Il deserto dei Tartari (Cap.25) – Dino Buzzati (estratto)

Capitolo 25
Un palo è piantato sul ciglio del gradone che taglia longitudinalmente la pianura del nord, a neppure un chilometro di distanza dalla Fortezza. Di là fino al cono roccioso della Ridotta Nuova il deserto si stende uniforme e compatto, così da permettere alle artiglierie di procedere liberamente. Un palo è confitto sull’orlo superiore dell’avvallamento, singolare segno umano, che si vede benissimo anche a occhio nudo dalla sommità della Ridotta Nuova.
Fin là sono arrivati gli stranieri con la loro strada. Il grande lavoro è finalmente compiuto, ma a che terribile prezzo! Il tenente Simeoni aveva fatto un preventivo, aveva detto sei mesi. Ma sei mesi non sono bastati per la costruzione, né sei mesi, né otto, né dieci. La strada è ormai finita, i convogli nemici possono scendere dal settentrione al galoppo serrato, per raggiungere le mura della Fortezza; dopo non resta che attraversare l’ultimo tratto, poche centinaia di metri su un terreno liscio ed agevole, ma tutto questo è costato caro. Quindici anni ci sono voluti, quindici lunghissimi anni che pure sono corsi via come un sogno. A guardarsi attorno niente sembra mutato.
Le montagne sono rimaste identiche, sui muri del Forte si vedono sempre le stesse macchie, ce ne sarà anche qualcuna di nuova, ma di dimensioni trascurabili. Uguale è il cielo, uguale il deserto dei Tartari se si eccettua quel palo nerastro sul ciglio del gradone e una striscia diritta, che si vede o non si vede secondo la luce, ed è la famosa strada. Quindici anni per le montagne sono stati meno che nulla e anche ai bastioni del Forte non hanno fatto gran male. Ma per gli uomini sono stati un lungo cammino, sebbene non si capisca come siano passati tanto presto.
Le facce sono sempre le stesse, pressappoco; le abitudini non sono mutate, né i turni di guardia, né i discorsi che gli ufficiali si fanno ogni sera. Eppure, a guardare da vicino, si riconoscono nei volti i segni degli anni.
E poi la guarnigione è stata ancora diminuita di numero, lunghi tratti di mura non vengono più presidiati e vi si accede senza parola d’ordine, i gruppi di sentinelle sono distribuiti nei soli punti essenziali, si è deciso perfino di chiudere la Ridotta Nuova e di mandarci soltanto ogni dieci giorni un drappello per ispezione; tanto poca importanza dà oramai il Comando superiore alla Fortezza Bastiani. La costruzione della strada nella pianura del nord infatti non è stata presa sul serio dallo Stato Maggiore. Alcuni dicono ch’è una delle solite incongruenze dei Comandi militari, altri dicono che alla capitale sono certo meglio informati; evidentemente risulta che la strada non ha nessuno scopo aggressivo; non c’è del resto disponibile altra spiegazione, benché persuada poco.

La vita alla Fortezza si è fatta sempre più monotona e solitaria; il tenente colonnello Nicolosi, il maggiore Monti, il tenente colonnello Matti sono andati in pensione. Il presidio è adesso comandato dal tenente colonnello Ortiz, e anche tutti gli altri tranne il caposarto Prosdocimo ch’è rimasto maresciallo, sono avanzati di grado. In una bellissima mattina di settembre ancora una volta Drogo, il capitano Giovanni Drogo, risale a cavallo la ripida strada che dalla pianura mena alla Fortezza Bastiani. Ha avuto un mese di licenza ma dopo venti giorni già se ne ritorna; la città gli è oramai diventata completamente estranea, i vecchi amici hanno fatto strada, occupano posizioni importanti e lo salutano frettolosamente come un ufficiale qualsiasi. Anche la sua casa, che pure Drogo continua ad amare, gli riempie l’animo, quando lui ci ritorna, di una pena difficile a dire.
La casa è quasi ogni volta deserta, la stanza della mamma è vuota per sempre, i fratelli sono perennemente in giro, uno si è sposato e abita in una diversa città, un altro continua a viaggiare, nelle sale non ci sono più segni di vita familiare, le voci risuonano esageratamente, e aprire le finestre al sole non basta.
Così Drogo ancora una volta risale la valle della Fortezza ed ha quindici anni da vivere in meno. Purtroppo egli non si sente gran che cambiato, il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito a invecchiare. E per quanto l’orgasmo oscuro delle ore che passano si faccia ogni giorno più grande, Drogo si ostina nella illusione che l’importante sia ancora da cominciare. Giovanni aspetta paziente la sua ora che non è mai venuta, non pensa che il futuro si è terribilmente accorciato, non è più come una volta quando il tempo avvenire gli poteva sembrare un periodo immenso, una ricchezza inesauribile che non si rischiava niente a sperperare. Eppure un giorno si è accorto che da parecchio tempo non andava più a cavalcare sulla spianata dietro alla Fortezza.
Si è accorto anzi di non averne nessuna voglia e che negli ultimi mesi (chissà da quanto esattamente?) non faceva più le scale di corsa a due a due. Sciocchezze, ha pensato, fisicamente si sentiva sempre lo stesso, tutto stava a ricominciare, non c’era neppure dubbio; una prova sarebbe stata ridicolmente superflua.
No, fisicamente Drogo non è peggiorato, se riprendesse a cavalcare e a correre su per le scale sarebbe benissimo capace, ma non è questo che importa. Il grave è che lui non ne sente più voglia, che lui preferisce dopo colazione starsene a sonnecchiare al sole piuttosto che scorrazzare su e giù per la spianata sassosa.
E’ questo che conta, solo questo registra gli anni passati. Oh, se ci avesse pensato, la prima sera che fece le scale a un gradino per volta! Si sentiva un po’ stanco, è vero, aveva un cerchio alla testa e nessun desiderio della solita partita a carte (anche in precedenza del resto aveva qualche volta rinunciato a salire le scale di corsa per via di malesseri occasionali). Non gli venne il più lontano dubbio che quella sera fosse molto triste per lui, che su quei giardini, in quell’ora precisa, terminasse la sua giovinezza, che il giorno dopo, per nessuna speciale ragione, non sarebbe più ritornato al vecchio sistema, e neppure dopodomani, né più tardi, né mai.
Adesso, mentre Drogo meditando cavalca sotto il sole per la ripida strada e la bestia, già un po’ stanca, va al passo, adesso una voce lo chiama dall’altra parte della valle. "Signor capitano!" sentì gridare e voltatosi scorse sull’altra strada, dalla parte opposta del burrone, un giovane ufficiale a cavallo; non lo riconobbe, ma gli parve di distinguere i gradi di tenente e pensò che fosse un altro ufficiale della Fortezza che ritornava, come lui, da una licenza. "Cosa c’è?" domandò Giovanni, fermatosi dopo aver risposto al saluto regolamentare dell’altro: che motivo poteva avere quel tenente per chiamarlo, in quella forma fin troppo disinvolta?
Non rispondendo all’altro, "Cosa c’è?" ripeté Drogo a voce più alta, stavolta leggermente risentita. Diritto in sella, l’ignoto tenente fece portavoce delle mani e rispose con tutto il fiato: "Niente, desideravo salutarla!" Parve a Giovanni una spiegazione stupida, quasi offensiva, da lasciar pensare a uno scherzo. Ancora una mezz’ora di cavallo, fino al ponte, e poi le due strade si univano. Che bisogno dunque c’era di quelle esuberanze da borghese? "Chi è là?" gridò di rimando Drogo. "Tenente Moro!" fu la risposta o meglio questo fu il nome che al capitano sembrò di capire. Tenente Moro? si domandò. Alla Fortezza non c’era nessun nome di quella fatta.
Forse un nuovo subalterno che veniva a prendere servizio? Solo allora lo colpì, con dolorosa risonanza dell’animo, il ricordo del lontanissimo giorno in cui per la prima volta egli era salito alla Fortezza, dell’incontro col capitano Ortiz, proprio nello stesso punto della valle, della sua ansia di parlare con una persona amica, dell’imbarazzante dialogo attraverso il burrone. Esattamente come in quel giorno, pensò, con la differenza che le parti erano cambiate e adesso era lui, Drogo, il vecchio capitano che saliva per la centesima volta alla Fortezza Bastiani, mentre il tenente nuovo era un certo Moro, persona sconosciuta. Capì Drogo come un’intera generazione si fosse in quel frattempo esaurita, come lui fosse giunto ormai al di là del culmine della vita, dalla parte dei vecchi, dove in quel giorno remoto gli era parso si trovasse Ortiz. E a più di quarant’anni, senza aver fatto nulla di buono, senza figli, veramente solo nel mondo, Giovanni si guardava attorno sgomento, sentendo declinare il proprio destino.
Vedeva roccioni incrostati di cespugli, canaloni umidi, lontanissime creste nude accavallantisi nel cielo, l’impassibile faccia delle montagne; e dall’altra parte della valle quel tenente nuovo, timido e spaesato, che si illudeva certo di non restare alla Fortezza che pochi mesi, e sognava una brillante carriera, gloriosi fatti d’arme, romantici amori. Batté con una mano il collo della sua bestia, che voltò indietro la testa amichevolmente, ma certo non lo poteva capire. Un nodo stringeva il cuore di Drogo; addio sogni del tempo lontano, addio cose belle della vita. Il sole splendeva limpido e benevolo agli uomini, un’aria vivificante scendeva dalla valle, i prati mandavano buon profumo, voci di uccelli accompagnavano la musica del torrente. Una giornata di felicità per gli uomini, pensò Drogo, e si stupiva che nulla differisse in apparenza da certe meravigliose mattine della sua giovinezza.
Il cavallo riprese il cammino. Mezz’ora dopo Drogo vide il ponte dove si congiungevano le strade, pensò che fra poco avrebbe dovuto mettersi a parlare col tenente nuovo ed ebbe un senso di pena.

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