Submarino – Thomas Vinterberg

SubmarinoNon e’ facile crescere con la morte del proprio fratellino neonato sulla coscienza anche se la colpa e’ della madre, una alcolizzata sbandata e cattiva.
Qualcosa resta dentro e crescendo scoprire che la mela non casca mai lontano dall’albero se come il genitore, si vive da alcolizzato al limite tra la legalita’ e cio’ che non lo e’ . Anche il fratello minore non se la passa meglio, anzi i problemi legati alla droga mettono in serio pericolo la sua esistenza e quella di suo figlio piccolo, oltretutto gia’ orfano di madre.
Si inizia con la storia dell’uno, poi dell’altro in un’inconsapevole flashback del quale ci si rende conto man mano che scorrono i minuti. Alla fine i due fratelli si ritroveranno e nel bambino figlio e nipote dei due, in un certo modo la salvezza per entrambi, con un cerchio che torna a girare dove e’ stato interrotto.
Lo scrissi con "Il sospetto", qui lo ripeto, questa e’ la giusta dimensione di Vinterberg, percio’ eccellente.
Microstorie raccontate in punta di piedi, drammi terribili che eppure fanno parte del quotidiano di qualcuno, percio’ non necessitano di strepiti, urla e soprattutto di fenomeni in cattedra. Triste, tristissimo racconto eppure non si cercano colpevoli o morali, resta semplicemente una storia fatta anche di scelte consapevoli per quanto dolorose.
Qui Vinterberg e’ perfetto, cosi’ come e’ perfetta l’aria del nord Europa in un clima glaciale che manifesta il dramma dei suoi protagonisti, magistralmente interpretati da Jakob Cedergren e Peter Plaugborg, due vite due tragedie distinte ma un solo punto di partenza e per certi versi un unico punto di arrivo. Psicologia intagliata nei silenzi e negli sguardi, anni lontani raccontati da piccoli particolari, mezze frasi, fotografie, eppure di loro sappiamo tutto e li si rispetta nelle scelte e negli errori. Un cinema di questa consistenza e’ possibile, Vinterberg ce lo dimostra, vediamo percio’ d’imparare qualcosa e assolutamente da non perdere.

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Il sospetto – Thomas Vinterberg

Layout 1Siamo in un  tranquillo paese del nord Europa e Mads Mikkelsen e’ un uomo dalla vita non troppo fortunata. Insegnante costretto a ripiegare in un asilo nido, vive solo, separato dalla moglie e dall’amato figlio che vorrebbe avere con se’.
Ha tanti amici, quelli di sempre, quelli di una vita e le giornate scorrono cosi’, sospese sul nulla, tra speranza e sopravvivenza.
Quando pare che le cose volgano al meglio, con la vita privata che inizia a funzionare e il figlio che presto andra’ a vivere con lui, ecco l’accusa infamante di molestie sessuali proprio alla figlia del suo miglior amico.
Bastera’ il solo sospetto per disintegrare la sua esistenza. Non saro’ io a parlare di film che devono far riflettere perche’ si dovrebbe farlo con la cronaca, non con la finzione. Pensare per un attimo ai "mostri" esposti al pubblico ludibrio con nome, cognome e indirizzo completo in titoli a nove colonne e "assolti perche’ il fatto non sussiste" in qualche sperduto articoletto a meta’ giornale.
Come se tutto questo tutelasse i bambini infangati due volte, una dalla vicenda che li coinvolge, l’altro dagli avvoltoi mascherati da esperti, medici, pediatri, psicologi, avvocati, giudici e ovviamente giornalisti. E scoprire poi che quando le accuse sono giuste, i colpevoli se la cavano con i domiciliari o come e’ successo reintegrati come insegnanti o medici, invece di essere scannati in pubblica piazza.
Pellicola premiatissima e con ragione. Vinterberg non pare nemmeno lui e non perche’ non ne abbia le capacita’ quanto per un approccio non sempre vincente alle storie e questo ritorno ad una semplicita’ formale alla "Festen" dovrebbe fargli riflettere su quale debba essere la sua strada.
Parimenti premiato Mads Mikkelsen, in un ruolo davvero complicato nel quale da’ volto a quell’innocenza che non puo’ avere alibi perche’ solo i colpevoli possono pianificare una via d’uscita.
Non fosse stato per Vinterberg, avrei evitato il film perche’ da qualunque lato lo guardi, mi provoca una rabbia furiosa e per questo gia’ mi basta la cronaca quotidiana ma in senso strettamente artistico, nulla da eccepire, grande cinema.

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Le forze del destino – Thomas Vinterberg

Le forze del destinoNell’anno 2021 accadono strane cose. La gente semplicemente si spegne, nell’indifferenza o dovrei dire rassegnazione generale.
L’umanita’ stanca si lascia morire sull’onda emotiva di un mondo che cessa d’essere importante e che a  suo modo reagisce con temperature che precipitano e zone a gravita’ variabile.
Joaquin Phoenix e’ un professore anonimo e poco importante mentre sua moglie Claire Danes, e’  una celebre ballerina sul ghiaccio e a breve ex consorte.
Proprio la firma dei documenti di divorzio dara’ ai due l’occasione di rivedersi, tra spettacoli, grandi alberghi e cambiamenti climatici ma cio’ svelera’ anche un terribile segreto che mettera’ a repentaglio le loro stesse vite.
Vinterberg ci riprova ma ancora una volta resta appeso a meta’ di qualcosa.
La prima parte del film mi ha a dir poco incuriosito, anzi agganciato verso una grossa, grossissima promessa per cio’ che sta per accadere.
Lo sappiamo noi, lo sanno i personaggi, lo sa Vinterberg e verso questo qualcosa restiamo in spasmodica attesa, poi man mano che i minuti passano, l’entusiasmo e la tensione si sfaldano quando si inizia a comprendere che non ci sara’ alcuna spiegazione, non un motivo, non una sorpresa, alla fine neppure un senso compiuto ad una storia che non trovando sbocchi significativi, ripiega sul metafisico.
Questo scambio emotivo tra clima e cuore degli uomini, non funziona se ci si limita ad una posizione fatalista senza causa ed effetto che si traduce alla trama senza capo ne’ coda. Voglio dire, se proprio si vuole filosofeggiare sul rapporto sincretico tra uomo, ambiente e spirito del tempo, si parta da un gradino non inferiore a dove ci ha lasciati Wenders in "Fino alla fine del mondo", altrimenti e’ inutile.
Aggiungiamo che in questo nulla si muove Joaquin Phoenix, gia’ bello spompato ad ispirare "Her", Claire Danes che almeno ha il physique du role e l’ancora una volta l’inutile Sean Penn, anche lui in un anticipo di ruolo vagheggiante alla "The tree of life".
Alla fine dico peccato perche’ Vinterberg ha avuto tra le mani del buon materiale che ha totalmente sprecato e visto che come afferma, ha impiegato due anni e mezzo per scrivere la sceneggiatura, magari la volta prossima si faccia dare una mano, fara’ prima e meglio.

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Dear Wendy – Thomas Vinterberg

Dear WendyMi sono detto, vediamo che ne e’ stato di Thomas Vinterberg a distanza di qualche anno da "Festen", fuori dal dogma e con qualche soldo in tasca.
Storia adolescenziale ma si capisce che non si vuole andare a parare li.
Tutti i protagonisti appartengono a quella razza di ragazzi non abbastanza strani da essere freak, non cosi’ intelligenti da essere nerd, troppo furbi per essere ribelli anarchici, una media esistenziale che e’ anche caratteriale, giovani vite pronte per essere fagocitate nell’angolo in penombra della societa’. Vivere in una piccola cittadina di minatori non aiuta e neppure essere figli di genitori gia’ arresisi alla vita.
Pacifisti come tutta la prole decerebrata della prima serata ma sara’ un’arma, una pistola a farli unire, farli crescere, dargli uno spessore umano, sociale, caratteriale. 
Si riuniranno in un circolo esclusivo, non segreto ma riservato a loro e alle loro pistole, ognuna delle quali ha un nome e a sentirli, un’anima.
Si potrebbe pensare che prima o dopo si metteranno nei guai il che e’ vero ma la colpa sara’ di una vecchia con l’Alzheimer e una doppietta a canne mozze.
Scritto da von Trier ma non si direbbe, il film e’ un continuo rimando a situazioni gia’ viste e inevitabilmente il richiamo a un club fondato da individui che cercano un modo per sopravvivere a loro stessi e ad una vita che li schiaccia sul fondo, porta direttamente a quel "Fight Club" che s’intende, resta inavvicinabile ed inarrivabile.
Intento d’imitazione certo non voluto ma nemmeno sfiorato perche’ del capolavoro di Fincher\Palahniuk manca tutto, iniziando dallo humor.
Finale inutile, senza scopo, senza un’affermazione che non sia di generica anarchia, un po’ poco di questi tempi. Le premesse c’erano, bastava forse spostarsi ai margini di una vicenda altrimenti arenata nello stereotipo.
Si puo’ lasciar perdere.

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Festen (Dogma I) – Thomas Vinterberg

FestenNon si puo’ dire che il buon Vinterberg non metta in chiaro le cose come stanno fin da subito. Che la riunione in programma sia giocata all’interno di una famiglia di pazzi e’ gia’ chiaro dopo nemmeno un minuto ma e’ la misura di questa pazzia che viene svelata piano piano e ce n’e’ davvero per tutti.
Psicodramma molto meno divertente di quanto appare in un primo tempo, scene da un compleanno del ricco capofamiglia sessantenne, che diventera’ ben presto centro focale della vicenda e non solo in quanto festeggiato.
Arrivo a Vinterberg seguendo il percorso artistico di Lars von Trier puntando quindi al movimento Dogma 95, che vede entrambi i registi tra i padri fondatori.
Si tratta in sostanza di cinema senza alcuna sovrastruttura o aggiunta, nemmeno di tipo scenografico e una post elaborazione ridotta ai minimi termini.
Lo stile ben si adatta quindi alla storia che anzi guadagna dalle riprese effettuate con la telecamera in spalla, come nei filmini amatoriali tanto tragici quanto frequenti e obbligatori in queste occasioni.
Non e’ possibile andare oltre descrivendo il film se non rivelando cio’ che accade in seguito e un minimo di sorpresa serve, per quanto alla fine non sia neppure quello il punto centrale della vicenda.
Vicenda purtroppo probabile oggigiorno e diciamo pure che realmente in un frangente analogo, le cose andrebbero molto diversamente, il che rende l’intero film un espediente letterario utile alla miseria di mezzi impiegati, probabilmente la solita apologia sui mostri che si annidano nella famiglia borghese e in generale un testo che vedrei molto bene in teatro, magari declinato alla Ibsen, non certo alla Beckett.
Tecnicamente abbiamo gia’ visto tutto ma buona prova d’inizio per un movimento interessante dai sani principi che condivido solo in parte.

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