Le mie giornate particolari con – Ugo La Pietra

Le mie giornate particolari conA volte la tentazione di uscire dagli orrori dei social network e’ forte, poi c’e’ sempre una ragione per rimanere. Una di queste e’ seguire la pagina di Ugo La Pietra e leggere del nuovissimo libro della Manfredi Edizioni che lo riguarda.
"Le mie giornate particolari con…", ventuno personaggi, ventuno racconti, ventuno brevi aneddoti ben riassunti da Marco Scotini nell’introduzione "ventuno giornate memorabili senza essere esemplari" e cosi’ e’.
La Pietra e’ architetto, artista, curatore, ricercatore e didatta, studioso a 360 gradi di nuovi linguaggi, fortunato frequentatore di tutto quanto girava attorno al celebre bar Giamaica milanese e non a caso i suoi racconti partono da quei luoghi, quelle persone, quegli anni. S’inizia con Fontana, il gruppo del Cenobio, Nanda Vigo, poi Merz, Alviani e ancora Munari, Alviano, Bonito Oliva e molti altri, giusto per far comprendere delle forze messe in campo. Racconti spesso semplici, anche banali a volte ma ugualmente rappresentativi di un’epoca, di un fermento che s’esprimeva attraverso grandi opere e grandi idee. Per ognuna di queste storie vi sono foto, a loro volta frammenti minuscoli di un tempo passato ma indimenticato e la sensazione e’ di essere li’ con La Pietra, sfogliare il suo album dei ricordi ascoltando il suo racconto. 96 pagine preziose per una bella edizione degna del suo autore e dei suoi racconto. Non lo si legge, lo si divora e poi lo si conserva con molta cura. Dategli una possibilita’.

Bologna Contemporanea 1975-2005 – Peter Weiermair

Bologna ContemporaneaComprai questo catalogo qualche anno fa proprio a Bologna non ricordo in quale occasione legata comunque ai libri. Grande formato, 352 pagine ma soprattutto un interessante campionario di artisti, 67 per la precisione per raccontare la storia recente di una Bologna d’arte da troppo tempo fuori dai giri giusti. Ma in realta’ Bologna quanto e’ stata protagonista dal dopoguerra a oggi? Quando ne parlo mi sento dire che in fondo Bologna ha dato molto e si e’ distinta alla pari di altre capitali dell’arte quali Milano, Firenze e Roma. No, non credo che le cose siano andate cosi’ e proprio i tentativi di raccontare il contrario con mostre come "Bologna dopo Morandi", mi confermano. Ecco Morandi, lui e’ un problema non la soluzione. E’ un problema perche’ la sua grandezza e’ ingombrante, irrinunciabile, un astro di tale grandezza che tutto illumina e nel contempo mette in ombra chi non ha abbastanza luce propria. Usato e abusato da enti e amministrazioni che si accartocciano su cio’ che e’ certo, segno d’inequivocabile pochezza di ruoli pubblici che non osano o non hanno le capacita’ per farlo. Morandi dovrebbe essere una bandiera, non uno scudo. Certo, anche il destino si muove dove vuole e forse su Bologna si e’ fermato troppo tardi e per troppo poco e mi riferisco agli ultimi scampoli del 1970. Non c’e’ stata una scuola bolognese come quella romana e nemmeno un bar Giamaica o una galleria Azimut o del Cenobio, insomma sbagliero’ ma parlare di Bologna nell’arte dal dopoguerra ad oggi significa parlare di provincia. Cio’ non significa non vi siano stati grandi nomi che hanno lasciato un segno, anzi ma e’ il gruppo che e’ mancato. Il catalogo quindi e’ una buona occasione per verificare o contestare la mia ipotesi (solo mia?)  e che dire, alcuni nomi sono straordinari, altri meno, grandi risultati ma e’ incontestabile che il botto non ci sia stato. Volume curato benissimo, testi di altissima qualita’ con un grado di dettaglio da renderlo opera quasi definitiva. Una facciata di testo e tre di immagini, ecco la democratica suddivisione dello spazio per ogni artista. Insomma, non solo un catalogo ma un vero e proprio dizionario artistico di una citta’.

Racconti fantastici – Michail Bulgakov

Racconti fantasticiIl mio rapporto con Bulgakov e’ piuttosto singolare. Egli e’ un qualche modo una scoperta recente, degli ultimi 20 anni intendo, eppure sin da bambino ho avuto a che fare con le sue opere, iniziando dal lontano 1977 con la trasposizione televisiva di "Uova fatali" con la regia di Gregoretti, passando per incontri e scontri scolastici con "Il maestro e Margherita". Eppure e per ragioni non ben definite, il suo nome e’ restato slegato dalle opere e quando le ho messe assieme fu come scoprirle per la prima volta. E’ qui che ho letto la sua storia, cercato di entrare in una psiche complessa, in un’anima a dir poco tormentata, conoscenza che aiuta non poco ad entrare nello spirito della narrazione e nelle ragioni profonde che la sottende.
C’e’ la sua esperienza personale ma anche e soprattutto la storia della Russia che in quegli anni diventava Unione Sovietica, prima con l’entusiasmo della rivoluzione comunista, poi le perplessita’ ed infine l’orrore di cio’ che in brevissimo tempo si trasformo’ da utopia a distopia. Fu un qual momento che per Bulgakov il fantastico divenne un pretesto o meglio un grimaldello per scardinare i rigidi dettami del regime e attraverso simboli e metafore denunciare la tragedia in atto. Questo gli riusci’ solo in parte e censure e restrizione impedirono la sua pubblicazione di alcune opere sino agli ’60. Ad ogni modo limitiamoci alla raccolta "Racconti fantastici" dove storie di dimensioni piu’ contenute pongono al centro il fantastico ed e’ fantastico per davvero. Ci sono demoni, lucertole giganti, uomini cane e quant’altro. Pretesti per raccontare una burocrazia assassina e un’ideologia che trasforma uomini in mostri e mostri in giganti ancora piu’ mostruosi. Gogolianamente surrealista e ironico, e’ stupefacente leggere con quanta ferocia si scagli contro chi ha ammazzato prima un sogno e solo dopo gli esseri umani, il tradimento di una cura che uccide piu’ del male. C’e’ percio’ tanta rabbia e disgusto che si sublimano nell’ironia e nello sberleffo, si stemperano nelle metafore nemmeno cosi’ criptiche, anzi palesemente dirette a colpire al cuore del regime. In Bulgakov troviamo la vecchia Russia che fa i conti con la modernita’ percio’ oltre la bellezza ed efficacia dei racconti, viviamo con lui tutta la tragedia del secolo breve.

Arte in TV – Aldo Grasso – Vincenzo Trione

Arte in TVArte e televisione, roba tosta da affrontare. Meglio forse dire che la televisione e’ argomento molto complesso e lo e’ ancor di piu’ eliminando tutte le inutili valenze politiche e sociali ad essa annesse. La televisione in quanto medium, l’oggetto o meglio lo strumento, puo’ essere un valido aiuto alla diffusione dell’arte?
Grasso e Trione sono i curatori di questo bel volume della Johan & Levi, carta ruvida e porosa che sa di qualita’ sin dal tocco. Curatori appunto perche’ stiamo parlando di una raccolta di saggi che ripercorrono un viaggio iniziato il 3 Gennaio 1954, primo giorno di trasmissioni RAI che debutta non a caso con un programma su Gianbattista Tiepolo. Esiste una televisione di Stato monopolista, poi dagli anni 80 in concorrenza con la tv commerciale e dal 2000 si aggiunge il satellite, queste di massima i tre grandi blocchi nei quali la programmazione cambia nel merito. Naturalmente esiste il confronto con le altre nazioni, in quello che potremmo definire stile statunitense che mira all’audience e quello anglosassone votata al servizio pubblico. I relatori affrontano l’argomento sotto tutte queste prospettive, declinando di volta in volta verso le tante sfaccettature che l’argomento comporta. Di massima la tendenza resta sull’analisi in senso stretto. Numeri e fatti, cronologia e descrizione, approfondimenti senza soluzioni perche’ in effetti, soluzioni non ve ne sono, cosi’ come non c’e’ un meglio o un peggio, un giusto o sbagliato da seguire o non seguire. Trione e’ forse l’unico che prende una posizione netta nei confronti del mezzo, posizione che mi vede totalmente d’accordo. Il punto e’ che forse e’ la televisione ad essere sbagliata. Troppo facile vedere, troppo facile fruire di una lezione, qualunque lezione, se non c’e’ dedizione o necessita’. La televisione puo’ essere uno stimolo importante, l’inizio di una esplorazione, la scintilla che innesca un motore ma non puo’ sostituire lo studio e la fatica che esso comporta, una fatica sana e utile, necessaria come e’ necessario per tutto cio’ che conta veramente. Lettura senza dubbio interessante e sulla quale riflettere.

Una ballata del mare salato – Hugo Pratt

Corto Maltese - una ballata del mare salatoE’ indubbio che la lettura nasca dalla visita alla recente mostra su Pratt, anzi l’ho aspettata per recuperare appositamente "Una ballata del mare salato" opera prima su Corto Maltese. invero una specie di esperimento, una prova concessa a Pratt in virtu’ della sua fama acquisita in carriera e nella fiducia che qualcuno riponeva in lui. Erano anni difficili per l’autore, con poco lavoro a scarse occasioni ma Pratt oso’ spingersi oltre con una storia inedita nel segno e nel testo, tanto nuova che ci volle un po’ di tempo prima di trovare una pubblicazione regolare e raggiungere il successo che conosciamo.
Pratt oso’ tanto proprio da Corto Maltese che e’ riduttivo definire antieroe, oggi forse scontato ma a quel tempo, la fine degli anni ’60 era un concetto innovativo. Con Corto, Pratt ha sparigliato le regole creando un personaggio che di fatto reagisce piu’ che agire, uno che osserva, racconta e interviene perche’ v’e’ un destino che l’ha condotto sino li. Le cose gli accadono attorno e lui si adegua ad esse e l’avventura e’ il mezzo per essere libero, non un fine. In questa prima storia e’ ovviamente tutto abbozzato, Corto nella sua psicologia e nel tratto con chine piu’ pesanti di cio’ che saranno in futuro ma soprattutto manca ancora quella straordinaria costruzione cinematografica delle strisce, dove montaggio e fotografia sono servite su un piatto d’argento. Come ebbi modo di scrivere, non sono storie che mi appartengono ma la bella mano si e i buoni testi pure e dal comparire di quest’uomo legato ad una zattera in mezzo al mare, vivere l’equilibrio di forze tra Corto e Rasputin, la tensione sessuale con Pandora, il grande mistero del "monaco", i dubbi su Cranio, l’esotismo dei luoghi e dei suoi abitanti. Insomma, non si puo’ restare indifferenti davanti a una trama cosi’ congegnata e rappresentata che senza alcuna esagerazione puo’ dirsi veramente un classico.
Bella anche l’edizione della Rizzoli, volume corposo di 255 pagine, ottima carta e prezzo piu’ che abbordabile,

Piero Manzoni e ZERO. Una regione creativa europea – Francesca Pola

Piero Manzoni e ZeroPresi questo libro in occasione della mostra milanese dedicata a Manzoni del 2014, poi passa il tempo, ci si dimentica delle cose e lo si ritrova con una certa sorpresa a distanza di anni. Innanzitutto e’ un libro fantastico. L’Electa si sa, abitua bene i suoi lettori ma tra la qualita’ della carta, la brossura della copertina, le pagine tutte a colori anche quelle di testo con le annotazioni evidenziate in rosso, ci troviamo di fronte un oggetto che da’ soddisfazioni al solo tenerlo in mano.
Manzoni del resto non merita niente di meno e infatti lo troviamo protagonista di un’epoca che coinvolse artisti non solo italiani ma di tutta Europa.
E’ la cronaca degli anni che dalla seconda meta’ dei 50 sino alla scomparsa dell’artista avvenuta nel 1963, il suo percorso artistico che nel contempo e’ narrazione di molte correnti artistiche, dallo spazialismo di Fontana al nucleare di Baj, ai cinetici del Gruppo N ma soprattutto degli artisti della rivista/galleria Azimuth/Azimut come Bonalumi e Castellani e il Gruppo Zero quindi Mack, Klein, Tinguely e cosi’ via. Anni dove in apparenza tuto era permesso e l’informale svelava al mondo le infinite declinazioni della materia, della forma e del colore, rivoluzionando non solo l’arte ma la percezione stessa che se ne aveva, della filosofia ad essa sottesa, tecniche che prima di tutto richiedevano un nuovo modo di pensare e di ragionare. Francesca Pola senza enfasi e rigorosamente sui fatti, ci racconta di questa stagione privilegiando come e’ ovvio la figura di Manzoni, del quale approfondiamo il lavoro e le concomitanze, le occasioni e gli spostamenti di mostre, gallerie e cambi di marcia stilistici, sempre all’insegna di una straordinaria creativita’ a mio avviso davvero unica nel panorama dell’arte.
Come si diceva il testo potra’ apparire asciutto ma e’ esattamente quello che ci si aspetta quando pretende di essere letto da chi vuole approfondire argomenti gia’ noti attraverso una cronaca puntuale e ottimamente documentata anche dalle tante immagini a corredo. Libro perfetto, sotto ogni punto di vista.

Pulsional Gender Art – Vitaldo Conte

Pulsional Gender ArtColpevolmente leggo il libro anni dopo l’acquisto. Succede che gli amici di "Avanguardia 21" tornino alla carica con una serie di nuove uscite sensazionali tra le quali il nuovo libro di Conte ed e’ qui che mi accorgo di aver perduto il precedente, sepolto sotto il peso di decine di altri testi in attesa di lettura.
Cose che capitano a noi compulsivi del libro.
Il mio peccato pero’ non e’ da poco dal momento in cui paliamo di un testo a dir poco interessante ma del resto basta dire Conte per spingere alla lettura.
Vitaldo Conte, artista, saggista, curatore, docente, una vita spesa con e per l’arte, un didatta che sperimenta sul campo le idee che teorizza e sviluppa. E’ difficile riassumere "Pulsional Gender Art", testo molto articolato, variegato, un’analisi del corpo come strumento tecnico e banco di sperimentazione teorico. Causa ed effetto, partenza e destinazione di un percorso artistico in ogni accezione possibile, dall’illustrazione del tatuaggio alla mutazione con innesti e trattamenti anche violenti, body art e Gina Pane per intenderci. Il sesso che a sua volta puo’ quindi essere visto come un’estensione del corpo nel suo essere arte. Di conseguenza l’esperienza futurista nelle teorizzazioni marinettiane e nelle pratiche di tutti i suoi seguaci, riassume nell’idea di vita che si fa arte, la teorizzazione di Conte.
Anzi e’ proprio nell’esperienza fiumana che Conte riconosce la summa di tutto il discorso, con D’Annunzio da una parte e uomini come Keller ad incarnare l’idea dall’altra . Per questa ragione Conte fu tra i promotori e teorici del .net futurismo con scritti e performance che caratterizzarono il centenario del movimento.
Lo stile di Conte e’ conciso ma molto preciso, ricorda nel suo spaziare teorico a 360 gradi il miglior Jean Clair.
Lo si legge d’un fiato e ancor meglio si apprezzano le molte illustrazioni anche a colori.
Ancora una splendida uscita da Avanguardia 21, in attesa delle nuove pubblicazioni a breve disponibili.

Quanto zucchero? – Dino Sarti

Quanto zuccheroDino Sarti riesce ancora una volta a sorprendermi. Voglio dire, scrivere non sarebbe il suo mestiere eppure nei primi anni del decennio 90, s’inventa uno strano libro che sta tra l’intervista, la biografia e l’autobiografia. Si perche’ Sarti racconta la storia di diversi personaggi celebri che sono anche amici suoi percio’ raccontandoli racconta di se’, di Bologna, di un’epoca storica spesso in comune, quindi con sentimenti ed esperienze condivise. Il tutto sotto una veste informale, confidenziale quel tanto da far sentire chi legge un amico comune al quale si raccontano aneddoti e storie del tempo che fu, scoprendo nel contempo fatti e fatterelli che vanno oltre le biografie istituzionali.
Si diceva libro del 1991 e da allora tante cose sono cambiate, altre no.
Ad esempio Pupi Avati e’ sempre lui e lo si ammira anche per questo, Enzo Biagi invece non c’e’ piu’ ma soprattutto a quel tempo non lo ricordavano con "bella ciao", anzi per i comunisti era ancora un lurido democristiano. Henghel Gualdi magari ai piu’ sfugge ma per gli amanti del jazz era e resta un gran personaggio. C’e’ poi Tonino Guerra, romagnolo verace esportato in Unione Sovietica, una storia interessante per un poeta che conosciamo tutti per le ragioni sbagliate. Altrettanto verace e’ Pavarotti a quel tempo non ancora un mito nazionalpopolare ma gia’ una leggenda nella lirica, con la sua storia e le sue abitudini. Con Beppe Savioli, quello dei Savioli di Riccione, e’ un ripercorrere la storia della Riviera da chi la riviera ha contribuito a costruirla e infine Vittorio Sgarbi, il piu’ anomalo del gruppo negli anni in cui frequentava il salotto di Costanzo ma in fondo e’ sempre lo stesso di oggi.
Ripeto, cio’ che trovo piu’ interessante e’ proprio questo aspetto informale col quale Sarti racconta e nelle piccole cose troviamo i momenti piu’ piacevoli, certo unici. Libro ovviamente fuori catalogo ma lo si trova facilmente.
Vale farci un giro

L’estate incantata – Ray Bradbury

L'estate incantataQualche anno fa scrissi di "Addio all’estate" una sorta di seguito alla lontana, in senso cronologico, che Bradbury scrisse de "L’estate incantata".
Protagonista e’ Douglas Spoulding ma potremmo dire Bradbury stesso che soprattutto nel seguito, non nega anzi esalta il carattere autobiografico del romanzo. Preadolescente ad un passo dall’inizio dell’eta’ adulta, vive l’estate del ’28 nella piccola cittadina dell’Illinois, non a caso molto simile a dove Bradbury crebbe. 
Insieme ad amici, parenti, vicini e concittadini, egli assorbe luoghi e persone, li mescola al caldo e alla voglia d’avventura tipica di quegli anni.
Crescere e’ innanzitutto porsi delle domande e quale piu’ domanda puo’ essere piu’ grande ed importante del senso della vita, della morte, iniziando proprio dalla consapevolezza di essere vivi e l’inevitabile conseguenza del morire. I pensieri di Douglas funzionano da sotto trama o meglio sostegno ad una serie di racconti, come episodi che compongono una grande avventura lunga un’estate appunto.
Alcune storie sono drammatiche, altre divertenti, altre ancora piene del fascino innocente e bambino di un mondo da iniziare ad inventare e non a caso tutto questo esplodera’ potente nel volume che seguira’ che svolgendosi l’anno successivo, il passaggio all’adolescenza piena sara’ compiuto.
Libro pieno d’amore e nostalgia malcelata, la ricerca di risposte alle quali in fondo, nemmeno il tempo risponde. Nessuna traccia della fantascienza che ci ha fatto conoscere lo scrittore ma del fantastico si, quel fantastico nel quale da ragazzini si e’ immersi, altro segno inequivocabile del passaggio da uno stato d’esistenza all’altro.
Romanzo dolce, delicatissimo, nostalgia che nasce prima in se’ stessi poi nelle pagine.
Un Bradbury diverso nel soggetto ma non nello stile, percio’ immenso.

Il tango e’ imbecille ? – Dino Sarti

Il tango e' imbecilleA volte si sente il bisogno di respirare aria di casa, malgrado sia una casa che non esiste piu’. E’ il passato che non torna ed il futuro ad essere gia’ deciso da chi con interesse e scienza, sta annientando la cultura e le tradizioni di un popolo. Restano i ricordi ma anche le testimonianze scritte e ricordarci come le cose andavano e come dovrebbero andare, fintantoche’ non se ne avra’ abbastanza e si decidera’ di riprendersi quanto ci e’ stato tolto.
L’Emilia Romagna poi di rado la si identifica con un artista ben preciso e quando cio’ avviene lo si riduce a macchietta carica di stereotipi quale sesso e tortellini.
Il dialetto non ha mai sfondato oltre il liscio eppure personaggi come Sarti, riuscirono anche se per breve tempo, ad esportare l’emilianita’ oltre la figurina.
"Il tango e’ imbecille" risale alla meta’ degli anni ’70, periodo d’oro per il suo autore e sembrano trascorsi millenni eppure gli anni si contano in qualche decina da un presente tragico e irriconoscibile, alieno rispetto un citta’, Bologna, aa quel tempo abitata da gaudenti ragazzotti, tutti officina e sale da ballo. Erano gli anni in cui si fischiava dietro le ragazze e udite e udite, era il miglior complimento che una donna potesse ricevere e nelle balere si rischiava al massimo di andare in bianco, non le coltellate. Se nel precedente "Vengo dal night" Sarti si racconta, qui alterna storielle inventate a ricordi autobiografici, mescolando fantasia a verita’, anzi dove inventa e’ piu’ reale del ricordo. Troviamo in prosa i protagonisti delle canzoni, "Spometi" e il perche’ il tango e’ imbecille. Nell’ultima parte un dizionario bolognese-italiano che oltre la sintassi mette in luce un modo di pensare, le infinite sfumature di un  "socmel", guida divertente anche per chi ci si riconosce nel quotidiano. Vi sono anche momenti poco efficaci, di massima ho preferito l’autobiografia ma non c’e’ dubbio che le verve del grande Sarti ne esca comunque potente e divertente.  L’Italia che fu, l’Italia che dovrebbe essere.

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