Le mie giornate particolari con – Ugo La Pietra

Le mie giornate particolari conA volte la tentazione di uscire dagli orrori dei social network e’ forte, poi c’e’ sempre una ragione per rimanere. Una di queste e’ seguire la pagina di Ugo La Pietra e leggere del nuovissimo libro della Manfredi Edizioni che lo riguarda.
"Le mie giornate particolari con…", ventuno personaggi, ventuno racconti, ventuno brevi aneddoti ben riassunti da Marco Scotini nell’introduzione "ventuno giornate memorabili senza essere esemplari" e cosi’ e’.
La Pietra e’ architetto, artista, curatore, ricercatore e didatta, studioso a 360 gradi di nuovi linguaggi, fortunato frequentatore di tutto quanto girava attorno al celebre bar Giamaica milanese e non a caso i suoi racconti partono da quei luoghi, quelle persone, quegli anni. S’inizia con Fontana, il gruppo del Cenobio, Nanda Vigo, poi Merz, Alviani e ancora Munari, Alviano, Bonito Oliva e molti altri, giusto per far comprendere delle forze messe in campo. Racconti spesso semplici, anche banali a volte ma ugualmente rappresentativi di un’epoca, di un fermento che s’esprimeva attraverso grandi opere e grandi idee. Per ognuna di queste storie vi sono foto, a loro volta frammenti minuscoli di un tempo passato ma indimenticato e la sensazione e’ di essere li’ con La Pietra, sfogliare il suo album dei ricordi ascoltando il suo racconto. 96 pagine preziose per una bella edizione degna del suo autore e dei suoi racconto. Non lo si legge, lo si divora e poi lo si conserva con molta cura. Dategli una possibilita’.

Tubax, Dirupators – Circolo Bunker, 15-04-2017

Dirupators, Bunker 2017-04Sabato siam tornati a casa tardi, dopo il pomeriggio impegnativo tra mostre e gallerie ma al Circolo Bunker c’e’ una serata speciale, percio’ come mancare? Ho gia’ scritto del Bunker, con sede a San Matteo della Decima, frazione di San Giovanni In Persiceto, quindi periferia di Bologna, provincia un tempo patria di locali che offrivano band di ogni genere e stile. Oggi e’ sparito tutto ma al Bunker certe sane tradizioni resistono e sembra un gioco di parole. Del resto da cosa nasce cosa e proprio in questa bella realta’ vede la luce il duo dei Dirupators che, cito dalla loro pagina Facebook "Dirupators sono un duo italo-ungherese provenienti dalla provincia Bolognese ed è formato da Cinzia Zaccaroni al basso, voce, loop e da Dencs Daniel Csaba alla batteria acustica/elettronica", insomma gia’ questo basta per far drizzare le antenne.
La faccio breve: mi hanno sorpreso, divertito, impressionato, tutte cose che da troppo tempo mancano alle giornate di un vecchio appassionato di musica, ancor di piu’ se tutte insieme. Confesso che non credevo possibile che due persone potessero riempire la scena cosi’. Csaba, pur conoscendolo dai Dobermann Trio, l’ho perso di vista ma lo ritrovo tecnicamente molto Tubax, Bunker 2017-04cresciuto, fuori da ogni schema pre-post-new rock, gestisce ritmiche molto complesse con apparente facilita’, aggiungendo una buona dose di elettronica. La vera sorpresa pero’ e’ la Zaccaroni, una specie di demone in gonnella e cravattino collegiale. Suo e’ il basso ma soprattutto la voce che moltiplica abilmente con loop in tempo reale per canti e controcanti straordinariamente efficaci. Possiede il palco e lo riempie totalmente malgrado la delicatezza della figura. La grinta e lo stile rimandano alla Bjork dei Sugercubes, parallelo che si estende anche al talento oltre che la tecnica. Un portento che merita quanto prima spazi molto piu’ ampi ed importanti.
Per cio’ che mi riguarda ero gia’ contento cosi’ della serata ma coi Tubax s’e’ superata ogni aspettativa.
Loro si definiscono "laser funk", io li ho chiamati "8 bit funky" ma metteteci il jazz, il rock, il synth pop mescolate fortissimo ed eccoli saltare fuori, trio di tastiere, batteria e basso, quest’ultimo soprattutto al secolo Giacomo Schirru che governa e dirige gli intricati pattern ritmici e armonici di un flusso ininterrotto di suoni che sballottano i sensi dell’ascoltatore. Dall’inizio alla fine non c’e’ spazio per rilassarsi e tutto quell’energia o la sfoghi ballando o si esplode. Ascoltare per credere, peraltro col loro ultimo album appena uscito l’acquisto e’ imperativo.
Serata davvero straordinaria, tanta gente e cosi’ e’ ancora piu’ bello.

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Mario Cresci La fotografia del no, 1964-2016 – GAMec, Bergamo 09-04-17

GAMeC - Mario CresciNon conoscevo Cresci prima di questa esposizione, sapevo pero’ che la avrei trovata al GAMeC e certo non dico no ad una mostra fotografica. Leggo la scheda informativa sulle pagine della Galleria, scheda peraltro ben dettagliata sulle varie sezioni e sul lavoro di Cresci, nonostante cio’ la sorpresa e’ stata enorme.
Cresci, classe 1942 artista e fotografo, anagraficamente avvantaggiato per aver vissuto nel fiore degli anni le avanguardie degli anni ’60 e in tormenti del decennio successivo. Parliamo del 68 e’ ovvio cosi’ com’e’ ovvio tutto quanto avvenne fino al 77 mentre lui era li’ a respirarne l’atmosfera e buttarsi in prima persona nella mischia. Soprattutto pero’ ne apprese il linguaggio, la sintassi, anche la voglia di rivoluzionare tutto, l’idea e il suo evolvere in nuovi percorsi. I suoi anni migliori quindi? Si, del resto lo furono di molti ma Cresci e’ un artista che ha continuato e continua ancora oggi con tenacia a reinventare spazi e immagini, anche reinventare se stesso. Non sono poche le opere ridisegnate, reingegnerizzate talvolta, riviste, mai corrette, espanse quello si. Se parlassimo come giornalisti imbecilli, diremmo Cresci 2.0. "Geometria Natuiralis", l’opera che ci accoglie nella prima sala, e’ un perfetto esempio di come un progetto iniziato nel 1975, si possa concludere perfettamente nel 2001 integrando nuovi elementi che ridefiniscono il senso originale dell’opera lasciandolo pero’ immutato nella stratificazione di significati. Insomma, mi aspetto un fotografo e trovo un artista e con questo non voglio dire che un fotografo non lo sia, semmai al contrario e’ qualcuno che usa la fotografia come uno strumento qualsiasi, chesso’ un tipo di pigmento o un materiale specifico per scolpire. La fotografia come mezzo non come fine, qualcosa di grezzo da raffinare, piegare, sagomare fisicamente come la serie "Baudelaire" o sintatticamente come in "Attraverso l’arte". Senza alcun dubbio una gran bella scoperta per me che non lo conoscevo, la conferma di una vitalita’ intellettuale che con gli anni cresce e migliora con grandi spazi ancora da percorrere e che da oggi, non mi faro’ mancare.

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GAMeC, Pipi Carrara, Attilio Nani – Bergamo 09-04-2017

GAMeC - IngressoTorno a Bergamo dopo tanti anni e il GAMeC diventa uno splendido pretesto per rivedere la citta’ e una galleria di arte contemporanea che a quanto ho letto e poi visto, e’ molto attiva anche sulle mostre temporanee.
La collezione permanente nasce da raccolte di donazioni private con un nome su tutti, Manzu’ che tra sculture e dipinti, volle cosi’ onorare la sua citta’ natale. La raccolta Spajani comprende grandi nomi come Balla, Kandinskij, Boccioni, Morandi e non sono da meno le altre serie con Fontana, Burri, Cucchi, Parmeggiani. La collezione e’ piccola ma densissima, i nomi sono quelli che hanno fatto la storia dell’arte del XX Secolo, la qualita’ delle opere e’ alta anche se certo non la piu’ rappresentativa. Certo, per essere frutto di donazioni e’ di per se’ un grande risultato, molto rappresentativo e piacevole da vedere, incantevole in alcuni casi. Consiglio l’acquisto del piccolo ma completissimo catalogo che in poche righe introduce e contestualizza le opere.
Altre due mostre sono visitabili in questi giorni e pur essendo temporanee fanno parte di un solo grande appuntamento. La prima, quella di Pipi Carrara e’ all’interno dello stabile del GAMeC, percio’ a pochi passi dalla permanente. Carrara e’ artista bergamasco il cui lavoro oscilla tra l’alto artigianato e la pura espressione artistica. Usa indifferentemente legno, gesso, terracotta, bronzo per opere di alta precisione meccanica che talvolta assumono connotati organici e alieni. Carrara si fa ammirare, diverte e talvolta stupisce. Uno stile certo unico e personalissimo mai banale. Davvero interessante.
Per vedere Attilio Nani serve raggiungere il cuore di Bergamo alta e non e’ certo una penalita’ anzi. Bergamo e’ una citta affascinante con due anime e la piu’ antica custodisce grandi tesori antichi e come in questo caso, anche moderni. Nani, artigiano e scultore, scomparso nel dopoguerra poco piu’ che cinquantenne, non nasconde nelle opere esposte la natura scultorea e di design del suo lavoro. In contatto col territorio e i suoi artisti, come Manzu’ ad esempio, offre lavori dai connotati sospesi tra il primitivismo e la ricerca piu’ raffinata, a volte simbolica. Artista non nelle mie corde ma che merita una visita anche grazie al bell’allestimento curato da M. Cristina Rodeschini e Valentina Raimondo.

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Bologna Contemporanea 1975-2005 – Peter Weiermair

Bologna ContemporaneaComprai questo catalogo qualche anno fa proprio a Bologna non ricordo in quale occasione legata comunque ai libri. Grande formato, 352 pagine ma soprattutto un interessante campionario di artisti, 67 per la precisione per raccontare la storia recente di una Bologna d’arte da troppo tempo fuori dai giri giusti. Ma in realta’ Bologna quanto e’ stata protagonista dal dopoguerra a oggi? Quando ne parlo mi sento dire che in fondo Bologna ha dato molto e si e’ distinta alla pari di altre capitali dell’arte quali Milano, Firenze e Roma. No, non credo che le cose siano andate cosi’ e proprio i tentativi di raccontare il contrario con mostre come "Bologna dopo Morandi", mi confermano. Ecco Morandi, lui e’ un problema non la soluzione. E’ un problema perche’ la sua grandezza e’ ingombrante, irrinunciabile, un astro di tale grandezza che tutto illumina e nel contempo mette in ombra chi non ha abbastanza luce propria. Usato e abusato da enti e amministrazioni che si accartocciano su cio’ che e’ certo, segno d’inequivocabile pochezza di ruoli pubblici che non osano o non hanno le capacita’ per farlo. Morandi dovrebbe essere una bandiera, non uno scudo. Certo, anche il destino si muove dove vuole e forse su Bologna si e’ fermato troppo tardi e per troppo poco e mi riferisco agli ultimi scampoli del 1970. Non c’e’ stata una scuola bolognese come quella romana e nemmeno un bar Giamaica o una galleria Azimut o del Cenobio, insomma sbagliero’ ma parlare di Bologna nell’arte dal dopoguerra ad oggi significa parlare di provincia. Cio’ non significa non vi siano stati grandi nomi che hanno lasciato un segno, anzi ma e’ il gruppo che e’ mancato. Il catalogo quindi e’ una buona occasione per verificare o contestare la mia ipotesi (solo mia?)  e che dire, alcuni nomi sono straordinari, altri meno, grandi risultati ma e’ incontestabile che il botto non ci sia stato. Volume curato benissimo, testi di altissima qualita’ con un grado di dettaglio da renderlo opera quasi definitiva. Una facciata di testo e tre di immagini, ecco la democratica suddivisione dello spazio per ogni artista. Insomma, non solo un catalogo ma un vero e proprio dizionario artistico di una citta’.

Uliano Lucas, Caio Garrubba, Give Photography a chance – Mo.Ca, Brescia 08-04-2017

BresciaPhotoFestival - MoCaProseguendo con le mostre in ambito Brescia PhotoFestival, si fanno scoperte dentro alle scoperte. Il Mo.Ca ad esempio. Spazio recente nato attraverso il recupero di antichi palazzi del centro storico, si propone come ambiente multiculturale pensato come bacino di sviluppo di arte e cultura. La mostra sulla fotografia ad esempio. Trovarci i grandi fotografi italiani che dal dopoguerra ad oggi hanno descritto un paese in rapido cambiamento e’ gia’ una gran cosa ad esempio. Se dico Berengo Gardin, Basilico, Migliori, Secchiaroli, Fontana e li metto in ordine sparso per non esprimere preferenze, do’ pero’ il senso del valore di una raccolta fenomenale, da rivedere infinite volte. Allo stesso tempo incontriamo due artisti molto diversi ma con un occhio molto preciso sul loro tempo, anche se a latitudini lontane. Uliano Lucas ad esempio. Il suo e’ un viaggio che inizia nella Milano degli anni ’50, la Milano del Bar Giamaica e gli immigrati (quelli veri), la trasformazione sociale e antropologica della gente, dei costumi, passando per la politica e i consumi, l’arte, chi la fa e chi ne gode. Caio Garrubba invece nel 1959 era molto lontano, in Cina per l’esattezza, anni in cui non era certo facile arrivare e testimoniare quanto stava accadendo. Garrubba ci riusci’ grazie alla militanza e all’appoggio del partito comunista nazionale e malgrado la tragedia e l’eccidio seguito alla "campagna dei cento fiori" che proprio in quegli anni sterminava uomini a milioni, Garrubba volle o dovette raccontare una storia di uomini e donne felici e danzanti. Storicamente siamo di fronte ad una falso ideologico di pura propaganda ma cio’ non sminuisce il valore narrativo di immagini che raccontano comunque di una terra che poche volte si ha avuto modi di vedere, forsanche velata dalla retorica, percio’ sempre d’estremo interesse. Bello anche l’allestimento con icone pop di Mao e memorabilia d’epoca. A margine e spero nessuna s’offenda perche’ non intendo con questo sminuirne l’importanza, le mostre di Camilla Filippi fotografa che si reinventa in fatti e personaggi, cultura pop e cultura alta che ella incarna con risvolti piacevoli, a volte divertenti. Il tutto sull’onda di cio’ che Marcella Campagnano fece 40 anni prima con "L’invenzione del femminile" dove la donna e’ declinata in infinite iconografie. Infine la collettiva "La stanza delle meraviglie" dove il ritorno a tecniche di sviluppo antiche, reinventa per paradosso la fotografia stessa, trasformando la tecnica in esperienza artistica.
Davvero notevole. Insomma, belle cose a Brescia…

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Steve McCurry, Magnum’s First, Magnum. La première fois – Museo di Santa Giulia, Brescia 08-04-2017

BresciaPhotoFestival - McCurryPartecipare ad un evento senza sapere che e’ un evento. Gita bresciana e mi dico: "che c’e’ di bello da vedere?" Trovo Magnum in mostra e gia’ e’ una gran cosa, quello che non so pero’ e’ che fa parte della prima assoluta del Brescia PhotoFestival che ha visto la luce proprio nel 2017 e’ una manifestazione che a noi vicini di  Reggio Emilia, offre una seconda possibilita’ di godere della fotografia in mostra.
Sospeso tra antico e moderno, il Museo di Santa Giulia offre oltre la permanente uno sguardo su Magnum, la celebre agenzia fotografica e lo fa attraverso i suoi fondatori, i nuovi adepti e colui che agli occhi del grande pubblico meglio la rappresenta, Steve McCurry.
Partendo proprio da quest’ultimo che devo dire, non mi piace, o meglio non mi emoziona, non suscita in me alcun sentimento, a partire dalla solita afghana, sempre piu’ stucchevole con gli anni che passano. Non lo discuto come professionista, e’ questione epidermica. La serie in questo caso si concentra sul leggere, in ogni accezione, in ogni angolo del pianeta. Non si puo’ dire che McCurry non sia un ottimo professionista, uno che pare sempre esterno a cio’ che accade o cosi’ almeno piace raccontarlo. In parte e’ vero anche se non riesco a fare a meno di vederci artifici e forzature in molti ritratti. Grande spazio all’oriente e al terzo mondo, del resto si fa prima cosi’ che rendere interessanti dei ragionieri ma vabbe’. Non mancano le belle immagini sia chiaro ma stiamo parlando di un piccolo insieme nel grande mare del gustoso ma precotto. Suggestivo l’allestimento di Peter Bottazzi, tra pareti "sfogliate" e citazioni volanti. Le altre due mostre contigue ed affini, riportano alla luce le 83 stampe che nel 1955 composero la prima mostra austriaca del gruppo Magnum e parliamo di Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Ernst Haas, Inge Morath, Jean Marquis, Werner Bischof, Erich Lessing. Qualita’ che non si discute, malgrado sonop di Capa, Haas e Cartier-Bresson che troviamo le cose tecnicamente meno interessanti.
Ne "La prima volta" c’e’ la prima volta di venti fotografi Magnum, raccontata dagli stessi protagonisti con ricordi e immagini ovviamente. Difficile dare una valutazione complessiva, ogni fotografo ha una storia a se’ e soprattutto l’immagine emozionale puo’ non avere una diretta conseguenza tecnica ma come dire, la rappresentanza non manca, la qualita’ pure pur andando a gusti. I mio preferiti? Alex Webb e Bruno Barbey. senza alcun dubbio.
Nel complesso mi aspettavo qualcosa di piu’ e mi riferisco all’impressione artistica, nulla da dire su organizzazione e impianto ma si va a gusti. Comunque l’appuntamento e’ d’obbligo per gli appassionati e non.

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Da Hayez a Boldini: anime e volti della pittura dell’Ottocento – Palazzo Martinengo, Brescia 08-04-2017

Da Hayez a Boldini - HayezLa mia conversione all’arte dell’800 e’ totale, ormai di queste mostre non ne perdo una, nel limite del possibile s’intende e poi se c’e’ l’occasione di visitare qualche nuova citta’ ancora meglio. Prima mia trasferta a Brescia, citta’ che non manca di attrattive e opportunita’ per un fine settimana all’insegna anche e vorrei dire soprattutto, della cultura. In pieno spirito cittadino, Palazzo Martinengo si fa notare per ordine e organizzazione. Cercando informazioni scopro di essermi perso mostre importanti ma intanto iniziamo oggi a seguire citta’ e museo ma torniamo a noi. Che l’800 sia stato dominato artisticamente dalla Francia non e’ una novita’ ma noto con piacere un certo ritorno d’orgoglio dell’Italia con una serie di manifestazioni che dimostrano come  il ruolo del nostro Paese sia stato forse secondo ma non troppo inferiore rispetto ai cugini d’oltralpe. Senso e scopo della mostra e’ proprio questo, ribadire quanto di buono l’Italia offri’ nel XIX secolo e come in fondo, forse i francesi sia siano venduti meglio.. Mostra organizzata cronologicamente e tematicamente, s’apre col neoclassico di Canova che introduce e in effetti spiega da dove venga Hayez, artista fenomenale che nei sei metri quadrati di "Maria Stuarda" presenta un capolavoro assoluto. Scapigliati e macchiaioli, rivoluzionari e vibranti, questi ultimi poi con Fattori e Signorini su tutti, perfino emozionanti. Realismi e orientalismi a descrivere le altre tendenze di quei decenni non senza impressionisti e divisionisti come Segantini e Pellizza da Volpedo e si arriva come da programma a Boldini e gli altri italiani a Parigi, De Nittis e Zandomeneghi. Un viaggio tra oltre cento dipinti che ha il merito di raccogliere e raccontare un secolo del quale l’Italia fu a sua volta protagonista, molto piu’ di quanto ci piace farci raccontare. C’e’ tempo fino all’11 giugno per visitarla, mostra e citta’ meritano il viaggio.

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Racconti fantastici – Michail Bulgakov

Racconti fantasticiIl mio rapporto con Bulgakov e’ piuttosto singolare. Egli e’ un qualche modo una scoperta recente, degli ultimi 20 anni intendo, eppure sin da bambino ho avuto a che fare con le sue opere, iniziando dal lontano 1977 con la trasposizione televisiva di "Uova fatali" con la regia di Gregoretti, passando per incontri e scontri scolastici con "Il maestro e Margherita". Eppure e per ragioni non ben definite, il suo nome e’ restato slegato dalle opere e quando le ho messe assieme fu come scoprirle per la prima volta. E’ qui che ho letto la sua storia, cercato di entrare in una psiche complessa, in un’anima a dir poco tormentata, conoscenza che aiuta non poco ad entrare nello spirito della narrazione e nelle ragioni profonde che la sottende.
C’e’ la sua esperienza personale ma anche e soprattutto la storia della Russia che in quegli anni diventava Unione Sovietica, prima con l’entusiasmo della rivoluzione comunista, poi le perplessita’ ed infine l’orrore di cio’ che in brevissimo tempo si trasformo’ da utopia a distopia. Fu un qual momento che per Bulgakov il fantastico divenne un pretesto o meglio un grimaldello per scardinare i rigidi dettami del regime e attraverso simboli e metafore denunciare la tragedia in atto. Questo gli riusci’ solo in parte e censure e restrizione impedirono la sua pubblicazione di alcune opere sino agli ’60. Ad ogni modo limitiamoci alla raccolta "Racconti fantastici" dove storie di dimensioni piu’ contenute pongono al centro il fantastico ed e’ fantastico per davvero. Ci sono demoni, lucertole giganti, uomini cane e quant’altro. Pretesti per raccontare una burocrazia assassina e un’ideologia che trasforma uomini in mostri e mostri in giganti ancora piu’ mostruosi. Gogolianamente surrealista e ironico, e’ stupefacente leggere con quanta ferocia si scagli contro chi ha ammazzato prima un sogno e solo dopo gli esseri umani, il tradimento di una cura che uccide piu’ del male. C’e’ percio’ tanta rabbia e disgusto che si sublimano nell’ironia e nello sberleffo, si stemperano nelle metafore nemmeno cosi’ criptiche, anzi palesemente dirette a colpire al cuore del regime. In Bulgakov troviamo la vecchia Russia che fa i conti con la modernita’ percio’ oltre la bellezza ed efficacia dei racconti, viviamo con lui tutta la tragedia del secolo breve.

Shield of Straw – Proteggi l’assassino – Takashi Miike

Shield of Straw - Proteggi l'assassinoLe cose stanno cosi’: una bambina di sette anni viene brutalmente seviziata e uccisa e il ricco nonno straziato dal dolore, gravemente malato e anche per questo desideroso di vendetta, mette una taglia enorme sulla testa dell’assassino. Questi sara’ presto trovato grazie al DNA ma i problemi sono solo all’inizio. Si perche’ 1 miliardo di yen, qualcosa come 8 milioni di euro, non solo fanno gola a chiunque ma a cio’ si aggiunge l’immensa soddisfazione di far fuori un lurido pedofilo omicida. La squadra di poliziotti incaricata del trasferimento del prigioniero dovra’ difendere l’assassino da chiunque, anche da loro stessi.
E’ un film complicato eppure semplice da affrontare. Miike innanzitutto e’ diverso da solito. Meno azione e piu’ controllo, nessuna follia o esagerazione, nessuna concessione al divertimento perche’ non c’e’ niente da ridere. Non imita gli americani pur non cercando la distanza. Non sempre la caratterizzazione dei personaggi e’ coerente, vi sono comportamenti e situazioni che per un po’ d’effetto minano la tenuta del testo ma per Miike e il cinema giapponese ci sta e in fondo il problema e’ un altro: cosa fareste voi in un caso del genere.
Certo, il regista ce la mette tutta e lo fa fino in fondo per rendere odioso l’assassino, come se stuprare a morte una bambino non fosse gia’ sufficiente. Che tutta la faccenda si giochi sul filo dell’etica lo dice anche il finale che per ovvie ragioni non anticipo. Certo, personalmente un soggetto del genere lo farei fuori col piacere di pagare anche qualcosa di tasca mia se fosse il caso, non prima di averlo torturato per un paio d’anni perche’ un colpo in testa subito e’ troppo poco ma si sa, li’ fuori c’e’ gente molto piu’ illuminata e democratica di me, magari tra gli amici di Caino e bisognerebbe chiedere a loro, magari con una loro nipote morta ammazzata e ricoperta di sperma.
In ogni caso Miike ci propone tra i personaggi tutte le alternative possibili e ognuno tifi chi vuole. Ah, e’ stato pure candidato alla Palma d’oro, malgrado cio’  resta un film appassionate sotto tutti i punti di vista, da vedere e da pensare.

Scheda IMDB

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