La performance – MAMbo

La Performance

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Catherine Wagner, Maurizio Finotto – MAMbo, Bologna 23-09-2017

Catherine Wagner, Mambo

Maurizio Finotto,  Mambo

Finotto al Mambo

Catherine Wagner

Christian Boltanski – MAMbo, Bologna 23-09-2017

Christian Boltanski  - MAMbo 1

Christian Boltanski  - MAMbo 2

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Ginevra Grigolo e lo Studio G7 – MAMbo, 20-05-2017

Ginevra GrigoloE’ da un po’ che cerco d’inquadrare storicamente Bologna nell’arte, capire come, quando e quanto abbia influenzato e il panorama artistico nazionale ed internazionale. L’idea che mi sono fatto e che ho gia’ espresso, e’ che forse Bologna ha rappresentato di piu’ nelle esposizioni che negli artisti in senso stretto e per quanto non si sia fatta la storia come altre realta’ quali Roma, Torino e Milano, in parecchi casi ha proposto delle eccellenze.
Una di queste eccellenze fu ed e’ ancora oggi lo Studio G7, storica galleria felsinea che il MAMbo celebra con una temporanea ad essa dedicata. Parlare di Studio G7 significa celebrare Ginevra Grigolo colei che sta dietro le scelte curatoriali nonche’ proprietaria della galleria.
Quindi parlare di Studio G7 significa raccontare l’arte contemporanea italiana e nn dell’ultimo mezzo secolo.
150 opere vecchie e nuove, immagini d’epoca e un vasto campionario di artisti che non hanno bisogno di presentazioni, Warhol, Rauschenberg, Lichtenstein giusto per fare qualche nome ad altre scoperte o proposte della galleria stessa come chesso’ Manuela Sedmach o Walter Cascio. Parlando di proposte, e’ molto interessante vedere il video che Marina Abramovic ha voluto dedicare alla Grigolo in cui ricorda una delle sue prime performance di resistenza che assieme a Ulay la vide immobile su una sedia per 17 ore proprio nella galleria, un’intuizione e una disponbilita’ che trovo’ tra i primi la Grigolo come madrina.
Un giusto omaggio quindi, un libro di storia dell’arte che nel contempo racconta della citta’, vedere artisti noti e altri meno, una mostra di mostre come se ne facevo tanti anni addietro. un bel ripasso che dura ancora per qualche giorno. Chi puo’ vada.

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Jonas Burgert – MAMbo, Bologna 25-02-2017

Jonas BurgertC’e’ voluto un po’ di tempo per liberarci dell’esposizione su Bowie e non lo dico in senso negativo perche’ nel bene o nel male, giusto e sbagliato che fosse, la mostra dedicata all’artista scomparso ha smosso acque e denaro.
Il MAMbo pero’ torna a parlare d’arte in senso stretto e lo fa con Burgert, artista tedesco nato, cresciuto e stazionato in Germania, a Berlino per l’esattezza e non ho idea se il carattere aperto della citta’  abbia influito sul suo lavoro ma e’ certo che l’influenza che esercita e gli stimoli emotivi che si ricavano a vederlo sono molteplici.
Burgert e’ presente con 38 opere, molte delle quali di grandissimo formato ed e’ proprio qui che si esprime al meglio. Egli e’ un artista da assorbire e lo si capisce osservandolo nei particolari. Non colpisce a prima vista, vuoi per la quantita’ abnorme di oggetti, simboli e particolari che permeano i suoi dipinti, percio’ man mano che si avanza per i grandi saloni del MAMbo accresce come dire, la consapevolezza del suo lavoro, si perfeziona il metodo di comprensione e di approccio ad un immaginario permeato di visioni d’incubo. La sua e’ la prospettiva di dimensioni incastrate negli interstizi della realta’, luoghi senza tempo fatti di puro spazio, contenitori puri senza storia e narrazione eppure vissuti e consunti da chi? Vi sono figure meticce, figli deformi di un oltre-mondo, un dopo vita che ancora non ha espresso tutto il suo orrore. Burgert e’ al contempo metafisico e surrealista, figurativo e astratto, egli comprime in una sola immagine un’intera storia e all’interno di essa ci si muove tridimensionalmente percio’ sa essere cubista (alla Lynch, non alla Picasso). Al contrario nei piccoli ritratti, piccoli rispetto le grandi tele s’intende, esprime la grazia antica del ritratto impressionista e il segno lasciato da Boldini e tutta la sua scuola, con la perfezione del volto e lo sfumare fotografico dell’intorno.
Confesso di non essermi sentito inizialmente coinvolto dal suo lavoro, poi man mano che la visita prosegue, di quadro in quadro qualcosa segna, i simboli diventano i propri e ci si immerge infine nel suo universo terribile eppure affascinante. Si poteva fare di piu’ sotto il profilo curatoriale. Testi quasi del tutto assenti e nemmeno una traduzione dei titoli dal tedesco. Se e’ una scelta non so, pero’ e’ una scelta sbagliata. Non e’ un artista in cima alle mie preferenze eppure qualcosa resta, percio’ va bene cosi’. Fino al 17 aprile 2017.

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Officina Pasolini – MAMbo, 31-12-2015

Pasolini MamboQuarant’anni fa, era il 2 Novembre 1975, moriva Pier Paolo Pasolini. I ricordi e le celebrazioni si sono sprecate, si sprecano e si sprecheranno ancora. Non entro nel merito se tutto questo sia dovuto perche’ lo e’, ma e’ ancora una volta la cultura partigiana percio’ a senso unico che sporca anche cio’ che abbiamo avuto di buono, non garantisce nulla, anzi..
Ad ogni modo Bologna ha un legame importante con lo scrittore scomparso per avergli dato i natali e per i tanti ritorni in zona per quanto il Friuli prima e Roma poi, siano state di maggior riferimento, umano e professionale.
Il MAMbo con grande dispendio di forze assume l’onere per tutta la citta’ di ricordarlo degnamente e cosi’ le ampie sale delle mostre temporanee si sono attrezzate per l’allestimento che proseguira’ sino al 28 Marzo 2016.
Che le cose siano state fatte alla grande basta una semplice occhiata per capirlo e l’impatto con la penombra ovattata nella quale la luce diventa segno, messaggio e sottolineatura, e’ imponente e meraviglioso. Certo una tale cura in passato non s’e’ mai vista e per una ragione o l’altra, e’ comunque ragione di complimenti ai curatori.
La difficolta’ nell’affrontare un personaggio come Pasolini consiste nel decidere che impostazione dare per raccontare la vita di un intellettuale che si e’ cimentato su innumerevoli branche della cultura e dello spettacolo.
Egli fu poeta, scrittore, saggista, giornalista, regista una vita non lunghissima ma costellata da innumerevoli iniziative e progetti, percio’ saggiamente, il MAMbo non segue un percorso storico ma tematico, zone d’interesse che divengono spazi fisici non di approfondimento ma di sottolineatura, con scritti, video, foto e testimonianze, a volte pagine di giornale, altre reperti fisici come costumi oppure oggetti. La scelta e’ giusta, quasi obbligata per quanto e’ da dire, chi sa poco Pasolini non ne puo’ uscire arricchito da un’esperienza che implica una conoscenza di fondo piu’ importante. Ognuno nella mostra vedra’ cio’ che gia’ sa o crede di sapere, meglio trovera’ confermate le proprie idee sull’uomo e l’artista. Trovo che Pasolini sia stato un regista poco piu’ che mediocre, talvolta pessimo con qualche rara punta d’eccellenza e nulla di quanto ho visto ha intaccato la mia tesi, al contrario fu un grande scrittore e oltre i contenuti che meritano un ampio discorso a parte leggiamo un suo italiano sublime, di una bellezza da togliere il fiato anche su miseri appunti o generici bozzetti. Poi sui significati e le idee, ognuno declina come vuole, certo e’ che per paradosso ma e’ un paradosso dei tempi, anche Pasolini oggi ha a ben vedere una valenza opposta rispetto i suoi anni e il suo messaggio meglio si adatta a coloro che in vita gli furono ostili e viceversa. 
Del resto basta guardarsi attorno, dove la borghesia vota i suoi nemici storici, quella sinistra che stravede per il tragico imperialismo statunitense, mentre i ceti piu’ bassi si rivolgono a un conservatorismo russo, oggi ultima frontiera  rimasta all’Occidente in via di estinzione. Pasolini per molti versi lo aveva previsto e sarebbe interessante sapere oggi dove avrebbe rivolto il suo sguardo. Vedendo la mostra una risposta l’ho vista, altri immagino avranno preferito far finta del contrario. alla fine comunque ci si pone domande e se v’e’ rimasta grandezza nella figura di Pasolini, e’ proprio negli interrogativi che ancora ci rivolge, percio’ vale la pena rivedere e rileggere il suo lavoro.

Scheda Evento

Foto / Industria 02 – Bologna, 24-10-2015 (terza parte)

Foto Industria II - GimpelLeon Gimpel
Parigi all’inizio del secolo scorso era leggenda, lo sappiamo tutti, uno splendore che la I Guerra Mondiale non riusci’ del tutto ad offuscare. L’immaginario artistico e letterario travalicava confini e stagioni ma a un dato momento, complice la tecnologia, questo splendore arrivo’ innanzi gli occhi di chiunque anche grazie al lavoro di Gimpel, Incantato dalle luci che la Parigi degli anni venti offriva, coperta com’era dai neon a loro volta brevettati da pochi anni, Gimpel divenne un testimone privilegiato della sinergia che la tecnologia assieme a un’amministrazione accorta e il commercio, sapevano offrire.  Sfruttando quello che allora era un recente procedimento fotografico chiamato autocromia, Gimpel offri’ al mondo una Parigi stupefacente anche al giorno d’oggi, paesaggio antico ma nel contempo stilizzato e futuristico nell’accezione romantica del termine. Foto di piccolo formato che accresce il misticismo di immagini fuori dal tempo, eterne in quanto stilizzate ed astratte eppure cosi’ presenti in un immaginario che il tempo accenna appena a sfumare.
L’unica osservazione che mi sento di sollevare riguarda la presenza in biennale perche’ e’ vero che in qualche modo ben rappresenta le forze di un sistema che "Foto / industria" racconta ma e’ il discorso tecnico che prevale sul contenuto, diciamo che il medium sovrasta il messaggio.

Foto Industria II - HaoHong Hao
Il tempio, per cosi’ dire, bolognese dell’arte moderna ospita le opere di Hong Hao, artista cinese che da oltre dieci anni lavora a questo singolare progetto nel quale con pazienza a dir poco certosina, cataloga e scannerizza i piccoli e grandi oggetti del suo quotidiano, quelli che potrebbero appartenere a chiunque, riorganizzandoli in grandi pattern cromaticamente omogenei, tematicamente solo in apparenza disordinati laddove talvolta emerge l’esigenza di creare una forma, altre un tema specifico. Percio’ si passa da pura estetica alla constatazione di una maoismo pop e coloratissimo. Il messaggio politico e’ ben preciso, anzi potremmo riassumere il lavoro di Hao in "posseggo quindi sono", in un misto d’ironia e tragica constatazione di un consumismo spaventoso e senza controllo. L’individuo perso in una miriade di inutilita’, smarrito in cio’ che gli appartiene, confonde il proprio valore con cio’ che possiede e serve l’artista per esibirlo e anzi per contrasto esporre un’opera interamente formata da capelli tagliati, per aumentare la confusione tra individuo e oggetti che gli appartengono coi quale fare arte. Mi e’ piaciuto tantissimo, una delle migliori mostre della biennale, il punto pero’ e’: cio’ basta per definire industriale il lavoro di Hao? La critica sul capitale e’ una critica all’industria s’intende ma potrebbe non centrare l’obiettivo delle Foto / industria. Vedremo meglio al tirare delle somme.

Foto Industria II - LinkO. Winston Link
Link fu evidentemente un uomo di grande passione anzi con due passioni importanti, la fotografia e i treni. Per questa ragione divenne uno dei testimoni piu’ importanti di questo mezzo di locomozione al punto che in pochi anni, produsse una copiosa quantita’ di immagini spettacolari e ben caratterizzate. Il treno diviene protagonista non soltanto per l’irrompere nella scena ma come elemento vivente che partecipa, si mostra, sorprende, pare mettersi in posa. E’ in fondo la cifra stilistica di Link, questo e’ ovvio, pero’ il suo non e’ un lavoro tecnico o meccanico, non solo ma il voler a tutti i costi ritrarre persone in momenti di vita comune assieme a treni non per forza al centro dell’attenzione, fa delle sue foto una vera miniera di curiosita’. Nemmeno si preoccupava di raggiungere un realismo assoluto, anzi come in ogni buon ritratto che si rispetti, Link imbastiva dei veri e propri set fotografici, giganteschi s’intende dato il soggetto e le distanze che nelle foto in notturna richiedevano un impianto d’illuminazione di tutto rispetto, hollywoodiano persino. Stiamo parlando degli anni d’oro del cinema, dell’America che ha conquistato mediaticamente il mondo, la seconda meta’ degli anni ’50, quella degli Happy Days e dei drive-in, l’America della torta di mele e dei film di Elvis, l’innocenza vera o presunta di una nazione che della tecnologia e del benessere ha fatto il suo vanto e ragione d’essere. In tutto questo emerge prepotente la meccanica, marginale al contesto Link, forte in quello della biennale. Un bello spaccato di vita che non c’e’ piu’.

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Li Songsong. Historical Materialism (MAMbo, 30-05-2015)

Li Songsong - 1Si torna al MAMbo dopo alcuni mesi dall’ultima visita e non tanto per la mostra permanente quanto per la nuova esposizione provvisoria dedicata all’artista cinese Li Songsong.
Classe 1973, appartenente alla generazione post maoista ma non post comunista essendo il regime ancora saldamente al potere, in qualche modo vive sulla propria pelle il cambio ideologico ed economico riassumibile nel motto di Deng Xiaoping che nel definire Mao 70% bene e 30% male, annoda il passato in funzione del futuro, una menzogna palese a chiunque ma necessaria per l’ordine e il rilancio di una nazione o meglio un continente, a breve prima potenza economica e presto la madre del nuovo ordine imperante mondiale. 
Li Songsong - particolareE’ tipico di molti artisti cinesi appoggiarsi in modo piu’ o meno violento o se vogliamo antagonista all’iconografia del maoismo o utilizzando gli strumenti che il regime stesso ha usato per anni.
Molti sono gli elementi che fanno di Li un artista molto molto interessante. Innanzitutto egli e’ sinceramente pop nel concetto espanso che Warhol gli attribui’ costruendo una critica sociale attraverso i simboli che ne costituiscono l’immaginario, giocando pero’ sulla cronaca che fu iconografia e propaganda.
Mao fu il personaggio piu’ scientemente pop che la storia ricordi, secondo solo all’iconografia cristiana maturata pero’ nei secoli e non certo con le medesime finalita’. Percio’ ritroviamo i falsi colori dell’artista statunitense qui non lisergici ma delicatamente pastello come un omaggio a Morandi, al museo che lo ospita nella citta’ che gli ha dato i natali. Pannelli non come ripetizioni ma intercalati a comporre un solo grande disegno o forse sarebbe il caso di dire scultura.
Li Songsong 2Si perche’ cio’ che ancor di piu’ salta all’occhio e’ l’uso della materia, dove strati profondissimi di colore vengono letteralmente incisi da Li e il segno e’ un solco profondo, le cui ombre divengono esse stesse sfumature disintegrando il confine tra pitture a scultura, annullando percio’ il materico per la materia.
Nel gioco della reinvenzione, non manca l’utilizzo di superfici come l’alluminio e il vetro, che girando attorno all’arte povera, restituiscono alla sostanza la sua funzione di colore. Conseguentemente impressionista, la nuova immagine sorge dal riciclo della vecchia propaganda e storica testimonianza ovviamente ricontestualizzata con tutta la serieta’ che lo stesso Warhol metteva nelle sue minestre o nei ritratti, che tanto e’ lo stesso. Con Li e’ un viaggio nella storia della Cina, quindi del mondo intero e nel contempo troviamo un secolo e piu’ di arte, trasversale a generi e modelli, riuscendo a ricodificare il messaggio accorpando gran parte delle codifiche del passato.
Mi e’ piaciuto tantissimo, ennesimo segnale che ahinoi, la nuova via dell’arte non passa piu’ per l’Occidente.

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(Tutte le immagini riportate appartengono ai legittimi proprietari)

Massimo Iosa Ghini. Works – Do ut Do (MAMbo Bologna, 18-10-2014)

Massimo Iosa GhiniMi spiace essere arrivato all’ultimo giorno di questa doppia esposizione temporanea, percio’ scriverne ora ha valenza storica e concretamente non posso piu’ consigliare a nessuno di visitarla.
Trattandosi pero’ di soggetti in piena e continua attivita’ nonche’ una fondazione che prosegue nel suo lavoro, spero serva a indirizzare attenzione e curiosita’ futura.
Torniamo percio’ nei bei saloni del MAMbo per due mostre dedicate al design e all’arte, entita’ diverse che invero sono una soltanto con la messa a fuoco su alcuni suoi protagonisti.
Massimo Iosa Ghini. Personaggio a dir poco interessante, multidisciplinare ma non eclettico se con questo s’intende lo spaziare tra le arti con progetti stilisticamente diversi tra loro. Iosa Ghini, disegnatore, designer, architetto, artista capace di iniziare tra i membri del gruppo Valvoline e nel contempo gettare le basi del Bolidismo e far parte del Memphis, lega in modo unico e indissolubile le diverse esperienze attraverso il segno grafico riconoscibilissimo ancora oggi nelle sue architetture che spaziano dai negozi ai palazzi.
Un percorso singolare il suo, perfettamente tracciabile eppure costantemente in evoluzione, incredibilmente organico ad un progetto le cui regole furono definite trent’anni fa e da allora mai abbandonate.
Se Valvoline fu un’affermazione programmatica, il design future retro del bolidismo rimanda all’immaginario dei The Jetsons – i nostri I Pronipoti – che a loro volta pescavano a piene mani nell’utopia pop dello space-age che la corsa allo spazio regalava in quegli anni. Forme arrotondate dalla velocita’ supersonica dove e’ l’attrito a smussare gli angoli e a tracciare le forme. Percio’ l’affinita’ col bolidismo futurista acquista valenza letteraria e filosofica nella dimensione temporale attuale che oltre alla forma esige la funzione. Seguendo questo percorso, non sorprende scoprire che Iosa Ghini oggi e’ impegnato sul Do it Dofronte di una architettura proiettata in avanti ma attenta ad una funzione non relegata a chi la deve vivere, l’uomo ma anche a cio’ che la deve ospitare, la natura.
Allargando percio’ il discorso oltre l’esperienza del singolo, "Do ut Do" e’ un progetto benefico che coinvolge artisti, designer e aziende e attraverso le loro donazioni in opere da assegnare a chi avra’ contribuito economicamente al progetto. Arte ma anche design perche’ in Italia fummo maestri a coniugare entrambe le discipline percio’ la tradizione aiuta nel meritevole compito.
Troviamo percio’ Sotsass e Spalletti, Chia e Iosa Ghini, Botta e Paladino, Starck e Antonio Marras. Finalmente una iniziativa che si esprime su molti livelli, nella missione e nell’opportunita’ di ammirare il lavoro di tante eccellenze e nel contempo un’esperienza che coinvolge attivamente chi la realizza, chi la compone, chi ne fruisce e infine i fortunati coi mezzi per sostenerla.

Massimo Iosa Ghini Sito ufficiale
Massimo Iosa Ghini al MAMbo
Do Ut Do Sito Ufficiale
Do Ut Do al MAMbo

Nick van Woert, MAMbo – 28-06-2014

Nick van WoertSi girano i musei di arte moderna di tutta Italia e poi per assurdo, non si va a vedere cio’ che casa propria ha da offrire.
Colmiamo la lacuna ed eccoci a Bologna, al celebre MAMbo che ci accoglie prima di tutto con una personale dello statunitense Nick van Woert. Abbondante lo spazio a lui dedicato ma del resto l’artista si esprime con grandi impianti che richiedono un respiro ampio e meditato.
I suoi materiali sono quanto di meglio l’odierna societa’ industriale puo’ offrire con schiume, plastica, gomme che non di meno si fondono con acciaio, pietra e gesso, sposalizio temporale piu’ che materiale che poi e’ la cifra stilistica del nostro.
Nel lavoro di van Woert il tempo viene semplicemente annullato attraverso operazioni anche molto diverse tra loro ma che infine negano presente e passato, convogliandolo in un futuro solo eventuale, dal sapore distopico, archeologia futura di un’epoca ancora da inventare. Percio’ se da un lato il presente al suo peggio, spazzatura, residui di materiali vari ma anche pietre e rami, sono raccolti in futuristiche teche alcune delle quali percorribili come un labirinto per un viaggio temporale che sia anche fisico e spaziale, enormi totem come avatar di uomini succedanei degli dei, mitizzano il presente in un futuro apocalittico. Si sottolinea questo aspetto attraverso la fusione di materiali antichi e nuovi, disgregazione del passato in un incerto ma caotico futuro. Attraverso i bisogni effimeri del nostro tempo, si idealizza una mitologia futura e con essa un neoclassicismo reinventato da una civilta’ implosa e non piu’ rialzata dopo un crollo rovinoso. Se in apparenza l’atmosfera e’ cupa e deprimente, in realta’ l’ironia fortissima trasforma il dramma in farsa aggiungendo in questo modo una ulteriore chiave di lettura, anzi la chiave di lettura che mi ha fatto apprezzare maggiormente la mostra.


Mambo 1Naturalmente la visita e’ proseguita nella sezione permanente del MAMbo.
Praticamente contiguo all’ingresso troviamo il Museo Morandi, a tutti gli effetti un museo dentro il museo dedicato al grande artista bolognese. Nel ripercorrere la sua carriera attraverso le celebri bottiglie e nei paesaggi di Grizzana sull’appenino bolognese, non soltanto diventa palese il rapporto dell’artista col colore e le forme ma se ne evidenzia la funzione ideologica,  verso una sperimentazione che supera la rappresentazione declinandosi alla metafisica, nonche’ all’equilibrio complessivo dell’immagine. Oltre i libri, le analisi e i trattati, Morandi e’ tutto qui e con lui il lascito al mondo dell’arte che ritroviamo soprattutto  negli omaggi e nelle infinite citazioni.
Confesso che in generale il MAMbo non mi ha impressionato. Troppo limitato nelle opere e qualcosa da ridire sull’organizzazione generale. Si e’ voluto dedicare ben piu’ di un occhio di riguardo alla bolognesita’ degli artisti in mostra e cio’ e’ giusto, persino dovuto laddove ad esempio l’influenza di Morandi si palesa prepotente ma nel contempo cio’ limita il campo d’azione della galleria. Molto interessanti le sezioni dedicate all’Informale, Forma 1 e l’Arte Povera ma nel contempo il riassunto e’ eccessivo e un singolo Perilli, Burri o Pozzati non vanno oltre il rappresentativo di movimenti ben piu’ vasti e complessi.
Anche la sezione "Arte e Ideologia" regala qualche sorpresa ma nel complesso non trovo sensata una classificazione che dovrebbe invero attraversare trasversalmente tutte le correnti e soprattutto troppo limitata in un discorso che vorrebbe un ben piu’ ampio approccio.
Allo stesso modo le sezioni piu’ recenti riguardanti le nuove acquisizioni e "Focus on Contemporary Italian Art" ottengono l’effetto di un accumulo disordinato coerente solo nella nazionalita’ degli artisti o della loro data di nascita.
Ecco diciamo che non consiglierei il MAMbo come primo approccio all’arte contemporanea ma oltre questo resta uno spazio importante a compendio dell’argomento vasto come l’intero XX Secolo.

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