Tanto per cambiare – Jay McInerney

Tanto per cambiareAlison ha 20 anni e va per i 21 o ventunomila se contiamo quelli che si sente addosso. A New York non fa niente, non realizza niente se escludiamo l’illusione di diventare attrice ed e’ il desiderio di una bambina, non di un adulto che cerca un proprio ruolo e un proprio spazio. Sono gli anni ’80 ancora travolti dal denaro facile e dalla vita che non contempla altro che droga, sesso e soldi per comprare tutto questo. Ogni cosa e’ confusa, anche l’amore che ammesso esista, non puo’ competere con la totale dissolutezza di chi non sapendo come vivere, e’ gia’ morto in partenza. Finira’ male ma la protagonista non lo sa.
Terzo libro di McInerney che dopo il botto de "Le mille luci di New York", tenta la fuga letteraria con "Ransom" ma ci ricasca con "Tanto per cambiare" tornando all’ovile tematico e geografico che lo contraddistingue, continuando a raccontare e raccontarsi anche se a parlare e’ una ragazza e lo fa in prima persona in un perenne qui e ora, una cronaca in tempo reale su cio’ che le accade, mediata dalla percezione soggettiva.
E’ un testo non fiacco ma stantio, nemmeno riconosciamo piu’ un McInerney che pure in seguito sapra’ esprimersi molto meglio ma nel 1988 poteva anche sembrare crisi da ispirazione esaurita. Non graffia, nessuna frase rimane memorabile, in fondo non c’e’ neppure una vera progressione dei fatti. Anche la tematica dei belli e sfasciati era gia’ conclusa sotto il peso delle opere del "Brat pack" con  un Bret Eston Ellis che in fondo gia’ aveva detto tutto.
Certo, stavolta i protagonisti hanno qualche problema in piu’, sono ricchi ma non ricchissimi, possono ancora perdere ma c’e’ sempre un papa’ indifferente, una mamma svaporata, una citta’ tentacolare, insomma, gli ingredienti non cambiano. Eppure con quella scrittura in prima persona restera’ un eco sino a Palahniuk ma temo si tratti piu’ di una fortunata coincidenza che un caso di proselitismo. Deludente ma non pessimo.

Terry O’Neill: Icons – AMO Palazzo Forti, Verona (17-09-2016)

Terry O'neill AMO VeronaParallela, affiancata, abbinata se vogliamo alla mostra di Maria Callas, troviamo Terry O’Neill  con la sua "Icons".
Inglese di nascita e di fatto, dimostra di esserlo attraverso una frequentazione di miti di quei luoghi e uno spiccato senso dello humor che solo gli anglosassoni hanno, grana sottile ma efficacissima. Sue sono tra le foto piu’ rappresentative dei protagonisti della "swinging London" e bastano i favolosi ritratti degli Stones e dei Beatles sbarbatissimi a testimoniarlo ma anche al di la’ dell’oceano seppe farsi conoscere, specie a Hollywood dove anche per merito della relazione con Faye Dunaway, i suoi ritratti si fecero strada tra i divi dell’epoca come Sinatra, la Farrow, Eastwood, Hepbum e insomma, nomi di questo calibro. Lunga e proficua fu la collaborazione con David Bowie al quale e’ dedicata un’intera sala, rendendo di fatto la sua mostra un omaggio all’artista scomparso e comunque una grande occasione di rivederlo attraverso la mutazione stilistica cosi’ accentuata e determinante per la sua carriera e per la storia del pop-rock.
Di O’Neill si apprezzano soprattutto i ritratti in bianco e nero, nella verve che li percorre e in special modo nel grande equilibrio di luci e ombre, il giocare con la focale, le pose mai plastiche eppure stilizzate sia per cogliere che per inventare il momento. Il suo e’ un mondo patinato che non si prende troppo sul serio ma allo stesso tempo sfugge al dominio di noi mortali, percio’ i protagonisti delle sue foto acquistino un’aurea fiabesca e fuori dal tempo.
Cinquantasette grandi immagini, un percorso nella cultura della nostra epoca, l’importanza del rivedere vecchi miti in un mondo che dimentica troppo in fretta ma soprattutto godersi un grande artista dell’immagine.

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Maria Callas. The Exhibition – AMO Palazzo Forti, Verona (17-09-2016)

Callas AMO VeronaTanto ascolto classica e sinfonica, poco m’interessa la lirica.
E’ una questione di gusti, non so perche’ ma come direbbe il Mozart di Forman, non sopporto "tutti quei soprani che strillano, amanti flaccidi che roteano le pupille". E dire che mi ci metto d’impegno, non di rado ascolto opere complete nella speranza di una folgorazione che invece termina con lo spegnimento prematuro. Con la Callas pero’ e’ un’altra cosa.
Molti anni fa, incuriosito dalle vicende legate piu’ al gossip che alla musica, volli approfondire la sua storia e quando giunse il momento di ascoltarla mi persi totalmente nella sua voce, potente eppur dotata di un’espressivita’ straordinaria che parimenti alla tecnica, fece di lei una leggenda. Poco m’interessa la lirica dicevo ma quando la ascolto in vecchie registrazioni spesso gracchianti e polverose, tutto si ferma anche il respiro. C’e’ poi l’aspetto umano di una donna che seppur scomparsa a 54 anni, di vita non ne ha avuta una ma almeno tre o forse quattro. Tanto forte e determinata quanto fragile, fu una che dalla vita ha piu’ dato che ricevuto pur ricevendo tantissimo. La mostra veronese cerca di raccontare la storia straordinaria di Maria Callas e lo fa con tanto materiale che inizia dal certificato di nascita e termina con quello di morte, miriadi di documenti come lettere autografate, fotografie, articoli di giornale e video di repertorio. Tanto spazio e’ dedicato alla moda e ai costumi perche’ ricordiamolo, come ella fu regina indiscussa delle scene, altrettanto lo fu della moda e del pettegolezzo, divenendo dopo il suo miracoloso dimagrimento, icona di eleganza e stile. Che poi il tutto avvenga all’interno di  AMO: Palazzo Forti, a Verona la citta’ che diede il "la" alla sua carriera, amplifica la suggestione dell’esposizione. Ordine cronologico ma non troppo, le tante stanze si dividono tra geografia ed argomento pur proseguendo il viaggio nel tempo. L’audioguida fa ascoltare tanta musica e cio’ e’ un bene, compensando in parte le dinamiche gossip che del resto, sono le piu’ facili da riprodurre. Mi spiace molto scriverne ora che tutto e’ finito ma credo sia giusto tributare un ringraziamento postumo all’organizzazione e comunque ricordare la figura della Callas affinche’ non si perda nel mare odierno di miseri principianti, lei che divina lo fu per davvero.
In ultima istanza per quanto riguarda "l’osservatorio fotografia espositiva", ancora una volta mi rammarico dell’impossibilità di fare foto e per quanto tengo a ribadire che e’ tutto legittimo e chiare le motivazioni, altrettanto al tempo dei social network, la migliore pubblicita’ e’ il passaparola telematico ma pare che non tutti ne tengano conto.

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La piu’ bella serata della mia vita – Ettore Scola

La piu' bella serata della mia vitaAlberto Sordi e’ un facoltoso rappresentante che si reca in Svizzera non per vendere ma per versare, versare pregiata valuta esentasse. Ritardi alla dogana e l’appuntamento con la banca salta e cosi’ non gli resta di meglio da fare che inseguire un’avvenente motociclista. Resta in panne con l’auto e finisce casualmente in uno strano castello abitato da un nobile avvocato in pensione e frequentato da suoi amici ex giuristi. In breve Sordi rimarra’ ospite per cena e li’ subira’ un vero e proprio processo sulla propria vita, il suo passato spregiudicato come uomo e commerciante, una farsa per passare la serata. O forse no.
Tratto da un racconto di Durrenmatt, obiettivo e missione e’ la critica feroce alla borghesia – ma vah – che non solo era, e’, sara’ colpevole di ogni nefandezza possibile, di qualunque cosa faccia e pure di cio’ che non ha fatto.
Tautologia applicata non tanto nel testo originale che tende ad analizzare il distacco tra Legge e Giustizia, quanto nel film che preme l’acceleratore contro una certa parte (sempre la solita) della societa’ civile. Scola non risparmia bordate neppure a giudici e avvocati s’intende ma quelli erano anni nei quali ai magistrati ancora sparavano, poi hanno capito che conveniva farli eleggere e arrivare ai girotondi e’ stato un attimo.
Film spompato, spompatissimo, non riesce ad essere metaforico solo grottesco. Spuntato nei dialoghi, inverosimile anche per il suo intento, non convince, non fa riflettere su grandi temi oltre la banale constatazione che la Giustizia non e’ di questo mondo. Dove sta poi la colpa, la verita’, giocando coi "se" e i "ma" tutto diventa possibile, arrivando persino a banalizzare un’idea interessante. Sordi in tutto questo e’ vittima ma pure colpevole. Non entra nel cuore della vicenda, suo il personaggio e il ruolo, eppure resta troppo sopra le righe, gigioneggia, anzi "sordeggia" esasperando i cliché che lo contraddistinguono. Resta Janet Agren di una bellezza da togliere il fiato, un po’ poco pero’.
Se di questo film si sono perse le tracce, ci sara’ pure un perche’. 

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Un’Odissea del cinema. Il "2001" di Kubrick – Michel Chion

Un'Odissea del cinemaSu Kubrick si e’ scritto molto, fin troppo. Sfogliando, cercando e leggendo trovo che gran parte sia robaccia ma questo saggio di Chion l’ho comprato senza fiatare, alla cieca perche’ con tal autore sarebbe stato un testo importante e cosi’ e’. Chion e’ un musicista, critico e saggista, un teorico del rapporto tra audio e video, uno che sa giudicare per cultura ed esperienza diretta, uno dei pochi critici insomma dei quali ci si puo’ fidare, talvolta dissentire ma sempre su basi solide e ottimamente argomentate.
Eliminiamo subito ogni possibile dubbio, il libro non e’ un bignami del film, Chion non ha il minimo interesse a spiegarlo dando per acquisito che il lettore conosca per filo e per segno di cosa si sta parlando. Percio’ non e’ una guida, non impone alcuna analisi che non sia sintattica ed espressiva.
Lo scopo e’ sezionare gli strati concettuali, lirici, visuali e sonori cercando relazioni e collegamenti in ogni singola sezione e nelle intersezioni tra queste, andare quindi oltre le intenzioni letterarie di Kubrick che restano alla merce’ del giudizio di ognuno, sciogliendo semmai nodi, rispondere a interrogativi e nel contempo porne dei nuovi.
C’e’ sempre da imparare e in questo la grandezza incommensurabile di quest’opera e non bastano mille volte senza che ad ogni visione corrisponda una nuova scoperta.
Opera quella di Kubrick che si apprezza tra le tante, perche’ nulla e’ imposto e ognuno resta dove vuole nella struttura aperta del testo, anzi devo dire che proprio laddove Chion da’ la sua interpretazione, mi sono trovato piu’ in disaccordo ma e’ giusto che l’autore dica la sua. Avrei evitato il capitolo conclusivo scritto dopo la morte di Kubrick e il compimento di "Eyes wide shut" dove Chion crea collegamenti eccessivamente forzati ma ripeto chi non e’ d’accordo puo’ dissentire e restare della propria opinione.

Fantastici Quattro (2015) – Josh Trank

Fantastici Quattro 2015Liquidiamo subito la trama: fatti e antefatti dietro l’origine dei Fantastici Quattro, storia, sensazioni, emozioni e battaglia contro e’ il caso di dirlo, il destino o meglio Destino, Dottor Destino che come da tradizione, vuole distruggere il mondo. Non la faccio facile, e’ davvero tutto qui.
Da dove partire… Il reboot innanzitutto e’ uno dei concetti piu’ imbecilli che la frenesia moderna assieme all’ingordigia capitalistica hanno creato.
Passi se i protagonisti sono morti e sepolti o quasi, vedi Star Trek e anche li’ ce ne sarebbe da dire ma quando si resta ancora in eta’, non si capisce perche’ cambiare e mi riferisco al team di attori dei due episodi precedenti, piacciano o non piacciano.
Regia: ha senso dare in mano centinaia di milioni di dollari a pivellini? Qualcuno dice di si, cosi’ li si controlla meglio. Per me e’ una fesseria ma i soldi sono i loro ed evidentemente sbagliano.
Soggetto: ok, questa volta la produzione si e’ rivolta alla serie "Ultimate", la sezione Marvel che all’inizio dello scorso decennio volle svecchiare il brand. Lo ripeto, non si puo’ pensare oggi di proporre cio’ che fu fatto nel 1961, cioe’ quattro tizi che rubano un razzo e colpiti dai raggi cosmici si trasformano un super umani ma perdio, che cinque ragazzetti, ancora una volta c’infilano dentro Victor Von Doom, creino una macchina per una dimensione alternativa con strane energie che trasformano le persone, non mi sembra una cretinata meno grossa. Appunto si dira’, che colpa ha il film quando il nuovo corso e’ quello? Un conto e’ una serie a fumetti, qualcosa che si suppone duri nel tempo dando modo di sviluppare un nuovo universo, un altro e’ un film che si esaurisce in un paio d’ore. Perche’ chiamare una roba che nulla a che fare coi Fantastici Quattro che conosciamo da oltre mezzo secolo, quando potevano essere chesso’ "I gagliardi 8 diviso due", tanto al ragazzino che nulla sa, nulla frega e si evita ai piu’ consapevoli, degli impietosi confronti. Qui dei Fantastici Quattro non c’e’ nulla, a partire da Johnny Storm nero -ok nell’Ultimate qualcuno ha stabilito che i F4 fossero razzisti quindi serviva un’iniezione di negritudine – o la giovane eta’ che si spiega con la voglia di far soldi, non col buonsenso.
Nemmeno ho voglia di parlare di caratterizzazione e senso generale della storia, agghiacciante.
Trama: non succede niente e tanto tecno bla-bla, forse utile sulla distanza ma ripeto, noioso sul singolo film. Lasciamo perdere la volonta’ di essere diversi, se voglio una bistecca non cerco il gusto dell’insalatina fresca, facciamocene una ragione. Per romperci le palle abbiamo i film premiati dal David di Donatello, lasciamo stare i fumetti che sono roba seria.
Molti hanno criticato gli effetti speciali, questi invece non mi sono dispiaciuti. Per dire.
Morale: reboot per reboot, rimettere Reed scienziato, Ben pilota, Sue ragazzetta innamorata e il fratellino deficiente come tutti i post adolescenti. A questo punto facciamoci due risate col seguito

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Veteran – Ryoo Seung-wan

VeteranHwang Jung-min e’ un poliziotto da prima linea, testosterone come stile di vita, non prende troppo sul serio il suo lavoro malgrado il pericolo costante e la criminalita’ sempre piu’ violenta. Ha una moglie, un mutuo da pagare ma tanto coraggio, Insomma la classica testa calda che comunque un distretto della polizia vorrebbe avere tra i suoi.
Per lavoro viene in contatto con Yoo Ah-in, psicopatico rampollo di una ricca dinastia a capo di un’importante multinazionale coreana. Viziato, drogato, violento, in lotta coi fratelli per l’eredita’, il detective ancora non lo conosce ma sospetta qualcosa e quando un suo conoscente verra’ massacrato di botte davanti al figlio solo per aver domandato i soldi che gli spettavano, sara’ guerra. una guerra impari certo perche’ la famiglia di Yoo controlla informazione, giornali, finanche la polizia e il nostro dovra’ letteralmente battere il sistema per far trionfare la legalita’.
Film del 2015, successone in patria, tipo novanta milioni di dollari incassati su sei spesi e devo dire con buona ragione. Ryoo Seung-wan dirige un film d’azione che alterna commedia e dramma con buon equilibrio. Due ore ben ritmate, ben montate malgrado la poca fantasia dell’impianto generale. Si perche’ la pellicola e’ tratta pari pari dal cinema d’azione statunitense anni ’80, da "Beverly Hills cop" o uno Stallone qualunque, da "Arma letale" ai telefilm di "Miami Vice". Il poliziotto buono e’ un divertente maschio alfa molto coraggioso, il capitano un burbero ma onesto, la vittima un umile poveraccio che tiene famiglia, il cattivo un ricchissimo cocainomane senza scrupoli. L’inizio e’ sempre brillante, poi avviene il fattaccio, il buono si trova nei guai in apparenza senza rimedio, sino alla sconfitta finale del cattivo che fa una fine orrenda ma meritata. anche la fisionomia lombrosiana conferma il carattere dei persona, onesto e belloccio il buono, viscido e ipertiroideo la sua nemesi. Un classico talmente classico da ridefinire il classico, una sorpresa ritrovarlo con trent’anni di ritardo che in qualche modo lo rende originale.
Bravi anche gli interpreti, giusto feeling con la trama e fedeli all’idea di cio’ che incarnano e deve essere piaciuto anche al distributore italiano dal momento in cui e’ stato doppiato.
Mi ha fatto piacere vederlo e aspetto a colpo sicura un futuro e inevitabile seguito.

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Time Lapse – Bradley King

Time LapseTre amici, due di loro fidanzati, fanno da custodi in un piccolo residence.
Tutti baldi giovani, uno scommette alle corse dei cani, l’altro dipinge, la ragazza fa la cameriera e la mamma ad entrambi. Un bel giorno scoprono un inquilino morto, uno con una strana macchina fotografica che scatta foto 24 ore in avanti.
Scoprono anche che il tizio potrebbe averci lasciato le penne cercando di cambiare cio’ che accadra’, il che in qualche modo li obbliga ad obbedire a cio’ che loro stessi andranno a compiere. No, non finira’ benissimo perche’ non e’ saggio invertire la causa con l’effetto.
Pellicola non originalissima, possiamo trovare tracce anche in un vecchio "Ai confini della realta’" ma e’ un’ottima variazione su un tema non toppo abusato, quello della precognizione e dei paradossi conseguenti.
Cinema autoprodotto, percio’  piu’ indipendente di cosi’ si muore e come avviene in questi casi, serve testa e non gambe. Come ripeto spesso, si corre il rischio di beccare delle belle fregature ma quando funziona, funziona molto bene. Ora non e’ che stiamo qui col santino di King in mano ma e’ stato bravo, cosi’ come sono bravi i protagonisti, Danielle Panabaker soprattutto, giovani da film tv e telefilm con l’occasione di un ruolo principale.
Film intelligente, finale inaspettato e tutto sommato coerente, alcune forzature ma in certi momenti stupisce su risoluzioni originali e comunque tiene bene il ritmo senza stancare seppur senza eccessiva azione.
Cinema diverso dal solito, come ci piace, come dovrebbe essere piu’ spesso di come e’.

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Cavellini dixit – Piero Cavellini, William Nessuno, Antonio Saccoccio

Cavellini dixitGuglielmo Achille Cavellini nel 2014 avrebbe compiuto cento anni e gia’ a suo tempo previde anzi prefisso’ mostre e manifestazioni a lui dedicate, alte onorificenze e celebrazioni in tutto il mondo.
Megalomane? Si, decisamente e fu proprio la megalomania la sua cifra stilistica e grande innovazione nel mondo dell’arte. Cavellini, ignorato dalla critica, si spinse oltre l’autopromozione istituendo di fatto e per la prima volta, l’Autostoricizzazione. Qualcuno afferma che egli fu un anticipatore dell’edonismo internettiano che coinvolge chiunque abbia una benche’ minima velleita’ artistica. In parte e’ vero perche’ l’autopromozione e’ l’arma piu’ potente e spesso unica, in mano a chi vuole proporre un discorso artistico o letterario, il vero plus che i nuovi media hanno introdotto nel nuovo millennio.
Se in passato la visibilita’ poteva essere data solo dal Sistema, Sistema che ricordiamo, tutt’altro che imparziale ed obiettivo, chiuso attorno ai propri interessi e impermeabile a quanto non rientri nelle sue grazie, oggi esistono molte altre strade, sulla cui efficacia c’e’ da discutere ma certamente gli orizzonti sono allargati rispetto a qualche tempo fa.
Se pero’ l’autopromozione diviene un veicolo proprio ma egoistico, edonistico appunto per artisti che per forza di cose si sentono geni incompresi, Cavellini fece dell’Autostoricizzazione un gesto ribelle non finalizzato al riconoscimento personale, non soltanto per lo meno ma un vero e proprio proclama e sistema. Egli che a oltre il farsi arte, s’inventa un Sistema proprio, creo’ di fatto un nuovo metalinguaggio per esprimersi e nel contempo denunciare le storture di un mondo schiavo dei propri falsi protagonisti, non le opere bensi’ critici, galleristi e mezzi d’informazione. Tutto condito ovviamente con una bella dose d’ironia.
Forse le cose sono andate diversamente da cio’ che Cavellini sperava ma la sua opera e’ rimasta e nel volumetto riproposto dagli amici di Avanguardia 21, troviamo innanzitutto la prefazione di William Nessuno che introducendo la mail-art e la rivista "Circolo Pickwick", ci ricorda coma venne a conoscenza dell’artista negli anni ’80, riproponendo l’intervista pubblicata a suo tempo. Oltre a questa e a un nutrito numero di fotografie scattate per l’occasione. Inoltre l’intervento critico di Antonio Saccoccio attualizza l’opera dell’artista relazionandola al Futurismo da Cavellini piu’ volte citato, spirito mai negato ma non condiviso perche’ a suo dire poco pratico e troppo teorico ma che di fatto egli prosegui’ attraverso il tentativo di riscrittura delle regole nel mondo dell’arte.
Non mancano naturalmente foto che ritraggono Cavellini nelle opere e nelle manifestazioni lui dedicate, sezione del libro che in fondo meglio di tutto, rappresenta l’artista.
Molto interessante, divertente, stupefacente, un artista che merita questo libro e molto altro.

Pagina dell’editore

Carnera e i miei campioni – Emilio Del Bel Belluz

Carnera e i miei campioniLa lettura del libro non ha alcuna relazione con la recente scomparsa di Cassius Clay eppure in qualche modo, nascono paralleli e si sviluppano considerazioni. Vero e’ che siamo servi dell’impero, vero anche che dietro la scomparsa di un campione quale fu Clay, soffia comunque il vento dell’ideologia. Parliamo pure di epoche diverse e il tempo si sa, cancella storia e ricordi ma che si stia a piangere smodatamente per un atleta estero dimenticando chi fu una bandiera dell’Italia per decenni, mostra una piccolezza che da cittadino italiano lascia perplessi ma non sopresi.
Carnera, un nome che e’ leggenda, un simbolo, un’icona per tante generazioni, quasi un’intercalare per le mamme che facevano mangiare i bambini "perche’ diventi forte come Carnera" e ad essere come Carnera  equivaleva a dire Superman o altri eroi di fantasia.  Carnera pero’ non era fantasia, anzi era un fenomeno di nome e di fatto, un gigante che alla nascita pesava 8 Kg, da bambino pareva un adulto e da adulto un gigante. Clay disprezzava la societa’ perche’ non gli dava cio’ che pretendeva, Carnera innanzi la miseria, emigro’ all’estero appena sedicenne per lavorare ma il suo cuore resto’ a casa dalla sua famiglia, nella sua terra e di cio’ che non seppe dargli, se ne sobbarco’ il peso e dono’ se stesso senza pretendere. Lo fece da campione del mondo dei massimi e quando fu sconfitto, abbandonato anche dal fascismo che pure lo uso come simbolo di potenza italica, seppe reinventarsi come campione di lotta. Purtroppo mori’ troppo presto ma nei suoi ultimi giorni torno’ in Italia, nel suo paese che lo adorava. Ha lasciato un affetto smisurato nei suoi compaesani e nei milioni di affezionati, due figli stimati professionisti e ancora oggi un’aurea di leggenda, purtroppo non per tutti. E’ una storia a dir poco affascinante la sua che Del Bel Belluz racconta prima da appassionato poi da giornalista. Tanti brevi capitoli come fasci di luce su alcuni momenti ma importanti, storie di miseria e gloria, di cadute e rinascita e dopo Carnera una rapida carrellata a grandi atleti del passato anch’essi dimenticati, uccisi da un regime mediatico che eleva ad eroi solo chi desidera, gli stessi i cui nonni assassini quasi uccisero Carnera per il solo fatto di essere stato un italiano fiero ed orgoglioso, la fortuna di sopravvivere che altri suoi colleghi non ebbero, trucidati perche’ ammirati dal nemico. Leggere di Carnera e’ leggere la storia d’Italia ma quella buona, la migliore che nulla ha da spartire con le farse dei vincitori. Straordinario.

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