Turne’ – Gabriele Salvatores

TurneDai una, dai due, dai tre alla fine son tornato a guardarlo.
Amici da una vita, attori ad un passo dal successo, sempre insieme ed insieme una nuova tournée in giro per l’Italia. Tutto tra loro e’ condiviso, ad un certo punto anche la donna che tradisce l’uno per l’altro, salvo poi dichiararsi innamorata di entrambi, giusto per complicare un po’ le cose.
Come se non bastasse, arrivera’ la grande opportunita’ del cinema americano che seperara’ i due amici una volta per tutte… forse.
Come dicevo, e’ davvero da tanto che non pensavo a questo film.
Vuoi che in fondo si fa apprezzare negli anni in cui ci si strugge per amore, quado si vuole lasciare tutto e fuggire e il melodramma vince nel teatrino della vita. Eppure e’ un  film che so apprezzare piu’ oggi che ai tempi in cui lo vidi e parliamo di poco tempo dopo l’Oscar di "Mediterraneo".
Allora serbavo ancora una certa diffidenza in Abatantuono ma a rivederlo e’ Bentivoglio la tragedia perche’ non e’ maledetto, e’ solo moscio.
Poi la Morante… eh la Morante. Oltre le tette il nulla, anzi restano i ciglioni che solo la Ferilli ha saputo sfoggiare cosi’ male ma ai quali non fai caso tenendo lo sguardo basso. 
E  la dizione, che ti domandi come e’ possibile sia arrivata sino a li. Ok meglio non chiederlo.
E’ un Salvatores ancora molto televisivo, qualche sprazzo di luce nei grandi spazi, esterni migliori degli interni e non a caso i film successivi saranno vincenti all’aria aperta.
Mi fa molto ridere questa storia del triangolo, degli amiconi che si rubano le donne. Tanto per fare il maligno gossipparo, la storia dei due protagonisti trova una sponda nella realta’, ovvero quando Salvatores piu’ o meno in quegli anni, si mise con l’ex moglie di Abatantuono che nel film e’ quello che ruba la donna, in un gioco di specchi che solo Fellini pote’ osare. Vuoi vedere che il regista ha qualcosa a che fare col divorzio e il film e’ anche un pretesto per dire la propria? Divertente anche il richiamo scherzoso all’Oscar che solo un anno dopo verra’ veramente. Curiosa premonizione, stupefacente per alcuni versi.
Leggerissimo, quasi impalpabile, molte le battute buone che in gran parte ringraziano la verve di Abatantuono, protagonista e mattatore della pellicola, qualche sequenza da ricordare e che dire, invecchiato ma piu’ o meno regge.

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Quo vadis, baby? – Gabriele Salvatores

Quo vadis, babyAngela Baraldi lavora col padre come investigatrice. Due morti pesanti nel suo passato, la madre e la sorella, entrambe suicide e quando le spediranno le videocassette che la sorella registrava come un videodiario, si riaprira’ un’antica ferita e l’inevitabile bisogno di capire cosa la spinse verso un simile gesto.
Un giallo che punta al thriller per il regista premio Oscar ma nel contempo l’occasione di raccontare il proprio mondo, declinando la storia agli archetipi che lo definiscono. Musiche e cinema a farla da padrone sotto la pioggia che pare acida come quella losangelina del 2019 e funzionale ad un mood oscuro tutto italiano alla Infascelli che cito ad esempio non come reale maestro di genere.
Salvatores va letteralmente a nozze con un film che si svela attraverso il cinema e in esso rivela le sue debolezze e l’eccessiva semplificazione. In qualche modo il regista milanese vuole strafare e non si scorda di piazzarci davanti agli occhi, poster, citazioni, immagini, fotografie e scritte dal cinema che ama di piu’, sempre quello in fondo se si va dai "400 colpi" a "Jules and Jim" da "I pugni in tasca" a "La dolce vita".
Diventa persino banale per la soluzione del giallo usare "Ultimo Tango a Parigi" e " M – Il mostro di Düsseldorf" ma del resto queste facilonerie si accentuano con la colonna sonora che con grande originalita’ sfoggia i Ramones nei momenti di rabbia, Stratos che c’e’ coi Ribelli quando la Baraldi si ribella e "Impressioni di Settembre" per la triste nostalgia. Avvilente. Poi mi si dia del fissato ma quando dico che i Talking Heads piacciono agli "amici" che piacciono e qui presenti in suono e reiterate immagini, forse un po’ di ragione l’ho.
Come andra’ a finire e’ gia’ chiaro dopo 20 minuti ma non e’ questo il peggior difetto perche’ le due protagoniste proprio non vanno e passi la Baraldi che stimiamo come cantante ma recitare non e’ il suo mestiere, peggio Claudia Zanella che nella pessima tradizione italiana degli ultimi decenni, recita dall’inizio alla fine senza offrire per un istante, una parvenza di realta’. Gigio Alberti mi spiace ma anche lui nella parte di bellone non ci sta proprio. Tolta qualche eccezione nei ruoli minori come Elio Germano e Andrea Renzi, il casting e’ senza alcun dubbio sbagliato. Colpa v’e’ anche nei testi, artificiali, ridondanti, irreali perche’ nessuno al mondo parla cosi’ e tolto il finale, suggestivo nell’idea, non si aggiunge molto a quanto gia’ visto, letto e sentito.
Poi dai, un film che s’appoggia idealmente a "L’ultimo tango a Parigi", ovvero tra le espressioni piu’ ridicole della settima arte, non poteva che scivolare in qualcosa.

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Educazione siberiana – Gabriele Salvatores

Educazione siberianaTosti i siberiani, gente che non si piega e anzi, gente che piega il mondo attorno a se’. Hanno una loro etica ferrea e un’epica sulla quale crescere, tipi che mettono la pistola in mano persino alla Madonna tanto per capirci.
Al contrario dei nostri guappi, non si accordano col potere e si parla del regime comunista, mica il maresciallo ingrassato sepolto sotto le nostre scartoffie ma al contrario lo sfidano e se e’ il caso gli sputano in faccia.
Kolima cresce in un ambiente cosi’, protetto allievo del nonno, il piu’ duro dei duri e assieme a lui Gagarin, coetaneo piu’ selvaggio e meno riflessivo, violento e negli anni a venire, scopriremo sanguinario.
La storia si snoda nel tempo, rimandi e flashback tra un Kolima cresciuto e la sua infanzia, oggi nell’esercito e nel corso del film capiremo cosa l’ha spinto a saltare la barricata.
Lo dico subito, il film non mi ha impressionato. La storia non mi coinvolge, la vicenda non mi avvince ma e’ una questione di gusti. Salvatores e’ bravo che nemmeno sembra un regista italiano. Certo non c’e’ alcuna invenzione, non c’e’ sperimentazione e tutto sommato resta un buon film dal respiro internazionale, ottimo qua da noi anzi impensabile per la quasi totalita’ del cinema di casa nostra. Fortissimo il soggetto per quanto poi alla fine concluda in flashback lo scontro tra due grandi amici ora rispettive nemesi, epilogo che risolve rapido nella resa finale, cosa gia’ vista e stravista. Non ho letto il libro e non so se la conclusione tirata via venga da li’ certo e’ che la sorpresa nasce dal non esserci soprese e comunque in generale, non fila tutto liscio nelle motivazioni dei personaggi e in una vicenda che sotto molti aspettai appare incompleta.
Non sono un fan di Malkovich ma e’ in una delle sue interpretazioni migliori, impegnato, convinto e deciso con la faccia giusta e la giusta cattiveria frammista a saggezza. Molto del merito va ai due giovani antagonisti, l’atletico Arnas Fedaravicius, Kolyma e Vilius Tumalavicius, il cattivo Gagarin ma in special modo a lei Eleanor Tomlinson, nel ruolo piu’ difficile del film, restituito con una forza che toglie il fiato.
Pessimo il doppiaggio, non di tutti s’intende ma oltre il forzato accento dell’est si percepisce un distacco evidente tra il parlato e gli attori. Strano in effetti.
Film  riuscito solo in parte perche’ manca qualcosa, quello che c’e’ e’ buono ma Salvatores e’ da un’altra parte.

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Come Dio comanda – Gabriele Salvatores

Come Dio ComandaCristiano vive col padre Rino Zena, uomo durissimo e in apparenza cattivissimo o meglio dire incattivito. Senza attendere troppo lo sappiamo neonazista o neofascista, come se fossero la stessa cosa nella conferma che qualcuno tra il personaggio, l’ autore o  il regista non hanno capito granche’ della faccenda ma questo e’ quanto.
Oltre agli stereotipi della xenofobia, l’uomo ha realmente difficolta’ a trovare lavoro a causa dell’immigrazione clandestina e selvaggia, per quanto problemi con l’alcool e le sue idee politiche, non lo aiutino di certo.
Il ragazzo ama profondamente il padre in un rapporto che si potrebbe dire difficile ma e’ solo diverso, forse antico di un tempo nel quale un genitore doveva insegnare ai figli a combattere e restare vivi al meglio, non limitandosi a spendere soldi per sentirsi un bravo educatore. L’uomo ha sotto la sua ala protettrice Quattro Formaggi, ex collega di lavoro dal lavoro rimasto mentalmente offeso e visto che la benemerita societa’ di democratici nulla fa per lui, trova in Rino un amico e tutore. Questa amicizia sara’ causa della tragedia che colpira’ ognuno di loro.
Incredibile a dirsi, ancora non me ne capacito, In Italia abbiamo ancora attori che sanno recitare.
Tutti, indistintamente. Non riesco neppure ad identificare un ruolo piu’ difficile dell’altro, il che m’impedisce di stilare classifiche anche se Filippo Timi mi ha realmente colpito con la sua capacita’ di definire un personaggio difficile sotto ogni punto di vista perche’ nascondere una vittima sotto le spoglie del carnefice non e’ facile, non e’ facile affatto.
Molto molto bravo Elio Germano nei panni dello stupido Quattro formaggi ma e’ un attore che di massima non sbaglia mentre Alvaro Caleca, il figlio, non mi risulta abbia interpretato altro e spero ci ripensi perche’ mi ha convinto.
Salvatores non osa molto e si appoggia su una splendida fotografia per mettere sul tavolo le sue carte. Certo che la sequenza notturna, in mezzo al bosco e durante l’acquazzone non deve essere stata uno scherzo ma se ne esce alla grande. Il testo invece mi ha lasciato perplesso. Non so quanto vi sia del romanzo ma sappiamo che Ammaniti ha partecipato alla stesura dello script, fatto e’ che averci infilato il neonazista non ha alcun senso ne’ bisogno se non per la solita ragione per la quale non siamo capaci di scrivere storie senza uscire dal cortilino delle ideologie contrapposte ma qui l’anomalia, l’evangelico messaggio dell’andare oltre le apparenze che rafforza il dramma umano, sorprende lo spettatore attraverso l’inversione di prospettiva. Il protagonista cattivissimo che in verita’ e’ il piu’ buono di tutti, sconfessa l’idea animalesca con la quale piace disegnare chi ha altre idee politiche oltre quelle imperanti, facendo di lui il padre amorevole, quello che aiuta i deboli e a maggior ragione l’uomo che perdona laddove gli altri condannano.Viste le forze in campo, tanta voltairiana benevolenza e’ sorprendente e’ inaspettata.
Un film uguale e nel contempo diverso dal solito che merita attenzione.

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Kamikazen ultima notte a Milano – Gabriele Salvatores

Kamikazen ultima notte a MilanoSenza dubbio la mia generazione, quella dei 40/50enni e’ stata la prima a contare i primi teledipendenti e lo dico rammaricandomene.
Per cio’ che mi riguarda sono almeno sei anni che non guardo oltre 30 minuti di televisione a settimana ed e’ come aver guadagnato una vita in piu’ ma negli anni ’80 come ogni buon adolescente, le ore si sprecavano tra film, telefilm, videoclip e quant’altro.
Nel 1988 ricordo sull’allora Fininvest, una sitcom italiana e a quel tempo non ce n’erano tante, chiamata "Zanzibar", bei testi e bei protagonisti, gente che negli anni avrebbe sfondato per davvero, gente oggi famosa e importante. Claudio Bisio, Silvio Orlando, David Riondino, Antonio Catania tra gli altri. Tutti qui e non a caso tutti protagonisti del film di Salvatores che l’anno precedente giocava sull’idea di un gruppo di comici di quart’ordine alla ricerca della fama guarda caso in Fininvest e proprio in quel "Drive-In" che a qualcuno tempo dopo avrebbe fatto comodo definire "il male". Sempre per guardare a caso tutta ma dico tutta la cricca dei comici militanti e’ transitata per "Zanzibar" e chi manca, e’ dentro "Kamikazen" anch’esso prodotto da ReteItalia, percio’ galassia Fininvest che in una magica congiuntura finisce con Abatantuono quindi "Colorado Cafe’", il gia’ citato Bisio, un giovane Raul Cremona  coi testi di Gino e Michele di "Zelig", pezzi di Gialappa’s con Bebo Storti e due terzi di Aldo, Giovanni e Giacomo che assieme a Paolo Rossi pagheranno l’obolo agli "amici" di Rai 3 per poi comunque incassare dal nemico. Quelli che mancano tipo Gigio Alberti, seguiranno Salvatores al cinema nella punta massima rappresentata da "Mediterraneo". Salvatores e’ alla seconda uscita ma non a torto si preferisce far iniziare la sua carriera dal successivo "Marrakech Express" anche perche’ diciamocelo, tecnicamente qui e’ piu’ vicino al regista di "Professione vacanze" piuttosto che al premio Oscar.
Sui ragazzotti protagonisti c’e’ poco da dire, sono come li conosciamo e tolto Bisio con un accenno di capelli e Rossi un tantinello meno etilico del solito ma del resto erano gli anni dei Vanzina in "Via Montenapoleone" e non ancora un eroe della resistenza televisiva. Anche lo show finale e’ a rappresentanza dei comici e gia’ specchio di quanto vedremo in futuro, con Bisio divertente, Catania ancora piu’ divertente e Rossi con monologhi alla sua altezza.
Tolto questo il film e’ di importanza storica, epocale persino e certamente unico nel proporre tutti e tanti protagonisti del cinema e della televisione dei 25 anni a seguire. Molto invecchiato ma lo siamo anche noi, percio’ ci fa ridere.

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Happy family – Gabriele Salvatores

Happy familyFabio De Luigi e’ uno scrittore, uno che racconta storie e in questa storia il suo alter-ego si trova nel centro esatto di due famiglie nelle quali i figli sedicenni, intendono sposarsi. Nessun dramma, certo qualche perplessità ma lei la promessa sposa, con genitori come Abatantuono e la Signoris, ha problemi ben piu’ grandi e il ragazzino, distinto come mamma Buy e Bentivoglio il patrigno, viaggia piu’ sul moscio esistenziale.
In un dialogo immaginario tra lo scrittore e i suoi figli su carta stampata, inizia un incontro/scontro dall’evolversi imprevedibile. Film sulla paura, in realta’ e’ una commedia brillante che stempera le storture di questa epoca disintegrata nell’happy ending. Il messaggio e’ piu’ che positivo quindi, sorprendente se pensiamo che al contrario di quanto il titolo lasciava intendere, non v’e’ alcun attacco alla "famiglia borghese" il che credo, sia una specie di miracolo per il nostro cinema. Pirandelliano quanto basta, Salvatores cita se stesso e si racconta, traghetta i personaggi fuori e dentro i due livelli del racconto in una metanarrazione che prova ad essere originale e in parte ci riesce.
Si puo’ essere divertenti senza essere volgari. Si. In fondo la commedia e’ cio’ che il nostro cinema riesce a fare ancora bene, raramente ma talvolta funziona. Liberi, se lo desiderano da valenze politiche, i registi possono esprimersi senza vincoli muoversi al loro meglio. Poi certo, abbiamo una tradizione che seppur sepolta non puo’ essere cancellata e qualche ottimo maestro ancora illumina la via da lassu’ a chi decidesse di cimentarsi nel difficile mestiere del far ridere.
Salvatores, lo ripeto ancora una volta, e’ un grande regista e lo e’ anche sottraendolo all’effettiva resa del suo cinema perche’ e’ uno che osa sia nei testi che nella tecnica. Sotto questo aspetto e’ persino unico e nell’impossibile nonche’ scorretto confronto con Sorrentino, se sotto il profilo strettamente cinematografico Napoli batte Milano, nelle storie e nel coraggio, il Nord sovrasta il Sud di molte lunghezze.
"Happy family" ha uno stile tutto suo, con molta Italia, anche quella televisiva, il meglio dell’America che si racconta nei festival indipendenti, poca Europa del nord e molta del sud, diciamo da Almodovar e Wenders ma ripeto, al contrario di Sorrentino che ha trovato i suoi maestri e cerca costantemente di superarli, Salvatores ha studiato la lezione e cerca di evolverla, non necessariamente scavalcarla.
Il grande risultato e’ dovuto in gran parte ai suoi protagonisti. Fabio De Luigi ad esempio dimostra di essere un uno dei pochi cabarettisti che funziona anche al di fuori della gag e dal monologo da tre minuti televisivo. Decano in un ruolo secondario ma sempre un gigante, Abatantuono i cui tempi comici restano unici ed imbattibili. Bravo Bentivoglio laddove non sempre riesce ad evadere dalla triste aurea che lo pervade. Persino Margherita Buy, immancabilmente nel ruolo di nevrotica piagnucolosa, riesce a divertire il che suona come un evento. Non e’ un evento invece faccia ridere Carla Signoris, la sola capace in casa Crozza. Si rivede persino la Sandrocchia nazionale, un’attrice che primo o poi sara’ da riconsiderare oltre le tette che furono.
Un po’ si squaglia, un po’ ci prova ma il risultato resta ottimo. Bello.

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