New Flight to Solaris – Fondazione Zeffirelli, Firenze 30-06-2018

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La forma dell’anima. Il cinema e la ricerca dell’assoluto – Andrej Tarkovskij

La forma dell'animaChe Tarkovskij sia il mio sommo riferimento cinematografico non e’ un mistero. Solitamente mi lego ad un artista tramite un’affinita’ emotiva che diviene sublime nel momento in cui a questa si aggiunge una valenza tecnica stupefacente e maggiore e’ la somma di idee e tecnica, piu’ grande e’ la mia ammirazione e dedizione.
Scoprii Tarkovskij in una calda notte televisiva di oltre trenta anni fa, quando la RAI trasmise "Solaris", film che a suo tempo mi fu incomprensibile che pero’ sedimento’ nel profondo della mia fantasia e che con qualche anno in piu’, imparai ad amare smisuratamente. Ho poi percorso la carriera cinematografica e umana di Tarkovskij in lungo e in largo e tutt’oggi affranto per la prematura scomparsa, tengo nell’anima la sua produzione con affetto materno e con tenace stupore vivo la sua capacita’ di raccontare il cuore dell’uomo.
In questo libro Tarkovskij si racconta e lo fa attraverso alcune conferenze che tenne tra il 1967 e il 1981 presso il Comitato Statale Cinematografico.
Appena qualche riga ed egli svela la sua poetica con poche parole: "Il cinematografo ideale dovrebbe assomigliare a un documentario, non come modalita’ di ripresa ma come modalita’ di riproduzione, di ricostruzione della vita".
Semplice eppure in antitesi all’idea di un cinema fintamente ammantato di etica che nulla condivide con l’arte ma funzionale all’indottrinamento di masse ignare. Tarkovskij ebbe il coraggio di affrancarsi dalla prassi cosi’ comune nell’Unione Sovietica che da Ejzenstejn in avanti non rinuncio’ mai alla propaganda di regime anche attraverso il cinema.
Parlo di poetica ed e’ nella sua poesia che ancora una volta chiarisce cosa intenda: "Se l’uomo percepisce l’assoluto, gli viene concesso di rappresentarlo". Ecco quindi il suo segreto e il segreto dei grandi, la poesia non si crea ma si raccoglie tutt’attorno e l’artista e colui che sa vederla e offrirla agli altri.
"La metafora comunque non e’ adatta al cinematografo, nonostante parecchi critici sostengano il contrario" e su questa premessa, il compianto regista russo analizza nelle sue lezioni il cinema a 360 gradi, partendo dalla definizione di arte, passando per il delineare concetto e struttura di forma ed entrando nello specifico sull’idea, la trasformazione in sceneggiatura ed infine il montaggio.
Schietto nelle sue tesi cosi’ come sincero fu il suo cinema, racconta e si racconta, non esprime verita’ assolute ma con fermezza difende le proprie posizioni. Cita nel bene e nel male altri colleghi, la sua ammirazione per Bresson e’ palpabile e altrettanto si puo’ dire di Bergman ed in generale difende ed esalta il lavoro compiuto da artisti che non antepongono l’artifizio alla sincrerita’.
Le sue sono lezioni di cinema ma ancora prima di filosofia sull’arte e quindi sulla vita.
La lettura di questo libro ha decuplicato la mia ammirazione per Tarkovskij oltre ogni possibile misura ma ancor meglio mi ha aiutato a focalizzare quali siano i punti di contatto col suo modo d’intendere il cinema e comprendere perche’ egli mi appaia tanto grande e importante.
Testo imprescindibile su Tarkovskij e ancor meglio sul cinema tutto.
"L’arte esprime tutto cio’ che v’e’ di migliore nell’uomo: la Speranza, la Fede, la Carita’, la Bellezza, la Preghiera."

Elegia di Mosca – Aleksandr Sokurov

Elegia di MoscaRiprendo in mano la filmografia di Sokurov e torna forte la nostalgia per Tarkovskij.
Non e’ un caso certo perche’ tra i due esiste un’affinita’ che va oltre l’amicizia, va oltre l’ideologia e il corporativismo.
Tarkovskij fu del regista sostenitore, per certi versi scopritore ma nemmeno questo ha peso e valenza per definire il loro rapporto.
Nei lenti movimenti di camera di Sokurov c’e’ l’amore del dettaglio di Tarkovskij, una visione frattale che dalla fotografia scende negli infiniti dettagli che il mondo reale riserva a chi abbia voglia di osservare.
"Elegia di Mosca" e’ un omaggio, meglio dire un ricordo di Sokurov del suo amico, un collage di film, dietro le quinte, materiale di repertorio e riprese originali preparate appositamente per l’occasione.
C’e’ dolore trattenuto a stento dalla rabbia contro una politica cieca ed ingrata che nel 1987 anno del girato, ancora non aveva riabilitato la figura del suo grande Maestro e nella piu’ totale indifferenza ne fece un nostalgico esiliato che pago’ col confino l’amore per la propria terra, per la propria cultura, per il suo essere profondamente russo ed orgoglioso di esserlo. Quanta frustrazione nelle sequenze della morte di Breznev, periodo nel quale in patria gli ostacoli diventavano eccessivamente gravosi, tanto che Tarkovskij dovette lasciare i confini sovietici nei mesi in cui si palesava un regime ostile ad ogni forma di cultura che non gli fosse accondiscendente e che ironia per quelle immagini simili al funerale di Togliatti che Pasolini, egli si al regime genuflesso, riportava in omaggio ai suoi padroni e nella similitudine l’abissale distacco di un’arte eterna perche’ sopravvissuta alla miseria umana e quella miseria umana che qualcuno definisce eterna ma gia’ dimenticata.
Ancora piu’ forte pero’ e’ l’amore e il rispetto per quegli occhi curiosi, per il movimento delle mani, del corpo, gesti armoniosi ma decisi, come la sua tecnica lenta ma di strabiliante precisione e del resto e’ lo stesso Tarkovskij a suggerire che un regista debba essere come le proprie opere, unirsi ad esse e viverle in prima persona.
Gli anni dell’esilio sono quelli che maggiormente interessano Sokurov, fino alle dolorose immagini di Tarkovskij dopo il primo ciclo di chemioterapia, forte, determinato a concludere "Sacrificio", suo ultimo ed immortale lascito ad una terra che altro puo’ fare che rimanere muta ed attonita.
Di Tarkovskij  resta il suo cinema e resta Sokurov a condividere lo stile e la visione e non si puo’ che ringraziare per entrambi e con entrambi smarrirsi dentro questo dolce e meraviglioso ricordo.
"Nel 1984 Tarkovskij scelse l’esilio. Non era ne’ un artista ufficiale, ne’ un dissidente convinto.
Aveva scelto di essere un regista mistico ma innanzitutto un regista russo."

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L’infanzia di Ivan – Andrej Tarkovskij

L'infanzia di IvanSecondo film di Tarkovskij per un centro nel cuore di critica e pubblico a livello internazionale, per quanto non esente da polemiche e discussioni.
Storia di Ivan appunto, giovane orfano mentre fuori infuria la seconda guerra mondiale, con i tedeschi nel cuore della Russia che difende con le unghie e con i denti il proprio territorio. Quasi piu’ nulla e’ rimasto di bambino in Ivan, ormai adulto in un corpo minuscolo, col coraggio di chi ha paura di compiere il proprio dovere ma non per questo si tira indietro.
Solo nei sogni Ivan e’ con la sua mamma su prati verdi e sole caldo, laddove la terra e’ florida e libera da ogni conflitto e i sogni sono la finestra su cio’ che poteva essere, la vera infanzia di Ivan che il regista proietta negli occhi degli spettatori. Il coraggio del ragazzo e’ tutta nella coscienza della vita perduta e la sua forza e’ una straordinaria accettazione di quanto accade, col bisogno di fare la propria parte come logica necessita’.
Il giovane Nikolai Burlyayev e’ di rara bravura, un talento che fa comprendere sin dalle prime battute di non essere strumento in mano al regista ma un artista vero come sapra’ dimostrare per tutta la sua carriera sino ai giorni nostri..
Egli e’ un tassello non trascurabile nella riuscita del film che invero stupisce per una realizzazione tecnica strabiliante, con lunghe sequenze dai movimenti di macchina millimetrici, perfettamente abbinati a messe a fuoco rivelatrici di una padronanza tecnica superiore.
Vi sono carrellate sensazionali delle quali e’ difficile capacitarsi, considerando che nel 1962 la steadycam ancora non era stata inventata e per capirci, giusto Scorsese tre lustri dopo sapra’ usare il dolly con tanta maestria.
Del resto la tecnica non fu mai in discussione e le perplessita’ furono, neanche a dirlo, di stampo per cosi’ dire ideologico ma e’ noto che quando si indica la Luna, vi sia sempre qualcuno che guarda il dito.
Opera che rasenta la perfezione, tecnica elevata a poesia.

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Tempo di viaggio – Andrej Tarkovskij, Tonino Guerra

Tempo di viaggioSe al mondo esistono cinque registi, uno di questi e’ Andrej Tarkovskij.
Nei pochi anni che ha vissuto ha saputo donare opere che non invecchiano, che ancora ispirano, che entrano nel sangue e al sangue si mescolano legandosi al corpo, unendosi ad un pensiero di cinema che da quel momento non sara’ piu’ lo stesso. 
Tralasciando la vicenda umana ed artistica di Tarkovskij, nel 1979 si trovava in Italia in cerca di idee, di location, di una casa quando in Unione sovietica le cose si facevano sempre piu’ difficili per lui e la sua arte.
Lo affianca l’amico Guerra, uomo di cinema e poesia, strana alchimia non cosi’ efficace come si vorrebbe ma certamente funzionante e funzionale.
Oltre questo mediometraggio, dal viaggio usciranno i luoghi del successivo "Nostalghia", opera sempre altissima seppur inficiata dalla penna di Guerra che non parla esattamente la stessa lingua del Maestro.
Ad ogni modo il viaggio e’ un’opportunita’ per i due di stare assieme, consolidare un rapporto, per Tarkovskij di conoscere meglio l’Italia per quanto sia inequivocabile e perentorio in cio’ che vuole per il suo film futuro.
L’occasione e’ pero’ tutta nostra nel sentire parlare il grande regista di se’, dei suoi gusti, del suo cinema ma soprattutto di vedere il suo volto, la tristezza e la cupa rassegnazione contro l’imperfezione, verso l’immobilismo e l’impossibile realizzazione dei propri desideri.
E’ l’acqua stagnante che torna, quella di "Solaris", di "Stalker", de "Lo specchio" e di tutti gli altri suoi film nei quali abbiamo visto riflesso lo sconforto di Tarkovskij e nei suoi occhi malinconia forse precorritrice dei pochi anni innanzi.
Il documentario e’ piccolo piccolo, ogni momento con Tarkovskij e’ pero’ sempre speciale e in questo importante.

Scheda IMDB

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