Signori, si cambia.

Con rammarico e molta tristezza, mi trovo costretto a sospendere le pubblicazioni sul blog, almeno nella forma usata sino ad oggi. 
Dopo quasi 800 film, 250 eventi, oltre 350 libri, per ragioni di tempo devo rinunciare ad andare oltre. Spero un domani di poter riprendere con questi ritmi ma intanto il blog resta, continuero’ a documentare cio’ che vedo e sento anche senza commenti, mantenendo almeno in parte la missione d’origine: un diario per me, un buon consiglio (spero) per chi mi segue.
Ho ancora parecchio materiale inedito che postero’ nelle prossime settimane e comunque non e’ un addio e neppure un arrivederci, piu’ piccolo ma resto sempre qua.
Grazie.

Max

Il Kitsch, antologia del cattivo gusto – Gillo Dorfles

Il Kitsch Antologia del cattivo gustoDorfles e’ sempre un piacere, un piacere che oltretutto dura nel tempo considerando i 107 anni da poco compiuti. Mi capita tra le mani la prima edizione di questo testo che potrei azzardare a definire fondamentale, un bel librone, pagine spesse e lucide, rilegatura indistruttibile, insomma la bella editoria di una volta. Era il 1968, anno cruciale nella tentata definizione o ridefinizione della societa’, dove tutto fu messo in discussione, analizzato e riprogettato. Dorfles non si tiro’ indietro cercando di mettere ordine al principio anzitutto, dall’etimologia all’applicazione pratica di un concetto tutt’altro che semplice.  Si perche’ il kitsch e’ un’idea scivolosa, non immutabile, mobile in quanto relazionata al periodo nel quale si contestualizza qualcosa e cio’ che oggi appare kitsch, ieri poteva non esserlo. Quindi cosa nasce kitsch restando tale per sempre? I nani da giardino ad esempio, simpatici oggetti da sempre testimoni di abbacinante pochezza. Il kitsch e’ qualcosa che puo’ essere involontario ma il piu’ delle volte si puo’ coscientemente creare a tavolino lasciando a chi vede e possiede, la qualita’ e l’appartenenza.
il kitsch e’ la vittoria dell’effetto sulla funzione, e’ il gigantismo o la miniaturizzazione ovvero il fuori scala rispetto l’originale. E’ la decontestualizzazione indiscriminata, e’ la riproduzione di massa di qualcosa nato unico e per un’elite. C’e’ poi a complicare le cose la variante del camp come proposta anti-kitsch, in realta’ e’ kitsch al giro di boa, un parente ricco di una famiglia che resta di pezzenti. Il vero camp, davvero raro a dire il vero, si confonde facilmente, percio’ dietro di esso si nascondono in molti, pure troppi.Che il libro sia ancora attuale e’ segno che l’autore non ha previsto tutto. Forse oggi e’ diverso, meno appariscente, dipendera’ dall’immaterialita’ col quale si compone ma resta attualissimo. Un cellulare da 1000 euro in mano a chi scrive monosillabi e’ kitsch, firmare le petizioni online e’ kitsch (e stupido), anche i test da social network qualificano le persone come uno volta facevano le gondoline di plastica in salotto. Ikea e’ kitch (spesso, non sempre), i "collezionali tutti" da edicola e sulla stessa scia gli orologetti di plastica venduti e peso d’oro. Cosi’ lo e’ il suv per chi ci va a prendere i figli a scuola oltra la farlo vedere alle amiche e kitsch sono gran parte dei libri di Eco che s’impolverano nelle librerie e nessuno legge.
Ad ogni modo Dorfles si fa aiutare in questo da altri saggisti e scrittori per una lunga disamina che appassiona e atterrisce allo stesso tempo. Divertente, istruttivo e attualismo, senza alcun dubbio…

Architettura e urbanistica nelle terre d’Oltremare, Samizdat – Ex-Gil Forli, 13-05-2017

Ex GilQuando ho una meta precisa, controllo sempre se vi sono altri eventi alternativi da tenere in considerazione. E’ cosi’ che a Forli’ scopro l’esistenza del Palazzo ex-Gil che ospita la mostra "Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa. Urss  1917-1990" organizzata da Memorial Mosca e dalla Biblioteca Statale di Storia della Federazione Russa, un’iniziativa quindi che nasce dalla volonta’ del popolo russo di restituire dignita’ alle vittime dell’orrore comunista che per quasi un secolo ha martirizzato tra gli altri,  intellettuali e artisti. In quegli anni e in quei luoghi, il dissenso creo’ il samizdat, scritti, proclami, messaggi ritenuti illegali  e pericolosi dal regime perche’ testimonianza drammatica e tangibile di quanto avveniva. Sia dentro che fuori l’URSS, questi scritti erano fonte di speranza e nel contempo di accusa contro la barbarie bolscevica e soprattutto oggi terribile esempio di cosa avviene quando il potere politico uccide la ragione. Sempre restando in ambito "soprese" scopro che al Palazzo ex-Gil, la mostra principale e’ in realta’ "Architettura e urbanistica nelle terre d’Oltremare", la narrazione sotto il profilo urbanistico e tecnico, dell’avventura coloniale italiana in terra greca ed africana. Tralasciando gli aspetti storici e politici, l’esposizione si concentra sulle infrastrutture attraverso piante, schemi, bozzetti, planimetrie, foto e testimonianze dell’epoca. Davvero interessante, considerando poi che parecchie di queste costruzioni sono ancora attive e in certi luoghi le infrastrutture sono ancora il meglio che la civilta’ abbia portato.
A margine altre due mostre, la prima sulla citta di città mineraria di Arsia-Raṧa edificata dal fascismo in Croazia attorno alle miniere, un esempio di come si potesse costruire per le persone un futuro per quanto difficile e restando in URSS l’esposizione "Why Revolution? 1917: Parole e Immagini" su parole, immagini e simboli che il regime sovietico utilizzo’ per proclamare la propria sovranita’ ed esaltare le proprie gesta, iconografia che s’e’ fatta arte. Tante cose da vedere quindi e c’e’ tempo sino alla meta’ di Giugno. Mi dicono che questi spazi sono utilizzati di rado e non troppo sistematicamente. Spero che la tendenza cambi e si continui con piu’ forza verso questa direzione.

Scheda degli eventi

Art Deco, Gli anni ruggenti in Italia – Forli, 13-05-2017

Art Deco, ForliChe Forli’ sia un esempio da imitare per il sistema museale italiano non lo dico io, lo dicono i numeri. Ampio spazio ben gestito, ben curato, ben organizzato, mostre non necessariamente popolari ma che si possono leggere in diversi modi attirando quindi una vasta platea. Un occhio di riguardo tra la fine e gli inizi del XX secolo e con questa scelta far arrivare pubblico da ogni parte d’Italia, Da quelle parti sanno seguire il buon vento, percio’ non ci sorprendiamo di vedere l’Art Deco italiano onorato di tanta attenzione. La chiave di lettura ce la forniscono i curatori stessi: l’Art Deco non fu un genere ma un gusto, uno stile che trasversalmente ha attraversato vita, moda, arte e arredamento, in pratica una tendenza che dal vecchio al nuovo continente, non ha risparmiato alcun aspetto della societa’, segnando indelebilmente nel ricordo di tutti, un’epoca. Soffermarsi sul Deco in senso assoluto e’ impresa ardua, limitarsi all’Italia si puo’ ed e’ cio’ che si sono proposti a Forli. Proprio per la vastita’ della sua portata, il Deco lo vediamo organizzato per punto di attrazione, dalla sua incarnazione post-Liberty passando per le influenze orientaleggianti provenienti in gran parte dall’estero, neo classico lo stile italiano influenzato senza alcun dubbio dal percorso stilistico voluto dal fascismo. Tra tutti gli italiani svetta Gio Ponti e le sue ceramiche ma ancor di piu’ il Deco si sublima nella figura di D’Annunzio col Vittoriale saccheggiato per la mostra ma sappiamo che per quanto si tolga, e’ una goccia nel mare dell’oceano di raccolta bulimica del Vate. Troviamo molti artisti provenienti dal futurismo come Depero e altrettanti che daranno un’impronta fondamentale all’estetica fascista come Thayath. Insomma, un decennio fondante e vastissimo. Nulla e’ dimenticato, design, arredo, architettura, sculture, dipinti, finanche abbigliamento ma a Forli’ ci hanno abituati a tanta minuziosa cura. A tratti dispersiva, il Liberty a Reggio Emilia riusci’ a focalizzare qualcosa di altrettanto vasto con piu’ precisione ma poco toglie alla qualita’ del lavoro ultimato. Ancora una volta segnalo l’impossibilita’ di scattare foto ma a Forli’ proprio da questo orecchio non ascoltano e fanno male. Ancora un mese per visitarla.

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Ginevra Grigolo e lo Studio G7 – MAMbo, 20-05-2017

Ginevra GrigoloE’ da un po’ che cerco d’inquadrare storicamente Bologna nell’arte, capire come, quando e quanto abbia influenzato e il panorama artistico nazionale ed internazionale. L’idea che mi sono fatto e che ho gia’ espresso, e’ che forse Bologna ha rappresentato di piu’ nelle esposizioni che negli artisti in senso stretto e per quanto non si sia fatta la storia come altre realta’ quali Roma, Torino e Milano, in parecchi casi ha proposto delle eccellenze.
Una di queste eccellenze fu ed e’ ancora oggi lo Studio G7, storica galleria felsinea che il MAMbo celebra con una temporanea ad essa dedicata. Parlare di Studio G7 significa celebrare Ginevra Grigolo colei che sta dietro le scelte curatoriali nonche’ proprietaria della galleria.
Quindi parlare di Studio G7 significa raccontare l’arte contemporanea italiana e nn dell’ultimo mezzo secolo.
150 opere vecchie e nuove, immagini d’epoca e un vasto campionario di artisti che non hanno bisogno di presentazioni, Warhol, Rauschenberg, Lichtenstein giusto per fare qualche nome ad altre scoperte o proposte della galleria stessa come chesso’ Manuela Sedmach o Walter Cascio. Parlando di proposte, e’ molto interessante vedere il video che Marina Abramovic ha voluto dedicare alla Grigolo in cui ricorda una delle sue prime performance di resistenza che assieme a Ulay la vide immobile su una sedia per 17 ore proprio nella galleria, un’intuizione e una disponbilita’ che trovo’ tra i primi la Grigolo come madrina.
Un giusto omaggio quindi, un libro di storia dell’arte che nel contempo racconta della citta’, vedere artisti noti e altri meno, una mostra di mostre come se ne facevo tanti anni addietro. un bel ripasso che dura ancora per qualche giorno. Chi puo’ vada.

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EUR, si gira – Laura Delli Colli

EUR si giraL’EUR e’ il quartiere piu’ bello al mondo, lo dico senza mezze misure. Si lo so, il degrado del bieco buonismo sta rodendo come un cancro anche li’ ma e’ chiaro che mi riferisco al nucleo dll’E42, la nuova Roma voluta dal fascismo per esaltare il proprio ruolo nella storia, poggiare su piu’ salde fondamenta i propri principi. Non solo. Si voleva espandere il tessuto urbano verso il mare e dimostrare al mondo l’italico genio in occasione dell’Esposizione Universale di Roma che avrebbe dovuto vedere la luce proprio nel 1942 ma che non fu mai inaugurata causa conflitto mondiale. Ad ogni modo le origini di questo quartiere sono importanti ma si possono anche ignorare, resta comunque un luogo unico e magico. Cio’ che lo rende inimitabile e’ l’assenza di un riferimento temporale o meglio e’ la reinvenzione del tempo, l’ucronia fatta marmo e acciaio. Chiunque sia stato li’ puo’ testimoniare come ogni posizione, ogni angolo, ogni singolo sguardo attorno a se’, si trasforma in uno scatto fotografico meraviglioso. Ecco perche’ il cinema da che esiste l’E42, non ha mai smesso di frequentare quelle strade, quei palazzi e le pellicole non si contano cosi’ come non si contano pubblicita’, set fotografici e ovunque serva la magia di luoghi unici e stupefacenti. Il libro lo racconta attraverso la cronaca dei suoi curatori e le tante foto di film celebri e dei protagonisti ancora piu’ celebri. I testi introducono storia e successi, poco strutturata la Delli Colli, apprezzabilissimo l’orgoglioso Franco Mariotti ma cio’ che piu’ conta e’ la filmografia che in appendice e’ dettagliata con tanto di riferimenti al palazzo o alla via del quartiere. Appunto negativo e’ la rilegatura a brossura a colla che vanifica la qualita’ della stampa e la cura della copertina.
Ultima nota: il libro termina con la "nuvola" di Fuksas ed e’ tragico pensare che negli anni in cui il fascismo prima e la ricostruzione poi ha edificato una citta, questo soggetto insieme ai compagni di merende Rutelli e Veltroni, sono riusciti a non finire un singolo palazzo, al doppio del costo stimato e sbagliando pure la posizione.
Ognuno poi pensi cio’ che vuole…

Guerre Stellari – Play – Magazzini del Cotone, Genova 07-05-2017

Guerre Stellari PlayLucas con "Star Wars" cambio’ molte cose e tra le tante introdusse il giocattolo o il gadget come oggetto di culto non solo facente parte di una moda collettiva ma avviando la spirale perversa del collezionismo. Il meccanismo e’ semplice e nel contempo travolgente come una valanga. Dietro il facile "collezionali tutti" la tragedia di milioni di assatanati che non sanno o non possono resistere ad un cosi’ suadente richiamo. Per mia fortuna non ho mai avuto le disponibilita’ necessarie a farne una mania  al contrario invece di quanto ha potuto Fabrizio Modina che solo di "Star Wars" ha raccolto qualcosa come 1200 pezzi esposti qui in mostra.
Inutile dire che per chi c’era dal principio e in piccola parte ha partecipato agli acquisti compulsivi, la mostra ha la doppia valenza di curiosita’ e nostalgia.
C’e’ davvero molto, non so se tutto ma di certo la quantita’ di oggetti e’ imponente. Non mancano le figure ad altezza naturale con le quali sbizzarrirsi in autoscatti molesti, poster storici e memorabilia varia. Mancano totalmente video o qualunque riferimento ufficiale dalla Disney, lo stesso catalogo non contiene altro che foto dei giocattoli, evidentemente il costo dell’uffcialita’ era troppo alto. Audioguida inclusa praticamente inutile non essendo altro che una pedissequa ripetizione di quanto si legge sui pannelli. Che dire, un appassionato trovera’ di che sgranare gli occhi, per tutti gli altri restera’ un’abnorme raccolta di pupazzetti. Biglietto caruccio ma gli organizzatori sanno a chi si rivolgono e fanno bene ad approfittarsene. In mostra sino a 16 Luglio.

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Henri Cartier-Bresson – Palazzo Ducale , Genova 06-05-2017

Pound, Cartier-BressonHo uno strano rapporto con Cartier-Bresson. provo un’ingiustificata antipatia che davvero non so da dove provenga. In un ipotetico elenco di preferenze tra gli artisti della fotografia, non farebbe parte della cinquina di testa eppure non posso fare a meno di ammirane la straordinaria tecnica, unita ad un senso estetico formidabile e alla capacita’ di cogliere l’istante come pochi dopo di lui.
Percio’ visitare la mostra allestita al Palazzo Ducale di Genova non e’ una scelta ma una conseguenza. Retrospettiva che comprende 140 scatti organizzati per cosi’ dire "a zona", una divisione cioe geografica tra Francia ed Europa, Americhe, India e Asia. In qualche modo la divisione continentale e’ divisione anche tematica e politica soprattutto, col racconto del dopoguerra nel vecchio continente, l’India della morte di Gandhi, la Cina ad un passo dalla trasformazione maoista .
Si parla di Magnum ovviamente e della rivoluzione creata nel mondo dell’informazione. Non c’e’ molto da aggiungere, la scelta delle foto e’ notevole, soprattutto nella prima parte per cio’ che riguarda gli esordi surrealisti e l’Europa prima e dopo il secondo conflitto mondiale.
in Cartier-Bresson c’e’ sempre del movimento, sicuramente e’ il piu’ cinematografico dei fotografi della sua generazione. Una nuvola di fumo, una mano sospesa, uno sguardo deviato se non dove lo spostamento e’ cercato, provocato. Percio’ anche i suoi ritratti raccontano un tempo oltre che una persona e il soggetto torna vivo, dinamico.
Insomma, dico l’ovvio ma e’ una mostra da vedere, andando anche oltre i propri pregiudizi.

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Modigliani – Palazzo Ducale , Genova 06-05-2017

Modigliani GenovaSiamo andati a Genova per la mostra di Alberto Sipione a Entr’acte ma come rinunciare al resto delle attrazioni in programma in citta’? 
A Palazzo Ducale ad esempio c’e’ un’importante retrospettiva dedicata a Modigliani.
Amedeo Modigliani, nato a Livorno nel 1884, scomparso prematuramente nel 1920 a solo 36 anni, ha saputo in poco tempo conquistarsi i favori delle tante personalita’ che in quegli anni dominavano la vita culturale e non solo parigina. La critica non fu altrettanto benevola ma non e’ neppure questa una novita’. Dal tratto riconoscibilissimo, volti allungati, l’iconico collo dei ritratti, pupille vuote eppure cariche di grande espressivita’. I suoi nudi che assieme ai volti raccontano di una vita vissuta intensamente con l’amore, gli amici, il bere e i vizi come ragione e origine di ispirazione ed energia vitale. La sua fu una storia drammatica e singolare ma cio’ non gli impedi’ d’imprimere la sua impronta nella storia. 
Pur restando a stretto contatto con le avanguardie cubiste, non si attenne mai a quegli stilemi. Nato scultore, dovette adattarsi al disegno perche’ le polveri minavano ancor di piu’ la sua salute cagionevole ma trasporto’ sulla tela quella plasticita’ che unita al gusto classico ellenico assieme all’imperante  arte africana, ne fece uno stile assolutamente unico ed inimitato. La mostra percorre quegli anni con una ricostruzione storica essenziale ma accurata anche attraverso l’arredo e molte fotografie. Trenta dipinti circa, molti i bozzetti, le lettere e spazio per Moise Kisling artista polacco anche lui a Parigi, amico fraterno e padre adottivo della figlia rimasta orfana di padre e di madre dopo il suicidio. Intreccio di arte e vita, questa e’ la strada scelta. Molto buono l’allestimento e la guida. Grande cura nei testi che non aggiungono nulla di piu’ a cio’ che si ascolta. Ottima l’illuminazione con la grande pecca, insisto su questo, d’impedire ogni fotografia. Non stravedo per l’artista toscano ma la mostra mi ha convinto, se siete a Genova e’ da vedere, ce’ tempo sino al 16 Luglio.

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Modena e i suoi fotografi dal dopoguerra agli anni Novanta (catalogo) – Stefano Bulgarelli, Chiara Dall’Olio

Modena e suoi fotografi dal dopoguerra agli anni novanta (catalogo)La recente antologica sugli ultimi 10 anni della Fondazione Fotografia di Modena, mi ha dato non soltanto l’occasione di rivedere opere a me molto care ma di recuperare il catalogo su una mostra che ho molto apprezzato: "Modena e suoi fotografi". Tolto l’aspetto prettamente artistico dell’esposizione, la ricordo ancora con interesse perche’ per la prima volta riuscii a ordinare la conoscenza disordinata di artisti che amavo molto, uniti in un solo contesto, quella scuola modenese che seppe distinguersi nel mondo della fotografia. Come tutti i cataloghi, nasce per accompagnare l’esposizione, carattere collettivo che non puo’ rappresentare al meglio un singolo artista ma offrire semmai un breve passaggio del suo lavoro. Nel caso di una mostra collettiva poi piuttosto consistente, resta poco per spiegare il lavoro di chi e’ impegnato in un discorso che spesso dura decenni, pero’ a contestualizzare questo si, capire il movimento di un’epoca o sottolineare  che un insieme di artisti vicini anche geograficamente, spesso s’inseguono e si perfezionano a vicenda facendo di tanti percorsi un unico luogo da esplorare. Percio’ nelle loro diversita’ fotografi come Ghirri, Fontana, Vaccari, Leonardi, Zagaglia appartengono ad un solo contesto, respirano la stessa aria che restituiscono filtrata col tocco della propria arte. Rileggendolo il catalogo, non solo ritrovo alcune tra le immagini che ho amato di piu’ ma soprattutto una volta raccolte, le foto diventano un racconto unitario nel quale il collettivo e’ un nuovo soggetto a se’ da vedere e ammirare. Fuori dalla mostra quindi, il catalogo rappresenta una buona occasione per chiunque desideri capire di cosa si dica parlando di scuola modenese della fotografia.

http://www.fondazionefotografia.org/mostra/modena-e-i-suoi-fotografi-2/

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