EUR, si gira – Laura Delli Colli

EUR si giraL’EUR e’ il quartiere piu’ bello al mondo, lo dico senza mezze misure. Si lo so, il degrado del bieco buonismo sta rodendo come un cancro anche li’ ma e’ chiaro che mi riferisco al nucleo dll’E42, la nuova Roma voluta dal fascismo per esaltare il proprio ruolo nella storia, poggiare su piu’ salde fondamenta i propri principi. Non solo. Si voleva espandere il tessuto urbano verso il mare e dimostrare al mondo l’italico genio in occasione dell’Esposizione Universale di Roma che avrebbe dovuto vedere la luce proprio nel 1942 ma che non fu mai inaugurata causa conflitto mondiale. Ad ogni modo le origini di questo quartiere sono importanti ma si possono anche ignorare, resta comunque un luogo unico e magico. Cio’ che lo rende inimitabile e’ l’assenza di un riferimento temporale o meglio e’ la reinvenzione del tempo, l’ucronia fatta marmo e acciaio. Chiunque sia stato li’ puo’ testimoniare come ogni posizione, ogni angolo, ogni singolo sguardo attorno a se’, si trasforma in uno scatto fotografico meraviglioso. Ecco perche’ il cinema da che esiste l’E42, non ha mai smesso di frequentare quelle strade, quei palazzi e le pellicole non si contano cosi’ come non si contano pubblicita’, set fotografici e ovunque serva la magia di luoghi unici e stupefacenti. Il libro lo racconta attraverso la cronaca dei suoi curatori e le tante foto di film celebri e dei protagonisti ancora piu’ celebri. I testi introducono storia e successi, poco strutturata la Delli Colli, apprezzabilissimo l’orgoglioso Franco Mariotti ma cio’ che piu’ conta e’ la filmografia che in appendice e’ dettagliata con tanto di riferimenti al palazzo o alla via del quartiere. Appunto negativo e’ la rilegatura a brossura a colla che vanifica la qualita’ della stampa e la cura della copertina.
Ultima nota: il libro termina con la "nuvola" di Fuksas ed e’ tragico pensare che negli anni in cui il fascismo prima e la ricostruzione poi ha edificato una citta, questo soggetto insieme ai compagni di merende Rutelli e Veltroni, sono riusciti a non finire un singolo palazzo, al doppio del costo stimato e sbagliando pure la posizione.
Ognuno poi pensi cio’ che vuole…

Modena e i suoi fotografi dal dopoguerra agli anni Novanta (catalogo) – Stefano Bulgarelli, Chiara Dall’Olio

Modena e suoi fotografi dal dopoguerra agli anni novanta (catalogo)La recente antologica sugli ultimi 10 anni della Fondazione Fotografia di Modena, mi ha dato non soltanto l’occasione di rivedere opere a me molto care ma di recuperare il catalogo su una mostra che ho molto apprezzato: "Modena e suoi fotografi". Tolto l’aspetto prettamente artistico dell’esposizione, la ricordo ancora con interesse perche’ per la prima volta riuscii a ordinare la conoscenza disordinata di artisti che amavo molto, uniti in un solo contesto, quella scuola modenese che seppe distinguersi nel mondo della fotografia. Come tutti i cataloghi, nasce per accompagnare l’esposizione, carattere collettivo che non puo’ rappresentare al meglio un singolo artista ma offrire semmai un breve passaggio del suo lavoro. Nel caso di una mostra collettiva poi piuttosto consistente, resta poco per spiegare il lavoro di chi e’ impegnato in un discorso che spesso dura decenni, pero’ a contestualizzare questo si, capire il movimento di un’epoca o sottolineare  che un insieme di artisti vicini anche geograficamente, spesso s’inseguono e si perfezionano a vicenda facendo di tanti percorsi un unico luogo da esplorare. Percio’ nelle loro diversita’ fotografi come Ghirri, Fontana, Vaccari, Leonardi, Zagaglia appartengono ad un solo contesto, respirano la stessa aria che restituiscono filtrata col tocco della propria arte. Rileggendolo il catalogo, non solo ritrovo alcune tra le immagini che ho amato di piu’ ma soprattutto una volta raccolte, le foto diventano un racconto unitario nel quale il collettivo e’ un nuovo soggetto a se’ da vedere e ammirare. Fuori dalla mostra quindi, il catalogo rappresenta una buona occasione per chiunque desideri capire di cosa si dica parlando di scuola modenese della fotografia.

http://www.fondazionefotografia.org/mostra/modena-e-i-suoi-fotografi-2/

Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005 – Renato Barilli

Prima e dopo il 2000Vedi a volte le coincidenze. Leggo spesso libri d’arte e per lungo tempo mi sono dedicato ai saggi di critici, i piu’ celebri soprattutto come Dorfles, Bonito Oliva, De Micheli e ok, ci siamo capiti. Poi ho preferito le monografie, piu’ che altro per evitare analisi troppo dispersive e difficili da seguire senza la cognizione totale dei soggetti in campo.
Riprendo in mano questo vecchio ma non vecchissimo Barilli anche perche’ diciamocelo, con un bel tablet col quale seguire passo passo tutti i nomi sconosciuti, alla fine leggere diventa un bel gioco. Ma dicevo le coincidenze. Proprio la settimana scorsa vengo a conoscenza di un incontro con Barilli a Bologna, presso la Galleria de’ Foscherari, un lungo viaggio nella memoria che e’ anche viaggio nella storia dell’arte nella citta’ e non solo. Insomma, Barilli avra’ anche dei difetti ma resta un critico di meritatissima fama e di una sorprendente lucidita’ d’analisi nonche’  di memoria storica formidabile. Nel suo "Prima e dopo il 2000", si concentra su un periodo storico abbastanza breve e particolare, la fine cioe’ delle avanguardie e di quanto s’e’ visto dopo con la pesante eredita’ da gestire. Cosa si poteva inventare quando s’e’ gia’ inventato tutto? Infatti Barilli con ragione, indica il ventennio dagli 80 in poi, come l’epoca del "neo". Neo avanguardie, neo-classica, neo-op, neo-geo e se ci pensiamo la rivisitazione ha dominato quegli anni, piu’ che il superamento o meglio la rivisitazione intesa come neo-rivoluzione. Come afferma il critico, in fondo la seconda meta’ del secolo scorso non ha inventato nulla ma ha espanso quanto gia’ visto nella meta’ precedente, in ogni campo, non solo nella pittura in senso stretto, affermazione delicata ma con ampi margini di ragione. Il suo quindi e’ in viaggio si in un tempo limitato ma che abbraccia tutto il pianeta, Italia per partire spostandosi nel resto d’Europa, Stati Uniti ovviamente senza trascurare sud Americhe, Africa, Giappone, Corea e inevitabilmente la Cina, gia’ oggi punto nevralgico dell’arte contemporanea e destinata in futuro a soppiantare vecchio e nuovo continente, fosse solo perche’ i soldi, quelli veri, passano sempre piu’ di li’. Libro ancora molto attuale, tantissimi nomi da rivedere, ripensare e certo tante nuove proposte da scoprire.
Barilli resta sempre piacevolissimo, semplice ma con l’infinita dote di raccontare in poche righe l’essenza del lavoro di un artista.

Rothko – Jacob Baal-Teshuva (Taschen)

Rothko TaschenPur amando nel profondo l’arte contemporanea con un occhio di riguardo per l’astratto e l’informale, a lungo ho ignorato Mark Rothko, anzi mi sono spesso domandato per quale ragione esercitasse tanto fascino e soprattutto come avessero fatto le sue opere ad essere tra le piu’ costose al mondo. Poi e’ arrivato il giorno in cui mi sono recato al Tate Modern di Londra e li’ entrando nella stanza a lui dedicata, in un solo istante mi sono perduto nella sua pittura, mi sono smarrito nelle grandi tele che come portali si sono aperte a nuovi livelli emotivi. Da quel momento ogni incontro con una sua opera è stata una grande emozione. Cosa ha fatto la differenza? Vederlo dal vivo e non leggerlo su un libro. Cio’ vale per ogni artista s’intende ma sara’ il grande formato, sara’ lo studio e le ricerca che Rothko mise per giungere a quello straordinario effetto che lui stesso riconosceva e cercava e che quando gli veniva riferito di svenimenti o adulti in lacrime, non se ne stupiva. Pare percio’ un controsenso parlare di un libro ma per chi ha gia’ vissuto questa sensazione ma anche per chi intende farlo, puo’ essere un valido supporto. Come spesso puntualizzo, mi piacciono i Taschen, specie questi di grande formato, ancor meglio se chi cura il testo ha un suo stile brioso, particolarmente narrativo e sa porre i giusti accenti al racconto di una vita d’artista anche quando e’ complicata come nel caso dell’artista lettone naturalizzato statunitense. Bel racconto quindi e s’impara molto, come erano ad esempio le sue opere nel primo periodo espressionista, poi surrealista ed infine nel pieno dell’espressionismo questa volta astratto. Scopro peraltro l’origine delle opere esposte al Tate Modern, tanto per dire. Bel racconto e belle immagini quindi, in stile Taschen ma ancora meglio del solito

Le mie giornate particolari con – Ugo La Pietra

Le mie giornate particolari conA volte la tentazione di uscire dagli orrori dei social network e’ forte, poi c’e’ sempre una ragione per rimanere. Una di queste e’ seguire la pagina di Ugo La Pietra e leggere del nuovissimo libro della Manfredi Edizioni che lo riguarda.
"Le mie giornate particolari con…", ventuno personaggi, ventuno racconti, ventuno brevi aneddoti ben riassunti da Marco Scotini nell’introduzione "ventuno giornate memorabili senza essere esemplari" e cosi’ e’.
La Pietra e’ architetto, artista, curatore, ricercatore e didatta, studioso a 360 gradi di nuovi linguaggi, fortunato frequentatore di tutto quanto girava attorno al celebre bar Giamaica milanese e non a caso i suoi racconti partono da quei luoghi, quelle persone, quegli anni. S’inizia con Fontana, il gruppo del Cenobio, Nanda Vigo, poi Merz, Alviani e ancora Munari, Alviano, Bonito Oliva e molti altri, giusto per far comprendere delle forze messe in campo. Racconti spesso semplici, anche banali a volte ma ugualmente rappresentativi di un’epoca, di un fermento che s’esprimeva attraverso grandi opere e grandi idee. Per ognuna di queste storie vi sono foto, a loro volta frammenti minuscoli di un tempo passato ma indimenticato e la sensazione e’ di essere li’ con La Pietra, sfogliare il suo album dei ricordi ascoltando il suo racconto. 96 pagine preziose per una bella edizione degna del suo autore e dei suoi racconto. Non lo si legge, lo si divora e poi lo si conserva con molta cura. Dategli una possibilita’.

Bologna Contemporanea 1975-2005 – Peter Weiermair

Bologna ContemporaneaComprai questo catalogo qualche anno fa proprio a Bologna non ricordo in quale occasione legata comunque ai libri. Grande formato, 352 pagine ma soprattutto un interessante campionario di artisti, 67 per la precisione per raccontare la storia recente di una Bologna d’arte da troppo tempo fuori dai giri giusti. Ma in realta’ Bologna quanto e’ stata protagonista dal dopoguerra a oggi? Quando ne parlo mi sento dire che in fondo Bologna ha dato molto e si e’ distinta alla pari di altre capitali dell’arte quali Milano, Firenze e Roma. No, non credo che le cose siano andate cosi’ e proprio i tentativi di raccontare il contrario con mostre come "Bologna dopo Morandi", mi confermano. Ecco Morandi, lui e’ un problema non la soluzione. E’ un problema perche’ la sua grandezza e’ ingombrante, irrinunciabile, un astro di tale grandezza che tutto illumina e nel contempo mette in ombra chi non ha abbastanza luce propria. Usato e abusato da enti e amministrazioni che si accartocciano su cio’ che e’ certo, segno d’inequivocabile pochezza di ruoli pubblici che non osano o non hanno le capacita’ per farlo. Morandi dovrebbe essere una bandiera, non uno scudo. Certo, anche il destino si muove dove vuole e forse su Bologna si e’ fermato troppo tardi e per troppo poco e mi riferisco agli ultimi scampoli del 1970. Non c’e’ stata una scuola bolognese come quella romana e nemmeno un bar Giamaica o una galleria Azimut o del Cenobio, insomma sbagliero’ ma parlare di Bologna nell’arte dal dopoguerra ad oggi significa parlare di provincia. Cio’ non significa non vi siano stati grandi nomi che hanno lasciato un segno, anzi ma e’ il gruppo che e’ mancato. Il catalogo quindi e’ una buona occasione per verificare o contestare la mia ipotesi (solo mia?)  e che dire, alcuni nomi sono straordinari, altri meno, grandi risultati ma e’ incontestabile che il botto non ci sia stato. Volume curato benissimo, testi di altissima qualita’ con un grado di dettaglio da renderlo opera quasi definitiva. Una facciata di testo e tre di immagini, ecco la democratica suddivisione dello spazio per ogni artista. Insomma, non solo un catalogo ma un vero e proprio dizionario artistico di una citta’.

Racconti fantastici – Michail Bulgakov

Racconti fantasticiIl mio rapporto con Bulgakov e’ piuttosto singolare. Egli e’ un qualche modo una scoperta recente, degli ultimi 20 anni intendo, eppure sin da bambino ho avuto a che fare con le sue opere, iniziando dal lontano 1977 con la trasposizione televisiva di "Uova fatali" con la regia di Gregoretti, passando per incontri e scontri scolastici con "Il maestro e Margherita". Eppure e per ragioni non ben definite, il suo nome e’ restato slegato dalle opere e quando le ho messe assieme fu come scoprirle per la prima volta. E’ qui che ho letto la sua storia, cercato di entrare in una psiche complessa, in un’anima a dir poco tormentata, conoscenza che aiuta non poco ad entrare nello spirito della narrazione e nelle ragioni profonde che la sottende.
C’e’ la sua esperienza personale ma anche e soprattutto la storia della Russia che in quegli anni diventava Unione Sovietica, prima con l’entusiasmo della rivoluzione comunista, poi le perplessita’ ed infine l’orrore di cio’ che in brevissimo tempo si trasformo’ da utopia a distopia. Fu un qual momento che per Bulgakov il fantastico divenne un pretesto o meglio un grimaldello per scardinare i rigidi dettami del regime e attraverso simboli e metafore denunciare la tragedia in atto. Questo gli riusci’ solo in parte e censure e restrizione impedirono la sua pubblicazione di alcune opere sino agli ’60. Ad ogni modo limitiamoci alla raccolta "Racconti fantastici" dove storie di dimensioni piu’ contenute pongono al centro il fantastico ed e’ fantastico per davvero. Ci sono demoni, lucertole giganti, uomini cane e quant’altro. Pretesti per raccontare una burocrazia assassina e un’ideologia che trasforma uomini in mostri e mostri in giganti ancora piu’ mostruosi. Gogolianamente surrealista e ironico, e’ stupefacente leggere con quanta ferocia si scagli contro chi ha ammazzato prima un sogno e solo dopo gli esseri umani, il tradimento di una cura che uccide piu’ del male. C’e’ percio’ tanta rabbia e disgusto che si sublimano nell’ironia e nello sberleffo, si stemperano nelle metafore nemmeno cosi’ criptiche, anzi palesemente dirette a colpire al cuore del regime. In Bulgakov troviamo la vecchia Russia che fa i conti con la modernita’ percio’ oltre la bellezza ed efficacia dei racconti, viviamo con lui tutta la tragedia del secolo breve.

Arte in TV – Aldo Grasso – Vincenzo Trione

Arte in TVArte e televisione, roba tosta da affrontare. Meglio forse dire che la televisione e’ argomento molto complesso e lo e’ ancor di piu’ eliminando tutte le inutili valenze politiche e sociali ad essa annesse. La televisione in quanto medium, l’oggetto o meglio lo strumento, puo’ essere un valido aiuto alla diffusione dell’arte?
Grasso e Trione sono i curatori di questo bel volume della Johan & Levi, carta ruvida e porosa che sa di qualita’ sin dal tocco. Curatori appunto perche’ stiamo parlando di una raccolta di saggi che ripercorrono un viaggio iniziato il 3 Gennaio 1954, primo giorno di trasmissioni RAI che debutta non a caso con un programma su Gianbattista Tiepolo. Esiste una televisione di Stato monopolista, poi dagli anni 80 in concorrenza con la tv commerciale e dal 2000 si aggiunge il satellite, queste di massima i tre grandi blocchi nei quali la programmazione cambia nel merito. Naturalmente esiste il confronto con le altre nazioni, in quello che potremmo definire stile statunitense che mira all’audience e quello anglosassone votata al servizio pubblico. I relatori affrontano l’argomento sotto tutte queste prospettive, declinando di volta in volta verso le tante sfaccettature che l’argomento comporta. Di massima la tendenza resta sull’analisi in senso stretto. Numeri e fatti, cronologia e descrizione, approfondimenti senza soluzioni perche’ in effetti, soluzioni non ve ne sono, cosi’ come non c’e’ un meglio o un peggio, un giusto o sbagliato da seguire o non seguire. Trione e’ forse l’unico che prende una posizione netta nei confronti del mezzo, posizione che mi vede totalmente d’accordo. Il punto e’ che forse e’ la televisione ad essere sbagliata. Troppo facile vedere, troppo facile fruire di una lezione, qualunque lezione, se non c’e’ dedizione o necessita’. La televisione puo’ essere uno stimolo importante, l’inizio di una esplorazione, la scintilla che innesca un motore ma non puo’ sostituire lo studio e la fatica che esso comporta, una fatica sana e utile, necessaria come e’ necessario per tutto cio’ che conta veramente. Lettura senza dubbio interessante e sulla quale riflettere.

Una ballata del mare salato – Hugo Pratt

Corto Maltese - una ballata del mare salatoE’ indubbio che la lettura nasca dalla visita alla recente mostra su Pratt, anzi l’ho aspettata per recuperare appositamente "Una ballata del mare salato" opera prima su Corto Maltese. invero una specie di esperimento, una prova concessa a Pratt in virtu’ della sua fama acquisita in carriera e nella fiducia che qualcuno riponeva in lui. Erano anni difficili per l’autore, con poco lavoro a scarse occasioni ma Pratt oso’ spingersi oltre con una storia inedita nel segno e nel testo, tanto nuova che ci volle un po’ di tempo prima di trovare una pubblicazione regolare e raggiungere il successo che conosciamo.
Pratt oso’ tanto proprio da Corto Maltese che e’ riduttivo definire antieroe, oggi forse scontato ma a quel tempo, la fine degli anni ’60 era un concetto innovativo. Con Corto, Pratt ha sparigliato le regole creando un personaggio che di fatto reagisce piu’ che agire, uno che osserva, racconta e interviene perche’ v’e’ un destino che l’ha condotto sino li. Le cose gli accadono attorno e lui si adegua ad esse e l’avventura e’ il mezzo per essere libero, non un fine. In questa prima storia e’ ovviamente tutto abbozzato, Corto nella sua psicologia e nel tratto con chine piu’ pesanti di cio’ che saranno in futuro ma soprattutto manca ancora quella straordinaria costruzione cinematografica delle strisce, dove montaggio e fotografia sono servite su un piatto d’argento. Come ebbi modo di scrivere, non sono storie che mi appartengono ma la bella mano si e i buoni testi pure e dal comparire di quest’uomo legato ad una zattera in mezzo al mare, vivere l’equilibrio di forze tra Corto e Rasputin, la tensione sessuale con Pandora, il grande mistero del "monaco", i dubbi su Cranio, l’esotismo dei luoghi e dei suoi abitanti. Insomma, non si puo’ restare indifferenti davanti a una trama cosi’ congegnata e rappresentata che senza alcuna esagerazione puo’ dirsi veramente un classico.
Bella anche l’edizione della Rizzoli, volume corposo di 255 pagine, ottima carta e prezzo piu’ che abbordabile,

Piero Manzoni e ZERO. Una regione creativa europea – Francesca Pola

Piero Manzoni e ZeroPresi questo libro in occasione della mostra milanese dedicata a Manzoni del 2014, poi passa il tempo, ci si dimentica delle cose e lo si ritrova con una certa sorpresa a distanza di anni. Innanzitutto e’ un libro fantastico. L’Electa si sa, abitua bene i suoi lettori ma tra la qualita’ della carta, la brossura della copertina, le pagine tutte a colori anche quelle di testo con le annotazioni evidenziate in rosso, ci troviamo di fronte un oggetto che da’ soddisfazioni al solo tenerlo in mano.
Manzoni del resto non merita niente di meno e infatti lo troviamo protagonista di un’epoca che coinvolse artisti non solo italiani ma di tutta Europa.
E’ la cronaca degli anni che dalla seconda meta’ dei 50 sino alla scomparsa dell’artista avvenuta nel 1963, il suo percorso artistico che nel contempo e’ narrazione di molte correnti artistiche, dallo spazialismo di Fontana al nucleare di Baj, ai cinetici del Gruppo N ma soprattutto degli artisti della rivista/galleria Azimuth/Azimut come Bonalumi e Castellani e il Gruppo Zero quindi Mack, Klein, Tinguely e cosi’ via. Anni dove in apparenza tuto era permesso e l’informale svelava al mondo le infinite declinazioni della materia, della forma e del colore, rivoluzionando non solo l’arte ma la percezione stessa che se ne aveva, della filosofia ad essa sottesa, tecniche che prima di tutto richiedevano un nuovo modo di pensare e di ragionare. Francesca Pola senza enfasi e rigorosamente sui fatti, ci racconta di questa stagione privilegiando come e’ ovvio la figura di Manzoni, del quale approfondiamo il lavoro e le concomitanze, le occasioni e gli spostamenti di mostre, gallerie e cambi di marcia stilistici, sempre all’insegna di una straordinaria creativita’ a mio avviso davvero unica nel panorama dell’arte.
Come si diceva il testo potra’ apparire asciutto ma e’ esattamente quello che ci si aspetta quando pretende di essere letto da chi vuole approfondire argomenti gia’ noti attraverso una cronaca puntuale e ottimamente documentata anche dalle tante immagini a corredo. Libro perfetto, sotto ogni punto di vista.

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