva farli eleggere e arrivare ai girotondi e’ stato un attimo.
Film spompato, spompatissimo, non riesce ad essere metaforico solo grottesco. Spuntato nei dialoghi, inverosimile anche per il suo intento, non convince, non fa riflettere su grandi temi oltre la banale constatazione che la Giustizia non e’ di questo mondo. Dove sta poi la colpa, la verita’, giocando coi "se" e i "ma" tutto diventa possibile, arrivando persino a banalizzare un’idea interessante. Sordi in tutto questo e’ vittima ma pure colpevole. Non entra nel cuore della vicenda, suo il personaggio e il ruolo, eppure resta troppo sopra le righe, gigioneggia, anzi "sordeggia" esasperando i cliché che lo contraddistinguono. Resta Janet Agren di una bellezza da togliere il fiato, un po’ poco pero’.
Se di questo film si sono perse le tracce, ci sara’ pure un perche’. 

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Permette? Rocco Papaleo – Ettore Scola

Permette Rocco PapaleoMarcello Mastroianni e’ il Papaleo del titolo, un italiano ex pugile capitato negli Stati Uniti per combattere ma finito in Alaska come minatore. Arrivera’ a Chicago per seguire un incontro di boxe, sara’ investito dall’auto di Lauren Hutton, una modella caotica e ovviamente bellissima. Lui perdera’ incontro, lavoro, vita per lei ma nel frattempo fara’ conoscenza con una realta’, quella statunitense, molto diversa dall’immaginario collettivo di ricchezza, acciaio e cemento, finendo tra ubriaconi, prostitute e tutta quella fauna umana che non ce l’ha fatta.
Scola nel 1971 vene mandato in trasferta per raccontare quanto brutti siano gli Stati Uniti. Spregevoli i ricchi come i poveri anche se per questi una scusa c’e’ sempre. Polizia ovviamente fascista, negri e pederasti emarginati ed esclusi dalla societa’. Tutto nella norma insomma e non ci aspettavamo nulla di meno. Mastroianni ancora una volta e’ ingabbiato nel ruolo del semplice, per non dire mezzo scemo, imbruttito e umiliato da uno Scola che in "Che strano chiamarsi Federico", riconosce di averlo un po’ maltrattato al contrario di Fellini che sempre l’ha posto sul piedistallo.
In realta’ Rocco Papaleo non e’ un personaggio ma un simbolo, l’innocenza incarnata, la somma delle virtu’ non scalfite dal potere e dal denaro, i cari vecchi tempi che si scontrano con l’egoismo di una nazione cattiva cattiva come quella americana. Patetico, molto patetico ma non e’ questo cio’ che non funziona. Sin dall’inizio, il montaggio di Ruggero Mastroianni e’ totalmente sbagliato, al punto che piu’ volte ho avuto il dubbio di un problema sul file.
Va bene il flashback ma il montare avanti e indietro fatti contemporanei o decontestualizzati per proporre improbabili confronti, non solo appesantisce la storia ma crea inutile confusione senza alcun valore aggiunto. Scola e’ uomo di esperimenti lo sappiamo ma questo e’ decisamente sbagliato e non a caso mai piu’ ripetuto da nessuno. Inutili anche le musiche di Trovajoli, per dire che quando qualcosa non va, puo’ solo peggiorare.
Dirlo film sottotono e’ riduttivo, brutto con le forze in campo e’ scortese, eppure e’ cosi’.

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La terrazza – Ettore Scola

La terrazzaFilm del 1980 e cio’ e’ importante, forse l’aspetto piu’ importante di tutta la vicenda. Film corale e ad episodi legati tra loro da una cena su una terrazza romana, un momento che funge da punto di partenza e di ritorno perche’ tutto i protagonisti li’ si trovano e di ognuno vedremo cio’ che gli accade nei giorni successivi per poi ritornare indietro e quel momento e iniziare con un nuovo racconto. Ci sono tutti o quasi, non solo della sfera di Scola ma del cinema italiano che fu. Mastroianni, Tognazzi e Gassman ma anche Trintignant, Satta Flores, Gravina, Colli, la Sandrelli e la Vukotic.
Tanti gli ospiti illustri come Ugo Gregoretti, Francesco Maselli, Age che insieme a Scarpelli e a Scola ha firmato la sceneggiatura, ottima e abbondante, originale e intelligente, tanti premi senza alcun dubbio meritati.
Non e’ questo pero’ che conta. Il film e’ una specie di commiato, la parola fine a tanti discorsi. La fine della commedia all’italiana, perche’ non bastano piu’ gli interpreti, non bastano piu’ gli scrittori e nemmeno la regia. L’atmosfera e’ quella delle feste di fine gita, sorrisi forzati, stanchezza oltre lo scherzo e la battuta, voglia di tornarsene a casa con quel pizzico di irritazione. E’ questione di atmosfera, di temperatura dell’aria, l’impalpabile sensazione che prende allo stomaco quelle sere di fine Agosto dove senti che qualcosa e’ cambiato, finisce e non torna piu’. E’ un vento tiepido che da’ il brivido e lo senti nelle battute argute che non restano, sfoggio intellettuale che muore schiantandosi sul suolo dell’algido citazionismo. Fine di un certo cinema per Scola e’ piu’ importante la fine di un’epoca, quella dell’impegno e degli impegnati, un "grande freddo" in salsa comunista e pseudo intellettuale perche’ di questa gente e’ fatto il film. Sceneggiatori impegnati, critici impegnati, giornalisti impegnati, ex mogli impegnate, dirigenti Rai impegnati, tutti quanti tanto impegnati e tanto falliti come l’ideologia demenziale alla quale pervicacemente restano aggrappati. Col senno del poi una scelta vincente se ora questa gente muove i fini di un’Italia finita e non per caso. Non si ride, si sorride, si allontana il veleno che Scola sprizza da tutti i pori, critica e autocritica, antropologia dello sconfitto che medita vendetta. Da li’ a breve s’inventeranno la P2, il pacifismo anti reaganiano, tutte robette al confronto del ’68 e degli anni di piombo, cartucce a salve sostenute dall’aria mefitica della solita stampa che oggi c’ha condotto sul fondo della classifica mondiale sulla qualita’ del giornalismo.
Con questo s’intende, il film e’ artisticamente notevole sotto ogni punto di vista, regia alla sua massima maturita’ e con quel popo’ di attori non si puo’ sbagliare. Un vero e proprio specchio del suo e del nostro tempo.

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Se permettete parliamo di donne – Ettore Scola

Se permettete parliamo di donneEra il 1964 quando Scola dopo una lunga militanza come scrittore, si diede alla regia proprio con questo "Se permette parliamo di donne", film ad episodi, nove in tutto, imperniato su un unico protagonista, Vittorio Gassman e una serie di comprimari, anzi comprimarie, cambiandone infatti una per ogni storia.
Parliamo di donne appunto, le donne della fantasia dei frequentatori del cinema di allora, fantasia e realta’ ovviamente essendo ritratte nelle tante declinazioni che una donna puo’ offrire, ecco magari con un occhio eccessivamente maschilista, sessista direbbero i piu’ democratici e illuminati tra noi.
Donne nelle veci di mogli e sorelle, spesso traviate, oggettini morbidi sulle quali la vita scivola addosso, campi fertili dove l’uomo cacciatore puo’ liberamente pascolare e chi meglio di Gassman il mattatore puo’ rappresentare tutto questo? Gassman mattatore lo e’ davvero, forse ancor piu’ che nel film omonimo che lo vide protagonista e che tanto lo caratterizzo’. Spaccone, marpione, sempre sessista quando essere uomo e maschio erano sinonimo, un merito e non una colpa, malgrado il regime mediatico da anni tenta di convincerci del contrario.
Il film e’ nazionalpopolare nel senso piu’ nobile del termine. Inviso dalla critica ma amato dal pubblico, vuoi per la straordinaria bravura di Gassman e degli altri protagonisti maschili, tra i quali Chiari, Garrone, D’Orsi e un Proietti anch’egli praticante al suo esordio ma non di meno le donne, le protagoniste, le belle anzi le bellissime del cinema italiano e basti dire i nomi di Koscina, Lualdi, Fiore, la Ralli -che spettacolo la Ralli-  e anche qui non solo per quale magico effetto, il gap con le sciacquette di oggi e’ drammatico e incolmabile. Che devo dire, adoro quest’epoca dove quasi tutto era straordinario. Puro svago in una cornice di lucido istrionismo. Impossibile chiedere di meglio.

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Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) – Ettore Scola

Dramma della gelosiaCos’era il cinema italiano negli anni ’70… C’erano Age e Scarpelli alla sceneggiatura e che sceneggiatura, giocata tra passato e presente, testimonianze algide da processo con caldi ricordi di uomini e donne.
C’e’ la passione e il tradimento, l’amore e la morte anzi la morta, Monica Vitti che racconta la sua storia, dei suoi amori, voce ultraterrena che fa eco a un Mastroianni inquisito con  Giannini testimone e coprotagonista, anch’egli in fondo colpevole. Scola alla regia, uno che sapeva commistionare la fissazione politica con la piu’ lontana delle vicende, insistente ma si faceva perdonare, in fondo interprete perfetto di un’epoca che richiedeva "impegno" e se stavi dalla parte giusta, le porte erano gia’ mezze aperte. Paradossale, accenni di metacinema, ironico sempre con varie declinazioni di amaro.
Qui troviamo abbozzati gli elementi esplicitati nei successivi "C’eravamo tanto amati", "Brutti sporchi e cattivi", fino a "La terrazza", una specie di prologo o bozzetto preparatorio per una trama che comunque abbozzata certo non e’ e che vive benissimo come episodio unico.
Poi ci sono loro, gli attori. Mastroianni che serve sforzarsi per vederlo muratore un po’ rintronato, uno che ha subito tutto, moglie e politica inclusi e che improvvisamente si ritrova protagonista di un amore al quale non aveva mai pensato, figuriamoci voluto.
C’e’ Monica Vitti, bella bella e ancora bella, 39 anni ma potrebbe averne 29 o 19, piu’ che donna, femmina e Dio sa che spettacolo erano, le femmine intendo. Brava ovviamente, impossibile non lo fosse nel ruolo a lei piu’ congegnale della svampita di carattere, una Bovary borgatara, colei che senza ragionare si getta nella vita e se la fa colare addosso, passionale percio’ le si perdona molto ma evidentemente, non tutto. E poi Giannini al suo primo ruolo importante, anzi col ruolo che lo lancera’ nelle braccia della Wertmuller e poi sappiamo come e’ andata a finire. Uno dei pochi figli legittimi dei "colonnelli", ha prolungato per qualche anno la loro memoria, diede speranza in una contiuita’ che non per colpa sua, non c’e’ stata. Forse un po’ troppo abbozzato dalla mano pesante di Scola ma il gioco e’ stare sopra le righe. E infine Trovajoli? No dico, la colonna sonora di Trovajoli?
Non c’e’ da aggiungere altro, buona visione.

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Il commissario Pepe – Ettore Scola

Il commissario PepeIl commissario Pepe e’ un funzionario di polizia nella tranquilla provincia del nordest, quello tra le nebbie e che produce ma anche quello che va in Chiesa per peccare con la coscienza piu’ pulita.
Una vita tranquilla quando per lavorare bastava solo turarsi il naso senza sfoderare la pistola, situazioni che fanno il gioco di Ettore Scola che in fondo dei delitti e della polizia non gli fregava molto ma dell’ipocrisia borghese invece si.
Interpretato da un Ugo Tognazzi che proprio in quegli anni stava raggiungendo il massimo dell’autoconsapevolezza e prepara forse a sorpresa il superbo giudice Bonifazi de "In nome del popolo italiano", questo si’ indimenticabile capolavoro di scrittura, regia e recitazione e ammetto che l’assonanza tra i ruoli contribuisce a rendere il lavoro sul personaggio migliore di quanto meriti.
Musiche strepitose di Trovajoli, gradevoli anzi ottimi molti dei comprimari, Tano Cimarosa l’agente, Silvia Dionisio non meno incisiva seppur non riesca a stare vestita, persino Peppe Starnazza nel piccolo ruolo del barbone e’ perfetto, tutti bravi meno Scola.
No, intendiamoci, la regia e’ misurata, di ottima fattura e malgrado non succeda praticamente nulla, non c’e’ un attimo di pausa. Il testo e’ formalmente perfetto, scoppiettante e ficcante ma pregno di stagnante retorica gia’ allora stanca e funzionale esclusivamente ad accontentare la critica militante che non lesina il confettino a chi inveisce contro Chiesa, borghesi e poliziotti, prescindendo l’aver torto o ragione.
Scola nel 1969 ancora si permette di lasciare un alone positivo ad un commissario di polizia, prima della grande demonizzazione delle forze dell’ordine e in attesa d’imperativi ben piu’ seri e gravi che coinvolgeranno le arti tutte belle in fila ed allineate. Certo, tutti i viscidi, i cornuti, le prostitute, i corrotti e corruttori vanno regolarmente alla Santa Messa e ce n’e’ anche per le forze dell’ordine che a detta di Scola, hanno le sorelle e le consorti tutte puttane dal momento in cui "perche’ dovrebbe essere diverso per le mogli dei poliziotti" in tema di donne che si vendono.
Del resto, con una certa ingenuita’, si eleva a grillo saggio un paralitico di guerra odioso anche a se stesso, un frustrato che sputa sulle vetrine di calzature, chissa’ con quale slancio anarchico se non col proprio rancore.
Un film che a ben vedere fa piu’ male che bene alla "causa", confuso e anche un po’ vigliacco nell’accostare Jan Palach a Guevara, nel ripugnate tentativo di confondere vittime e carnefici.
Film ipocrita che si ammanta di critica sociale e intanto spara tette al vento con la scusa dei borghesi perversi e qui il nudo diventa pruriginoso laddove, al contrario della commedia sexy all’italiana, non e’ supportato da motivazioni molto serie come il divertire lo spettatore.
Non a caso e’ un film dimenticato e spiace per Tognazzi ma dimentichiamolo tutti.

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C’eravamo tanto amati – Ettore Scola

C'eravamo tanto amati"Grande e’ la confusione, sopra e sotto il cielo, osare l’impossibile, osare perdere" e con le parole di Ferretti Lindo Giovanni potrei concludere in perfetta analisi il resoconto sul film di Scola datato 1974.
Vorrei evitare di addentrarmi nei meandri di quella politica scivolosa e concedetemelo, retorica che pervade la trama a sostegno e ragione ma il compito non e’ facile perche’ e’ come descrivere la sacher torte senza citare il cioccolato (ho detto sacher?).
Del resto scivoloni su considerazioni geniali come "ricchi uguale cattivi,  poveri uguale buoni", sono in parte mitigati da alcuni aspetti autoanalitici anche azzeccati seppur sottesi dall’idea del "semo boni e cari ma abbiamo fallito" che negli anni che separano l’inizio del decennio successivo, troveranno non poche tragiche conferme.
Discreto il tentativo di meta-cinema con gli inserti su e di De Sica e ancor piu’ la divertente ricostruzione della fontana di Trevi de "La dolce vita" eppure in questo gioco di cinema nel cinema, rievocando "la carrozzella del bambino" e "l’occhio della madre", Scola sara’ disintegrato solo due anni dopo da Salce e Villaggio e chissa’ quanto fu coincidenza.
Soggetto a parte, i protagonisti invece non si discutono, quantomeno Manfredi e Gassman, il primo sulla cima della parabola professionale, l’altro con la curva ancora ben visibile alle sue spalle. Satta Flores in pratica recita se stesso e per questo e’ il meno ironico di tutti mentre la Sandrelli fa quello che sa fare meglio, farsi guardare.
Aldo Fabrizi e’ un gigante, vetta irraggiungibile di un professionismo che sa esprimere decenni di carriera con uno sguardo, con un movimento delle mani, con tempi recitativi che fanno impallidire un Gassman che eppure ha davvero poco da imparare sull’argomento. Non di meno vale Giovanna Ralli che in un mondo meno tesserato avrebbe meritato ampiamente il ruolo della Sandrelli ma tant’e…
Alla fine comunque resta un regista a raccontare il suo disagio e tramite i suoi protagonisti domandarsi a che punto e’ avvenuto l’errore ma la risposta in qualche modo seppe intravederla, forse non consciamente ma quanto basta leggendo la storia dei personaggi e concludo come ho aperto, con una citazione questa volta di Jean-Jacques Annaud, suo collega regista, che in "Il nemico alle porte" da senso a questo film e a cento anni di storia:
"Non esiste l’Uomo Nuovo.
Abbiamo provato a creare una societa’ che fosse giusta, dove non ci fosse niente da invidiare al tuo compagno.
Ma ci sara’ sempre qualcosa da invidiare, un sorriso, un’amicizia.
Qualcosa che non hai e di cui ti vuoi appropriare.
A questo mondo, perfino nel mondo sovietico, ci saranno sempre i ricchi e i poveri.
Ricchi di talento, poveri di talento.
Ricchi d’amore, poveri d’amore
."

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