Una ballata del mare salato – Hugo Pratt

Corto Maltese - una ballata del mare salatoE’ indubbio che la lettura nasca dalla visita alla recente mostra su Pratt, anzi l’ho aspettata per recuperare appositamente "Una ballata del mare salato" opera prima su Corto Maltese. invero una specie di esperimento, una prova concessa a Pratt in virtu’ della sua fama acquisita in carriera e nella fiducia che qualcuno riponeva in lui. Erano anni difficili per l’autore, con poco lavoro a scarse occasioni ma Pratt oso’ spingersi oltre con una storia inedita nel segno e nel testo, tanto nuova che ci volle un po’ di tempo prima di trovare una pubblicazione regolare e raggiungere il successo che conosciamo.
Pratt oso’ tanto proprio da Corto Maltese che e’ riduttivo definire antieroe, oggi forse scontato ma a quel tempo, la fine degli anni ’60 era un concetto innovativo. Con Corto, Pratt ha sparigliato le regole creando un personaggio che di fatto reagisce piu’ che agire, uno che osserva, racconta e interviene perche’ v’e’ un destino che l’ha condotto sino li. Le cose gli accadono attorno e lui si adegua ad esse e l’avventura e’ il mezzo per essere libero, non un fine. In questa prima storia e’ ovviamente tutto abbozzato, Corto nella sua psicologia e nel tratto con chine piu’ pesanti di cio’ che saranno in futuro ma soprattutto manca ancora quella straordinaria costruzione cinematografica delle strisce, dove montaggio e fotografia sono servite su un piatto d’argento. Come ebbi modo di scrivere, non sono storie che mi appartengono ma la bella mano si e i buoni testi pure e dal comparire di quest’uomo legato ad una zattera in mezzo al mare, vivere l’equilibrio di forze tra Corto e Rasputin, la tensione sessuale con Pandora, il grande mistero del "monaco", i dubbi su Cranio, l’esotismo dei luoghi e dei suoi abitanti. Insomma, non si puo’ restare indifferenti davanti a una trama cosi’ congegnata e rappresentata che senza alcuna esagerazione puo’ dirsi veramente un classico.
Bella anche l’edizione della Rizzoli, volume corposo di 255 pagine, ottima carta e prezzo piu’ che abbordabile,

Piero Manzoni e ZERO. Una regione creativa europea – Francesca Pola

Piero Manzoni e ZeroPresi questo libro in occasione della mostra milanese dedicata a Manzoni del 2014, poi passa il tempo, ci si dimentica delle cose e lo si ritrova con una certa sorpresa a distanza di anni. Innanzitutto e’ un libro fantastico. L’Electa si sa, abitua bene i suoi lettori ma tra la qualita’ della carta, la brossura della copertina, le pagine tutte a colori anche quelle di testo con le annotazioni evidenziate in rosso, ci troviamo di fronte un oggetto che da’ soddisfazioni al solo tenerlo in mano.
Manzoni del resto non merita niente di meno e infatti lo troviamo protagonista di un’epoca che coinvolse artisti non solo italiani ma di tutta Europa.
E’ la cronaca degli anni che dalla seconda meta’ dei 50 sino alla scomparsa dell’artista avvenuta nel 1963, il suo percorso artistico che nel contempo e’ narrazione di molte correnti artistiche, dallo spazialismo di Fontana al nucleare di Baj, ai cinetici del Gruppo N ma soprattutto degli artisti della rivista/galleria Azimuth/Azimut come Bonalumi e Castellani e il Gruppo Zero quindi Mack, Klein, Tinguely e cosi’ via. Anni dove in apparenza tuto era permesso e l’informale svelava al mondo le infinite declinazioni della materia, della forma e del colore, rivoluzionando non solo l’arte ma la percezione stessa che se ne aveva, della filosofia ad essa sottesa, tecniche che prima di tutto richiedevano un nuovo modo di pensare e di ragionare. Francesca Pola senza enfasi e rigorosamente sui fatti, ci racconta di questa stagione privilegiando come e’ ovvio la figura di Manzoni, del quale approfondiamo il lavoro e le concomitanze, le occasioni e gli spostamenti di mostre, gallerie e cambi di marcia stilistici, sempre all’insegna di una straordinaria creativita’ a mio avviso davvero unica nel panorama dell’arte.
Come si diceva il testo potra’ apparire asciutto ma e’ esattamente quello che ci si aspetta quando pretende di essere letto da chi vuole approfondire argomenti gia’ noti attraverso una cronaca puntuale e ottimamente documentata anche dalle tante immagini a corredo. Libro perfetto, sotto ogni punto di vista.

Pulsional Gender Art – Vitaldo Conte

Pulsional Gender ArtColpevolmente leggo il libro anni dopo l’acquisto. Succede che gli amici di "Avanguardia 21" tornino alla carica con una serie di nuove uscite sensazionali tra le quali il nuovo libro di Conte ed e’ qui che mi accorgo di aver perduto il precedente, sepolto sotto il peso di decine di altri testi in attesa di lettura.
Cose che capitano a noi compulsivi del libro.
Il mio peccato pero’ non e’ da poco dal momento in cui paliamo di un testo a dir poco interessante ma del resto basta dire Conte per spingere alla lettura.
Vitaldo Conte, artista, saggista, curatore, docente, una vita spesa con e per l’arte, un didatta che sperimenta sul campo le idee che teorizza e sviluppa. E’ difficile riassumere "Pulsional Gender Art", testo molto articolato, variegato, un’analisi del corpo come strumento tecnico e banco di sperimentazione teorico. Causa ed effetto, partenza e destinazione di un percorso artistico in ogni accezione possibile, dall’illustrazione del tatuaggio alla mutazione con innesti e trattamenti anche violenti, body art e Gina Pane per intenderci. Il sesso che a sua volta puo’ quindi essere visto come un’estensione del corpo nel suo essere arte. Di conseguenza l’esperienza futurista nelle teorizzazioni marinettiane e nelle pratiche di tutti i suoi seguaci, riassume nell’idea di vita che si fa arte, la teorizzazione di Conte.
Anzi e’ proprio nell’esperienza fiumana che Conte riconosce la summa di tutto il discorso, con D’Annunzio da una parte e uomini come Keller ad incarnare l’idea dall’altra . Per questa ragione Conte fu tra i promotori e teorici del .net futurismo con scritti e performance che caratterizzarono il centenario del movimento.
Lo stile di Conte e’ conciso ma molto preciso, ricorda nel suo spaziare teorico a 360 gradi il miglior Jean Clair.
Lo si legge d’un fiato e ancor meglio si apprezzano le molte illustrazioni anche a colori.
Ancora una splendida uscita da Avanguardia 21, in attesa delle nuove pubblicazioni a breve disponibili.

Quanto zucchero? – Dino Sarti

Quanto zuccheroDino Sarti riesce ancora una volta a sorprendermi. Voglio dire, scrivere non sarebbe il suo mestiere eppure nei primi anni del decennio 90, s’inventa uno strano libro che sta tra l’intervista, la biografia e l’autobiografia. Si perche’ Sarti racconta la storia di diversi personaggi celebri che sono anche amici suoi percio’ raccontandoli racconta di se’, di Bologna, di un’epoca storica spesso in comune, quindi con sentimenti ed esperienze condivise. Il tutto sotto una veste informale, confidenziale quel tanto da far sentire chi legge un amico comune al quale si raccontano aneddoti e storie del tempo che fu, scoprendo nel contempo fatti e fatterelli che vanno oltre le biografie istituzionali.
Si diceva libro del 1991 e da allora tante cose sono cambiate, altre no.
Ad esempio Pupi Avati e’ sempre lui e lo si ammira anche per questo, Enzo Biagi invece non c’e’ piu’ ma soprattutto a quel tempo non lo ricordavano con "bella ciao", anzi per i comunisti era ancora un lurido democristiano. Henghel Gualdi magari ai piu’ sfugge ma per gli amanti del jazz era e resta un gran personaggio. C’e’ poi Tonino Guerra, romagnolo verace esportato in Unione Sovietica, una storia interessante per un poeta che conosciamo tutti per le ragioni sbagliate. Altrettanto verace e’ Pavarotti a quel tempo non ancora un mito nazionalpopolare ma gia’ una leggenda nella lirica, con la sua storia e le sue abitudini. Con Beppe Savioli, quello dei Savioli di Riccione, e’ un ripercorrere la storia della Riviera da chi la riviera ha contribuito a costruirla e infine Vittorio Sgarbi, il piu’ anomalo del gruppo negli anni in cui frequentava il salotto di Costanzo ma in fondo e’ sempre lo stesso di oggi.
Ripeto, cio’ che trovo piu’ interessante e’ proprio questo aspetto informale col quale Sarti racconta e nelle piccole cose troviamo i momenti piu’ piacevoli, certo unici. Libro ovviamente fuori catalogo ma lo si trova facilmente.
Vale farci un giro

L’estate incantata – Ray Bradbury

L'estate incantataQualche anno fa scrissi di "Addio all’estate" una sorta di seguito alla lontana, in senso cronologico, che Bradbury scrisse de "L’estate incantata".
Protagonista e’ Douglas Spoulding ma potremmo dire Bradbury stesso che soprattutto nel seguito, non nega anzi esalta il carattere autobiografico del romanzo. Preadolescente ad un passo dall’inizio dell’eta’ adulta, vive l’estate del ’28 nella piccola cittadina dell’Illinois, non a caso molto simile a dove Bradbury crebbe. 
Insieme ad amici, parenti, vicini e concittadini, egli assorbe luoghi e persone, li mescola al caldo e alla voglia d’avventura tipica di quegli anni.
Crescere e’ innanzitutto porsi delle domande e quale piu’ domanda puo’ essere piu’ grande ed importante del senso della vita, della morte, iniziando proprio dalla consapevolezza di essere vivi e l’inevitabile conseguenza del morire. I pensieri di Douglas funzionano da sotto trama o meglio sostegno ad una serie di racconti, come episodi che compongono una grande avventura lunga un’estate appunto.
Alcune storie sono drammatiche, altre divertenti, altre ancora piene del fascino innocente e bambino di un mondo da iniziare ad inventare e non a caso tutto questo esplodera’ potente nel volume che seguira’ che svolgendosi l’anno successivo, il passaggio all’adolescenza piena sara’ compiuto.
Libro pieno d’amore e nostalgia malcelata, la ricerca di risposte alle quali in fondo, nemmeno il tempo risponde. Nessuna traccia della fantascienza che ci ha fatto conoscere lo scrittore ma del fantastico si, quel fantastico nel quale da ragazzini si e’ immersi, altro segno inequivocabile del passaggio da uno stato d’esistenza all’altro.
Romanzo dolce, delicatissimo, nostalgia che nasce prima in se’ stessi poi nelle pagine.
Un Bradbury diverso nel soggetto ma non nello stile, percio’ immenso.

Il tango e’ imbecille ? – Dino Sarti

Il tango e' imbecilleA volte si sente il bisogno di respirare aria di casa, malgrado sia una casa che non esiste piu’. E’ il passato che non torna ed il futuro ad essere gia’ deciso da chi con interesse e scienza, sta annientando la cultura e le tradizioni di un popolo. Restano i ricordi ma anche le testimonianze scritte e ricordarci come le cose andavano e come dovrebbero andare, fintantoche’ non se ne avra’ abbastanza e si decidera’ di riprendersi quanto ci e’ stato tolto.
L’Emilia Romagna poi di rado la si identifica con un artista ben preciso e quando cio’ avviene lo si riduce a macchietta carica di stereotipi quale sesso e tortellini.
Il dialetto non ha mai sfondato oltre il liscio eppure personaggi come Sarti, riuscirono anche se per breve tempo, ad esportare l’emilianita’ oltre la figurina.
"Il tango e’ imbecille" risale alla meta’ degli anni ’70, periodo d’oro per il suo autore e sembrano trascorsi millenni eppure gli anni si contano in qualche decina da un presente tragico e irriconoscibile, alieno rispetto un citta’, Bologna, aa quel tempo abitata da gaudenti ragazzotti, tutti officina e sale da ballo. Erano gli anni in cui si fischiava dietro le ragazze e udite e udite, era il miglior complimento che una donna potesse ricevere e nelle balere si rischiava al massimo di andare in bianco, non le coltellate. Se nel precedente "Vengo dal night" Sarti si racconta, qui alterna storielle inventate a ricordi autobiografici, mescolando fantasia a verita’, anzi dove inventa e’ piu’ reale del ricordo. Troviamo in prosa i protagonisti delle canzoni, "Spometi" e il perche’ il tango e’ imbecille. Nell’ultima parte un dizionario bolognese-italiano che oltre la sintassi mette in luce un modo di pensare, le infinite sfumature di un  "socmel", guida divertente anche per chi ci si riconosce nel quotidiano. Vi sono anche momenti poco efficaci, di massima ho preferito l’autobiografia ma non c’e’ dubbio che le verve del grande Sarti ne esca comunque potente e divertente.  L’Italia che fu, l’Italia che dovrebbe essere.

Danila Tkachenko – Restricted areas (catalogo)

Restricted areas (catalogo)Qualcuno ricordera’ il post della settimana scorsa su Art City nel quale mi dicevo entusiasta di un giovane fotografo russo, Danila Tkachenko, un vero e proprio fenomeno della fotografia mondiale, gia’ vincitore di premi e riconoscimenti e c’e poco dire, a vederlo dal vivo ogni entusiasmo e’ confermato.
Nato nel 1989 a Mosca dove ancora vive e lavora, egli appartiene alla generazione che del comunismo conosce le rovine, rovine ideologiche, rovine umane nel cuore, nella mente e nello stomaco di chi il regime l’ha vissuto sulla propria pelle ma anche le rovine in pietra e cemento, manufatti, opere e costruzioni. Fu un’ideologia che si manifestava anche attraverso le sue architetture, estensione dell’organizzazione sociale imposta. Ecco perche’ soprattutto in Russia, fotografare un palazzo o studiare la pianta di una citta’ e’ un atto politico, a prescindere da ogni altro intento.
Tkachenko lo sa bene e ne fa punto di partenza, un’affermazione programmatica carica di cosa? Denuncia? Nostalgia? Forse un’amara risata, ognuno tragga le proprie conclusioni. Mi dicono di Tkachenko che egli sia un personaggio scostante, istintivo, testualmente "un mezzo matto" percio’ e’ possibile, persino probabile l’intento iconoclasta e ribelle, anche beffardo ma non di meno carico di un formidabile senso estetico. Lui dice di voler essere testimone di un’epoca e di far si che nulla vada perduto, il che non contraddice anzi esalta la qualita’ straordinaria delle sue fotografie . Protagonista il bianco della neve, dei ghiacci, cortina e patina di un passato che sta sparendo ma non con un’esplosione ma con un soffio, un lento declinare nell’oblio percio’ vi sono immagini che accennano appena a macchine e case, relitti e rovine gia’ fuori dal tempo perche’ fuori dalla memoria dei piu’. Tkachenko si concentra su cio’ che resta dell’era spaziale e atomica, forse la piu’ rappresentativa o forte nell’immaginario collettivo. Lo voglio ripetere, sono fotografie incredibili che il catalogo per quanto di altissima qualita’, non puo’ rendere completamente non almeno quanto le stesse viste in grande formato.
Ad ogni modo il senso di grandiosita’ si comprende bene e il volume, come uno scrigno svela immagini e luoghi come la cronaca di un altro mondo o almeno di un mondo che voleva essere piu’ grande di cio’ che fu.
Il libro in quanto oggetto e’ di per se’ unico e prezioso, il catalogo straordinario, uno dei piu’ belli che abbia avuto tra le mani. Un artista da seguire, un libro da possedere.

Pagina ufficiale Danila Tkachenko

Impromptus. Saggi musicali (1922-1968) – Theodor W. Adorno

ImpromptusChe triste fine Adorno. Scomparso dalle librerie e dalla memoria, citato ogni tanto da qualche polveroso professore in terza serata su Radio Rai 3, se si ha fortuna (per cosi’ dire) lo si trova in qualche bancarella per pochi euro quando non c’e’ traccia di lui neppure nelle grandi distribuzioni online, non di tutto almeno. E’ il caso di questo "Impromptus" che invero ho inseguito a lungo e messe le mani sopra non me lo sono fatto scappare. Come titolo insegna e’ una raccolta di saggi lunga 40 anni e oltre, un periodo molto lungo soprattutto pensando ad una guerra mondiale nel mezzo e soprattutto con una rivoluzione stilistica e tecnica senza uguali nella storia dell’umanita’.
Innanzitutto si fa i conti col serialismo e l’abbandono della musica tonale, quindi seconda scuola di Vienna e Schoenberg giusto per partire e con tutto quello che ne e’ uscito dal dopoguerra in poi. Ancora piu’ importante pero’ e’ la fruizione che cambia, quel passaggio fondamentale che trasformo’ l’ascolto da sistema d’elite a sistema di massa grazie alla radiofonia e alla diffusione dei dischi. Adorno cresce con la musica, fu allievo di Berg, tento’ la strada della composizione ma a voler pensare male, chi non riesce ripiega nella critica. Difese ed esalto’ Schoenberg a spada tratta e certo cio’ gli va dato di merito ma allo stesso tempo con tutta l’arroganza che gli era propria rifiutava il neoclassicismo alla Hindemith che non manca di triturare nel corso degli anni. Si capisce che la sua posizione intransigente si barcamenava tra la passione artistica e la filosofia marxista e in questo la lacerazione profonda di un uomo che ben conosceva l’argomento trattato, nulla gli si puo’ rimproverare a riguardo ma l’ideologia purtroppo offuscava senso e ragione, svalutando in parte o totalmente i ragionamenti spesso brillanti ma limitati in troppi punti. Il rapporto ad esempio tra le avanguardie e il grande pubblico impatta contro la fragile scusa dell’ideologia borghese che a suo dire impedisce la giusta diffusione della nuova musica, quando nemmeno per un istante si pone la domanda se possono esserci altre cause in ballo, fisiologiche, antropologiche o psicoacustiche. Insomma, a distanza di tanti anni resta piuttosto poco dell’Adorno-pensiero, molta curiosita’, a volte qualche buona analisi, cio’ e’ innegabile ma soprattutto la sensazione di un’occasione sprecata.

Scharoun – Eberhard Syring, Jorg Kirschenmann

Scharoun TaschenEra da un po’ che non mi dilettavo con un Taschen, uno della serie Basic Architecture. Piccolo formato per grandi storie di grandi personaggi e non smettero’ mai di parlare bene di una casa editrice che ha trovato il modo di conciliare qualita’ a basso costo con testi competenti ed ottime fotografie. Parliamo di una monografia, Hans Scharoun, tedesco che ha attraversato il secolo scorso, due guerre e sappiamo bene cosa ha significato farlo in Germania. Personaggio che potremmo inquadrare in tanti modi, razionalista ad esempio ma con una sua idea forte e precisa sull’abitare e il vivere. Architettura funzionale, non un punto di arrivo ma di partenza con al centro sempre e comunque l’uomo e le sue esigenze. In questo lo identifichiamo con altri architetti del suo tempo, Le Corbusier certamente sotto l’impianto teorico e non di meno con contatti ad un Gropius.
Per Scharoun esiste un interno ed e’  dall’interno che l’edificio si sviluppa e cresce ed e’ sempre l’interno ad avere priorita’ rispetto ad ogni altra considerazione. Edifici pubblici come scuole, biblioteche, teatri nascono sempre in funzione del loro obiettivo e di chi lo frequenta. Fino al secondo conflitto mondiale seppe farsi notare per le sue soluzioni d’avanguardia mantenendo pero’ un profilo tendenzialmente basso e lavorando su singole case o piccoli edifici per non scontrarsi col regime nazista che non vedeva di buon occhio il modernismo. Molti sono i progetti che non andarono in porto ma non fuggi’ e quando la guerra fini’ fu uno degli architetti incaricati per la ricostruzione. E’ dagli anni ’50 in poi che troviamo gli edifici piu’ importanti che portano la sua firma, due su tutti la Philharmonie di Berlino e sempre di Berlino la Biblioteca di Stato, veri e proprio monumenti nazionali. Lavoro’ pochissimo all’estero e cio’ forse ha contribuito a frenare la sua fama ma quello che ha fatto e’ bastato a metterlo assieme ai grandi dell’architettura. Il piccolo Taschen racconta tutto questo molto bene, con le splendide foto a colori e il testo essenziale ma senza sbavature. Bello e interessante.

Urbanism 1.01 – Marco Citron

Urbanism 101Questo non e’ un libro come tutti gli altri e va trattato nella sua diversita’ Succede che gironzolando per il bookshop della Fondazione Fotografia di Modena, m’imbatta in questo strano volumetto. Hardcover, 15×20 cm, formato orizzontale, 92 pagine, 40 delle quali di splendide cartoline a colori. Quante volte ho scritto della stupefacente architettura brutalista e modernista sovietica, il senso del futuristico e del futuribile che ben si riassume nell’aggettivo "cosmico". Non sono certo l’unico affascinato da tutto questo ma Citron e’ andato oltre. In apparenza il suo parrebbe un lavoro di ricerca e archivio, poi non troviamo una data, un luogo, un riferimento, una spiegazione. Qualcosa non torna e allora serve osservare bene, leggere le poche ma importanti pagine del testo che segue le foto, per comprendere che nulla di cio’ che abbiamo visto e’ vero ma solo verosimile. Citron, fotografo di professione, raccoglie immagini dei giorni nostra, le mescola con altre d’epoca e attraverso la postproduzione digitale reinventa un paesaggio mitico, restituisce cio’ che era confondendolo con cio’ che avrebbe dovuto essere o che in taluni casi e’ stato.
Colori saturi che sanno di radioso futuro piu’ che deriva tecnica, un mondo che a guardarlo non sai se vero o presunto, nessun confine tra finzione e realta’, alieno e nel contempo coi piedi ben piantati nel cemento del regime che fu. Ad un certo punto si oscilla tra il sapere e il non sapere ed e’ un gioco quello di scoprire, immaginare, presumere, una ricerca di risposte che si avranno perche’ il bello e’ tutto li’. La conseguenza piu’ logica e’ che ad un certo punto le si pensi come cartoline da una realta’ alternativa, un universo simile ma non uguale, comunque meraviglioso. Insomma, che l’architettura sovietica piaccia o meno, l’operazione di Citron e’ intelligente e bellissima, cosi’ come e’ bellissimo il suo libro. Forse e’ un po’ difficoltoso da trovare ma c’e’ sempre la vendita online dal suo sito, ne vale pero’ la pena, lo assicuro.

Sito di Marco Citron

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