Colore rosso soldato di notizie – Li Zhensheng

Colore rosso soldato di notizie

La smaterializzazione dell’arte in Italia 1967-1973 – Alessandra Troncone

La smaterializzazione dell'arte in Italia 1967-1973

Mosca Verticale – Gabriele Basilico

Mosca Verticale

Il Kitsch, antologia del cattivo gusto – Gillo Dorfles

Il Kitsch Antologia del cattivo gustoDorfles e’ sempre un piacere, un piacere che oltretutto dura nel tempo considerando i 107 anni da poco compiuti. Mi capita tra le mani la prima edizione di questo testo che potrei azzardare a definire fondamentale, un bel librone, pagine spesse e lucide, rilegatura indistruttibile, insomma la bella editoria di una volta. Era il 1968, anno cruciale nella tentata definizione o ridefinizione della societa’, dove tutto fu messo in discussione, analizzato e riprogettato. Dorfles non si tiro’ indietro cercando di mettere ordine al principio anzitutto, dall’etimologia all’applicazione pratica di un concetto tutt’altro che semplice.  Si perche’ il kitsch e’ un’idea scivolosa, non immutabile, mobile in quanto relazionata al periodo nel quale si contestualizza qualcosa e cio’ che oggi appare kitsch, ieri poteva non esserlo. Quindi cosa nasce kitsch restando tale per sempre? I nani da giardino ad esempio, simpatici oggetti da sempre testimoni di abbacinante pochezza. Il kitsch e’ qualcosa che puo’ essere involontario ma il piu’ delle volte si puo’ coscientemente creare a tavolino lasciando a chi vede e possiede, la qualita’ e l’appartenenza.
il kitsch e’ la vittoria dell’effetto sulla funzione, e’ il gigantismo o la miniaturizzazione ovvero il fuori scala rispetto l’originale. E’ la decontestualizzazione indiscriminata, e’ la riproduzione di massa di qualcosa nato unico e per un’elite. C’e’ poi a complicare le cose la variante del camp come proposta anti-kitsch, in realta’ e’ kitsch al giro di boa, un parente ricco di una famiglia che resta di pezzenti. Il vero camp, davvero raro a dire il vero, si confonde facilmente, percio’ dietro di esso si nascondono in molti, pure troppi.Che il libro sia ancora attuale e’ segno che l’autore non ha previsto tutto. Forse oggi e’ diverso, meno appariscente, dipendera’ dall’immaterialita’ col quale si compone ma resta attualissimo. Un cellulare da 1000 euro in mano a chi scrive monosillabi e’ kitsch, firmare le petizioni online e’ kitsch (e stupido), anche i test da social network qualificano le persone come uno volta facevano le gondoline di plastica in salotto. Ikea e’ kitch (spesso, non sempre), i "collezionali tutti" da edicola e sulla stessa scia gli orologetti di plastica venduti e peso d’oro. Cosi’ lo e’ il suv per chi ci va a prendere i figli a scuola oltra la farlo vedere alle amiche e kitsch sono gran parte dei libri di Eco che s’impolverano nelle librerie e nessuno legge.
Ad ogni modo Dorfles si fa aiutare in questo da altri saggisti e scrittori per una lunga disamina che appassiona e atterrisce allo stesso tempo. Divertente, istruttivo e attualismo, senza alcun dubbio…

EUR, si gira – Laura Delli Colli

EUR si giraL’EUR e’ il quartiere piu’ bello al mondo, lo dico senza mezze misure. Si lo so, il degrado del bieco buonismo sta rodendo come un cancro anche li’ ma e’ chiaro che mi riferisco al nucleo dll’E42, la nuova Roma voluta dal fascismo per esaltare il proprio ruolo nella storia, poggiare su piu’ salde fondamenta i propri principi. Non solo. Si voleva espandere il tessuto urbano verso il mare e dimostrare al mondo l’italico genio in occasione dell’Esposizione Universale di Roma che avrebbe dovuto vedere la luce proprio nel 1942 ma che non fu mai inaugurata causa conflitto mondiale. Ad ogni modo le origini di questo quartiere sono importanti ma si possono anche ignorare, resta comunque un luogo unico e magico. Cio’ che lo rende inimitabile e’ l’assenza di un riferimento temporale o meglio e’ la reinvenzione del tempo, l’ucronia fatta marmo e acciaio. Chiunque sia stato li’ puo’ testimoniare come ogni posizione, ogni angolo, ogni singolo sguardo attorno a se’, si trasforma in uno scatto fotografico meraviglioso. Ecco perche’ il cinema da che esiste l’E42, non ha mai smesso di frequentare quelle strade, quei palazzi e le pellicole non si contano cosi’ come non si contano pubblicita’, set fotografici e ovunque serva la magia di luoghi unici e stupefacenti. Il libro lo racconta attraverso la cronaca dei suoi curatori e le tante foto di film celebri e dei protagonisti ancora piu’ celebri. I testi introducono storia e successi, poco strutturata la Delli Colli, apprezzabilissimo l’orgoglioso Franco Mariotti ma cio’ che piu’ conta e’ la filmografia che in appendice e’ dettagliata con tanto di riferimenti al palazzo o alla via del quartiere. Appunto negativo e’ la rilegatura a brossura a colla che vanifica la qualita’ della stampa e la cura della copertina.
Ultima nota: il libro termina con la "nuvola" di Fuksas ed e’ tragico pensare che negli anni in cui il fascismo prima e la ricostruzione poi ha edificato una citta, questo soggetto insieme ai compagni di merende Rutelli e Veltroni, sono riusciti a non finire un singolo palazzo, al doppio del costo stimato e sbagliando pure la posizione.
Ognuno poi pensi cio’ che vuole…

Modena e i suoi fotografi dal dopoguerra agli anni Novanta (catalogo) – Stefano Bulgarelli, Chiara Dall’Olio

Modena e suoi fotografi dal dopoguerra agli anni novanta (catalogo)La recente antologica sugli ultimi 10 anni della Fondazione Fotografia di Modena, mi ha dato non soltanto l’occasione di rivedere opere a me molto care ma di recuperare il catalogo su una mostra che ho molto apprezzato: "Modena e suoi fotografi". Tolto l’aspetto prettamente artistico dell’esposizione, la ricordo ancora con interesse perche’ per la prima volta riuscii a ordinare la conoscenza disordinata di artisti che amavo molto, uniti in un solo contesto, quella scuola modenese che seppe distinguersi nel mondo della fotografia. Come tutti i cataloghi, nasce per accompagnare l’esposizione, carattere collettivo che non puo’ rappresentare al meglio un singolo artista ma offrire semmai un breve passaggio del suo lavoro. Nel caso di una mostra collettiva poi piuttosto consistente, resta poco per spiegare il lavoro di chi e’ impegnato in un discorso che spesso dura decenni, pero’ a contestualizzare questo si, capire il movimento di un’epoca o sottolineare  che un insieme di artisti vicini anche geograficamente, spesso s’inseguono e si perfezionano a vicenda facendo di tanti percorsi un unico luogo da esplorare. Percio’ nelle loro diversita’ fotografi come Ghirri, Fontana, Vaccari, Leonardi, Zagaglia appartengono ad un solo contesto, respirano la stessa aria che restituiscono filtrata col tocco della propria arte. Rileggendolo il catalogo, non solo ritrovo alcune tra le immagini che ho amato di piu’ ma soprattutto una volta raccolte, le foto diventano un racconto unitario nel quale il collettivo e’ un nuovo soggetto a se’ da vedere e ammirare. Fuori dalla mostra quindi, il catalogo rappresenta una buona occasione per chiunque desideri capire di cosa si dica parlando di scuola modenese della fotografia.

http://www.fondazionefotografia.org/mostra/modena-e-i-suoi-fotografi-2/

Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005 – Renato Barilli

Prima e dopo il 2000Vedi a volte le coincidenze. Leggo spesso libri d’arte e per lungo tempo mi sono dedicato ai saggi di critici, i piu’ celebri soprattutto come Dorfles, Bonito Oliva, De Micheli e ok, ci siamo capiti. Poi ho preferito le monografie, piu’ che altro per evitare analisi troppo dispersive e difficili da seguire senza la cognizione totale dei soggetti in campo.
Riprendo in mano questo vecchio ma non vecchissimo Barilli anche perche’ diciamocelo, con un bel tablet col quale seguire passo passo tutti i nomi sconosciuti, alla fine leggere diventa un bel gioco. Ma dicevo le coincidenze. Proprio la settimana scorsa vengo a conoscenza di un incontro con Barilli a Bologna, presso la Galleria de’ Foscherari, un lungo viaggio nella memoria che e’ anche viaggio nella storia dell’arte nella citta’ e non solo. Insomma, Barilli avra’ anche dei difetti ma resta un critico di meritatissima fama e di una sorprendente lucidita’ d’analisi nonche’  di memoria storica formidabile. Nel suo "Prima e dopo il 2000", si concentra su un periodo storico abbastanza breve e particolare, la fine cioe’ delle avanguardie e di quanto s’e’ visto dopo con la pesante eredita’ da gestire. Cosa si poteva inventare quando s’e’ gia’ inventato tutto? Infatti Barilli con ragione, indica il ventennio dagli 80 in poi, come l’epoca del "neo". Neo avanguardie, neo-classica, neo-op, neo-geo e se ci pensiamo la rivisitazione ha dominato quegli anni, piu’ che il superamento o meglio la rivisitazione intesa come neo-rivoluzione. Come afferma il critico, in fondo la seconda meta’ del secolo scorso non ha inventato nulla ma ha espanso quanto gia’ visto nella meta’ precedente, in ogni campo, non solo nella pittura in senso stretto, affermazione delicata ma con ampi margini di ragione. Il suo quindi e’ in viaggio si in un tempo limitato ma che abbraccia tutto il pianeta, Italia per partire spostandosi nel resto d’Europa, Stati Uniti ovviamente senza trascurare sud Americhe, Africa, Giappone, Corea e inevitabilmente la Cina, gia’ oggi punto nevralgico dell’arte contemporanea e destinata in futuro a soppiantare vecchio e nuovo continente, fosse solo perche’ i soldi, quelli veri, passano sempre piu’ di li’. Libro ancora molto attuale, tantissimi nomi da rivedere, ripensare e certo tante nuove proposte da scoprire.
Barilli resta sempre piacevolissimo, semplice ma con l’infinita dote di raccontare in poche righe l’essenza del lavoro di un artista.

Rothko – Jacob Baal-Teshuva (Taschen)

Rothko TaschenPur amando nel profondo l’arte contemporanea con un occhio di riguardo per l’astratto e l’informale, a lungo ho ignorato Mark Rothko, anzi mi sono spesso domandato per quale ragione esercitasse tanto fascino e soprattutto come avessero fatto le sue opere ad essere tra le piu’ costose al mondo. Poi e’ arrivato il giorno in cui mi sono recato al Tate Modern di Londra e li’ entrando nella stanza a lui dedicata, in un solo istante mi sono perduto nella sua pittura, mi sono smarrito nelle grandi tele che come portali si sono aperte a nuovi livelli emotivi. Da quel momento ogni incontro con una sua opera è stata una grande emozione. Cosa ha fatto la differenza? Vederlo dal vivo e non leggerlo su un libro. Cio’ vale per ogni artista s’intende ma sara’ il grande formato, sara’ lo studio e le ricerca che Rothko mise per giungere a quello straordinario effetto che lui stesso riconosceva e cercava e che quando gli veniva riferito di svenimenti o adulti in lacrime, non se ne stupiva. Pare percio’ un controsenso parlare di un libro ma per chi ha gia’ vissuto questa sensazione ma anche per chi intende farlo, puo’ essere un valido supporto. Come spesso puntualizzo, mi piacciono i Taschen, specie questi di grande formato, ancor meglio se chi cura il testo ha un suo stile brioso, particolarmente narrativo e sa porre i giusti accenti al racconto di una vita d’artista anche quando e’ complicata come nel caso dell’artista lettone naturalizzato statunitense. Bel racconto quindi e s’impara molto, come erano ad esempio le sue opere nel primo periodo espressionista, poi surrealista ed infine nel pieno dell’espressionismo questa volta astratto. Scopro peraltro l’origine delle opere esposte al Tate Modern, tanto per dire. Bel racconto e belle immagini quindi, in stile Taschen ma ancora meglio del solito

Le mie giornate particolari con – Ugo La Pietra

Le mie giornate particolari conA volte la tentazione di uscire dagli orrori dei social network e’ forte, poi c’e’ sempre una ragione per rimanere. Una di queste e’ seguire la pagina di Ugo La Pietra e leggere del nuovissimo libro della Manfredi Edizioni che lo riguarda.
"Le mie giornate particolari con…", ventuno personaggi, ventuno racconti, ventuno brevi aneddoti ben riassunti da Marco Scotini nell’introduzione "ventuno giornate memorabili senza essere esemplari" e cosi’ e’.
La Pietra e’ architetto, artista, curatore, ricercatore e didatta, studioso a 360 gradi di nuovi linguaggi, fortunato frequentatore di tutto quanto girava attorno al celebre bar Giamaica milanese e non a caso i suoi racconti partono da quei luoghi, quelle persone, quegli anni. S’inizia con Fontana, il gruppo del Cenobio, Nanda Vigo, poi Merz, Alviani e ancora Munari, Alviano, Bonito Oliva e molti altri, giusto per far comprendere delle forze messe in campo. Racconti spesso semplici, anche banali a volte ma ugualmente rappresentativi di un’epoca, di un fermento che s’esprimeva attraverso grandi opere e grandi idee. Per ognuna di queste storie vi sono foto, a loro volta frammenti minuscoli di un tempo passato ma indimenticato e la sensazione e’ di essere li’ con La Pietra, sfogliare il suo album dei ricordi ascoltando il suo racconto. 96 pagine preziose per una bella edizione degna del suo autore e dei suoi racconto. Non lo si legge, lo si divora e poi lo si conserva con molta cura. Dategli una possibilita’.

Bologna Contemporanea 1975-2005 – Peter Weiermair

Bologna ContemporaneaComprai questo catalogo qualche anno fa proprio a Bologna non ricordo in quale occasione legata comunque ai libri. Grande formato, 352 pagine ma soprattutto un interessante campionario di artisti, 67 per la precisione per raccontare la storia recente di una Bologna d’arte da troppo tempo fuori dai giri giusti. Ma in realta’ Bologna quanto e’ stata protagonista dal dopoguerra a oggi? Quando ne parlo mi sento dire che in fondo Bologna ha dato molto e si e’ distinta alla pari di altre capitali dell’arte quali Milano, Firenze e Roma. No, non credo che le cose siano andate cosi’ e proprio i tentativi di raccontare il contrario con mostre come "Bologna dopo Morandi", mi confermano. Ecco Morandi, lui e’ un problema non la soluzione. E’ un problema perche’ la sua grandezza e’ ingombrante, irrinunciabile, un astro di tale grandezza che tutto illumina e nel contempo mette in ombra chi non ha abbastanza luce propria. Usato e abusato da enti e amministrazioni che si accartocciano su cio’ che e’ certo, segno d’inequivocabile pochezza di ruoli pubblici che non osano o non hanno le capacita’ per farlo. Morandi dovrebbe essere una bandiera, non uno scudo. Certo, anche il destino si muove dove vuole e forse su Bologna si e’ fermato troppo tardi e per troppo poco e mi riferisco agli ultimi scampoli del 1970. Non c’e’ stata una scuola bolognese come quella romana e nemmeno un bar Giamaica o una galleria Azimut o del Cenobio, insomma sbagliero’ ma parlare di Bologna nell’arte dal dopoguerra ad oggi significa parlare di provincia. Cio’ non significa non vi siano stati grandi nomi che hanno lasciato un segno, anzi ma e’ il gruppo che e’ mancato. Il catalogo quindi e’ una buona occasione per verificare o contestare la mia ipotesi (solo mia?)  e che dire, alcuni nomi sono straordinari, altri meno, grandi risultati ma e’ incontestabile che il botto non ci sia stato. Volume curato benissimo, testi di altissima qualita’ con un grado di dettaglio da renderlo opera quasi definitiva. Una facciata di testo e tre di immagini, ecco la democratica suddivisione dello spazio per ogni artista. Insomma, non solo un catalogo ma un vero e proprio dizionario artistico di una citta’.

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