L’ inverno del nostro scontento (Parte II, capitolo II) – John Steinbeck (estratto)

Margie Young-Hunt era una donna attraente, bene informata, abile, così abile da sapere quando e come mascherare la propria abilità. I suoi matrimoni eran falliti, il fallimento era stato degli uomini; uno perché era debole, e il secondo più debole ancora. Morì. La compagnia altrui non le veniva da sé. Se la creava, turava le falle con frequenti telefonate, lettere, cartoline di auguri, e organizzava incontri casuali. Portava la zuppa fatta in casa agli ammalati, ricordava i compleanni. Con questi mezzi faceva sì che il prossimo non ignorasse la sua esistenza.
Più d’ogni altra donna della città badava a non mettere pancia, a tener la pelle chiara e splendida, i denti lucidi, la linea del mento ben tesa. Una discreta parte del suo reddito la dedicava ai capelli, alle unghie, al massaggio, alle creme e agli unguenti. Le altre donne dicevano:
"Dev’essere più vecchia di quel che sembra."
Quando i muscoli che sorreggono le mammelle non reagirono più alle creme, ai massaggi e alla ginnastica, se le mise nel reggiseno speciale, che gliele teneva alte e baldanzose. I suoi capelli avevano proprio quel lustro e quell’ondulazione che promette la pubblicità televisiva. In compagnia, quando cenava, danzava, rideva, divertiva, si tirava dietro l’accompagnatore con una rete di piccoli magneti, chi avrebbe avvertito un freddo senso di cosa risaputa a memoria? Dopo un opportuno intervallo e uno sborso di quattrini, di solito ci andava a letto, se poteva farlo con discrezione. Poi ricominciava a turare le falle. Prima o poi quel suo letto ospitale doveva diventar la trappola, per catturare la sicurezza e gli agi del futuro. Ma la preda saltava via intatta da quella tagliola imbottita. Sempre più spesso incontrava uomini sposati, anormali, cautelosi. E Margie sapeva benissimo che la sua stagione stava tramontando. I tarocchi non rispondevano più quando lei vi cercava aiuto per sé.
Margie aveva conosciuto molti uomini, quasi tutti afflitti dalla colpa, feriti nella vanità, o disperati, sì che in lei era sorto il disprezzo per la sua preda, come accade a chi per professione caccia gli insetti nocivi. Era facile muovere questi uomini mediante le loro paure e le loro vanità. Costoro avevano un tale angoscioso desiderio di farsi ingannare che ella non provava più senso di trionfo, solo una sorta di schifata pietà. Questi i suoi amici, i suoi soci.

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L’inverno del nostro scontento – John Steinbeck

L'inverno del nostro scontentoEthan Hawley e’ un commesso dal passato piu’ grande di lui.
Se i democratici Stati Uniti avessero conosciuto la nobilta’, egli avrebbe il sangue blu invece del rosso vivo di una ricca stirpe che seppe conquistare un posto al sole con la forza dei muscoli e del cervello, talvolta con la prepotenza perche’ il capitale per essere accumulato, a qualcuno va tolto e se con le buone o le cattive, dipende dal caso. Incolpevolmente Hawley conserva di tutto il patrimonio di famiglia solo la casa ed ogni giorno si sacrifica a lavorare nel negozio che un tempo gli appartenne, ora in mano ad un emigrato italiano, un personaggio burbero che mette il profitto al di sopra di tutto a cui comunque non manca un profondo senso di gratitudine e onesta’ morale.
Dietro Hawley c’e’ una bella famiglia, sana, due figli adolescenti, la voglia di dar loro tutto quanto possibile e anche oltre. Il paese e’ quello d’infanzia dove si conosce ogni persona e ognuno e’ legato ad un ricordo della propria giovinezza, in special modo l’amico fraterno Danny Taylor, alcolizzato e ridotto ad una larva d’uomo in cui pero’ resiste una forza anch’essa antica e potente, tanto potente da tenerlo ancora in vita.
E cosi’, in parte casualmente, in parte nel susseguirsi di eventi legati ad altri eventi, Hawley pretendera’ indietro la vita che avrebbe dovuto essere e cio’ che avrebbe dovuto avere.
Non che non ami Steinbeck, anzi, ma in queste settimane sto seguendo altro e solo per una serie di coincidenze ho iniziato il libro destinato ad un periodo futuro. Per dire dello stato d’animo poco ricettivo, eppure dopo pochissime pagine il monologo interiore del protagonista nella lucida analisi della propria esistenza, mi ha trascinato nel vortice di uno dei suoi romanzi piu’ appassionanti. I rimandi a Schnitzler sono ovvi ma meglio ancora e’ forte lo stile della Mansfield per via del cinismo e rassegnazione inesplosi che inevitabilmente trovano sfogo in devianze ben piu’ gravi. Il romanzo sa pero’ sganciarsi nella seconda parte e la terza persona s’intervalla alla prima per dare una visione a 360 gradi dei fatti e delle persone, sino all’epilogo finale che appassiona come un thriller. Nell’introspezione del personaggio v’e’ un’indubbia critica del sogno americano e delle fondamenta del capitalismo ma e’ decisamente piu’ appassionante vederla come la storia di un uomo, l’evoluzione del pensiero e come un’idea possa germogliare poco a poco sino a mutare completamente le sue prospettive e smantellare completante le fondamenta della propria etica.
Ultimo appunto: ho trovato la traduzione di Luciano Bianciardi, come dire, altalenante. Ho dato una scorsa al testo originale ma ancora meglio ricordo che dalle altre traduzioni emerge uno Steinbeck piu’ scorrevole, specie nei dialoghi dove qui invece arranca. Sarebbe interessante un raffronto con altra traduzione o il parere di un esperto in materia.

La luna è tramontata – John Steinbeck (estratto)

(Recensione completa qui)

Voglio tornare a casa.
C’è una ragazza in questa città, una bella ragazza.
La vedo continuamente.
E’ bionda, abita presso il magazzino di ferri vecchi.
Voglio questa ragazza." Prackle disse: "Sorvègliati.
Sorveglia i tuoi nervi." In quell’istante la luce elettrica si spense ancora e la stanza fu immersa nelle tenebre.
Hunter si mise a parlare mentre alcuni fiammiferi venivano accesi e un tentativo veniva fatto di riaccendere le lampade a benzina.
Disse: "Credevo di averli arrestati tutti.
Devo averne lasciato fuori uno.
Ma non posso correre laggiù tutti i momenti.
Ho degli uomini in gamba, laggiù." Tonder accese la prima lampada e poi anche l’altra, e Hunter parlò severamente a Tonder: "Tenente, parla con noi se hai bisogno di sfogarti.
Non farti sentire dal nemico a parlare così.
Non c’è nulla che questa genti ami di più del sapere che i tuoi nervi non reggono più.
Non farti sentire dal nemico." Tonder sedette di nuovo.
La luce gli illuminava crudamente il volto e il sibilo riempiva ancora la stanza.
Egli disse: "Ecco il nemico è ovunque! Ogni uomo, ogni donna, perfino i bambini! Il nemico è da per tutto! Le loro facce spiano di sulle soglie.
Le facce bianche dietro le tendine, in agguato, in ascolto.
Li abbiamo battuti, abbiamo vinto da per tutto, ed essi attendono e obbediscono, e attendono.
Metà del mondo è ormai nostra.
E’ lo stesso negli altri paesi, maggiore?" Hunter disse: "Non so" "E’ un fatto riprese Tonder. Non lo sappiamo.
I bollettini dicono che tutto è nelle nostre mani.
I paesi conquistati acclamano le nostre truppe, acclamano l’Ordine Nuovo. La sua voce cambiò, sino a farsi sempre più molle. E che cosa dicono i bollettini di noi? Dicono che siamo acclamati, amati, che fiori vengono gettati sul nostro cammino? Oh, questa orribile gente che aspetta nella neve!" Hunter disse: "Ora che te lo sei levato dallo stomaco, ti senti meglio?" Prackle aveva battuto fino a quel momento il pugno destro, dolcemente, sul tavolo; disse ora: "Non dovrebbe parlare così.
Dovrebbe tenere certe cose per sè.

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Uomini e topi – John Steinbeck (estratto)

Fuori era ormai quasi buio. Entrò il vecchio Candy, lo scopino, e si diresse alla sua cuccetta: dietro gli faticava il vecchio cane. «Salute, Slim. Salute, George. Non avete giocato, nessuno, ai ferri?»
«Non mi piace giocare ogni sera,» rispose Slim.
Candy continuò: «Qualcuno ha un sorso di whisky? Mi fa male la pancia.»
«Non ne ho,» disse Slim. «Ne berrei anch’io se ne avessi, anche senza il mal di pancia.»
«Un brutto male di pancia,» disse Candy. «Me l’han dato quelle rape del boia. Pensare che lo sapevo, prima ancora di mangiarle.»
Entrò, venendo dal cortile fosco, l’atticciato Carlson. Andò diritto in fondo alla baracca e accese la seconda lampadina. «Buio come l’inferno qui,» disse «Accidenti, come getta i ferri quel negro.»
«È molto bravo,» disse Slim.
«Se lo è,» disse Carlson. «Non lascia mettere un colpo a nessuno…» S’arrestò e fiutò l’aria, e sempre fiutando, abbassò gli occhi sul vecchio cane. «Dio onnipotente, come puzza. Portatelo fuori, Candy. Non c’è niente che puzzi peggio di un cane vecchio. Bisogna assolutamente che lo mettiate fuori.»
Candy si rivoltolò sulla sponda della cuccetta. Allungò la mano e batté leggermente sulla testa del cane decrepito; poi, in tono di scusa: «Gli sono stato tanto insieme che non mi accorgo se puzza.»
«Insomma, io qui non ce lo voglio più,» disse Carlson. «Si sente il puzzo anche quando se n’è già andato.» Andò a quella volta coi suoi passi pesanti e abbassò gli occhi sul cane. «Non ha denti,» disse. «È tutto duro dai reumi. Non fa più nessun bene a voi, Candy. E non ne fa a se stesso. Perché non gli tirate un colpo, Candy?»
Il vecchio diede un guizzo di disagio. «Ma… diavolo. È con me da tanto tempo. L’ho avuto ch’era appena nato. Mi aiutava a guardare le pecore.» Disse con orgoglio: «Non lo credereste a vederlo ora, ma era il miglior cane da pastore che ho mai conosciuto.»
Disse George: «Conoscevo un tale a Weed che aveva un Airedale, buono da pastore. Aveva imparato dagli altri cani.»
Non era facile distogliere Carlson. «Sentite, Candy. Per questo cane la vita non è più un piacere. Se lo conduceste fuori e gli sparaste dritto dentro,» si chinò e mostrò il punto, «proprio qui, non vedete? non saprebbe mai chi sia stato.»
Candy si guardò intorno angosciato. «No,» disse sommesso. «No. Non ne avrei la forza. È con me da tanto tempo.»

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Uomini e topi – John Steinbeck

Uomini e topiNon c’e’ Steinbeck senza "Uomini e topi". Celebre e rappresentativo alla pari di "Furore", con questo libro Steinbeck avanza nell’analisi e critica del subproletariato statunitense ai tempi della crisi del 1929 e in generale sugli scontri tra classi sociali nel dramma che da sempre le definisce e le separa.
Lennie e George, braccianti in cerca in cerca di lavoro, viaggiano di fattoria in fattoria guadagnando quel tanto che basta per spendere in pochi giorni la paga di un mese e andare altrove. Lennie e’ un ritardato mentale per quanto dotato di incredibile forza e George si prende cura di lui cercando per quanto possibile di tenerlo fuori dai guai.
Giunti in un nuovo ranch in California, non tutto procede per il meglio a causa di Sherilyn, la nuora del proprietario, il cui figlio, despota viziato e marito di Sherilyn presto trovera’ motivi a sufficienza per scontrarsi coi due.
Il finale sara’ inevitabilmente drammatico.
Romanzo breve, molto accessibile e cio’ ne ha sicuramente determinato il successo e la suddivisione in capitoli molto simili ad atti, rivela l’intento di Steinbeck di farne un’opera teatrale, cosa che avvenne puntualmente assieme ad altre trasposizioni anche per il grande schermo, la prima infatti risale al 1939, l’ultima al 1992.
Citato, imitato e ricordato, "Uomini e topi" mette in scena lo squallore di uomini piu’ vicini agli animali che alla loro razza, bisogni primari e primitivi che sovrastano ragione e buonsenso, nella desolante constatazione che milioni d’anni d’evoluzione si sbriciolano innanzi le pulsioni di sesso e potere e dell’egoismo che questi comportano.
L’umanita’ di Steinbeck e’ spogliata di qualunque civilta’, almeno per come noi la intendiamo ma cio’ non impedisce di riconoscersi nei diversi personaggi, ognuno archetipico e ognuno a comporre in diversa misura, la psiche umana.
Ecco quindi come si crea l’effetto di distacco da cio’ che accade nel romanzo e nel contempo sentirsi dentro la passione e l’energia sprigionata dal dramma.
Annotazione letteraria: la traduzione di Cesare Pavese sente il peso del tempo, stile di altri tempi e non potrebbe essere diversamente ma mantiene indubbiamente la forza del testo originale.
Si divora in poche ore e resta dentro come pochi altri libri. Immancabile.

La Luna è tramontata – John Steinbeck

La Luna è tramontataNon e’ chiaro ma si presume che la vicenda si svolga nel nord Europa agli inizi del 1940 dove un paese piccolo ma prezioso in quanto a risorse carbonifere, viene conquistato da quello che pare essere l’esercito tedesco.
Le intenzioni non sono bellicose ma un’invasione e’ un’invasione e un popolo pacifico che da secoli ha conquistato la pace, in breve tempo puo’ trovare in se’ lo spirito guerriero e ribelle. Vicenda giocata in progressione, escalation di azione e sentimenti nel deteriorarsi del rapporto tra i due fronti con la perdita dell’innocenza che non riguarda solo i conquistati ma anche i conquistatori, loro nella convinzione di essere nel giusto e che non si capacitano sul come ci si possa ribellare a cio’ pare un naturale stato delle cose.
L’intera trama quindi non e’ altro che un sottile e terribile gioco psicologico nel tentativo da parte di Steinbeck di definire linee e confini, atteggiamenti e comportamenti, capire il punto esatto di rottura dopo il quale un popolo non accetta la perdita di liberta’ e nel contempo definire cosa la liberta’ sia.
I conquistatori, i cattivi, qualcuno preferisce chiamarli Male, in realta’ sono a loro volta uomini, con idee ed ideali, bisogni e necessita’, diversi dagli altri come barricata, non come carne e sangue.
Gia’ in questo Steinbeck pone la questione in termini etici e comunque diversi da cio’ che la letteratura dei vincitori ci ha abituati, dove il nemico e’ a prescindere inumano senza se senza ma.
Che l’autore non voglia soffermarsi su un fatto specifico o su eserciti particolari, si evidenzia dal negare il nome dell’uno o dell’altro ma il bisogno di analizzare e descrivere va oltre l’intento di essere testo col non trascurabile scopo di divenire guida o forse manuale operativo. Pubblicato nel 1942, fu ben presto distribuito in Europa e clandestinamente arrivo’ nei paesi occupati divenendo uno degli emblemi della resistenza e cio’ ne amplifica l’interesse storico oltreche’ letterario.
L’uso intensivo dei dialoghi ne fa un perfetto canovaccio per trasposizioni teatrali e cinematografiche, che avvennero puntualmente e ripetutamente nel corso degli anni, suggestionando probabilmente tutta una serie di racconti in cui una popolazione pacifica e’ sorpresa nella sua quotidianita’ da un invasore.
Forte e’ in Steinbeck l’indomito spirito americano che fa di lui ancora una volta, il campione eletto di un popolo ma anche a me non piace generalizzare e voglio pensarlo ad un universale inno alla liberta’.
Finale poetico e aperto, del resto la guerra era ancora in corso ma nulla toglie alla potenza di un libro che e’ proclama e affermazione.

Quel fantastico giovedi’ – John Steinbeck

Quel fantastico giovedìLa provincia americana nel dopoguerra era a detta di Steinbeck, un guazzabuglio confuso e smarrito di anime sconvolte e disorientate, talvolta nemmeno consce di esserlo ma gia’ appartenenti ad una nuova razza di uomini e donne piu’ vicine all’esistenzialismo beatnik che al pragmatismo anteguerra.
Sempre il sogno americano innanzi ma quel sogno si stava gia’ trasformando, similmente a come si trasformano gli individui crescendo. Doc e’ il protagonista, ex ragazzo allegro che la guerra ha trasformato in uomo insoddisfatto.
Lui lo sa, gli amici lo sanno e se il lavoro trasformato in ossessione puo’ essere una cura, in realta’ e’ una coperta sotto la quale nascondere i problemi. 
Solo l’intervento di Fauna, la maitresse del bordello cittadino, sblocchera’ la situazione cercando in un sol colpo di salvare lui e Susy, una sua protetta che potrebbe ambire a qualcosa di piu’. Tutta la citta’ a dire il vero si impegnera’ in questo ma il risultato non sara’ buono quanto sperato.
Facente parte di una serie di romanzi collegati tra loro, "Quel fantastico giovedi’ " si fa seguire malgrado qualche perplessita’ iniziale, Steinbeck non aiuta segmentando il racconto in tanti capitoli talvolta indipendenti che ruotano pero’ attorno alla comunita’ di amici, una sorta di script per telefilm dove ogni episodio e’ autonomo pur sostenuto da un impianto pregresso e necessario per comprendere cio’ che accade. Questo almeno e’ quanto avviene all’inizio del libro per acquistare una forma piu’ lineare man mano che la storia si definisce.
Lo stile e’ brillante, quasi comico, persino farsesco eppure resta drammatico nella contemplazione di un disagio che altro non e’ se non la perdita dell’innocenza, come individuo e come nazione. Il bere, le donne, l’esistenza spregiudicata all’interno della piccola provincia, tutto concorre a rinviare l’inevitabile constatazione del proprio nulla che prima o dopo arriva e Doc, uomo con piu’ saggezza ed esperienza degli altri, gia’ ha compreso per quanto non accettato.
Il maggior difetto dell’opera di Steinbeck e’ quel senso di irrisolto che non nasce dalla vicenda bensi’ dagli intenti dello scrittore che pare non decidersi che strada intraprendere. Si sfiorano i massimi sistemi eppure la struttura resta ottima per una commedia romantica, scevra pero’ di sufficiente brillantezza per attrarre le sognatrici del gentil sesso.
Anche il tocco maschile e’ indiscutibile, quasi da college movie e insomma, troppe anime mescolate non chiariscono sino in fondo cosa si sta leggendo.
Piacevole ma non un capolavoro.

I pascoli del cielo – John Steinbeck

I pascoli del cieloC’e’ una terra in California talmente bella, fertile, verde e rigogliosa che un caporale spagnolo nel 1776, vedendola per la prima volta, la disse "pascoli del cielo".
Il nome rimase quando inizio’ a popolarsi e oltre un secolo dopo il nome non cambio’ per le famiglie che ancora ci vivevano e la coltivavano, creando una comunita’ stabile, per certi versi felice eppure immersa in una quotidianita’ fatta di piccoli e grandi problemi, illusioni, speranze e delusioni come albergano in chiunque ed in qualunque parte del mondo, niente e nessuno escluso. 
Steinbeck racconta le storie di queste persone, piccoli mondi autoconclusivi ma non recintati nei singoli capitoli perche’ sempre di comunita’ si tratta e i destini dell’uno talvolta s’incrociano coi destini degli altri.
Anche il tempo non e’ una costante perche’ talvolta sono coinvolte intere generazioni, altre decenni o pochi anni.
E’ la messinscena del cerchio della vita con i pascoli del cielo come palco, immobili e pazienti, indifferenti forti dell’eternita’ innanzi a loro.
La vita degli uomini e’ piccola eppure proprio per questo ancora piu’ commovente nel combattere una battaglia continua seppur privilegiata, pensando a cio’ che lo stesso Steinbeck descrivera’ pochi anni in "Furore".
Non che alcune storie non siano drammatiche ma rientrano sempre in quel gioco d’azzardo che e’ l’unica costante dell’esistenza, dove nulla si puo’ contro il destino quando questo decide di mettersi di traverso.
Steinbeck e’ superbo e non ce ne stupiamo. Egli ha la rara capacita’ di rendere l’ordinario straordinario e lo straordinario epico. Come bambini si resta in avida attesa di sapere cosa accade e finita una storia, ingordi s’insegue la successiva. Appassionante pur non esistendo un culmine da raggiungere, la familiarita’ coi protagonisti diviene presto parte di una visione complessiva che accresce di pagina in pagina e come un trasferimento in altri luoghi, si prende confidenza con persone e territorio facendolo emotivamente proprio un passo alla volta fintanto che, non si torna a sentirsi a casa propria.
Unico rammarico e’ finire di leggerlo.

Furore – John Steinbeck (estratto)

CAPITOLO 1

Nella regione rossa e in parte della regione grigia dell’Oklahoma le ultime piogge erano state benigne, e non avevano lasciato profonde incisioni sulla faccia della terra, già tutta solcata di cicatrici. Gli aratri avevano cancellato le superficiali impronte dei rivoletti di scolo.
Le ultime piogge avevano fatto rialzare la testa al granturco e stabilito colonie d’erbacce e d’ortiche sulle prode
dei fossi, così che il grigio e il rosso cupo cominciavano a scomparire sotto una coltre verdeggiante.
Agli ultimi di maggio il cielo impallidì e perdette le nuvole che aveva ospitate per così lungo tempo al principio della primavera. Il sole prese a picchiare e continuò di giorno in giorno a picchiar sempre più sodo sul giovane granturco finché vide ingiallire gli orli d’ogni singola baionetta verde.
Le nuvole tornarono, ma se ne andarono subito, e dopo qualche giorno non tentarono nemmeno più di ritornare. Le erbacce si vestirono d’un verde più scuro per mascherarsi alla vista, e smisero di moltiplicarsi. La terra si coprì d’una sottile crosta dura che impallidiva man mano che il cielo impallidiva, e risultava rosa nella regione rossa, bianca nella grigia.
Nei solchetti scavati dall’acqua la terra si sgretolò in rigagnoli di polvere minuta, tosto percorsi da innumerevoli processioni di formiche e formiconi. E sotto le sferzate ogni giorno più crudeli del sole le foglie del giovane granturco perdevano la loro baldanza e la loro durezza; s’inchinavano, dapprima, e poi, man mano che s’infiacchiva la loro colonna vertebrale, si prostravano.
E venne il giugno, e il sole diventò selvaggio; le strisce brune, sulle foglie del granturco, si estesero dagli orli
fino a toccare le colonne vertebrali. Le ortiche si sfrangiarono, si raggrinzirono, invecchiarono.
L’aria era afosa e il cielo più pallido e di giorno in giorno la terra incanutiva.
Sulle strade, mulinate dalle ruote dei carri e trebbiate dai ferri dei cavalli, la crosta della massicciata andò in frantumi e creò la polvere. Le minime cose animate sollevavano questa polvere per aria: gli uomini camminando sollevavano nuvolette che s’alzavano fino alla loro cintola; i carri, nuvole più dense che raggiungevano le cime delle siepi; le automobili, nuvoloni che oscuravano il sole.
E a tutta questa polvere occorreva molto tempo per ricadere e posare.

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