Claudio Simonetti’s Goblin – Teatro Nuovo, Ferrara 2-12-2016

Simonetti's Goblin FerraraEcco, questa e’ una di quelle volte in cui la fatalita’ gioca un ruolo fondamentale. Concerto imprevisto, nemmeno ne ero a conoscenza poi una serie di concomitanze mi hanno condotto a Ferrara per questo singolare evento. In realta’ di singolare non v’e’ nulla se non nella strana idea di ascoltare dal vivo quelle musiche cosi’ legate al cinema, anzi essere testimone di quei casi in cui e’ impossibile separare i film dalla loro colonna sonora.
L’impatto delle musiche dei Goblin nel cinema di Dario Argento, ergo di un’intera stagione ‘horror che ha cambiato radicalmente non soltanto il panorama italiano di genere ma quello internazionale.
Come lo stesso Simonetti ci ricorda, la colonna sonora di "Profondo rosso", il caso piu’ eclatante anche se non l’unico, resto’ in classifica per un numero enorme di settimane disintegrando ogni record e anche per lui il successo non rimase confinato a casa nostra. Cos’e’ quindi la sua, un’operazione nostalgica?
Un poco si e si va al concerto piu’ per curiosita’ che per una reale scoperta musicale per quanto e’ da dire, il live offre nuovi spunti d’ascolto. Il protagonista e’ lui, Simonetti s’intende ma e’ coi Goblin che fa la differenza, o meglio con una delle tante emanazioni che esistono attualmente della band. Bruno Previtali alla chitarra e basso e Titta Tani alla batteria, accompagnano Simonetti e nel contempo infondono un nuovo carattere e linfa a composizioni comunque decontestualizzate, percio’ da riorganizzare per uno show dal vivo. Entrambi ottimi musicisti, in tanti momenti divengono i protagonisti ed artefici di un groove piu’ consono ai tempi ma che non snatura il senso dei brani. Ad accompagnare vi sono filmati tratti dai film evocati da Simonetti, un bel modo per perdersi e ricordare, ripassare anche perche’ per quanto celebri, a volte i decenni si accumulano e ricostruire il legame suono e sequenza, fa piacere. Insomma, una bella serata, senza grandi pretese ma portata avanti da grandi professionisti e gia’ questo basta.
Un ultimo appunto: e’ stata infelice la scelta degli organizzatori di far iniziare il concerto praticamente alle 23 per concludersi quasi all’una. Cio’ ha dato modo di ascoltare i GC Project e gli interessanti Echotime, gruppi prog / power rock in linea con l’evento il che e’ stato anche piacevole ma ha costretto molti ad abbandonare la sala prima della fine. Sono cose a cui pensare.

L’angelo Esmeralda – Don DeLillo

L'angelo EsmeraldaDeLillo e’ una tale certezza nella mia vita che posso permettermi di leggerlo disordinatamente, confusamente, compulsivamente o lasciar passare anni e recuperare d’un colpo diversi volumi. Che poi vi siano testi che mi piacciono poco o nulla o peggio mi lasciano indifferente, fa parte di cio’ che rende speciale il mio rapporto con lui, un rapporto vivo, dinamico, imprevedibile come mai mi e’ capitato prima con altri autori.
DeLillo ormai lo riconosco a naso, mi pare a volte di fiutarlo, sentirlo dietro ogni singola parola e lo capisco come qualcosa o qualcuno intimamente familiare. "L’angelo Esmeralda" introduce una nuova variabile, l’insieme di racconti che in qualche modo dovrebbe essere una novita’ per i suoi lettori eppure non lo e’ dato che spesso, attraverso l’incrocio di storie di tanti personaggi, finisce che molti suoi libri siano in realta’ tanti racconti che girano in uno spazio comune. Nove storie per nulla legate tra loro, tra bambine morte ammazzate, astronauti dimenticati, manager incarcerati e ragazzini saccenti eppure li si sente uniti in un grande affresco che abbraccia non soltanto la loro vita ma quelle dell’intero pianeta come se tempo e spazio in fondo si potessero ridurre alle dimensioni di un quartiere cittadino dove la vita di uno e’ legata a quella degli altri. DeLillo non cerca morale e neppure l’effetto, egli estrae un frammento di realta’ dal continuum e lo racconta, senza un inizio, senza una fine, rimanendo fuori, distaccato, inerte al racconto, convogliando con questo ogni emotivita’ a chi legge, restando talmente fuori da ogni forma di transfert da indurre proprio per questo ad una sorta di amplificazione del messaggio. Pensando al cinema di Bresson, DeLillo compie la medesima operazione ma in letteratura. Credo possa essere un libro da consigliare a chi volesse affrontare l’autore, non perche’ sia il migliore, quanto perche’ Delillo e’ un autore che lo si apprezza conoscendolo e i piccoli passi dei racconti a tal scopo aiutano.

Chris Ware. Il palazzo della memoria – Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Bologna 26-11-2016

Chris Ware. Il palazzo della memoriaAmo i comics da che sono nato, percio’ eventi quali Bilbolbul, il festival del fumetto che annualmente si tiene a Bologna mi fa sempre piacere. Certo, non e’ il mio fumetto e in tutta l’operazione  pesa l’aria viziata di un certo settarismo che pervade l’intera operazione, pero’ prendiamo quello che c’e’ e soprattutto quello che ci piace. Alla Fondazione del Monte di Bologna troviamo l’evento piu’ importante della manifestazione. Dal 26 Novembre al 7 Gennaio 2017 va in scena Chris Ware, sottotitolo "Il palazzo della memoria".
Prima volta in Italia con una monografica, troviamo in lui un grande cartoonista vincitore di un numero abnorme di premi e figlio di altrettanti padri, anzi in lui riconosciamo un percorso lungo tutto il XX Secolo, anche prima se iniziamo dal liberty di  Winsor McCay al graphic design piu’ estremo, al punto da confondere la sua matita per un prodotto CAD.
Tratto pulitissimo asettico, in contrasto con storie molto intime, drammatiche, un’emotivita’ soppressa, ingabbiata nelle griglie perfette di un disegno da osservare tavola per tavola, dettaglio su dettaglio. Ware e’ noto non solo per il fumetto ma per i tanti lavori come grafico. Facilmente lo si ricordera’ per le copertine del "magazine, il New Yorker" ad esempio e malgrado il vuoto del suo contenuto, lo stesso dei suoi lettori del resto, ben identifica in Ware grandi messaggi quando il messaggio e’ nel presentarsi cosi’ come si e’ e si vede.
Le tavole esposte sono quelle originali dalle serie piu’ celebri, "Building Stories", "Jimmy Corrigan", "Quimby the mouse" e molte altre. Vi sono anche gli albi da leggere e consultare e un piccolo video. Personaggio interessante, molto americano, uno stile mentale che troviamo nelle storie spesso autobiografiche e che segnano un muro con la cultura, la nostra, non certo invalicabile ma che richiede un certo sforzo per essere superato.

Pagina ufficiale

L’impressionismo di Zandomeneghi, Palazzo Zabarella (Padova 5-11-2016)

Zandomeneghi, PadovaChe l’arte si trasformi in pretesto per vedere posti nuovi e’ cio’ che si augurano tutti gli amministratori delle citta’, per me invece e’ la scusa per tornare a Padova, meta di infinite gite di troppi anni fa. Capoluogo con le sue bellezze a parte, e’ facile dal centro arrivare a Palazzo Zabarella che ospita la mostra dedicata a Zandomeneghi, l’artista veneziano che assieme a Boldini e De Nittis, fece parte dei cosiddetti "italiani a Parigi". Nato nel 1842, transito’ per la Firenze dei macchiaioli, giunto a Parigi passo’ rapidamente da un placido naturalismo al rutilante mondo cittadino fatto di caffe’, locali con donnine piacenti, teatri e tutta la bella vita di quella che al tempo era la capitale del piacere e delle avanguardie. Fu impressionista ma non troppo o forse meglio dire lo fu a modo suo, forse mantenendo un rapporto migliore con quegli artisti di quanto andasse ad imitarli. Se nei primi anni parigini lo stile fu sovrapponibile a quello dei suoi amici e sodali, ben presto se ne affranco’ senza distanziarsi mai troppo, mantenendo contatto col proprio stile sui soggetti come sulla tecnica o meglio i diversi stili che negli anni ha alternato. In effetti ci voleva una mostra a lui interamente dedicata per accorgersi di come la sua pittura non viaggi per periodi ma per perfezionamenti paralleli, spesso divisionista con pennellate piu’ o meno ampie per risultati anche piuttosto diversi in opere cronologicamente contigue. Formidabile pure col pastello, preferisco pero’ gli olii ma si va a gusti.
Ampia liberta’ nei soggetti con predilezione per le figure femminili immerse nel quotidiano. Meno legato ai ritratti come invece fu Boldini, ugualmente ve ne sono di favolosi. Spericolato talvolta nelle prospettive, con una personalita’ solidissima Zandomeneghi e’ raccontato attraverso un centinaio di opere di altissimo valore. Organizzata tematicamente, la mostra racconta comunque un  percorso cronologico e un continuo confronto tra dipinti di periodi anche diversi per sottolineare diverse interpretazioni sul medesimo soggetto. Ottimo il lavoro dei curatori, clima perfetto nelle sale, illuminazione di massima buona, giusto qualche riflesso ogni tanto.
Purtroppo non e’ concessa alcuna foto e come sempre lo sottolineo con molto rammarico. C’e’ tempo sino a Gennaio, citta’ e mostra valgono bene una gita.

Pagina ufficiale

Ignoto 1, Surgical Beat Bros – Bunker, S. Matteo Decima (Bo), 25-11-2016

Circolo bunker 25-11-2016Iniziamo dal contesto anche se in realta’ non e’ del Bunker di San Matteo Decima che voglio parlare ma di tutti i piccoli e piccolissimi locali, una situazione purtroppo ridotta al lumicino ma che ancora resiste. Si tratta spesso di strutture tenute in piedi da volontari che senza scopo di lucro dedicano tempo e talvolta risorse economiche per creare uno spazio aperto a nuove proposte, quelle che solitamente il mainstream rifiuta o non conosce proprio. Cio’ che mi sorprende non e’ tanto il disinteresse del "sistema", quanto delle persone comuni, anche dei piu’ giovani, che non riescono ad evadere dalla televisione e dagli eventi milionari. Vige la totale indifferenza verso cio’ che puo’ essere alternativo e sfiida il millesimo episodio del telefilm bellissimo che incatena ogni singola ora disponibile a un placido controllo mediatico. Lungi da me fare il no-global che per inciso mi stanno pure sulle palle pero’ e’ un fatto che manchi la voglia e lo spirito di andare oltre le pappette pronte che il quotidiano offre.
Percio’ io dico che locali come il Bunker vanno tenuti stretti e osservati da vicino, bisogna volergli bene e approfittarne fintanto che (r)esiste la libera scelta.
E’ al Bunker che si e’ svolta la serata con due eventi molto diversi ma uniti nel proporre qualcosa di diverso nel panorama musicale odierno. Ignoto 1 ad esempio e non so se siamo di fonte ad un’anteprima ma credo di andarci vicino. Dietro il progetto troviamo Mattia Brini gia’ Trabant Mobil, Dobermann Trio e molti altri, che ci propone un lavoro particolare e per molti versi unico. E’ difficile inquadrare cio’ che puo’ essere definito un breakbeat o meglio un breakcore performativo. Oltre all’uso smodato di campionamenti strutturalmente organizzati ed effettati in realtime, il buon Brini costruisce sopra uno show molto fisico, una performance in piena regola, una specie di videoclip con Chris Cunningham alla regia ma in presa diretta, tra montaggio nevrotico e sana anarchia garage punk. V’e’ pure un discorso che non trascende dall’attualita’ ma credo faccia parte di un progetto piu’ ampio qua solo abbozzato.
Piu’ noti i Surgical Beat Bros che in questi mesi hanno trovato spazio anche su magazine importanti quali Rumore e Rockerilla. In tour col loro ultimo lavoro "Black", mettono in scena cio’ che loro stessi definiscono "pop chirurgico", un’esplosione ritmica nella quale esprimono l’energia del rock in tutte le declinazioni degli ultimi 40 anni, mescolato al funk e al drum’n’bass piu’ nervoso. Il duo si divide tra batteria ed elettronica, s’inseguono e  si sfidano, si lanciano in acrobatiche texture ritmiche strutturate su complicati labirinti matematici. Il loro non e’ un progetto unico, poco tempo fa s’e’ visto qualcosa di simile anche al Node 2016 con Becker & Keszler certo e’ che lo fanno bene, anzi dal vivo esprimono un’energia irriproducibile in studio, percio’ l’invito e’ di andare a vederli oltreche’ ascoltarli su CD.
Li’ fuori ci sono posti bellissimi e gente bravissima, basta solo uscire di casa. Almeno ogni tanto.

Circolo Bunker su Facebook
Mattia Brini su Soundcloud
Surgical Beat Bros su Facebook

Il resto e’ rumore – Alex Ross

Il resto e' rumoreDa un po’ di tempo m’imbatto nel nome di Ross e data la costante ricerca di buoni testi inerenti musica e musicisti, le quasi 900 pagine del tomo mi parevano un buon punto di partenza. Confesso di essermi fatto l’idea, non so come, che il libro affrontasse il tema da un punto di vista storico, antropologico e culturale, il che e’ vero seppur in gran parte si concentri sulla storia della musica lasciando che le motivazioni per le quali sono avvenute certe cose e non altre, restano conseguenza indiretta della narrazione.
Questo e’ infatti, un viaggio nel tempo e nello spazio con protagonisti i musicisti, le loro opere, concentrandosi in gran parte sul background culturale e politico che spesso hanno condizionato scelte e stili. Certo, il XX secolo non inizia il primo Gennaio, percio’ la generazione di compositori ottocenteschi  che hanno attraversato il ‘900 aprono le danze e a loro si deve quanto e’ seguito.
Di massima e’ un testo che si legge molto bene. Come un romanzo con tanti protagonisti, si seguono le vicende dei singoli incrociando storie e destini, ci si muove tra le nazioni e i regimi politici. Ross e’ preparato e ha una buona mano. Chiaro che la maggiore leggibilita’ va a scapito della precisione storica e anche laddove si dedica ampio spazio come a Shostakovich, Schoenberg , Stravinskij o Strauss, di rado si scende nella psicologia profonda dell’uomo, restando in superficie e senza quella completezza che a volte aggiunge elementi importanti da considerare. Per altri c’e’ un’approssimazione eccessiva, troppo spazio per qualcuno (Britten), troppo poco per altri (Stockhausen), assenza totale per troppi (Maderna e quasi tutti gli italiani). Di massima equilibrato ma non ci stupisce che ritenga piu’ grave l’esilio per mano nazista che una morte atroce nei gulag sovietici, cosi’ come da omosessuale quale e’ perche’ non manca di farcelo sapere ovviamente, puntualizzi appena puo’ i gusti sessuali dei musicisti, cosa che ben di rado ha una benché minima importanza, sfiorando il gossip nel caso di Britten.
Certo, non consiglierei il libro per un’attenta analisi filologica ma e’ un ottimo compromesso middlebrow, per questa fascia puo’ anche dirsi un’eccellenza.

Dayanita Singh – MAST, 31-10-2016

Dayanita Singh - MASTCon impressionante regolarita’ il MAST persegue e prosegue la missione di divulgare i grandi artisti della fotografia industriale. Ottimo per noi fedeli visitatori.
Cio’ che piu’ colpisce e’ la capacita’ dei curatori di viaggiare nel tempo e nello spazio dell’arte fotografica, scegliendo nomi atipici o poco conosciuti per i non addetti ai lavori, fatto che si evidenzia ancora di piu’ con Dayanita Singh, nella sua prima esposizione nazionale.
Indiana classe 1961, la Singh si distingue proprio nella capacita’ di annullare tempo e spazio. Complice il perenne bianco e nero, tranne che nella serie Blue Book dove comunque il colere e’ viraggio emozionale ma intenzionalmente i suoi ritratti siano essi uomini o macchine, non riportano indicazioni cronologiche, lasciandoci in balia delle didascalie per comprendere che stiamo vedendo foto di qualche anno, non decenni addietro. L’effetto e’ voluto e l’India profonda aiuta, cosi’ come aiutano i macchinari ripresi da vecchie officine, gli scaffali ricolmi di carte di archivi che in fondo potrebbero essere pure nostri, tanto siamo messi male a burocrazia e digitalizzazione. Ci sono persone, uomini, impiegati in genere ma anche operai, che non lasciano trasparire alcuna forma di modernita’. Ed e’ un bene. Confesso una certa perplessita’ iniziale, dettata piu’ che altro da uno scarso interesse per l’India e annessi, non si discute pero’ la qualita’ del lavoro della Singh, le solide fondamenta strutturali delle serie proposte, rivelandosi tutto sommato tra le mostre piu’ in linea con gli intenti programmatici del MAST. viste sino ad oggi.

Pagina ufficiale evento

Made in Japan, MIC Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, 12-11-2016

Made in Japa - FaenzaConfesso che senza l’occasione della mostra "Made in Japan" non mi sarei sognato di andare ad un museo delle ceramiche.
Per carita’, nulla da dire se non che poco o nulla m’interessa l’argomento e al solito, troppe gite sbagliate con insegnanti ancora piu’ sbagliati, m’hanno reso odioso il solo pensiero di vedere cocci, sassi, stracci e reperti di un passato mal spiegato e mal raccolto. Ebbene non potevo essere in errore piu’ di cosi’.
Facile da raggiungere, il museo e’ nuovissimo e incredibilmente grande, tanto che servono ore per visitarlo solo di sfuggita. Tutto ruota attorno alla ceramica come e’ ovvio che sia ma e’ un approccio a 360 gradi che inizia dal passato e si spinge al presente ma andando ancora oltre, il viaggio nel tempo si estende al mondo intero, oriente soprattutto per mettere a confronto nazioni, tecniche e la loro evoluzione. Ampi gli spazi didattici che gli adulti possono sorvolare per finire e qui la vera meraviglia, nel fenomenale reparto dedicato al XX Secolo dove la ceramica diviene oggetto d’arte. Qui scopriamo opere di una bellezza infinita, sbalorditiva persino. E’ un approccio nuovo che inizia dal materiale e arriva all’artista, non il contrario come di solito lo si affronta, percio’ nomi noti, due a caso su tutti Fontana e Picasso, li si rilegge su altri fronti dando modo di vederli fuori dai contesti classici.
E’ a questo punto che ci si perde nei grandi saloni tra sculture che hanno attraversato e caratterizzato tempo e storia. Mi sono ripromesso di tornare e certo lo faro’ magari approfittando di una nuova mostra temporanea.
Si perche’, come se non bastasse tanto splendore, al MIC si preoccupano di alternare alla permanente delle mostre temporanee e fino all’ 8 Gennaio c’e’ tempo per visitare “Made in Japan. La scultura ceramica giapponese del XX secolo" con cento opere di artisti nipponici assieme ad alcune stampe dell’ottocento e alcuni scatti dell’artista Tomoko Goto.
Non proseguo oltre, del resto e’ una mostra che va vista e gustata con calma e attenzione, perdendosi nei particolari, nei materiali, domandandosi costantemente  quale miracolo tecnico e quanta dedizione serve per creare simili meraviglie. Da oggi ho un nuovo appuntamento fisso.

Pagina ufficiale

Kronos Quartet – Bologna 19-11-2016

Kronos QuartetAnno piu’, anno meno, quelli trascorsi da quando ascoltai la prima volta i Kronos Quartet sono ormai una trentina. Devo l’incontro a Philip Glass e ben presto mi appassionai alle tante collaborazioni che ebbero coi minimalisti statunitensi, Riley, Reich in particolare poi via via di album in album, lavori molto, molto diversi che non si sono mai fermati innanzi ad alcun compositore o genere.
Il loro stile e’ unico, il modo con cui affrontano arrangiamenti piuttosto che colonne sonore o concerti scritti appositamente, li distingue tra mille altri. Da tempo hanno cessato di essere semplici esecutori, passando ad essere causa, non effetto della musica, come grandi attori attorno ai quali un film viene costruito. Mai avuto occasione di ascoltarli dal vivo, percio’ approfitto del concerto a Bologna con grande gioia. Certo, gia’ dalla pagina dedicata ai concerti del loro sito, trovo in anticipo il programma della serata e non e’ esaltante, ed e’ qui il nocciolo della questione nonche’ il giudizio su quanto visto. Loro sono musicisti fenomenali, nessun bisogno di conferme o altro per rendersene conto e in particolare Sunny Yang la giovane violoncellista, e’ a dir poco straordinaria. Bastano poche note, l’inizio di "My Desert, My Rose" di Aleksandra Vrebalov per ritrovarli ed emozionarsi, peccato che questo sia il primo e ultimo momento degno di nota di tutta la serata. 
Il programma vuole essere un giro del mondo, una grande giostra popolare dove l’india si affianca alla Cina, l’Iran, l’est Europa, l’Africa e gli Stati Uniti ovviamente, tra country e jazz e finanche il rock degli Who. Nulla di tutto questo mi piace e si, e’ certo un problema mio. Vero pero’ì che cio’ riduce la performance ad un campionario di stili che non sottolinea il loro carattere, anzi li penalizza come quartetto d’archi che in piu’ riprese deve snaturarsi tra percussioni, basi registrate e pizzicati in sostituzione di chitarre e banjo.
Se vogliamo, pure l’emozionate "The Beatitudes" di Vladimir Martynov dalla colonna sonora de "La grande bellezza" e’ in fondo un brano fin troppo banale. Capisco sia una scelta dettata forse dal voler abbracciare un pubblico piu’ vasto, forse spingere su certi lavori e non altri, forse stanchezza non so. Certo e’ che rifiutarsi di proporre qualcosa di piu’ impegnato (e impegnativo) magari da quei trascorsi minimalisti che tanto li resero celebri, lascia un po’ l’amaro in bocca.
Insomma, una delusione anche se una delusione prevista dato il programma noto in partenza. Volevo pero’ vederli e sono felice di averlo fatto, certo e’ che se vi sara’ un prossimo incontro, dovra’ per forza girare su ben altri territori.

Programma della serata

Superstudio – Roberto Gargiani, Beatrice Lampariello

Superstudio - Roberto Gargiani, Beatrice LamparielloAncora un testo su Superstudio. Ammetto una smodata passione, una fissazione quasi per il gruppo di architettura radicale fiorentino. Mostre, libri, cataloghi, tutto questo non sazia la fame d’informazioni che li riguarda.
Che poi del loro lavoro m’interessa l’approccio teorico, quello tra l’altro per il quale meglio li si identifica e che li ha consegnati alla storia.
Di Superstudio si sa molto, direi tutto. pochi gli antefatti sconosciuti, nulla e’ rimasto al caso e la documentazione non manca. Tra interviste e cataloghi si sono letti commenti in prima e terza persona e diversi approcci per raccontare una storia corale percio’ articolata e complessa, cosi’ come sono articolati e complessi i progetti e le idee che incapsulate nel fantastico, raccontano il presente (di ieri e di oggi) e le possibili alternative.
Per proseguire la ricerca prendo anche questo "Superstudio" pubblicato nel 2010 da Laterza , 150 pagine in bianco e nero che penalizzano il contenuto ma il costo e’ limitato e ce be facciamo una ragione. Devo dirmi deluso.
Se da una lato v’e’ un certo dettaglio sugli "Atti fondamentali" e le "Dodici citta’ ideali", e’ facile rendersi conto di come molto di cio’ che si legge abbia senso a patto di conoscere bene il lavoro dei fiorentini. Tolte le appendici finali, genesi e storia sono blandamente accennate, nulla sappiamo del background politico e storico di Natalini, Frassinelli, Magris ecc., ancor meno dei passi compiuti e delle strade intraprese. Si fatica persino a distinguere i lavori realizzati con quelli ragionati,ci si sofferma talvolta su dettagli di particolari senza alcun contesto o quadro generale. Molte le illustrazioni ma l’assenza di colore non aiuta e ancora una volta servono giusto come rimandi a testi piu’ esaustivi o promemoria di quanto si sta leggendo. Buona la legenda e i riferimenti a numeri di riviste o libri e alla fine di questo "Superstudio" resta la funzione di Bignami o indice, certo sconsigliatissimo a chi dovesse affrontare per la prima volta l’argomento. Anche la chiarezza latita, lo si segue a fatica, spesso ci si perde in cio’ che gli autori intendono raccontare. Costa poco, oggi poi lo si trova nei remainder e li trova il suo valore.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: