Il tallone di ferro – Jack London (estratto)

Capitolo 1
LA MIA AQUILA

La brezza leggera dell’estate agita le sequoie e la Wild Water si frange con ritmiche cadenze contro le pietre muscose. Ci sono farfalle nel sole, e dovunque si leva il sonnolento ronzio delle api. C’è tanta pace e silenzio e io me ne sto qui, inquieta, a pensare. E’ questa pace a rendermi inquieta: mi sembra irreale.
Una quiete profonda, ma è la quiete che precede la tempesta. Tendo dunque l’orecchio, e tutti i sensi, al primo segnale della tempesta imminente. Purché non sia prematura. Purché non scoppi troppo presto.
Sono inquieta con ragione. Penso, penso continuamente, è piú forte di me. Ho vissuto così a lungo nella mischia che la pace e la quiete mi opprimono e non posso impedirmi d’indugiare col pensiero su quel turbine di devastazione e morte che presto si scatenerà.
Già odo le grida delle vittime, già vedo, come nel passato, tanta bella e preziosa carne falciata e mutilata, tante anime strappate a forza dai loro nobili corpi e lanciate verso Dio. E’ così che noi povere creature umane raggiungiamo i nostri scopi; solo attraverso stragi e distruzioni riusciamo a portare pace e felicità durature sulla terra!
Sì, sono sola. Quando non penso a quel che sarà, penso a quel che è stato, a ciò che non è piú: alla mia Aquila, che batte l’aria con le ali instancabili, librandosi in eterno verso il suo sole, l’ideale radioso della libertà umana. Non saprei starmene inerte ad aspettare il grande avvenimento di cui lui è l’artefice, anche se non sarà presente al momento. Vi dedicò interi gli anni della sua vita, lo pagò con la vita. E’ opera sua. Lo rese lui possibile.
Perciò, in simile ansiosa attesa, ho deciso di scrivere di mio marito. Io soltanto tra tutti potrò far luce sulla sua personalità, una personalità tanto nobile che tuttavia non sarà mai abbastanza nota. Era un’anima grande e, quanto il mio amore è scevro da ogni egoismo, il mio rammarico più grande è che lui non sia più qui ad assistere all’alba di domani. Non possiamo fallire: le basi che lui ha gettato sono troppo solide, troppo sicure.
Strapperemo via dal petto dell’umanità schiacciata il maledetto Tallone di Ferro. Al segnale della riscossa, le legioni dei lavoratori di tutto il mondo insorgeranno, e nella storia non si sarà mai visto nulla di simile. La solidarietà delle masse lavoratrici è assicurata, e per la prima volta scoppierà una rivoluzione internazionale, vasta quanto il mondo.
Sono, chiaramente, talmente presa da ciò che ci aspetta, che da tempo ormai vivo giorno e notte, sin nei minimi particolari, il grande avvenimento; anzi, non riesco a pensare a mio marito senza pensare a esso. Lui ne fu l’anima, come potrei separare le due cose nei miei pensieri?
Come ho detto, posso fare molta luce sulla sua personalità. Tutti sanno che ha lavorato molto, e penato ancor più, per la libertà; ma nessuno può saperlo meglio di me, che ho condiviso la sua vita in questi venti anni di ansia, e ho avuto modo di apprezzare la sua pazienza, il suo sforzo incessante, la sua totale dedizione alla causa per la quale, appena due mesi fa, è morto.

Cercherò di raccontare in tutta semplicità in che modo Ernest Everhard entrò nella mia vita: come lo conobbi, come finii col diventare parte di lui, quali profondi cambiamenti portò nella mia vita. In tal modo potrete guardarlo attraverso i miei occhi e apprendere di lui ciò che appresi io: tutto, salvo le cose troppo intime e dolci perché io possa ridirle.
Lo vidi per la prima volta nel febbraio del 1912. Era stato invitato a pranzo da mio padre, e devo dire che quando varcò la soglia di casa nostra a Berkeley, non mi fece un’impressione del tutto favorevole. Avevamo molta gente a pranzo e il suo ingresso nel salotto in cui aspettavamo l’arrivo degli ospiti fu abbastanza imbarazzante. Era la sera dei "predicatori", come diceva mio padre in famiglia, e Ernest non era certamente al suo posto tra quella gente di chiesa.
Tanto per cominciare, era mal vestito. Portava un completo di panno scuro, confezionato, che gli cascava addosso. In realtà, neppure in seguito riuscì mai a trovare un abito che gli andasse bene. Anche quella sera, come sempre, a ogni movimento che faceva i muscoli aggrinzivano la stoffa e, per via dell’ampio torace, dietro le spalle la giacca faceva una quantità di pieghe. Aveva il collo d’un campione di pugilato, grosso e robusto. E così questo è il filosofo sociale, ex maniscalco, scoperto da mio padre, mi dissi. Con quei bicipiti e quel collo, ne aveva tutta l’aria infatti. Lo giudicai immediatamente una specie di prodigio, un Blind Tom della classe operaia.
Quando poi mi diede la mano, la sua fu una stretta forte e sicura.
I suoi occhi neri mi fissarono con ardire – un po’ troppo ardire, mi parve. Ero nata e cresciuta in quell’ambiente, infatti, e a quel tempo avevo un istinto di classe molto sviluppato. Tanto ardire in un uomo del mio stesso livello sociale mi sarebbe risultato più o meno imperdonabile; fui dunque costretta ad abbassare gli occhi e fu con vero sollievo che tirai oltre per andare a salutare il vescovo Morehouse, uno dei miei prediletti, un uomo di mezza età, serio, dolce, dall’aspetto mite di un Cristo e, inoltre, un vero erudito.
Ma quell’ardire, che attribuii a presunzione, era quanto mai rivelatore della vera personalità di Ernest Everhard: era semplice, diretto, non aveva paura di niente e si rifiutava di perdere tempo con le convenzioni. "Mi piacesti subito", mi rivelò molto tempo dopo. "Perché dunque non avrei dovuto riempirmi gli occhi di ciò che mi piaceva?". Ho appena detto che non aveva paura di niente. Era un aristocratico autentico, anche se di fatto combatteva l’aristocrazia; un superuomo, l’essere biondo descritto da Nietzsche, e pur tuttavia un ardente democratico.
Impegnata a ricevere gli altri invitati, e forse anche per la cattiva impressione riportata, dimenticai quasi completamente il filosofo della classe operaia. In seguito, però, a tavola, attirò di nuovo un paio di volte la mia attenzione. Stava ascoltando i discorsi dei reverendi e nei suoi occhi notai un lampo divertito.
Ha il senso dell’umorismo, pensai, e quasi gli perdonai quel modo goffo di vestire. Intanto il tempo passava; il pranzo era inoltrato e lui non aveva aperto bocca neppure una volta mentre i reverendi discutevano animatamente della classe operaia e dei suoi rapporti con la chiesa e di ciò che questa aveva fatto e ancora faceva per essa. Notai che mio padre era seccato di quel suo silenzio e a un certo punto, profittando di un attimo di calma, gli chiese quale fosse la sua opinione. Ernest si limitò a scrollare le spalle e, dopo un secco "Non ho niente da dire", riattaccò a masticare mandorle salate.
Ma mio padre non si dava facilmente per vinto e, dopo qualche istante, disse: "Abbiamo tra noi un rappresentante della classe operaia. Sono sicuro che potrebbe presentarci le cose da un punto di vista nuovo e interessante. Alludo al Signor Everhard".
Tutti si mostrarono subito cortesemente interessati e sollecitarono Ernest a esporre le sue idee; ma il loro era un atteggiamento così chiaramente benevolo e tollerante da sembrar quasi condiscendenza. Mi accorsi che anche lui lo aveva notato, e ne era divertito. Girò lentamente lo sguardo sui convitati e in quei suoi occhi neri vidi un lampo di malizia.
"Non sono tagliato per le cortesi discussioni degli ecclesiastici", esordì poi, con tono modesto. Quindi esitò.
Si levarono alcune voci d’incoraggiamento: "Continui, continui". E il dottor Hammerfield aggiunse:
"Non temiamo la verità, da chiunque sia detta in buona fede".
"Lei dunque distingue tra verità e sincerità?" ribatté vivacemente Ernest con un sorriso.
Il dottor Hammerfield rimase un attimo perplesso, quindi balbettò:
"Anche il migliore di noi può sbagliare, giovanotto, anche il migliore".
All’improvviso, Ernest parve cambiare. In un attimo, sembrò un altro uomo.
"Bene, allora comincerò col dirvi che v’ingannate, tutti. Della classe operaia voi non sapete un bel niente. La vostra esperienza sociale è falsa e priva di valore come il vostro modo di ragionare".
Più che le parole mi colpì il tono con cui le pronunciò, e rimasi scossa già al solo suono della sua voce: uno squillo di tromba che mi fece fremere tutta. Anche tutti i presenti ne furono scossi, destati di colpo dal solito torpore e dalla solita monotonia.
"Cosa c’è di tanto falso e privo di valore nel nostro modo di ragionare, giovanotto?" chiese il dottor Hammerfield, con tono indispettito.
"Siete dei metafisici, e con la metafisica potete dimostrare qualunque cosa. Ma naturalmente, qualunque altro metafisico potrà a sua volta dimostrare, con non poca soddisfazione, che avete torto. Nel campo del pensiero siete degli anarchici e avete la passione delle costruzioni cosmiche. Ognuno di voi vive in un proprio universo, creato dalla sua fantasia e secondo i suoi desideri, ma dell’altro mondo, quello vero in cui abitate, non sapete niente, e il vostro pensiero non ha posto nella realtà se non come fenomeno di alienazione.
Sapete a cosa stavo pensando poco fa sentendovi parlare a vanvera?
A quegli scolastici del Medio Evo che con serietà e dottrina dibattevano il problema di quanti angeli possano danzare sulla punta di un ago. Voi, signori, siete lontani dalla vita intellettuale del ventesimo secolo quanto poteva esserlo diecimila anni fa uno stregone pellerossa impegnato a fare incantesimi in una foresta vergine".
A giudicare dal volto acceso, dalle sopracciglia aggrottate, dal lampeggiare degli occhi, dalle contrazioni del mento e della mascella, tutti segni di una natura aggressiva, sembrò che nel pronunciare quest’ultima frase fosse in preda all’ira. Era invece il suo modo di fare che, tuttavia, invariabilmente scuoteva la gente, esasperandola con quegli assalti impetuosi e improvvisi. I nostri invitati stavano già perdendo il loro contegno consueto. Il vescovo Morehouse ascoltava con attenzione, piegato in avanti; il dottor Hammerfield era rosso in viso per l’indignazione e anche gli altri erano sconvolti. Solo alcuni ancora sorridevano con aria divertita di superiorità. Quanto a me, trovavo la scena quanto mai divertente. Lanciai un’occhiata a mio padre e addirittura temetti che stesse per scoppiare a ridere per l’effetto prodotto da quella specie di bomba umana che aveva osato buttare in mezzo a noi.
"Lei si esprime in maniera abbastanza vaga", dichiarò infine il dottor Hammerfield. "Cosa intende dire esattamente chiamandoci metafisici?" "Vi definisco metafisici", riprese Ernest, "perché ragionate metafisicamente. Il vostro metodo è l’opposto di quello scientifico e le vostre conclusioni non hanno alcuna validità.
Dimostrate tutto e al tempo stesso niente, e neppure due tra voi riescono a mettersi d’accordo su un punto qualsiasi. Per spiegare l’universo e se stesso, ognuno di voi si tuffa nella propria coscienza, e pretendere di spiegare la coscienza con la coscienza è come pretendere di sollevarsi da terra tirandosi per i lacci delle scarpe".
"Non capisco", lo interruppe il vescovo Morehouse. "A me pare che tutte le cose dello spirito siano metafisiche. La stessa matematica, la più esatta e convincente delle scienze, è metafisica; ogni processo mentale di uno scienziato è già un atto di natura metafisica. Certamente sarà d’accordo su questo".
"Come lei stesso ha detto, non capisce", ribatté Ernest. "Il metafisico ragiona per deduzione partendo dalla sua stessa soggettività. Lo scienziato, invece, ragiona per induzione, basandosi sui fatti forniti dall’esperienza. Il metafisico procede dalla teoria ai fatti, lo scienziato dai fatti alla teoria. Il metafisico spiega l’universo secondo se stesso, lo scienziato spiega se stesso secondo l’universo".
"Ringraziamo Iddio di non essere scienziati", mormorò il dottor Hammerfield, con tono di compiacimento.
"E cosa siete, dunque?".
"Filosofi".
"Ci siamo", esclamò Ernest, ridendo. "Avete abbandonato il solito terreno della realtà per librarvi in aria con una parola, come se fosse una macchina volante. Per piacere, ritornate sulla terra e vogliate dirmi, a vostra volta, cosa intendete esattamente per filosofia".
"La filosofia è…" (il dottor Hammerfield si schiarì la voce) "è qualcosa che non si può definire in modo comprensibile se non a menti e spiriti filosofici. Lo scienziato che si limita a ficcare il naso tra le sue provette non potrà mai capire la filosofia".
La stoccata lasciò Ernest impassibile. Ma era abituato a ritorcere l’attacco contro l’avversario, e così fece, immediatamente, con volto e voce affatto benevoli.
"In tal caso, sarete certamente in grado di comprendere la definizione della filosofia che penso di proporvi. Prima, però, vi invito a rivelarne gli errori oppure a mantenere un silenzio metafisico. La filosofia non è altro che la più vasta di tutte le scienze. Il suo metodo non si distacca da quello di una qualunque scienza particolare o di tutte le scienze in generale. E appunto per questo suo meccanismo, questo suo metodo di ragionamento, il metodo induttivo, la filosofia fonde insieme tutte le scienze particolari, formando una sola, grande scienza. Come dice Spencer, i dati di ogni scienza particolare formano una conoscenza unificata solo in parte, mentre la filosofia sintetizza in sé la conoscenza offerta da tutte le scienze. E’ cioè la scienza delle scienze, la scienza assoluta, se volete. Che ne dite di questa definizione?".
"Molto attendibile", mormorò il dottor Hammerfield.
Ma Ernest era senza pietà.
"Guardatevene", disse, "la mia definizione è fatale alla metafisica. Se, a partire da adesso, non riuscite a trovare in essa neppure un’incrinatura, sarete squalificati quando in seguito vorrete opporre argomenti metafisici. Passerete la vita intera a cercare quell’incrinatura e sarete costretti a restare metafisicamente muti fino a quando non l’avrete trovata".
Tacque, in attesa. Il silenzio divenne penoso. Il dottor Hammerfield era a disagio e insieme perplesso. Quell’attacco, dei veri e propri colpi di maglio, lo aveva sconcertato; non era abituato a quel modo di discutere semplice e diretto. Il suo sguardo implorante fece il giro della tavola, ma nessuno prese la parola per lui. Sorpresi mio padre che rideva dietro il tovagliolo.
"C’è un altro modo per squalificare i metafisici", riprese Ernest quando la sconfitta del dottore fu ben chiara, "giudicarli dalle loro opere. Cosa hanno fatto per l’umanità oltre a tessere fantasie aeree e scambiare per divinità la propria ombra?
Riconosco che hanno aggiunto nuovi motivi d’allegria per il genere umano, ma quale bene tangibile hanno mai apportato? Hanno filosofato, scusatemi la parola di cattivo gusto, sul cuore come sede delle emozioni, mentre intanto gli scienziati studiavano la circolazione del sangue. Hanno declamato sulla peste e sulla carestia, considerandole flagelli di Dio, mentre intanto gli scienziati costruivano silos e risanavano gli agglomerati urbani.
Descrivevano la terra come centro dell’universo, mentre gli scienziati scoprivano l’America e scrutavano lo spazio per scoprirvi le stelle e le leggi degli astri. Insomma, i metafisici non hanno fatto assolutamente niente per l’umanità. Hanno dovuto arretrare passo dopo passo davanti alle conquiste della scienza; ma appena i fatti scientificamente accertati rovesciavano le loro spiegazioni soggettive, ne fabbricavano altre su scala più vasta per spiegare appunto i fatti accertati. E così, senza dubbio, continueranno a fare sino alla fine dei secoli. Signori, i metafisici sono degli impostori. Fra voi e l’esquimese che immaginava dio come un mangiatore di grasso vestito di pelliccia, c’è solo una differenza di qualche migliaio d’anni di fatti accertati. Tutto qui".
"Eppure il pensiero di Aristotele ha dominato l’Europa per dodici secoli", intervenne il dottor Ballingford, pomposo, "e Aristotele era un metafisico".
Quindi il dottor Ballingford girò lo sguardo sui commensali, dai quali fu ricompensato con cenni e sorrisi di approvazione.
"Il suo esempio non è per niente felice", rispose Ernest. "Lei si riferisce a uno dei periodi più oscuri della storia dell’umanità.
Infatti lo chiamiamo periodo d’oscurantismo, un’epoca in cui la scienza era schiava della metafisica, la fisica si limitava alla ricerca della pietra filosofale, l’alchimia aveva preso il posto della chimica, e l’astrologia quello dell’astronomia. Triste dominio quello del pensiero di Aristotele!".
Il dottor Ballingford parve seccato, ma subito si riprese e ribatté:
"Anche accettando il quadro nero che lei ci ha dipinto, deve però riconoscere alla metafisica un grande valore intrinseco, perché è riuscita a liberare l’umanità dall’oscurantismo avviandola verso la luce dei secoli successivi".
"La metafisica non ne ebbe alcun merito", ribatté Ernest.
"Come!" esclamò il dottor Hammerfield, "non è stato forse il pensiero speculativo a condurre alle grandi scoperte?".
"Ah, caro reverendo", disse Ernest con un sorriso, "la credevo squalificato. Non ha ancora trovato una sola incrinatura, nella mia definizione della filosofia e ora è sospeso nel vuoto. Ma questa è un’abitudine dei metafisici e io la perdono. No, ripeto, la metafisica non ebbe alcun merito in tutto questo. Ai viaggi di scoperta spinse il bisogno di pane quotidiano, seta e gioielli, monete d’oro e metalli preziosi e, tra l’altro, la chiusura delle vie commerciali terrestri verso l’India. Quando cadde Costantinopoli nel 1453, i turchi chiusero le vie carovaniere per l’India, e i mercanti europei dovettero cercare altre strade.
Questa fu la vera causa di quelle esplorazioni. Cristoforo Colombo prese il mare per cercare una nuova via per le Indie, potete leggerlo su tutti i libri di storia. Si scoprirono così per caso fatti nuovi in natura, come la grandezza e la forma della terra, e il sistema tolemaico mandò i suoi ultimi bagliori".
Il dottor Hammerfield emise un grugnito.
"Non è d’accordo?" domandò Ernest. "Allora mi dica dove sbaglio".
"Posso soltanto riconfermare il mio punto di vista" replicò aspramente il dottor Hammerfield. "Sarebbe altrimenti un tema troppo vasto".
"Non esistono temi troppo vasti per uno scienziato", ribatté, in tono cortese, Ernest. "Per questo lo scienziato scopre e ottiene, per questo è arrivato in America".
Non ho intenzione di descrivere tutta la serata, sebbene sia per me una gioia ricordare ogni particolare di quel primo incontro, di quelle prime ore passate con Ernest Everhard.
La discussione si fece molto animata, e i reverendi avvampavano, quando Ernest li chiamava filosofi romantici, lanterne magiche e così via. Li interrompeva continuamente per richiamarli ai fatti.
"Il fatto, amico, il fatto inconfutabile", proclamava trionfante, ogni volta che assestava un colpo decisivo. Era irto di fatti e glieli lanciava fra i piedi, glieli drizzava davanti in improvvise imboscate, li bombardava con raffiche di fatti.
"A quanto pare lei sacrifica soltanto sull’altare del fatto", lo stuzzicò il dottor Hammerfield.
"Non c’è altro dio che il fatto, e il signor Everhard è il suo profeta", parafrasò il dottor Ballingford.
Ernest, sorridendo, approvò col capo.
"Io sono come i texani", disse. E, sollecitato, spiegò: "Quelli del Missouri dicono sempre: ‘Bisogna farmelo vedere’; quelli del Texas, invece, dicono: ‘Bisogna mettermelo in mano’. Chiaro quindi che non sono dei metafisici".
A un certo punto, avendo egli detto che i filosofi metafisici non potrebbero sopportare la prova della verità, il dottor Hammerfield tuonò:
"Qual è questa prova della verità, giovanotto? Vuole avere la bontà di spiegarci quello che a lungo ha imbarazzato menti più sagge della sua?".
"Volentieri", rispose Ernest, con quella sicurezza che li indispettiva. "Le menti sagge sono state a lungo imbarazzate dalla ricerca della verità perché la cercavano per aria, lassù! Se fossero rimaste sulla terra ferma, l’avrebbero trovata facilmente.
Come avrebbero certamente scoperto che con ogni azione e pensiero pratico della loro vita, essi stessi costituivano appunto la prova della verità".
"La prova, la prova", ripeté con impazienza il dottor Hammerfield.
"Lasci da parte i preamboli. Ci dia ciò che abbiamo cercato tanto a lungo: la prova della verità. Ce la dia e diventeremo degli dèi".
C’era in queste parole, e nel modo con cui furono pronunciate, lo scetticismo aggressivo e ironico che la maggioranza dei convitati provava; il vescovo Morehouse parve però colpito.
"Il dottor Jordan l’ha stabilito in maniera chiarissima", disse Ernest. "Ecco il suo modo di verificare la verità: ‘E’ essa concreta, in atto? le affidereste la vostra vita?’".
"Figurarsi!" disse il dottor Hammerfield con un sorriso. "Non ha tenuto conto del vescovo Berkeley. In conclusione, non gli hanno mai risposto".
"Il più nobile metafisico della confraternita", replicò Ernest, ridendo, "ma scelto male come esempio. Come egli stesso ha dimostrato, la sua metafisica era campata in aria".
Il dottor Hammerfield s’indignò, punto sul vivo, come se avesse sorpreso Ernest nell’atto di rubare o mentire.
"Giovanotto", sbottò, "questa affermazione è degna di tutto quanto ha detto stasera. E’ un’asserzione ignobile e assolutamente priva di fondamento".
"Eccomi bell’e sistemato", mormorò Ernest, con un’aria afflitta.
"Purtroppo non mi sento colpito. Bisognerebbe farmelo toccare con mano, reverendo".
"Benissimo, benissimo", balbettò il dottor Hammerfield. "Non potrà certo dire che il vescovo Berkeley non abbia dimostrato che la sua metafisica non fosse pratica. Non ne ha le prove, giovanotto, lei non ne sa niente. La metafisica di Berkeley ha sempre funzionato".
"Per me, la prova migliore che la metafisica di Berkeley era pura astrazione, sta nel fatto che lo stesso Berkeley", e a questo punto Ernest riprese tranquillamente fiato, "aveva la buona abitudine di passare per le porte e non attraverso i muri; perché per nutrire la propria vita s’affidava al pane e burro e al sostanzioso arrosto, e si faceva la barba con un rasoio bene affilato".
"Ma queste sono cose della vita fisica", esclamò il dottore, "mentre la metafisica appartiene allo spirito".
"E funziona anche in spirito?" chiese Ernest, calmissimo.
L’altro annuì.
"E, in spirito, una miriade di angeli può danzare sulla punta di un ago", continuò Ernest, con aria assorta. "E, in spirito, può esistere anche un dio impellicciato e mangiatore di grasso, perché non ci sono prove contrarie, in spirito. E immagino, reverendo, che lei viva anche in spirito, vero?".
"Il mio spirito è il mio regno", rispose l’altro.
"Cioè, vive nel vuoto. Ma sono sicuro che ritorna sulla terra all’ora dei pasti o alle prime scosse d’un terremoto. O forse mi obietta che in un simile malaugurato caso non avrebbe nessun timore che il suo corpo immateriale possa essere colpito da una tegola immateriale?".
Istintivamente, e con gesto inconsapevole, il dottor Hammerfield si toccò la testa, dove, nascosta tra i capelli, aveva una cicatrice. L’esempio di Ernest era stato quanto mai calzante:
durante il grande terremoto, infatti, il reverendo per poco non era stato schiacciato da un comignolo. Scoppiarono tutti a ridere.
"Ebbene", riprese Ernest quando l’ilarità si fu calmata, "aspetto sempre la prova del contrario". Poi, nel silenzio generale, aggiunse: "Passi pure questo suo ultimo argomento, ma non è ancora quello risolutivo".
Il dottor Hammerfield era ormai fuori combattimento; ma la battaglia si spostò in un’altra direzione. Punto per punto, Ernest confutò ogni loro asserzione. Quando sostenevano di conoscere la classe operaia, lui ribatteva esponendo delle verità fondamentali che quelli non conoscevano, e li sfidava a contraddirlo. Parlava di fatti, sempre fatti, frenava i loro slanci verso la luna e li riconduceva sul terreno solido dei fatti.
Ricordo benissimo la scena! Mi pare di udirlo ancora, con quel suo tono aggressivo, colpirli col fascio dei fatti, di cui ciascuno era una verga sferzante! Senza pietà: non chiedeva tregua e non ne accordava. Non dimenticherò mai la scudisciata finale che inflisse loro:
"Questa sera avete ammesso più volte, direttamente o con le vostre dichiarazioni d’incompetenti, di non conoscere la classe operaia.
Non vi biasimo per questo: come potreste conoscerla, infatti? Non vivete fra gli operai, pascolate con la classe capitalista. E perché dovreste agire diversamente? I capitalisti vi pagano, vi nutrono, vi danno gli abiti che portate questa sera. In cambio, voi predicate ai vostri padroni il tipo di metafisica che è loro particolarmente gradito e che essi accettano perché non minaccia l’ordine stabilito delle cose".
A queste parole, ci fu una protesta generale.
"Oh, non metto in dubbio la vostra sincerità", proseguì Ernest.
"Voi siete sinceri. Predicate ciò in cui credete. In questo consistono la vostra forza e il vostro valore agli occhi dei capitalisti. Ma se per caso cominciaste a credere in qualcosa che minaccia invece l’ordine stabilito, le vostre prediche diventerebbero inaccettabili per i vostri padroni, e voi sareste licenziati. Ogni tanto, non spesso, qualcuno di voi viene infatti congedato. Non è così?".
Questa volta non ci fu nessuna protesta: tutti se ne stettero umilmente in silenzio, tranne il dottor Hammerfield, che disse:
"Solo quando il loro modo di pensare è falso, vengono invitati a dimettersi".
"Vale a dire quando il loro modo di pensare è inaccettabile", ribatté Ernest, e aggiunse: "Per questo vi dico, continuate a predicare e a guadagnarvi il vostro soldo ma, per amor del cielo, lasciate in pace la classe operaia. Voi state dalla parte del nemico. Non avete nulla in comune con essa. Le vostre mani sono bianche perché altri lavorano per voi, e i vostri stomachi pieni per l’abbondanza di cibo". (A questo punto il dottor Hammerfield fece una smorfia e tutti sbirciarono verso il suo enorme pancione, grazie al quale, si diceva, da anni non vedeva più i propri piedi). "E le vostre menti sono infarcite di dottrine che servono a reggere l’ordine stabilito. Siete dei mercenari sinceri, mercenari sinceri, lo ammetto, ma come lo era la Guardia Svizzera. Siate fedeli a chi vi dà il pane, il sale e la paga; sostenete con le vostre prediche gli interessi dei vostri signori, ma non venite a offrirvi alla classe operaia come falsi condottieri! Non potreste vivere onestamente in due campi opposti.
La classe operaia ha fatto a meno di voi, e credetemi, continuerà a farne a meno. Inoltre se la sbrigherà meglio senza di voi che con voi".

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