I tre volti – Michelangelo Antonioni, Mauro Bolognini, Franco Indovina

I tre voltiFilm a episodi datato 1965, con alcuni spunti interessanti e ricordato ancora oggi per l’esordio cinematografico di Soraya, la "principessa triste" del jet-set internazionale che per la prima volta da’ corpo e voce ad una serie di personaggi sul grande schermo, il suo incluso.
Film prodotto da De Laurentiis con impiego di mezzi e risorse davvero straordinarie e lo si comprende leggendo i nomi dei tre registi coinvolti e degli altri protagonisti tra i quali, Richard Harris, Alberto Sordi e Dino De Laurentiis in persona.
La storia di Soraya fu davvero eccezionale, in tempi in cui essere una principessa valeva ancora qualcosa e la regalita’ non un titolo acquisito ma un modo di vivere. Rimando la sua vicenda personale alle chiavi di ricerca ma certo e’ che fu un colpo grosso quello del produttore nel riuscire a portarla a recitare, tanto grosso che impiega un terzo del film, l’episodio di Antonioni, per spiegare il tipo di operazione, cosa in ballo e cosa comportasse.
Con intuito, mestiere ed estro si mette in scena il cinema che racconta il cinema, Soraya ai provini del film che sta girando mentre i giornalisti cercano di svelare il mistero di una ex sovrana che si dedica allo spettacolo.
Citazione e fagocitazione di metacinema che si arroga lo spazio di intervistare la protagonista in realtime, fiction reale che nega alla stampa ogni illazione o invenzione, il tutto nelle notevoli mani del regista ferrarese che seppur al soldo del soldo, mi e’ piaciuto molto molto di piu’ di tanti altri suoi film ben oltremodo osannati.
I primi piani di lei si sprecano ma del resto la bellezza dei suoi occhi sara’ stata forse seconda a Elisabeth Taylor ma certo se la giocava con la Sofia nazionale.
Ad ogni modo, tolto il gia’ discusso episodio di Antonioni, si passa per l’intermezzo di Bolognini che nel tentare lo psicodramma della coppia scoppiata, fa un pasticcio noioso e senza spina dorsale, giusto utile a fare della principessa triste un’attrice altrettanto triste. Piu’ divertente Indovina che con Sordi la butta sul ridere ma stranamente il grande attore romano e’ inefficace in un ruolo, quello del latin lover, che eppure gli dovrebbe essere congeniale ma la colpa e’ di un soggetto che spinge troppo su Soraya lasciando le briciole al resto e il resto non e’ abbastanza.
Il film vale poco, come curiosita’ un po’ di piu’.

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Le amiche – Michelangelo Antonioni

Le AmicheNon mi piace il neorealismo, nemmeno credo che esista come genere in senso stretto e come ho gia’ avuto modo di scrivere, Antonioni inizia ad essere davvero interessante con la celebre trilogia e ancor meglio con "Deserto Rosso".
Ad ogni modo vuoi la mostra a lui dedicata, vuoi un po’ di curiosita’, mi sono spinto sino a "Le amiche", film del 1955 tratto da un racconto di Cesare Pavese che col regista ferrarese aveva tra le molte cose in comune, la politica certo ma soprattutto un’indole pessimistica, la predilezione per i silenzi non solo dell’anima e un occhio attento alle donne. Se non ricordo male fu Moravia che in un’intervista ad Antonioni gli disse senza domandare "sei piu’ bravo con gli uomini che con le donne" con somma sorpresa dell’intervistato e devo dire che lo scrittore aveva ragione e non certo da questo film. 
Storia corale di donne perche’ di coralita’ di situazioni si tratta.
C’e’ la donna in carriera ante litteram, la ricca divorziata, la figlia di papa’, quella col maschio per hobby, vite diverse ma unite dal tentato suicidio di una amica che svelera’ nel corso del film onori e miserie delle loro esistenze.
Non mancano gli uomini, malgrado non ne escono bene sospesi come sono tra il buffonesco e il fallito, forse un po’ troppo macchiette ma certo con piu’ carattere delle controparti femminili eccessivamente ingessate nei loro ruoli.
Se "Le amiche" e’ servito a qualcosa, e’ proprio nell’apprezzare un po’ di piu’ lo sforzo evolutivo del cinema di Antonioni che verra’, anche perche’ poi a ben vedere, vi fu tanto astio contro i drammoni dai telefoni bianchi, poi ci si aggrappa alla tizia che si uccide per amore.
E’ vero che c’e anche quella che preferisce la carriera ad un marito ma insomma, tutto questo gap col ventennio precedente in fondo non c’e’. Non e’ una colpa, intendiamoci, solo una constatazione.
Ancora non si parla di incomunicabilita’, le donne comunicano fin troppo ma il disagio del vivere e’ bello forte e sull’attenti. Antonioni work in progress.

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Blow-up – Michelangelo Antonioni

Blow-upIl miglior pregio di Antonioni?
Saper annusare l’aria, oltre ad una tecnica eccellente s’intende.
Quando queste prerogative, entrambe fondamentali nel mestiere di regista, s’incontrano il risultato non puo’ che essere eccellente e "Blow-up" ne e’ la prova.
Film del 1966, girato nella Londra che si apprestava a divenire swinging, e’ la storia di un omicidio immortalato casualmente da David Hemmings, fotografo di successo, che resta cosi’ invischiato in una storia molto piu’ grande delle sue mire velleitarie di divenire anche cronista di un’epoca.
Trama semplice, semplicissima eppure giocata con grado fenomenale di finezza, significati che s’intersecano nei significanti in un viaggio dimensionale all’interno dello spazio, le fotografie, che rivelano segreti e non di meno affondano nel tessuto di una societa’ ai bordi di un mutamento non epocale come qualcuno sperava ma certo importante e soprattutto molto rumorosa.
Londra non e’ casuale anzi Londra e’ l’unica citta’ al mondo nella quale aveva senso girare "Blow-up" e chi meglio di un fotografo di moda avrebbe potuto rappresentare il mal de vivre da opulenza incipiente che si sarebbe presto trasformato in guerra alla borghesia, senza ovviamente rinunciare agli agi che essa comporta.
Fu un gran periodo non v’e’ dubbio, l’aria frizzante dell’uragano in arrivo, aria che non cambia ma distrugge ma questo lo avremmo scoperto poi. Sotto questo aspetto "Blow-up" anticipa il ben piu’ palese "Zabriskie Point" ma cio’ che piu’ conta e che meglio caratterizza l’intero progetto, e’ come la moda sia rappresentata, lo stile nel grande impegno del regista di definirne i canoni. Se e’ vero che anche qui Antonioni s’e’ avvalso di importanti consulenze e Carlo Di Palma alla fotografia in quegli anni era davvero al meglio, suo e’ il merito di aver portato sul grande schermo mode, idee e stili de facto gia’ presenti ma qui esaltate con dovizia tecnica impareggiabile che infiniti altri emuleranno negli anni con risultati anche migliori ma oramai bruciati dal tempismo del regista ferrarese.
Che "Blow-up" sia il film piu’ importante e meglio riuscito di Antonioni e’ indubbio.
Sempre piacevole da rivedersi, manuale di un’epoca e di cinema.

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La notte – Michelangelo Antonioni

La notteIl film inizia con Mastroianni, giovane scrittore sulla rampa di lancio per il successo e la moglie, una stranita Moreau, in visita ad un amico morente per un male incurabile. Dieci minuti di dialogo molto inutile e insieme se ne vanno ad una presentazione del libro di lui.
E’ qui che lei, la Moreau, fugge per la citta’ senza un perche’, chiamando ore dopo il marito per farsi venire a prendere nel luogo dove anni prima avevano vissuto. Qualche minuto di nostalgia, tornano a casa e dopo lenti e ed estenuanti cambi d’idea, prima vanno in un night, poi ad un party.
Il tutto per oltre un’ora del film e s’e’ riempita la meta’, con niente, dico niente.
Secondo della "trilogia dell’incomunicabilita’" ricordiamo assieme a "L’avventura" e "L’eclisse", non solo e’ l’anello debole ma anche l’anello lento il che mette paura al solo pensarci.
Va bene, Antonioni in qualche modo anticipa e ispira parte della nouvelle vague , colpa gravissima intendiamoci e in generale sostiene una forma di esistenzialismo poco rappresentato ma che in quegli anni usciva dall’adolescenza di "Gioventu’ bruciata" e si sfogava da un lato sul fronte della beat generation mentre i piu’ maturi subodoravano che il giochino del boom economico stava incrinandosi e finito il sogno, la placida borghesia diveniva bersaglio privilegiato e in breve abusato. Certo, il cinema tutto, Antonioni stesso, pochi anni prima erano tutt’altra cosa e il salto concettuale e’ evidente nonche’ importante ma a troppo stilizzare si resta con un pugno di frasi e fotogrammi.
Il film raccoglie tutto questo e se vogliamo diamogli pure qualche merito, bella fotografia ad esempio ma se devi rappresentare il nulla col nulla, allora si hanno mille modi piu’ intelligenti per farlo.
Mastroianni e’ bravo ugualmente ma gira a vuoto come ipnotizzato nonostante da grande interprete quale fu, riesca a dare un volto anche ad un personaggio che volto non ha . La Moreau non mi piaceva prima e certo qui non guadagna un punto che uno. Discorso a parte per la giovanissima e bellissima Vitti che in vita sua ha dato prova di bravura fenomenale per quanto e cio’ dispiace, debba il suo successo all’aggancio del regista celebre, pigmalione e col doppio dei suoi anni. Giusto per dire che certe scorciatoie ci sono da sempre anche se una volta servivano per far emergere quelle brave.
Guerra e Flaiano alla sceneggiatura ma non si direbbe, se si esclude qualche frase davvero memorabile.
Si percepisce appena la loro presenza nel troppo lungo finale dove almeno si esprime un concetto accompagnato da qualche buon aforisma.
Non neghiamolo, questo film ce lo siamo dimenticati tutti e la ragione e’ una e una sola, e’ un bel guscio totalmente vuoto, oggi piu’ che allora.

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Lo sguardo di Michelangelo Antonioni – Ferrara 08-06-2013

Antonioni mostra 3Non sono un venerante accolito di Antonioni e se devo dirla tutta, trovo interessante soltanto una parte della sua produzione, dico interessante e di massima non straordinaria.
E’ un modo d’intendere il cinema che non condivido o meglio la mia passione per Antonioni e’ solo ed esclusivamente dal lato tecnico, dove eccelse e col quale realmente ha saputo creare una nuova estetica e una nuova grammatica.
Con rare eccezioni o dovrei dire escludendo certi momenti all’interno dei suoi film, non mi riconosco nelle sue tematiche e tantomeno mi sento di condividere scelte letterarie, anche ideologiche ma questo sarebbe il meno se fossero sostenute da un testo potente, il che non avviene quasi mai.
Ad ogni modo Antonioni e’ realmente una parte importante del nostro cinema a prescindere da tutto e una mostra a lui dedicata oltretutto nella sua citta’ natale, e’ un evento che non potevo perdere.
Si aprono le porte della prima sala e i curatori con giusto slancio, evidenziano due elementi importanti della poetica del regista, nebbia e deserto.
Appunti per Zabriskie PointQuella di Antonioni e’ una nebbia che esiste nelle strade, nelle campagne, e’ l’umidita’ che proviene dalle paludi e che Ferrara, provincia che con un filo sottile separa terra e mare, ti fa entrare nelle ossa fermandosi nell’anima.
Nebbia come livello d’esistenza ed e’ innegabile che tutta la produzione del regista sino a "Deserto rosso", sia stata influenzata fortemente da quel velo silenzioso che si manifesta con silenzi ed interrogativi e in qualche modo collega cio’ che si vive con cio’ che si sente.
Deserto invece come estensione della pianura ma dalla luce accecante, spazi immobili ed infiniti, a loro volta sinonimo di solitudine ed impossibilita’ di comunicare ma in fondo unica via di fuga accettabile da chi non puo’ fuggire dalla propria natura.
E’ cosi’ che Antonioni passa da una solitudine all’altra rendendo affini due situazioni molto molto diverse. 
La mostra procede di questo passo e dopo il preambolo, si succedono le diverse sale organizzate in ordine cronologico. Gli esordi in odore di neorealismo, l’importante trilogia dell’incomunicabilita’ inclusa l’estensione se cosi’ vogliamo dire di "Deserto rosso", grande spazio e non potrebbe essere altrimenti, dedicato al suo film piu’  importante, "Blow up" sino ad arrivare alla sua ultima opera con un minimo di senso, "Identificazione di una donna".
Lettera di Tarkovskij ad AntonioniCarte, fotografie e qualche memorabilia, un regista raccontato attraverso le lettere scritte e ricevute che dentro le teche narrano immobili e suggestive , un grande fermento di intellettuali e letterati attorno a lui e al suo lavoro.
L’arte appunto, altro cruccio del regista che la mostra devo dire con piacere, e’ esibita ove possibile attraverso alcune opere di Sironi, Balla, Morandi, diversi altri e naturalmente non poteva mancare De Chirico al quale certamente si ispiro’ e certo non solo per affinita’ geografica delle sue opere,  per tratteggiare il deserto urbano che cosi’ bene seppe rappresentare.
Diversi suoi quadri, libri, macchine fotografiche e non manca l’Oscar alla carriera ed un paio di Leoni d’oro, c’e’ davvero un po’ di tutto, un tutto che in qualche modo delimita i confini della mostra.
Se da un lato una lettera autografata da Fellini e’ una grande curiosita’, quella di Tarkovskij commuove, se si vorrebbe persino rubare lo script originale di "Zabriskie Point" o bramare gli appunti di Tonino Guerra, in fondo si sta guardando qualche documento strabiliante per il visitatore ma molto ordinario nel concreto.
Molte mostre dedicate ad artisti sono cosi’ ma forse si vorrebbe sempre di piu’ o solo un po’ di piu’ laddove si esce senza grosse conferme o soprese per un uomo certamente complesso che l’esposizione non svela oltre quanto e’ gia’ noto.
Purtroppo quando questo post sara’ pubblicato, la mostra sara’ gia’ conclusa ma ugualmente l’avrei consigliata a chi conosce Antonioni, meno per chi avesse voluto con la mostra farsene un’idea.

Pagina web della mostra

L’amore in città – Cesare Zavattini

L'amore in cittàHo questa strana idea dell’arte pura e incontaminata, una sorta di responsabilita’ morale nei confronti del fruitore (mamma mia che robe che scrivo…) al quale si deve un prodotto non molto dissimile da quanto si aspetta e per il quale ha pagato. In parole povere cantante canta, attore recita e comico… facce ridere!
Quantomeno la coerenza di campo evita al pubblico di perdere tempo ma dall’altra parte di fare figure indegne o restare sotto qualche flop clamoroso.
Cosi’ e’ accaduto quando Cesare Zavattini, personaggio dall’impressionante curriculum di sceneggiatore, uno dei pilastri sul quale e’ stato costruito il cinema italiano, ha trasceso il suo ruolo e soprattutto preteso di snaturare quello del cinema, intendendo portare sul grande schermo un reportage d’attualita’ girato con la collaborazione di quella che gia’ allora era la crema dei nostri registi, nomi come Antonioni, Fellini, Lizzani e Lattuada.
Se nell’idea di Zavattini il film doveva essere il primo di una lunga serie ad uscite semestrali, lo scarso successo col quale esordi’, affondo’ il progetto.
Attenzione, il modello di un "cinema verita’" nel 1953 poteva anche avere un suo senso perche’ non va dimenticato il ruolo fondamentale dei cinegiornali per la diffusione delle notizie in un periodo scevro di televisori, con analfabetismo alle stelle e una societa’ piu’ vicina al dopoguerra che al boom economico ma non si fecero i conti con le ragioni fondamentali per le quali la gente andava e va al cinema: entertainment, il che non esclude intelligenza e drammaticita’ ma sempre sublimati dalla fiction.
Lo stesso neorealismo ricordiamolo, divenne celebre grazie all’essere una verita’ addomesticata, vorrei dire viziata, per essere narrata nel modo piu’ efficace possibile in termini di impatto drammatico e a maggior ragione cosi’ s’inquadra il cinema d’inchiesta del successivo ventennio che con pretese sovente grottesche, voleva tramite il cinema educare le masse, magari dopo una dura settimana di lavoro, meglio se in ginocchio sui ceci di fantozziana memoria.
Se devo pensare a qualcuno che ha saputo trovare il giusto mix di finzione e realta’ divenendo divulgatore nel senso piu’ ampio allora esiste un solo nome: Gualtiero Jacopetti la cui opera fu talmente fondativa e socialmente impattante da divenire essa stessa un genere, il celebre "mondo movie"… ma mi rendo conto che sto divagando.
Tornando al nostro film, tanta arte e tanto ingegno per raccontare storie drammatiche di abbandoni, di tentati suicidi e di prostituzione nell’idea oggi stigmatizzata di piazzare una cinepresa in faccia ad una sopravvissuta al suicidio e farle rivivere l’accaduto o il seguire sin dentro casa  una povera ragazza costretta dagli eventi a prostituirsi e chiederle se a fine nottata si sentisse stanca. Un po’ troppo anche se ti chiami Lizzani o Antonioni perche’ piu’ di tutto, la realta’ ha i suoi canoni per essere descritta e raccontata e l’iperrealismo non e’ tra questi.
Ultimo appunto, il film fu prodotto da Marco Ferreri uomo fallito e fallimentare sul quale si puo’ sempre scommettere che una sua idea e’ una idea sbagliata.
Esempio di cio’ che non deve essere fatto, esperimento comunque legato ad un’epoca e alla fine di tutto, l’essenza del documento giustifica una visione distaccata e molto cauta.

Scheda IMDB

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