Sulla musica – Karlheinz Stockhausen

Sulla musicaPare autopromozione presentare il mio lavoro sui suoni e la musica generativa anche perche’ dico pure che lo potete trovare nella sua definizione teorica su Movimento Particellare e ascoltare su Bandcamp. Potrebbe pure essere ma in realta mi serve per far comprendere come giganti come Stockhausen siano figure essenziali per sviluppare ed accrescere il concetto stesso di musica. Il loro insegnamento resta per i grandi musicisti e i piccoli hobbisti quale sono, comunque un modello universale ben al di la’ dall’essere esaurito.
Tanto e’ stato scritto, non abbastanza comunque per saziare la sete di sapere e la necessita’ di interpretare un ascolto che deve essere preceduto da spiegazioni tecniche e teoriche. Nel bel libro edito da Postmedia Books, ben curato e molto elegante, Robin Maconie raccoglie testi ed interviste principalmente dai primi anni ’70, spostandosi poi nel decennio successivo.
Di Stockhausen conosciamo la storia, gli anni difficili prima e durante la guerra che in qualche modo tracciano un profilo psicologico del musicista. L’elettronica concesse a lui e a molti altri, strumenti necessari e fondamentali per esplorare nuovi metodi non solo legate alle frequenze, ai microtoni e ai sistemi matematici, aleatori e performativi ma includendo nuove tecniche di riproduzione e di ascolto, rendendo fluida e dinamica la fruizione che rientra a pieno titolo nell’esperienza dello spettatore. Stockhausen spiega alcuni dei suoi lavori principali e cosi’ facendo si entra nelle dinamiche che hanno condotto a certe soluzioni, alle difficolta’ che i musicisti per primi hanno inco0ntrato di fronte a una devastante ma illuminante destrutturazione di ogni canone compositivo che va oltre l’atonalita’, addentrandosi nell’interpretazione fisiologica e psicologica del suono. Il suo e’ stato un percorso difficile, riconosciuto si ma in gran parte ancora da scoprire. Non si sta facendo abbastanza malgrado i mezzi e la tecnologia che oggi potrebbe consentire il realizzarsi di molti dei suoi desideri. Manca la cultura, la volonta’ di andare oltre la pochezza che si concede alla plebe passiva e annoiata, percio’ un testo come questo e’ fondamentale non solo per capire il suo lavoro ma che esiste un universo sonoro immenso e stupendo, basta solo alzare la testa e non rassegnarsi.

Contro il cinema – Carmelo Bene

Contro il cinemaDifficile trovare chi meglio di Bene, abbia saputo ridefinire un’Arte attraverso la sua totale negazione. Egli non ando’ in sottrazione, punto’ direttamente all’eliminazione totale, intransigente, talvolta violenta e poi ha riscritto tutto a carte mescolate e ribaltate.
Sottrasse l’attore dalla recita, sostitui’ l’agere all’agire, smonto’ gli autori per restituirli con inaudita purezza e freschezza, forse con la loro vera natura, non solo come possibile rilettura.
Lo fece col teatro s’intende ma allo stesso tempo vi riusci’ con la letteratura o la riscrittura di quanto porto’ in scena per quanto non si parli di esatte trasposizioni. Naturalmente fece lo stesso  col cinema.
Bene diresse cinque film uno dietro l’altro, dal 1968 al 1973 poi si dedico’ al mezzo televisivo e torno’ s’intende sul palcoscenico. Malgrado cio’ non fu una parentesi, non nel senso di mero esperimento poi abbandonato ma un’esperienza fondamentale che proprio in televisione diede i frutti migliori e non tanto perche’ vi siano punti di contatto tra i due medium, quanto sulla presa di coscienza di una tecnica che avrebbe riscritto la storia del piccolo e del grande schermo Emiliano Moreale raccogli per quelli di Minimum Fax una serie di interviste, tra le quali una bella corposa e inedita, che spaziano dalla fine degli anni ’60, il 1968 figuriamoci, fino alle soglie del 2000. Ritroviamo in esse un Bene ogni volta con sfumature diverse, spesso irritato, altre irritante, sempre spiazzante e cattivissimo ma deciso ad affermare che il cinema e’ cosa sbagliata e la critica e’ un soffio d’aria fetida emessa da palloni a dir poco gonfiati.
Con quelli de i "Cahiers du cinema" si diverte, con gli italiani poi gongola nel vederli cadere nell’insano tentativo di attribuirgli paternita’ e figliolanze, cercando metodi che non si possono ricercare attraverso le analisi classiche. Laddove Bene afferma programmaticamente che il piu’ grande film di tutti i tempi l’ha girato Joyce con l’Ulisse, s’intende che il suo cinema va inteso coi sensi ribaltati e scevri di ogni idea precostituita. Il suono e’ l’immagine, il colore e’ il ritmo, il testo e’ in funzione di questi mai il contrario e l’attore e’ un banale strumento come tanti, neppure il piu’ importante. Via i campi medi, egli si avvicina all’interprete al punto da disintegrarne l’immagine e che resti parola ma vi sia col suo ritmo e il colore, il colore della modulazione col quale Bene era maestro ineguagliabile ed ineguagliato. Di solito evito queste facili antologie ma Carmelo Bene e’ da leggere sempre e comunque, in queste interviste piu’ che mai.

Lelio Luttazzi, lo swing nell’anima – Marco Rinaldi

Lelio Luttazzi, lo swing nell'animaUno dei primi ricordi della mia vita e’ un grande frigorifero, bianco, altissimo con in cima una radio e dalla radio una voce: "Lelio Luttazzi ha presentato Hiiiiit Parade". Stranamente non c’e’ altra traccia di lui nei ricordi televisivi ma ci volle qualche altro anno per scoprire che in realta’ fu mattatore e protagonista assoluto del piccolo e anche del grande schermo ma prima che io nascessi e solo attraverso la tv storica, quella da repertorio e recuperi estivi ho consociuto la sua storia e perche’ ad un certo punto la sua carriera s’interruppe.
Luttazzi fu uno dei simboli della rinascita italiana del dopoguerra con la rivista prima, la radio poi e infine la televisione e il cinema. Presenza costante su rotocalchi e passerelle, legava la sua figura elegante, disinvolta ma estremamente garbata al suo talento di musicista, leggero ma colto, amante del jazz e dello swing, portavoce nostrano della musica d’oltreoceano in anni in cui, specie sulla radio e tv pubblica, non era cosi’ facile uscire. Popolare nel senso nobile del termine, suoi sono alcuni dei successi passati alla storia e tante furono le collaborazioni con musicisti e cantanti dell’epoca, basti dire Mina su tutti. Poi nel 1970 fu coinvolto in uno scandalo legato alla droga , una telefonata intercettata, quasi un mese di carcere e la scarcerazione immediata perche’ non sussisteva alcun fatto. Si stava inaugurando la stagione dei giudici da rotocalco, quelli che intanto finiscono sui giornali, poi poco importa se qualcuno muore o si ritrova la vita disintegrata, tanto loro non pagano, non pagano mai, neppure di fronte alla loro coscienza. Luttazzi non ebbe la forza di combattere come Tortora e si arrese rinunciando a tutto e ritirandosi a vita privata. Qualche comparsata e giusto negli ultimi anni di vita, un ritorno importante ai concerti e in televisione. Leggere di Luttazzi quindi e’ leggere la parabola di una nazione, la gloria, la felicita’, poi giustiziata dalla giustizia, braccio armato di chi oggi al potere sta banchettando col nostro cadavere. Nessuna nostalgia, pura cronaca riletta attraverso gli occhi di uno dei suoi protagonisti. Questa e’ una delle poche biografie su Luttazzi, forse l’unica e se da un lato c’e’ da ringraziare Rinaldi, dall’altro mi ha lasciato a tratti sconcertato. In molti punti il suo racconto si fa confuso, vi sono spessissimo salti temporali legati ad una strana idea di aggregare le informazioni. Certi ricordi li troviamo piu’ e piu’ volte magari da stralci di interviste diverse e non si capisce perche’ ripeterle, a volte una appresso all’altra. Rinaldi ha una visione tutta sua del mondo, deve infilarci dentro per forza la politica, anche a costo di sembrare ridicolo ma vabbe’, sono problemi suoi. Poi certo, quando la colpa dell’arresto di Luttazzi e’ da attribuire allo Stato e alla Chiesa (?), guai a parlare di giustizia infame e s’e’ gia detto tutto. Nondimeno Rinaldi e’ uno che deve intervistare Luttazzi l’altro, quello che dice lui di aver preso il nome dal maestro scomparso e cio’ basta per dargli occasione d’affliggerci pure qui e a dirlo "mente illuminata" e ce ne vuole. Sarebbe niente, dico sui serio, ben piu’ grave la cattiva organizzazione del materiale e i buchi temporali che con un po’ di sforzo si sarebbero potuti colmare ed e’ un peccato perche’ tutto sommato Rinaldi non scrive male e parlando di musica e’ pure competente, del resto e’ il suo vero mestiere e si vede.
Attendiamo la prossima biografia scritta magari da qualcuno un po’ piu’ libero, libero da se stesso s’intende,
Poi magari provvedete lo stesso a procuravi questa, e’ libro da remainders, non a caso venduto a peso.

David Bowie is – MAMbo, 06-08-2016

David Bowie isDevo dirlo, non ho mai perso il sonno per David Bowie ma allo stesso tempo ho momenti della mia vita legati a filo doppio con la sua musica e certamente non posso che inchinarmi innanzi il suo passato e la forza iconica che ha rappresentato. La sua scomparsa e’ stata inaspettata e per molti versi terribile. Anche spettacolare, un’uscita di scena degna dello showman che fu, percio’ rimarra’ nella memora a lungo. Verrebbe da storcere il naso pensando alla velocita’ con la quale questa mostra e’ stata imbastita ma in realta’ parliamo di una struttura itinerante che nasce a Londra nel 2013 come retrospettiva dell’artista inglese e divenuta testimonianza di una carriera purtroppo conclusa precocemente.
Quando fu annunciata, mi lascio’ piuttosto indifferente anche insofferente perche’ credo che un museo come il Mambo dovrebbe occuparsi d’altro ma e’ pur vero che di questi tempi se c’e’ modo di raggranellare qualche soldino, ben venga tutto. Rimasi sorpreso sui numeri fantasmagorici e sui costi stratosferici, frutto pensai di un’onda emotiva e di esagerazione mediatica e invece no. Diciamolo subito, "David Bowie is" e’ qualcosa di molto, molto diverso da cio’ che conosciamo. Quante volte abbiamo visto esposti documenti, costumi, testimonianze, memorabilia, scritti autografi, filmati e di questo si tratta ma l’allestimento stavolta e’ davvero unico, specie per una nazione come l’Italia precipitata ormai ben oltre i margini dell’impero. Quando si parla di esperienza sensoriale non ci troviamo di fronte ai soliti proclami da volantino ma e’ realmente qualcosa di nuovo. L’audio innanzitutto e’ protagonista assoluto e grazie all’apparato Sennhieser in dotazione ad ogni visitatore, diviene fluido e dinamico, contestuale a cio’ che si sta osservando, segue ogni passo e si adatta ai video, ai costumi o qualunque oggetto ci si pari innanzi. Per questo il grande spazio che il Mambo mette a disposizione non solo e’ funzionale ma necessario ad un’esperienza immersiva e unica.  Proiezioni surface mapping, allestimenti tridimensionali che danno spessore in tutti i sensi a video e interviste in un percorso che dedica ampissimo spazio al giovane David Jones fino ai primi anni del 2000. Forse per scelta, forse per spazio ma non c’e’ traccia o quasi dell’ultimo lavoro e a dire il vero del 1980 a oggi, le informazioni divengono sporadiche limitandosi alla presentazione di materiale vario e ai progetti principali.
Credo che tra i tanti pregi della mostra vi sia anche la capacita’ di raccontare l’essenza di cio’ che fu Bowie, un catalizzatore di tendenze e un uomo in grado di sintetizzare arte, moda e cultura della sua epoca ed e’ in fondo cio’ che ogni artista degno di questo nome, dovrebbe fare. In conclusione che dire, oltre ai proclami, oltre ogni consumo dello show business "David Bowie is" e’ qualcosa di unico da vedere a prescindere da Bowie anche se certo, con lui e’ meglio.

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Horror pleni. La (in)civiltà del rumore – Gillo Dorfles

Horror pleniGillo Dorfles si puo’ dire a buon titolo, che ha attraversato il ‘900 ed essendo ultracentenario e ancora in attivita’, lo ha attraversato molto bene.
Ancor meglio i suoi scritti danno il senso della lucidita’ che lo contraddistingue e non parlo di stile, nemmeno delle analisi in essi contenuti, quanto l’attualita’ dei fenomeni trattati che da una persona della sua eta’ non ti aspetteresti..
Di cosa parliamo, parliamo dell’orrore, l’orrore del quotidiano, l’orrore di una societa’ in balia di tendenze, mode, manie provenienti non dal basso ma da un sistema economico e massmediatico che non lascia scampo ad un pensiero autonomo, alieni ad un piacere che non sia gia’ stato codificato e blindato. Dorfles lo conosciamo, conosciamo la sua cultura, la facilita’ con la quale focalizza e analizza ogni problema. Vero e’ che il libro e’ del 2008 e raccoglie articoli, interventi, ritagli gia’ pubblicati  ma da un passato che non e’ remoto e fenomeni recenti come telefoni cellulari, internet e informatica di massa sono da lui trattati con la chiarezza di chi e’ saldamente sul pezzo, di chi vive il fenomeno dall’interno e ha strumenti per criticarlo senza pregiudizi, senza abbassarsi al sentito dire.
L’analisi di Dorfles e’ antropologica, estetica, sociale, economica, artistica ovviamente. Si perche’ i brevi capitoli organizzati in aree tematiche piu’ ampie, colpiscono a largo spettro sulla societa’ tutta, sui suoi "pieni" che celano in realta’ un vuoto terribile, irrimediabile forse. La sua scrittura e’ cristallina, misurata, scivola senza intoppi tra le pagine che si leggono con una facilita’ straordinaria eppure Dorfles e’ logico, metodico, rigorosissimo, si tuffa in concetti che implicano idee, scoperte, filosofie delle menti piu’ eccelse degli ultimi 200 anni e tutto questo viene trasmesso senza difficolta’ anche al lettore meno preparato o meno attento. De resto si puo’ spiegare solo cio’ che si e’ compreso e Dorfles di dubbi ne ha davvero pochi. Se c’e’ un difetto dell’operazione e’ nel suo restare in un ambito senza troppi approfondimenti, opinioni ben giustificate ma troppo superficiali per costruirci sopra una teoria. E’ un libro per le grandi masse, non che questo sia un difetto ma ognuno decida se cio’ e’ un bene o un male.
Per qualcuno puo’ essere illuminante, per me e’ il piacevole punto di vista di un grande critico del XX secolo

Coherence – James Ward Byrkit

CoherenceMetti una sera a cena, otto amici, otto personalita’ diverse, con un passato condiviso non da tutti gradito. Vino, stuzzichini, risate e cellulari che esplodono o smettono di funzionare. Forse la colpa e’ della cometa che sfiora la Terra proprio quella notte, o forse e’ tutta una coincidenza, fatto e’ che iniziano strani rumori, la luce se ne va e solo una casa in lontananza le ha accese.
Peccato che quella casa sia la loro e dei duplicati la abitino.
Regista e sceneggiatore, Byrkit trova il cast dai serial televisivi e si vede, la qualita’ e’ quella. Peggio di tutti la protagonista principale ma in fondo non cambia molto le cose. Storia giocata di concetto, la regia conta poco e nulla, impegnati tutti al massimo a portare avanti una storia piuttosto instabile.
Film costato niente, gioca d’intelligenza e in parte ci riesce. C’infila dentro la decoerenza quantistica e il gatto di Schrodiger, operazione non facile e solo in parte riuscita. Buono il tentativo anche perche’ forse la faccenda e’ capita meglio dal pubblico che dai protagonisti che ad un certo punto iniziano a dire e fare delle vere assurdita.
Sara’ che il presupposto della cometa che frammenta lo spazio-tempo non sta in piedi da nessuna parte – con le onde gravitazionali magari aveva piu’ senso -, sara’ che l’idea di scomparti chiusi di altre dimensioni e altre frazioni temporali fa sorridere e che il finale stesso non ha senso se non filtrato attraverso presupposti irrazionali ma in fondo che sappiamo noi delle comete che passano vicine? Ma si, facciamoci due risate e diamo tutto per buono.
Del resto concordo con chi vuole spostare l’asse di interpretazione dalla scienza alla psicologia, dove l’analisi verte necessariamente sull’incontro-scontro con se stessi, le proprie paure, i demoni interiori chiamati insicurezza e violenza. E’ forte anche la critica al sistema sociale, sottile il filo che ci lega anche a coloro che chiamiamo amici o amore, le verita’ nascoste che prima o dopo seppelliscono ogni menzogna alla luce del sole.
Ecco, sotto questo punto di vista il film guadagna punti giungendo ad un giudizio sufficiente e comunque e’ sempre da premiare ogni tentativo di uscire dai cliche’ e inventare qualcosa di buono

Scheda IMDB

Green Lantern – Martin Campbell

Green LanternGreen Lantern, come molti personaggi DC, passo’ anni difficili. Nato in un’epoca molto piu’ innocente della nostra, non resse il peso della vecchiaia editoriale. Salvato assieme a tanti altri negli anni ’90, ha dovuto attendere il 2011 per vedersi trasposto al cinema per mano del regista Martin Campbell e il volto di Ryan Reynolds. Come accade spesso nel passaggio da carta a celluloide, si inventa e si reinventa, si sfrutta e si riarrangia e di tutte le possibili anime del personaggio, e’ Hal Jordan quella ad essere recuperata, perche’ la piu’ espressiva, la piu’ celebre e meglio si adatta al suo interprete. All’inizio viene spiegato chi sono le Lanterne Verdi, un corpo di protezione/vigilanza/polizia extragalattico con una grande nemico, Parallax che si appresta a distruggerlo. E’ l’anello che da’ potere ed e’ l’anello che sceglie il suo possessore e Reynolds e’ il fortunato. Tra sorpresa e addestramento, guidera’ la carica dell’esercito verde contro il male giallo.
Confesso che non mi e’ dispiaciuto affatto. Campbell ha un buon ritmo, il mestiere e’ dalla sua cosi’ come in Reynolds trova fisico e spirito per un personaggio che affronta drammi con la giusta leggerezza, poi in generale e’ un attore che anche nei ruoli d’azione, sa innestare una marcia in piu’ e che col giusto titolo sapra’ sorprendere.
Il film non ha funzionato, piu’ per errori di marketing che altro anche se ad effetti speciali non siamo sulla vetta della categoria anzi eccessivamente plasticosi e nemmeno troppo fantasiosi. 
Davvero, non mi sento di bocciarlo e spero in un seguito.

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Anche se volessi lavorare, che faccio? – Flavio Mogherini

Anche se volessi lavorare, che faccioRoma primi anni ’70. Quattro nullafacenti, nullatenenti, nullavolenti, nullita’ insomma, vivono di espedienti specializzandosi nel mestiere di tombaroli, battendo quindi le campagne laziali alla ricerca di reperti etruschi da rifilare a grossisti del contrabbando. La battaglia quotidiana e’ si contro polizia e guardia di finanza che controllano il territorio, molto blandamente invero e costantemente in conflitto tra loro ma soprattutto con la concorrenza tombarola e una umanita’ che in genere cerca di fregarsi a vicenda.
Quattro orfani, figli del destino e della societa’ come sui vuole far intendere percio’ agli occhi di chi dirige, innocenti e persino invidiabili nella franca liberta’ che contraddistingue le loro giornate.
Mogherini mette in scena una rappresentazione imperfetta che non osa e resta in bilico tra diverse anime del cinema di genere, ambendo forse ad un ruolo autoriale con troppa serieta’ per essere commedia. Si percorre la strada della denuncia sociale ma si spompa sotto il peso di una sceneggiatura facilona al limite del grottesco.
Che Pasolini sia presente nel passato del regista, nella memoria e negli intenti, non v’e’ alcun dubbio ma e’ proprio il tentativo di imitazione che l’allontana da esso, anticipando semmai e cio’ e’ un gran pregio s’intendo, quel fenomenale "Brutti, sporchi e cattivi" che qualche anno dopo sapra’ regalarci un Manfredi da urlo e la regia di Scola che vale un’intera carriera. Del resto e’ evidente che la societa’, ieri ancora piu’ di oggi colpevole di ogni male, qui non puo’ essere tirata in ballo dal momento in cui i giovinastri sono disposti a tutto fuorche’ lavorare, come del resto gia’ il titolo ci anticipa.
La scelta dei protagonisti e’ di per se’ programmatica con in testa il pasoliniano Ninetto Davoli, simbolo ed emblema del sub proletariato tanto di moda allora, a seguire il bravo e purtroppo dimenticato Enzo Cerusico, vera istituzione mediatica del periodo e un team di collaborazioni ed interventi, da Salce a Caprioli, da Adriana Asti a Maurizio Arena fino alle musiche dirette e composte da Ennio Morricone, segno insomma che Mogherini avesse alle spalle il team di amici giusti, amici a cui versare l’obolo di un finale grottesco e patetico a base di anticlericalismo e sfotto’ alle forze armate nonche’ frettoloso ed inutilmente triste.
Malgrado cio’ i potenti amici non gli sono bastati per realizzare un film degno di nota e che invita  ad essere rivisto solo per curiosita’ e completezza di un discorso relativo al cinema italiano di quegli anni.
Giustamente ed inevitabilmente dimenticato.

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Shit and die – Maurizio Cattelan, Myriam Ben Salah, Marta Papini

Shit and dieSu dieci cose che coinvolgono Cattelan, due sono indecenti, quattro inutili, tre carine, una notevole. Che sappia far parlare di se’ e’ un fatto, che tanti abbocchino all’amo pure e che preso col giusto spirito sia divertente, anche.
Due anni fa a Torino si e’ svolta la mostra "Shit and die", una  specie di grande contenitore pieno di oggetti strani, uno di quelli che a Cattelan piacciono moltissimo. Essendo uno dei curatori e certo il richiamo principale, viene da se quanto tutto lo rispecchi pur nella contestualizzazione alla citta’ che lo ospita. Si potrebbe dire di una Torino declinata all’estetica dell’artista padovano, con oggetti, memorabilia, orrori propri del territorio e ampie citazioni ai suoi cittadini illustri per gradi molto diversi. Tutto molto pop, anzi pop porn e non mi riferisco esclusivamente al contenuto perche’ si sa, il porno e’ la via piu’ breve per far si parlare addosso, quanto all’ultrapop che ancora stupisce qualcuno, che a molti diverte e ad altri disgusta.
Io sono uno che ci si diverte a patto pero’ vi sia intelligenza e non e’ cosi’ facile trovarne. Cattellan talvolta ci riesce e con questa operazione, di massima, si puo’ dir ci sia riuscito. Intendiamoci, la mostra non l’ho vista ma il web e’ pieno di foto e testimonianze e per giudicare le foto e i documenti esposti, cio’ basta e avanza. Invece ho recuperato il catalogo perche’ e’ un oggetto piuttosto singolare che meritava una lettura. Innanzitutto non e’ un catalogo in senso stretto ma neppure in senso allargato. Pare un magazine come tanti, copertina morbida anzi una quarta di copertina con pubblicita’ ad aprire il volume e solo sul dorso il titolo della mostra. Anche l’interno pare un magazine con tanto di sezioni diverse, come la mostra appunto, interviste, approfondimenti e cosi’ via. Vengono riportate si alcune opere ma in realta’ non nasce per riprodurre su carta gli oggetti in sala, quanto per approfondire, talvolta mostrare materiale inedito. In pratica il catalogo-non-catalogo completa la mostra e nel contempo vive di luce propria, si potrebbe anche dire con un pizzico di paradosso che la mostra e’ di supporto al libro e insomma, l’idea non c’e’ che dire e’ interessante sia da un punto di vista curatoriale che editoriale.
Comunque Cattellan resta piu’ furbo che artista ma in casi come questi ci accontentiamo con gioia

Il toro – Carlo Mazzacurati

Il toroQuello di Mazzacurati e’ un viaggio che inizia nel profondo nord, nelle miserie di quello che qualcuno ama definire il motore economico d’Italia, terra di chi ha sacrificato la felicita’ per i soldi ma quando questi non ci sono per tutti e le disparita’ sociali si fanno sentire anche qui, ai poveri ancora piu’ poveri tra i ricchi, non resta che l’antica arte di arrangiarsi e di rubare al ricco non per spregio ma per necessita’ e rifugiarsi col bottino da chi e’ ancora piu’ povero di loro. Il bottino in questo caso e’ un toro da monta, primo in Italia, quinto nel mondo, un patrimonio in miliardi delle vecchie lire e un est Europa che per colpa della caduta del muro e’ franato nella guerra e divorato dalle grinfie del capitale. Nuovi poveri incontrano vecchi poveri e sara’ un viaggio nell’anima di tanti popoli, tante vittime e pochi carnefici, spesso altri italiani ma di quelli che i soldi facili li sanno fare.
Ecco, il critico paludato, l’esperto di cinema scriverebbe una roba cosi’. Andandone fiero.
Non conosco troppo Mazzacurati e dopo la sua recente scomparsa mi sono ripromesso di recuperare alcuni suoi film ma lo ammetto, la fatica e’ tanta. Appartenendo egli alla generazione post-70, quella che ha decretato l’inizio della fine del nostro cinema, lo vedi e capisci il perche’.
Qui non e’ questione di bravo o cattivo, bello o brutto, questo e’ un cinema triste, triste, triste, tristissimo. Ininterrotta agonia che richiede una dose di masochismo che non possiedo. E attenzione che Abatantuono e’ ancora una volta spettacolare, pieno di invenzioni e una sincronizzazione millimetrica coi dialoghi. Senza di lui precipiteremmo nel grigiore bulgaro che Mazzacurati racconta e rimpiange, nell’ennesima storia dove tutti perdono, tolto giusto il guizzo finale che seppur troppo sbrigativamente, risolve il film con un magico schiocco di dita. Agonia di due ore il cui unico scopo e’ creare disagio e senso di colpa attraverso la strana logica che di ogni male la societa’ ha colpa, specie se nel dopoguerra si ha fatto parte della Nato, alla fine un modo anche facile per creare empatia con la facile espiazione di un film che ti piomba dentro come una domenica piovosa d’autunno.

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