Cosmopolis – David Cronenberg

Cosmopolis-CronenbergIn merito a "Cosmopolis" di DeLillo, terminai scrivendo "ottimo per Cronenberg". Ebbene eccoci al dunque.
La vicenda e’ la medesima, Eric Packer uno degli uomini piu’ ricchi del pianeta, nel giorno in cui rischia di perdere tutto il suo patrimonio, con la citta’ paralizzata dall’arrivo del Presidente degli Stati Uniti, da proteste anarchiche e dal funerale di un cantante, vuole attraversare la citta’ per andare a tagliarsi i capelli dal barbiere di quando era bambino.
Da cio’ un’apologia sulla societa’, sul denaro, sul futuro.
Rimando al post del libro per ogni considerazione a riguardo, anche perche’ Cronenberg non solo non tradisce il testo originale ma ne resta fedele nella misura in cui la differenza del mezzo glielo permette.
Liquido immediatamente l’aspetto cinematografico, apparente paradosso ma non troppo considerando l’importanza del testo, anzi l’unica ragione d’essere del film stesso.
Ho trovato Cronenberg molto lynchiano nei movimenti di camera, nelle parallassi, negli sfalsati flussi temporali degli innumerevoli dentro e fuori qualcosa o qualcuno ma nel contempo la fotografia, i colori e i contrasti dei volti soprattutto, sono i suoi. Del resto non si discosta troppo dallo stile che ha caratterizzato questo suo ultimo decennio, da "Spider" in poi.
Attori alle stelle, forse il punto debole e’ proprio Pattison il protagonista. Nulla che non vada in lui, solo la sensazione che con qualcun’altro le cose sarebbero potute andare meglio per quanto e’ da dire, l’aplomb inglese mescolata ad una faccia da schiaffi, siano perfetti per il ruolo ma torniamo all’anima del film, il testo.
Come detto Cronenberg da un certo punto in avanti ha cambiato registro e dopo anni di attenzione minuziosa ed estrema alla carne, e’ passato ad analizzare la mente, sistematicamente in ogni sua sfaccettatura, dal traumatizzato Spider sino ai Freud e Jung di "A Dangerous Method" e il testo di DeLillo ne e’ degno proseguo.
Ho pero’ qualche difficolta’ ad immaginare come il film venga percepito senza la conoscenza del romanzo.
Ho come l’impressione che senza le ellissi di DeLillo, la ricorrenza di temi attorno ai quali s’incardina la conclusione, topi, aereo, appartamento, prostata asimmetrica, il film appaia piu’ episodico di quanto non dovrebbe essere. Certo anche qui hanno la loro importanza ma nel romanzo c’e’ un filo che circonda  causa-effetto che fatico a vedere sullo schermo. All’opposto e non poteva essere diversamente, l’incontro finale nella mani di Cronenberg guadagna incredibile spessore, mentre resta quasi una conseguenza scontata nel testo.
Per il resto la verita’ tematica e’ assolutamente fedele e le situazioni, gli stessi protagonisti, sono come ce li si poteva aspettare, merito ovviamente della forza narrativa di DeLillo.
Leggere il libro perche’ e’ importante, vedere il film perche’ e’ grande.

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Tutti i film di David Cronenberg – John Costello

Tutti i film di David CronenbergAi tempi di internet puo’ apparire anacronistico comprare un libro che riassume le opere di un regista. In parte lo e’ ma certamente la carta stampata ha il pregio di concentrare informazioni non sempre disponibili e non sempre reperibili, scoprendo magari che sfogliare qualche pagina puo’ essere piu’ pratico che navigare tra links spesso inutili.
Libro datato 2000 quindi non si va oltre "eXistenZ" ma come s’e’ detto non e’ un grosso problema completare le informazioni mancanti per quanto e’ ovvio che il grosso del materiale e’ tutto qui, 
Si parte da una breve scheda biografica e avanti con gli esperimenti cinematografici del primo corto "Transfer" del 1966 e tutta la progressione incalzante eppure non sorprendente di un regista che sin dai suoi inizi aveva le idee molto chiare sul tipo di storie che voleva raccontare.
Si termina infine coi lavori di Cronenberg extra-cinematografici dal quale escono dati piuttosto interessanti sempre utili a sapersi. Nella costanza delle tematiche e nei punti in comune di tutti i suoi film, la scelta di Costello di dividere i vari capitoli coincidendoli coi film, suona come compitino scolastico e le sezioni che si dividono tra scheda tecnica, trama, commento, temi ricorrenti, stile, curiosita’ e verdetto, e’ sorpassata, un tantino banale ma funzionale alla consultazione.
La sinossi e’ esaustiva, a volte troppo lasciando affondare nei particolari trame che come sappiamo non sono certo tra le piu’ semplici, i temi ricorrenti sono interessanti ma talvolta forzati nel creare un’uniformita’ di lettura. Ovvio che i commenti e i verdetti possono differire dai propri, anzi trovo che molti siano oggettivamente falsati ma nell’insieme rientra nell’idea che il libro debba essere un piccolo Bignami sull’autore.
Ho trovato piu’ gustose le curiosita e i dati tecnici, specie quando riferite alle opere d’esordio del regista.
Libro non necessario, molto piu’ utile vedere Cronenberg dall’inizio alla fine.

Crimes of the Future – David Cronenberg

Crimes of the FutureIn genere evito gli esperimenti di regia antecedenti alle opere prime, in musica non ascolto i demo tape o le prove carpite dagli studi di registrazione e con la grafica salto a pie’ pari bozzetti e test. Per qualcuno pero’ si fa volentieri un’eccezione e Cronenberg val bene infrangere la regola quando riesce nuovamente a sorprendere. Narrativamente il mediometraggio vale poco, nello strano miscuglio di fantascienza surreale e apocalittica in un mondo dove le donne muoiono al raggiungimento della puberta’ e gli uomini portatori sani del "morbo di Rouge" dal nome del medico che lo creo’ e che per primo rimase infetto, stanno per reazione mutando in un nuovo sesso attraverso il contagio diffuso dagli umori prodotti dalla mutazione.
Girato in 35mm ma se mi avessero detto 16 ci avrei creduto di piu’, a colori e senza audio di ripresa, solo il doppiaggio della voce narrante e di suoni pseudo ambientali, troviamo Cronenberg alle primissime armi ma gia’ mirabilmente padrone della posizione di camera, del ritmo narrativo sostenuto da un montaggio esemplare e nessuna concessione ad una vuota estetica laddove non fosse funzionale al discorso. Piu’ di una imprecisione nel movimento ma appaiono piu’ limiti tecnici che d’esperienza e per quanto non sia "Quarto potere", colpisce.
Cio’ che davvero sorprende, ovviamente nella prospettiva in carriera, e’ la coerenza immarcescibile sin dagli esordi delle sue tematiche: malattia, mutazione, carne e sesso, qualcosa che come una missione, fara’ del regista un profeta dell’evoluzione umana prossima ventura. Organicita’ al solito strabordante anzi incontrollata laddove in piu’ di una occasione ricorda gli scritti di David Ohle che chissa’ se e’ una coincidenza ma due anni dopo inventera’ un mondo mutante che di strana carne e strani umori ne sa qualcosa.
Il film in se’ vale il giusto, come documento sull’arte e la tecnica di un grande regista, ha un valore inestimabile.

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Veloci di mestiere (Fast Company) – David Cronenberg

Fast companyOggi ho fatto una scoperta molto importante, esiste un David Cronenberg regista che non e’ David Cronenberg… il regista.
Pare che l’omonimo abbia diretto un solo film verso la fine degli anni ’70, "Fast Company" per l’appunto che piu’ immerso nello Zeitgeist di cosi’ non poteva essere con tanto di motori, vita on the road, canzoni che parevano tutte dei Boston, uomini con le facce da Neil Diamond e donne precise a Farrah Fawcett.
Mancava solo sbucasse da qualche parte Poncharello, sguaiato come una grassa iguana motorizzata a impennare nel deserto.
Film passabile se ci si limita ai tubi di scappamento e gli shorts delle bionde figliole, trama esile di antefatto, dramma e finale, cattivi brutti, sporchi e mazziati, buoni che soffrono ma alla fine trionfano, il tutto contornato da macchiette stereotipate di spessore variabile, mai oltre qualche micron.
Ora, si potrebbe pensare che in fondo questo sia un film intermedio, un anello della catena evolutiva di un grande regista che si da il caso pero’ leghi con un filo rosso le sue opere attraverso l’dea costante e trasversale dell’evoluzione della carne declinata in tutte le sue forme come testimoniano gli esordi de "Il demone sotto la pelle", "Rabid", "Brood" a delineare da subito un trend ben preciso che prosegue con  "Scanners", "Videodrome" e via oltre.
Che ci sta a fare questa roba? Non c’e’ evoluzione o sperimentazione; questo non e’ Cronenberg che eppure lo difese giustificandolo con la sua reale passione per i motori e definendolo un "solido fil d’azione di serie B".
Ad ogni modo vai tu a sapere che successe, quali reali retroscena condussero alla sua realizzazione.
A qualcuno piace perche’ e’ un Cronenberg-non-Cronenberg, a me non piace semplicemente perche’ e’ un film banale con un finale incomprensibilmente stupido.

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Crash – David Cronenberg

CrashImmagino che a Cronenberg non sia parso vero leggere un romanzo come "Crash" di Ballard e che a fine lettura si sia alzato di scatto dal divano e telefonando al suo agente abbia urlato "Questo me lo pappo io!"
Forse la scena non sara’ stata cosi’ fantozziana ma certo e’ che le citazioni si confondono e senza conoscere Ballard si penserebbe che abbia scritto "Crash" con la foto del regista sullo specchio del bagno, come Rocky e Ivan Drago.
Che le cose non stiano cosi’ lo dice la presenza costantemente e nuovamente declinata di tutte le tematiche care allo scrittore, il sesso innanzitutto, condanna e salvezza di un Occidente collassato e pronto alla deflagrazione, poi il rapporto stretto tra uomo e mezzo, unione che ben si sposa con la ricerca deviante di una realta’ decentrata ma non aliena al normale vivere quotidiano. 
Accade cosi’ che un incidente stradale sveli al protagonista, omonimo dell’autore, nuove vie del sesso da percorrere dopo molte ricerche fallite e nel contempo si apra innanzi ai suoi occhi, un mondo nuovo e molto, molto pericoloso a base di incidenti, auto schiantate e corpi alla costante ricerca dell’impatto, del contorcimento, della penetrazione, ogni penetrazione possibile.
Di tutta la filmografia di Cronenberg, ho voluto tenerlo per ultimo o quasi, perche’ troppo ballardiano nel soggetto laddove certe esplorazioni, la nuova carne per capirci,  le aveva gia’ compiute il regista da "Il demone sotto la pelle" in poi e fara’ di meglio col successivo "EXistenZ", quindi cio’ che resta e’ la variante sesso che gira e rigira per Ballard e’ un fine, per Cronenberg e’ un mezzo e non so, alla fine non mi ha entusiasmato.
Attenzione, Cronenberg e’ perfetto perche’ sa rimanere fedele alla sua iconografia e non delude, riconoscibile eppure mai uguale a se stesso, un piacere sempre e comunque. Il soggetto invece non mi prende, non mi coinvolge, non mi pone domande e non mi emoziona. Questione di gusti, non e’ colpa di nessuno.
Anche le interpretazioni mi lasciano indifferente e dire che c’e’ gente di mestiere in ballo ma temo che senza la giusta magia, anche la recitazione si sfaldi inutilmente sul terreno.
Con "Crash" ho gia’ dato, per fortuna rimane in imperitura memoria tutto quanto il resto.

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Il pasto nudo – David Cronenberg

Il pasto nudoUna voglia improvvisa ed eccomi nuovamente alla prese con "Il pasto nudo" dopo qualche tempo d’assenza sui miei teleschermi e ne approfitto per domandare scusa a Cronenberg per alcuni miei giudizi poco ponderati, ritrattati in seguito.
Quando vidi la prima volta "Il pasto nudo" lo giudicai poco ispirato e in gran parte confuso, in un certo senso spersonalizzato rispetto quanto il regista ci aveva gia’ mostrato e riconoscibile esclusivamente per l’organicita’ delle macchine e la resa sempre efficace della commistione tra umano e non-umano in qualsiasi sua forma.
Conoscevo il romanzo di Burroughs ma solo tramite lettura approssimativa e soprattutto senza avere un quadro completa della vita dell’autore. Viene da se che con queste premesse e’ impossibile comprendere sino in fondo il libro e tantomeno poter giudicare coi giusti strumenti il film.
Del resto chi mai potrebbe parlare di trama nell’originale "Naked lunch" di Burroughs? Qualcuno e’ forse convinto si stia parlando di scrittori drogati usati come agenti da organizzazioni popolate da insetti, alieni e telepati?
No, e’ chiaro, come e’ chiaro si tratti di un viaggio, un trip a volte compiaciuto, nella mente di un drogato che con rara maestria, sa descrivere la follia lisergica che imperversa nella sua mente.
Ecco quindi, sotto questa prospettiva che Cronenberg non solo e’ straordinario nel trasporre il soggetto sul grande schermo ma mescolandolo con la vita ed altre opere dello scrittore, riesce a portare ordine e senso laddove regna il caos. Nulla da eccepire sul resto se non forse la curiosa convergenza stilistica con Lynch e non so a chi dei due faccio un complimento migliore. Un grande applauso a Peter Weller, attore tra i piu’ sottovalutati e che con questa interpretazione da’ ragione al mio giudizio positivo.
Cronenberg imperdibile, se anticipato da una spolverata di Burroughs e’ meglio.

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A dangerous method – David Cronenberg

A dangerous methodTornare a Cronenberg e’ tornare in qualche modo a casa propria o forse a casa di uno zio a cui si vuole bene, una di quelle figure presenti sin dai primi anni dell’infanzia alle quali si devono gusti e passioni, riferimenti di una intera esistenza dalle quali non si puo’ prescindere.
Cronenberg rappresenta una costante all’interno di un amore, quello per il cinema, che praticamente da sempre mi accompagna e mi si perdoni l’accostamento banale e retorico ma per davvero con un regista puo’  formarsi un rapporto di conoscenza, persino di amicizia se si considera che come con un amico, si gozzoviglia e parimenti si litiga furiosamente eppure si resta li’ per scoprire che ha sempre avuto ragione lui.
Cronenberg inoltre sai che c’e’, e’ li’ e percio’ coi suoi film non c’e’ fretta, possono attendere il giusto momento per riservare loro tutta la calma necessaria.
"A dangerous method" l’ho lasciato in sala d’aspetto per risolvere prima dentro me il conflitto oserei dire identitario tra l’essere junghiano o freudiano perche’ in parole poverissime, la vicenda del film e’ proprio questa e il regista come un potente demiurgo, dirige la storia come fosse invenzione propria, coi suoi passi placidi che improvvisamente esplodono ed irrompono prepotenti nella vicenda.
In fondo poteva persino essere prevedibile che nel tanto viaggiare all’interno della psiche umana, nell’osservare gli spigoli piu’ appuntiti e le superfici piu’ scoscese, prima o dopo Cronenberg affrontasse l’alba dell’esplorazione scientifica della mente.
L’incontro del regista con la sceneggiatura di Christopher Hampton e’ vincente come sposalizio tra classico e drammatico e nell’incedere perverso del dramma del quale si attende la deflagrazione.
C’e’ grande intesa cosi’ come c’e’ intesa con gli attori, i bravissimi Fassbender e Mortensen ai quali non riesco a pensare ad alcun migliore sostituto, Keira Knightley sorprendente per quanto continui a non essere nelle mie corde e persino un Vincent Cassel convincente nel ruolo del folle lucidissimo Otto Gross.
Film dalla tensione infinita e laddove c’e’ storia e non finzione e’ un doppio grande merito ma del resto stiamo parlando di Cronenberg e ogni altra considerazione e’ inutile.

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